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      Scrittore, critico d'arte e sociologo inglese                                                                     

Un ardore di fede puritana è anche al centro della crociata di John Ruskin  che dà fondamento etico e religioso al suo bisogno di bellezza in un mondo che il grigio squallore della civiltà industriale minaccia di sommergere.
Nato a Londra di genitori scozzesi, dette segni precoci delle proprie tendenze letterarie e artistiche, secondate con ogni cura dalla famiglia; la madre, benché rigida puritana, accanto allo studio della Bibbia coltivò in Ruskin le tendenze alla musica, al disegno, all’osservazione naturale. Il Ruskin ha descritto questi anni giovanili nelle belle pagine di Praeterita, l’ultima sua opera, uno dei più notevoli libri di « confessioni» che siano mai apparsi in ogni letteratura. Nulla fu trascurato, esercizi fisici, disciplina morale, viaggi (a sei anni fu condotto a Parigi e a Bruxelles, a quattordici in Fiandra, sul Reno e in Svizzera), lezioni private, per allenare il fanciullo prodigio all’alta missione a cui pareva destinato. La giovinezza assiduamente sorvegliata e protetta del Ruskin (al punto che, quando fu mandato a studiare all’Università di Oxford, la madre lo seguì) fu turbata da una sola crisi, un amore non corrisposto. Delle due circostanze che, a prima vista, parrebbero non favorevoli a un’educazione artistica, l’isolamento e il puritanismo, egli derivò non poco beneficio: il primo lo salvò dall’influsso livellatore della public school e gli serbò quella verginità di visione che egli doveva più tardi applicare al campo economico; il secondo represse la sicumera che l’eccessiva adorazione dei genitori tendeva ad infondergli.
Nel 1843 apparve il primo volume di Modern Painters (anonimo), calda difesa dell’arte del Turner che provocò violenta reazione nella critica e sconcertò lo stesso pittore; il secondo volume fu scritto in parte in Italia e apparve nel 1846. In Italia il Ruskin studiò le scuole toscana e veneziana, preparando quella campagna per l’apprezzamento dei « primitivi » di cui egli doveva essere il più celebre pioniere, e l’architettura e la scultura delle città italiane del nord. In The Seven Lamps of Architecture (1849) dava eloquente espressione a un gusto che si era andato formando in Inghilterra 
da un decennio, colle correnti neogotiche, gusto i cui principi eran già stati formulati dall’apostolo del neogotico, A. W. Pugin, e dalla Camden Society di Cambridge: essere la virtuosa disposizione dell’artefice condizione dell’arte bella, e l’imitazione della natura unica via per creare la bellezza. Ma a codesti principi il Ruskin , giungeva indipendentemente, anzi si dissociava dalle contemporanee correnti neogotiche, sospette di « papismo ». Furono appunto gli attacchi contro la chiesa cattolica che ricorrono qua e là tra le entusiastiche descrizioni dell’architettura gotica italiana, che conferirono tanta autorità a The Stones of Venice (1851-53) da far apparire il Ruskin come il promotore della Rinascenza gotica. Nello stesso anno della pubblicazione del primo volume di The Stones of Venice, dava alle stampe un saggio sul Pre-Raphaelism che segnò una data importante nella fortuna di quel movimento.
Lo studio dei meriti dell’architettura gotica aveva condotto il Rusldn a meditare sulle virtù degli uomini che l’avevano creata; da critico estetico egli venne così a mutarsi in critico della società. Gli ultimi quarant’anni della vita li dedicò a esporre le sue teorie su problemi sociali e industriali, sulla morale, la religione, l’educazione; in quelle teorie l’arte figura come un mezzo per innalzare il tono della vita spirituale. La sua campagna contro l’utilitarismo degli economisti e i mali della civiltà industriale, e in favore di un ritorno a un lavoro illuminato da religiosità di propositi e da gioia creativa, qual era a suo modo di vedere quello degli artieri medievali (onde il suo disprezzo pel Rinascimento, artificiale e irreligioso prodotto d’un’imitazione del paganesimo), si concretò in un immensa quantità di conferenze, lettere, articoli, opuscoli. La pubblicazione di alcuni di questi in periodici dovette esser sospesa per il tono che parve rivoluzionario: tale il caso dei saggi che furon poi raccolti in volume coi titoli Unto this Last (1860) e Munera Pulveris (1872). La più completa esposizione delle idee del Ruskin sulla società futura è contenuta nelle venticinque lettere a un operaio raccolte in Time and Tide (1867); dei suoi saggi sociali il più popolare rimase Sesame and Lilies (1868). L’apostolato sociale del Ruskin non si limitò agli scritti polemici, tra cui notevolissima la serie di pensieri, saggi, e veri e propri sermoni laici, spesso ravvivati da tratti arguti e da invettive, che col titolo Fors Clavigera fu pubblicata ad uso degli operai tra il 1871 e il 1884; il Ruskin passò al campo pratico, sovvenzionando case operaie modello, cooperative, musei, impiegando i discepoli in costruzioni stradali; in codesto apostolato egli profuse il suo cospicuo patrimonio. Gran parte della sua attività (fino al 1884) la dedicò anche all’insegnamento presso l’Università di Oxford: era stato eletto Slade Professor of Art nel 1869, nonostante una disavventura coniugale (chiusasi coll’annullamento del matrimonio contratto nel 1854 ma non consumato con Effie Gray, che poi andò sposa al pittore Millais) che avrebbe potuto aver serie conseguenze per la sua carriera.
La vita sentimentale del Ruskin fu estremamente infelice. Il suo diario dal 1848 al 1873, che comprende gli anni più cupi, quando, abbandonato dalla moglie, si rimise a viaggiare in compagnia dei genitori, e fu agitato da un’insana passione per una ragazza, Rose La Touche, che voleva sposare, nonostante l’assai comprensibile opposizione dei genitori di lei, codesto diario registra crisi di depressione e momenti d’estasi estetica che poi si fanno di più in più rari col passare del tempo. Più tardi, verso la fine della vita, nel 1888, propose a un’altra giovane donna, Kathleen Olander, sua allieva, di sposarla: l’intervento dei genitori di costei provocò in Ruskin una depressione da cui non si risollevò più durante il lungo crepuscolo dei suoi ultimi anni a Brantwood.
Mentre dapprincipio il diario è tutto preso, o quasi, da minute, dedalee descrizioni di cose viste, architetture, rocce, erbe, aspetti del cielo e delle nuvole, col passare degli anni si fa più lacunoso, e i soli avvenimenti registrati con qualche ampiezza sono soltanto i sogni, sogni ansiosi, in cui spesso ricorrono figure di ragazzine e figure di serpenti. Dal diario emana un « senso di giorni che volano come polvere al vento », per adoperare le parole stesse del Ruskin, un senso d’equilibrio instabile, sempre sull’orlo d’un collasso nervoso. A un certo punto il Ruskin schizza un’opposizione tra il gotico e il classico, a tutto scapito di quest’ultimo, in cui vede meschinità di struttura, mancanza di fantasia, un ideale di calma e di dominio di sé, ma un ideale grossolano, senza la passione, l’anelito a una vita futura, e anche la fragilità che trova nel gotico. Ora il temperamento del Ruskin pareva fatto apposta per apprezzare il gotico, soprattutto la decorazione gotica, caratterizzata da una delicatezza aerea che trasformava in spirito la materia per quanto realisticamente apprezzata e resa.
La sua penetrazione nei meandri d’una struttura delicata e minuziosa aveva del prodigio; al tempo stesso sapeva cogliere un fuggevole effetto, una felicità fortuita, non intenzionale, d’un’architettura, « simile alla grazia del movimento d’un bimbo o allo splendore d’un’onda che passa »; ché gli uomini, diceva, concorrono al migliore successo quanto meno lo cercano consciamente, come la pioggia nell’arcobaleno. Un esempio ditale meravigliosa creazione era per lui Piazza San Marco a Venezia (diario del novembre 1849):

For there the fancies of men have suffered the Sea Change of half a score centuries; there their minds have met from the east and west, and the currents of a hundred nations have whirled and eddied in the narrow vortex, ever with new glory rising from the foam; and the Stern Pisan and the Dreamy Greek and the restless Arab, the languid Ottomite and the strong Teuton; there the patience of early Christianity and the enthusiasm of mediaeval superstition, and the fire of ancient and the rationalism of recent infidelity, have all had their work, and all their time. There the marbles of a thousand mountains have been laboured, each by those who dwelt at their feet, and the offerings of a thousand isles bave met in one cloud of incense — and out of this masque and morrice of Kingdoms and times, there has arisen one wild Sea Harmony, the sweetest that ever human soul conceived.

Questa descrizione precorre d’una buona ventina d’anni la famosa descrizione della Gioconda di Walter Pater, quel sacro testo del decadentismo, che ne sembra un ricalco.
Sarebbe opera vana cercare coerenza negli scritti di critica d’arte del Ruskin; egli stesso soleva dire di sentirsi vicino alla verità allorché s’era contraddetto tre volte. Il carattere più vistoso di quegli scritti è il tono etico, l’insistenza sulla verità, la natura, la purezza, la serietà come fondamenti d’ogni creazione artistica. Codeste vedute rivoluzionarono l’estetica non solo inglese, ma europea, introducendo quello che in seguito è stato riconosciuto come un pregiudizio etico. Ma il grande merito del Ruskin è d’aver investito questo pregiudizio del profondo calore d’una sensibilità nativa, e fu questa sensibilità, che trovava magistrale espressione in uno stile solenne e adorno, a conquidere i contemporanei a un più sottile apprezzamento delle opere d’arte, al di là d’ogni dottrina e teoria. Quella sensibilità trionfò in Ruskin di ogni astrazione, ed allargò gli orizzonti del gusto: ad essa è dovuta la rivalutazione della grande arte prerinascimentale, di cui il Ruskin può dirsi « scoprisse » insigni monumenti in Italia (accanto a The Stones of Venice van ricordati i popolarissimi Mornings in Florence, che sono tutto un inno all’arte di Giotto).
Nel campo sociale, se le sue teorie han spesso sapore utopistico e son basate su evidenti errori, non si può negare la penetrazione delle sue critiche alla civiltà industriale, e la sua divinazione delle eterne sorgenti della felicità collettiva (Unto this Last, 1860, Time and Tide, 1867). Il Ruskin è il primo a formulare l’idea di civismo mistico compendiata nella parola service. La purezza e la lucidità dello stile conferiscono anche alle pagine di questa categoria dei suoi scritti un indiscutibile valore letterario. 
 
Mario Praz
La letteratura inglese dai romantici al Novecento
edizioni Accademia, Milano 1968
pp- 140 -144




Esempio 1
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Nel 1845 John Ruskin si recò in Italia per la prima volta da solo, e qui scoprì la grande architettura romanico-gotica. Incantato dal paesaggio e dall'architettura della penisola, scrisse al padre lettere ricche di notazioni non solo sull'arte, ma anche sulla natura, sulla società, sul costume italiani. 


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John Ruskin (Londra 1819 - Brantwood  1900)