PORCI ESISTENZIALI – LE “RELAZIONI PERICOLOSE” SARTRE-SIMONE DE BEAUVOIR: “MI SENTO UNO SPORCO BASTARDO” - PER GESTIRE LE INFEDELTÀ DI LUI, LA SCRITTRICE SEDUCEVA LE SUE ALLIEVE E GLIELE “PASSAVA”…

Richard Newbury per “La Stampa”
25 agosto 2008


I romanzi d’amore inglesi finiscono con un matrimonio, come “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen; cominciano invece con un matrimonio i romanzi d’amore francesi, come “Madame Bovary” di Flaubert, tanto caro a Sartre. Se l’anti-matrimonio tra Jean-Paul Sartre e «la Grande Sartreuse» Simone de Beauvoir dovesse diventare un romanzo, sarebbe “Le relazioni pericolose” di Choderlos de Laclos più “Histoire d’O” di Réage più “Dalla Russia con amore” di Fleming. 

Ovviamente, come tutti i romanzi d’amore, ruota intorno alla classe sociale, al denaro e al sesso. Nella doppia biografia che ha appena scritto, assai rivelatrice e ben documentata (“A dangerous liaison”, Century, pp. 573, euro 20), Carole Seymour-Jones districa i fatti dalla finzione dei miti che di sé hanno creato il padre dell’esistenzialismo e la madre del femminismo.

I Sartre erano dei contadini in ascesa sociale, diventati ufficiali, medici e insegnanti. La madre di Jean-Paul, Ann-Marie Schweitzer, proveniva dalla luterana Alsazia; Albert Schweitzer, il famoso organista diventato un ancor più famoso missionario medico in Congo, era uno zio. Era dunque un Dio protestante quello che Jean-Paul cercò di sostituire con l’esistenzialismo, ponendo la domanda di Dostoevskij: «Se Dio muore e l’uomo muore, è tutto permesso?».

Corto di statura e di vista, pure strabico, aveva labbra tumide, era pieno di macchie e aumentava il suo fascino evitando l’acqua e il sapone. Lo uccise la passione per l’alcol. Tutte quelle che divisero il suo letto, compresa la De Beauvoir, testimoniarono la sua clinica mancanza di passione: chiamava gli incontri con le amanti «il giro di visite del dottore». Ormai prossimo alla morte, si vantò di avere nove amanti contemporaneamente. 

«Non ho mai saputo come condurre correttamente la mia vita sessuale o emotiva; per lo più mi sono sentito profondamente e sinceramente uno sporco bastardo. Un bastardo davvero insignificante, una sorta di universitario sadico, un Don Giovanni ministeriale - disgustoso». «In una storia con una donna non mi importava che ci fosse un altro. Per me l’essenziale era essere il primo. Ma l’idea di un triangolo con un altro uomo meglio consolidato di me - quella sì era una situazione che non potevo tollerare».

A parte la «mascolina» (come lei stessa si definiva) De Beauvoir, il suo vero attaccamento era per gli uomini: Bost, l’allievo prediletto al liceo, Albert Camus, Jean Genet. Si diceva che ogni volta che cambiava miglior amico, cambiasse anche idea politica. «La mia relazione, durata tutta la vita, con il Castoro (SdB), che mi era assai più preziosa del mio passato - relazioni piuttosto vaghe con una decina di compagni - non era la stessa cosa» del cameratismo maschile. 

Per Sartre il sesso era deflorare le vergini che la De Beauvoir sceglieva tra le sue allieve del liceo, seduceva safficamente e poi gli passava, e sedurre «per vendetta», come capo della «famiglia» Sartre-De Beauvoir, le mogli e le amiche dei suoi amici, come Bost, che Simone aveva a sua volta sedotto, e Camus. A quarant’anni, con la morte del detestato patrigno, comprò un elegante appartamento per la sua «Petite Maman» e andò a stare con lei, il suo unico, vero amore.

Così, per dirla con la scrittrice femminista Angela Carter, «perché mai una bella ragazza come Simone spreca il suo tempo a lusingare una persona sgradevole e noiosa come J-P? Le sue memorie verteranno in gran parte su di lui; lui invece non parlerà quasi di lei». Simone de Beauvoir proveniva da un ambiente ricco e altoborghese. Suo padre, un donnaiolo socialmente ambizioso, aveva aggiunto al cognome l’aristocratico «de» e poi, vivendo da nobile effeminato e spendaccione, aveva ridotto la famiglia in povertà. Il matrimonio dei suoi genitori, per Simone, «bastava a convincerla che la vita coniugale borghese era contro natura».

 La natura aveva fatto Simone brutta e foruncolosa, ma ciò che la salvava era la sua eccezionale intelligenza. Priva di dote per gli sciali del padre, non poté sposare l’adorato cugino Jacques. Solo una laurea e l’insegnamento le promettevano l’indipendenza. Nel 1927 si laureò in filosofia, seconda in graduatoria dietro Simone Weil e prima di Maurice Merleau-Ponty, che si sarebbe poi fidanzato con la ricca cugina, e prima passione femminile della De Beauvoir, Zaza Lacoin. Ma Maurice scoprì di essere figlio illegittimo, il fidanzamento fu rotto e Zaza si uccise. 

Questo fu un ulteriore elemento che condusse Simone a considerare il matrimonio un abominio. La promozione all’«aggrégation» - nona donna in Francia - le diede l’immediata indipendenza economica. Sartre invece fu bocciato, il che gli costò la mano della ricca figlia di un droghiere e la sua cospicua dote.


Così, quando un Jean-Paul innamorato chiese a Simone di sposarlo, lei gli contropropose una relazione aperta fra uguali, con franchezza assoluta sulle storie laterali. «Ho bisogno di Sartre ma amo Mathieu», confessava Simone (il Castoro) al suo diario. Dei suoi due compagni di studi, Mathieu (il Lama), il suo primo amante, era per la passione, mentre Sartre (il Cobra) era per l’intelletto, sebbene glielo nascondesse. Il Cobra prediligeva le bionde non appesantite dal cervello. 

Per gestire le sue infedeltà, il Castoro esercitava la sua maschia predisposizione al sesso seducendo le allieve, che poi passava al Cobra per la deflorazione. Le prime furono le fuoruscite russe Olga e Wanda Kosackiewicz. Olga si sarebbe autoferita dopo la seduzione del Castoro, che poi la divise con Jacques-Laurent Bost, l’allievo prediletto del Cobra che il Castoro a sua volta aveva sedotto, scatenando come vendetta del Cobra la seduzione di Olga.

Il primo romanzo del Castoro, “L’invitata”, racconta come la sedicenne ebrea polacca emigrata Bianca Bienenfeld entrò nelle loro vite in un «ménage à trois», ma Bianca, nelle sue Memorie d'una ragazza perbene, descrive un’altra vita turbata, soprattutto quando, proprio nel momento in cui i tedeschi entrano a Parigi, il Castoro ingiunge al Cobra di rompere con la terrorizzata giovinetta, che stava diventando la rivale del Castoro per il Cobra. Fu la madre di colei che aveva preso il posto di Bianca, Nathalie Sorokine, che con le sue indagini fece allontanare per turpitudine Simone dall’insegnamento nei licei statali.

«Morale anticonformista», o tornaconto borghese, portarono al collaborazionismo del tempo di guerra. La De Beauvoir lavorò per la radio nazionale francese controllata dai tedeschi, mentre Sartre si faceva un nome come scrittore in una Parigi boicottata dagli altri scrittori e, peggio di tutto, con scoperta ambizione, fu ben lieto di occupare a Parigi la cattedra di Henri Dreyfus-le-Foyer, licenziato in quanto ebreo. Ignorò la Resistenza, anche quando Parigi stava per cadere. E i suoi articoli per la rivista “Combat” di Camus li delegava spesso a Simone.

«Il personale è politico», come dicono le adepte femministe della De Beauvoir: così il Kgb sfruttò le debolezze di Sartre e fornì «trappole al miele» per il più famoso intellettuale pubblico dell’Occidente. L’utile idiota esistenzialista tornava continuamente in Russia per incontrare l’interprete del Kgb Lena Zonina, che voleva sposare e, abiettamente inseguendola, sacrificò la sua credibilità al punto da appoggiare, nel 1966, la linea dura di Breznev nel processo a Siniavskij e Daniel.

«Quando si smette di credere in Dio, non si diventa atei ma si comincia a credere a tutto» (G. K. Chesterton). Simone de Beauvoir era convinta che «donna non si nasce, si diventa»: non la nascita, ma l’autodeterminazione esistenziale. Che cosa avrebbe fatto di Simone una ricca dote e di Jean-Paul un bell’aspetto? Non sarà corretto, ma si sospetta che quei fattori così determinanti non avrebbero prodotto un romanzo d’amore così risqué, così licenzioso.




Jean-Paul Sartre
Filosofo e scrittore francese (Parigi, 1905 - idem, 1980). 


Filosofo, romanziere, drammaturgo, critico letterario e giornalista, impegnato nella maggior parte delle lotte politiche del suo tempo, Sartre appare come un uomo catturato dallo spirito  di libertà ed intensamente presente sulla scena del  mondo. A  coloro che volevano  impedire allo scrittore  di protestare  contro la guerra d'Algeria, De Gaulle dirà:  «Non si imprigiona Voltaire».

Del filosofo illuminista, Sartre ha infatti molte caratteristiche: una  curiosità vorace ed enciclopedica, una capacità di lavoro e d'intervento impressionante, una cultura immensa, classica per formazione, moderna per scelta, una volontà manifesta di  cancellare le frontiere tra le varie discipline (filosofia, psicoanalisi e letteratura per esempio), ma anche tra i continenti, i popoli e le classi. Per Sartre, scrivere un libro e pensare si fondono e si confondono con l'impegno. È  questo tipo d'intellettuale che sono venuti a piangere tutti coloro che, personalità illustri o  anonime, accomunate da una intima fratellanza, lo accompagnarono il 23 marzo 1980 al cimitero di Montparnasse.

Un maître à penser
Con le sue lenti  spesse - miope, diventerà quasi cieco nel 1974 -, i suoi mocassini senza età, le sue sciarpe, la sua pipa  o la sue  sigarette, Sartre è un’icona della Rive Gauche e l’archimandrita dell’ intellighenzia parigina. Il suo regno si estende nel minuscolo spazio metropolitano che separa il café  Flore  dai Deux Magots, da cui si scorge, di fronte, la brasserie  Lipp e, a sinistra della chiesa di Saint-Germain-des-Prés, la libreria Gallimard. Sartre soleva frequentare i caffè, sia per incontrare amici che per lavorare, ed era  anche un uomo di strada e di folla: in quanti cortei, manifestazioni, non è stato fotografato? Quanti luoghi, dove una intera comunità sembrava cercarsi  continuamente, non   ha occupato nel maggio del 68, ora  la Sorbona, ora la  fabbrica Renault di Billancourt, o anche la redazione di Libération? Seppur scontata, l'immagine si rivela giusta: Sartre ha voluto assolutamente essere uomo del suo  mondo e del suo tempo. Si è sforzato di  vivere molteplici esperienze, volendo restare padrone del gioco: la politica, la filosofia, la giustizia, la libertà, l'amore anche, il cui posto è stato importante nell'esistenza di quest'uomo in cui la scoperta della sua bruttezza (Le parole) non gli ha impedito di mettere in moto una capacità di seduzione che ha del  leggendario.
L’universale singolare
Nato  nel 1905 in una famiglia della borghesia agiata, Sartre appartiene ad una generazione brutalmente gettata nella furia dei tempi moderni dalla Prima Guerra mondiale. Contro il sogno di   distruggere tutto nel mondo della  letteratura e dell'arte - tale fu  il progetto dada e surrealista – la scelta dello scrittore Sartre fu quella invece di cercare salvezza nella letteratura stante a  quello che ironicamente, e senza realmente essere vittima del suo sogno,  egli stesso scrive  a quasi sessanta anni, nella sua autobiografia. L'essenziale è di cogliersi come un uomo singolo, ma la cui singolarità rinvii all'universale: questo concetto "del singolare universale" è fondamentale in Sartre, come lo saranno altre parole-chiave  inscindibili dal frasario sartriano - situationmauvaise foisalaud, engagement, liberté. È per questo che si presenta ne Le parole come campione della sua  generazione e della sua classe.

Dall'insegnamento alla scrittura 
La cultura classica fa parte del suo bagaglio, ed il successo alla Scuola Normale a diciannove anni, in cui consegue la laurea in filosofia  arrivando primo del suo corso, 1929,  (l'anno in cui incontra Simone de Beauvoir) non fanno che confermare un forte radicamento nella tradizione culturale. Ma Sartre non si priverà tuttavia dei riferimenti della cultura  contemporanea: i fumetti, i film di avventure visti con Anne-Marie, la madre  quand’ era ragazzo  e più tardi la passione per i  romanzi polizieschi, l'interesse per tutte le manifestazioni moderne dell'arte e  l’attrazione per le  città americane sono  alcuni esempi.  Professore a Le Havre,  a Berlino, nel 1933 -1934, in  anni decisivi, avendo  Hitler preso il  potere nel 1933, a Neuilly infine. Sartre abbandona l'insegnamento alla Liberazione per dedicarsi alla sua attività di scrittore. Ma, lasciando la carriera d’insegnante, Sartre non ne abbandonò i modi, e si può dire che fu, per trent’ anni, il professore dei francesi alla ricerca di un maestro.
 

Dalla scrittura all'esistenzialismo
Filosofo di formazione, Sartre scrive molto durante gli anni di gioventù alternando saggistica e narrativa: un saggio su L'immaginazione (1936), La trascendenza dell'ego (1937) (in queste prime opere di psicologia fenomenologica, l'influenza di Husserl è netta); un romanzo, La nausea (1938); novelle, Il muro (1939), e lavora al ciclo romanzesco  che diventerà  "Les chemins de la libertè" (1945 -1949). Ispirandosi alle tecniche di Joyce e dei  romanzieri  americani (Faulkner, Dos Passos), Sartre si sforza, in queste narrazioni, di cancellare  la presenza del romanziere per lasciare i suoi personaggi riportare da soli la loro esperienza immediata e riportare soltanto questa. 

 La prima forma di scrittura che Sartre sviluppa, dunque, parallelamente alla  riflessione filosofica è la scrittura narrativa, romanzesca, senza ricercare una  saldatura  tra le due: al contrario, La nausea è come  un  saggio  sul contingente (in filosofia: ciò che è gratuito, non necessario, ipotetico) e sono pertanto  i filosofemi esistenzialisti  che sottendono  l’esistenza angosciata di Roquentin, il personaggio principale, che tiene un sorta  di diario dove sembra soffocato  dalla coscienza dell'esistenza, questa cosa enorme che «nessuno vuole guardare  in faccia» (Il muro). 
«L'esistenza precede l’essenza» 
Questa visione del mondo predominata dal disgusto, dalla disperazione, dal dolore inferto dalla gratuità delle cose e percorsa da immagini oscure e vischiose,  caratterizza il primo Sartre, che diffida molto delle ideologie sia estetiche che politiche  (marxismo, surrealismo), sedotto com’è da  questa morale esistenzialista secondo la quale l'uomo deve costruire il suo modo di vivere, poiché «l'esistenza precede l’essenza» e l'uomo si definisce in rapporto agli altri. Esistere, è dunque essere nel mondo, essere per l’altro, e quest'esistenza deve essere colta  in modo concreto e storico. La libertà è la caratteristica fondamentale dell'esistenzialismo sartriano: poiché Dio non esiste, l'uomo è soltanto ciò ch’egli vorrà essere e ciò che farà. 
L’urto brutale  tra Sartre e la storia – coscritto militare, prigioniero in Germania, dalla quale scappa – incarna questa filosofia, e porge un  contenuto concreto alle parole esistenza,  libertà,  impegno. Ed è la storia ancora che offre le quinte ai romanzi del ciclo  "Les chemins de la liberté", L'età della ragioneIl  rinvio, cominciati nel 1939 e pubblicati nel 1945, mentre La morte nell’anima, uscirà nel 1949: la vicenda  del ciclo si svolge dal 1937 al 1940, adotta la tecnica “simultaneista”, e mescola personaggi ed intrighi su sfondi di viltà, di vite murate, che la storia si incarica di fare scoppiare. 
«L'esistenzialismo è un umanesimo» 
 
Alla Liberazione, Sartre, Simone de Beauvoir ed i loro amici - Queneau, Leiris, Giacometti, Vian e Camus (con il quale le relazioni non sono facili) - diventano improvvisamente famosi: gli  esistenzialisti, i resistenti, la sinistra, i giovani intellettuali che frequentano  Saint-Germain-des-Prés sono più o meno confusi all'occhio del grande  pubblico. Sartre è inviato negli Stati Uniti dal giornale Combat  per “coprire” la conferenza di Yalta. Al suo ritorno  spiega che cos' è l'esistenzialismo in una conferenza a Parigi: "L'esistenzialismo è un umanesimo."  Fonda, questo stesso anno 1945, la rivista  Les temps modernes. La gloria attira l’odio: non c’è stato intellettuale più pervicacemente  detestato di Sartre - dai cristiani, dai comunisti, dai benpensanti - come anche  da Céline, che lo definisce "il rivoluzionario alla birra".
 
Il teatro come tribuna
A partire da questo momento, Sartre, e con lui Simone de Beauvoir, non lasciano  più la scena. La scrittura drammaturgica, scoperta in piena occupazione, inseparabile ai suoi occhi dal resto della storia e dell'azione collettiva, finisce col completarne ed ampliarne  la celebrità che si estende ben al di là dei confini della Francia. Sotto l'occupazione, aveva scritto e fatto recitare Le mosche (1943), anno anche della pubblicazione del suo immane lavoro  filosofico, L’essere e il nulla - dove si manifesta l'influenza di Husserl -, come anche Porte chiuse (1944). Nel 1946, pubblica La puttana rispettosa e Morti senza sepoltura; nel 1948 Le mani sporche. La sua concezione del teatro lo induce a  rifiutare il teatro psicologico e realistico, fondato su personaggi e caratteri, quanto il teatro d'intrattenimento. 

L'esistenza messa in scena
 Raccomanda un teatro dove si discutano le grandi questioni contemporanee, attraverso personaggi presi in situazioni limite, violente, la cui sfida è sempre la libertà, la responsabilità, il senso dell’esistenza, estremi predicati   spesso in contraddizione con l'azione. Oreste, nelle Mosche, si definisce con l'omicidio che compie, omicidio giusto  poiché si oppone all'abuso del  potere ed alla tirannia. I tre personaggi di Porte chiuse  (riuniti in un salone per l'eternità poiché sono già morti) sono condannati per sempre a giudicarsi e ad essere giudicati, essendo ciascuno prigioniero della
coscienza dell’altro - da cui la formula famosa: «L'inferno, sono gli altri». («L'enfer, c'est les autres »).
La logica rivoluzionaria 
Alcune pièces teatrali  come Le mani sporche, ponendo la questione della logica rivoluzionaria (che può condurre ad uccidere) e della coscienza che vi si oppone, o come Il diavolo ed il buono dio (1951), o I sequestrati di Altona (1959) - la prima che rinvia a una contrapposizione netta tra  Satana e Dio, mentre l'eroe cerca il senso della sua esistenza attraverso l'azione, la seconda dove un ufficiale nazista è trascinato davanti  ad un tribunale immaginario - testimonia il posto di rilievo della politica in questo  teatro: come in Grecia, la scena è un’agora dove un popolo sfinito ma esigente vede esposti  i problemi principali della città Altre pièces (Kean, adattamento da Dumas,1953;  Nekrasov, satira dell’ambiente giornalistico,1955; o anche un rifacimento de Le troiane, da Euripide,1965) testimoniano l'interesse  di Sartre per il teatro, come per le arti della  comunicazione in generale. Sartre ha scritto molte sceneggiature cinematografiche, ha concesso numerose interviste, ed ha partecipato  assiduamente a  conferenze e  trasmissioni radiofoniche.

 La Critica della ragione dialettica (1960) segna una svolta. Il marxismo, fino – ad allora ignorato da Sartre, ormai è ammesso come dato ineludibile, ma il suo progetto intelletuale non è sostanzialmente  modificato. Le strutture socioeconomiche appaiono come elementi esterni e inerti, con e contro  i  quali la libertà degli uomini dovrà sempre misurarsi. 

Dalla lotta  politica alla scrittura
 L’ impegno politico si estrinseca nella  continua attività  giornalisticaa, che va dalla collaborazione a Combat  fino alla direzione del giornale maoista la Cause du peuple, del trotzkista Révolution, fino a  Libération. Esperienze che occorre  mettere sullo stesso piano, perché significano la stessa volontà di essere presenti per testimoniare, denunciare, agire, come anche  le numerose prefazioni ad opere letterarie e politiche spesso contestatarie e marginali (per Genet, Leibowitz, Fanon).
Terzomondista  convinto, Sartre, ad esempio, ha prefato le opere di  Senghor e Lumumba. Nella commovente  prefazione-manifesto alla ripubblicazione di Aden-Arabia, riabilita in modo vibrante il suo amico Paul Nizan, ferocemente attaccato dai comunisti. I dieci volumi di Situazioni (1947 -1976) raccolgono tutto questo immane lavoro critico e politico.

 Un impegno permanente
Testimonianza  delle sue collere, dei suoi odi e delle sue passioni, i testi di Situazioni disegnano un percorso politico originale. Attraverso l’ RDR (Rassemblement démocratique révolutionnaire), sogna una terza via (tra stalinismo  gollismo), al maoismo, passando per tappe complesse e depistanti  per tutti coloro che lo avrebbero voluto di una sola parte, la loro. Prende posizione a favore di Israele al momento della creazione dello Stato ebreo, nel 1948, preceduta dalle Riflessioni sulla questione ebraica (1946), dove Sartre sostiene che il problema non è la questione ebraica ma quella dell'antisemitismo; denunzia i campi di concentramento sovietici, con Merleau-Ponty, nel 1950; rompe l’alleanza coi  comunisti in occasione della guerra fredda, prima che l'intervento sovietico in Ungheria consumi la rottura definitiva con il  PCF  che tuttavia non disprezzerà  mai; sostiene la virulenta posizione anticolonialista di Temps modernes  (firma il manifesto dei 121,contro la guerra dell'Algeria, e, con Gisèle Halimi e Simone de Beauvoir, pubblica una saggio  sulla tortura, Djamila Boupacha, nel 1962). Stesso ardore  contro la guerra del Vietnam e stesso impegno nel maggio 68 a fianco  degli studenti e degli operai.
Il "romanzo vero"

Nel corso  di una vita così occupata, la scrittura tuttavia tiene il posto principale, e benché gli venga conferito  il premio Nobel nel 1964  Sartre lo rifiuta, trovandolo troppo legato al blocco occidentale. Lo merita certamente: romanziere, drammaturgo, saggista, filosofo, Sartre è anche uno straordinario critico letterario. Inventore della  "biografia esistenziale " pensata per  questi "lavoratori
dell'immaginario", doppi o fratelli, per  i quali l'autore di Che cos’è  la letteratura? (1947) tende a ricomprendersi – da  Baudelaire (1947) a Genet (Saint Genet, attore e martire, 1952) e soprattutto a
Flaubert (L'idiota della famiglia, 1971 -1972, incompiuto) - fonda un metodo critico molto personale, che arriva al "romanzo vero" dell'autore affrontato ed il cui punto di partenza è sempre lo
stesso:  «Come si diventa  un uomo che scrive?»  In questo confronto con altri immaginari, la letteratura perde  la sua definizione immediata, impegnata, che consiste nel rivelare il mondo per cambiarlo e diventa cosa più torbida e più angosciante, potere di annientamento, stupore dove gli esseri scompaiono, poiché scrivere è decidere di assentarsi dal mondo. Essendo un autore autentico, dunque quello che «ha più o meno scelto l'immaginario», Sartre appartiene ad un'età che si può solo temere definitivamente tramontata, dove, per volere cambiare il mondo, occorre anche proclamare i diritti e il potere dell’immaginazione.

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La Frusta! Cerca nel Web
dal 3 gen. 2003
« Perché in Francia è tanto più vantaggioso sbagliarsi con Sartre piuttosto che aver ragione con Aron? (...) Perché l'evidente lealtà e il supremo buon senso di Aron non faranno mai parte delle speranze e dei sogni che determinano la qualità di una generazione? »

Jean-Paul Enthoven
Nouvel Observateur 
24 aprile 1980


Jean-François Revel (1924 - 2006) a proposito di Sartre 

“Perché lo scrittore francese più rappresentativo degli anni '50 e  '60 ha odiato la libertà, lui il filosofo della libertà? Perché questo pensatore così intelligente approvò la notte intellettuale del comunismo? 

Perché il fondatore della famosa rivista   Les Temps modernes non comprese nulla del suo tempo? Perché questo ragionatore sottile è stato una delle grandi vittime  intellettuali del nostro secolo?

Invece di sfuggire a queste evidenze, sarebbe meglio tentare di spiegarle. Il problema non è quello delle aberrazioni di un uomo. E' quello di una cultura.  Per risolverlo ispiriamoci a ciò che Sartre ha insegnato e non a ciò che ha fatto, alla sua filosofia della responsabilità e non ai suoi atti irresponsabili, alla sua morale autentica e non alla sua ideologia della falsificazione".

Citazione estratta da un editoriale radiofonico diffuso da Europe 1 il 21 aprile 1990. 

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Apparso nel 1943, "L'Essere e il nulla" prende origine dai primi saggi su Husserl, dove Sartre scopriva che il soggetto nega il mondo, in quanto ne sconfina, in particolare con l'immaginazione, la quale è appunto un'attività negativa. Tale principio dà vita a una fenomenologia delle situazioni negative dell'uomo. Il libro descrive il fallimento dell'uomo che pretende di idealizzare l'assoluto. 


«Ogni giorno in libreria  arriva  un libro di Sartre. Questo quarantenne ha già scritto migliaia di pagine sul niente, sull'essere, sull'angoscia, sulle camere d'albergo, su Giove, su Elettra e sulle mosche. Niente si salva da questo grafomane, né il teatro  né la filosofia né la letteratura né l'intimità dei veri poeti..
I Giornali intimi di Baudelaire sono apparsi con una prefazione di Sartre che è molto più lunga del diario del poeta... Una lettura che gli sarebbe stata utilissima, egli l'ha rovinata perdendo il tempo a scrivere.»  

Vitaliano Brancati
da "Diario romano" (anno 1947)


Un giudizio di Vitaliano Brancati
È molto diffusa la tendenza a considerare Sartre come l'ultimo intellettuale "integrale". Per "possedere il mondo intero", è incorso in contraddizioni e ripensamenti tanto che sulla sua opera e la sua vita convivono ancora oggi giudizi inconciliabili. Illuminare tutti i volti di Sartre significa capire come un giovane apolitico abbia deciso di partecipare alla Resistenza, sia diventato stalinista, poi maoista e, infine, un maestro della contestazione. Questo studio è un'inchiesta, un'istruttoria appassionata in cui compaiono i nomi di tutti i protagonisti della cultura e della storia del Novecento, ora come testimoni, ora come imputati. 


Si vous avez des réticences à l'égard du personnage social qu'on désigne souvent par ses initiales, BHL, oubliez-les et plongez dans "Le Siècle de Sartre", une course folle dans ce XXe siècle qui s'éloigne, plus de 600 pages de passion, l'épopée d'un homme, d'une pensée, d'une existence, d'une liberté, d'une oeuvre. Ce livre vous dira que, pour juger un écrivain, il faut toujours en revenir à ce qui est écrit - pour Bernard-Henri Lévy comme pour Sartre et bien d'autres -, de préférence aux images de ce "moi médiatique, le moi social, le personnage, le masque, (...) dont Proust disait comme aurait pu dire Sartre, qu'ils étaient "une création de la pensée des autres"" . Il y a de multiples manières de lire ce foisonnant "Siècle de Sartre" guidé par un enthousiasme, un emportement, un élan vers Sartre contre la sinistrose ambiante, vers cette "liberté d'allure", ce "pied de nez aux tartuffes, aux pleurnicheurs professionnels, aux rabat-joie, aux Alceste, aux cancres de la religion du sérieux, qu'est le spectacle de cette vie menée au triple galop". Chacun, selon ses propres passions, cherchera son chemin dans ce texte, lui aussi mené au triple galop, mimétique de ce destin dont il rend compte, sans en ignorer les contradictions, les fautes, les échecs, qu'il interroge inlassablement. Pour Bernard- Henri Lévy, l'essentiel était de mener à bien une longue "quête philosophique" sur "le dernier en date - le dernier tout court ? - des grands philosophes européens".
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              -21.01.2000 Josyane Savigneau - 


[…] Se si approfondisce il comune sentire della cultura di oggi, si scopre che la Francia, di solito così indulgente nel celebrare le sue glorie, non si prepara a ricordare Sartre come ha fatto in questi anni per Dumas o Hugo o George Sand. Almeno non sembra, nel centenario della nascita dello scrittore. Più che a celebrazioni, si assiste al lavoro di rimozione, con qualche condizionamento freudiano sul suo pensiero politico. Sartre, già negli anni Ottanta, aveva smesso di piacere a una sinistra che aveva conquistato il potere e che non avrebbe voluto rileggere la lezione del filosofo sulla concezione del potere e dell' autoritarismo. La destra non gli ha mai perdonato i «veleni» da lui distillati nel perbenismo patriottico del Paese per trasformarsi nella formidabile stagione delle libertà civili, del femminismo militante, del rovesciamento dei rapporti di coppia e di famiglia, di una concezione libertaria della democrazia di cui ancora oggi si sente il bisogno a qualsiasi latitudine. La società civile, che continua a frequentare i bistrot di Saint-Germain, ha riscoperto il «privato». L' essere con gli altri, nel mondo e fra le cose; la concezione dell' uomo come progetto libero; la responsabilità sociale dell' intellettuale moderno che rinuncia persino al premio Nobel per dare ancora più forza di provocazione al suo pensiero; il moralista che prevale sul politico; l' eccesso di errori e intuizioni geniali: che cosa rimane di Sartre? Dice lo storico conservatore Jean-François Revel: «Posso convenire sul talento letterario e teatrale, ma la sua filosofia era già superata nella sua epoca. Si rifaceva a Hegel e Heidegger, sottovalutava il pensiero scientifico, quando tutto il mondo già parlava di Popper. La sua ricerca della verità e la sua esplorazione del mondo sono catastrofiche. Quanto al Sartre politico, di originale ci sono solo i suoi clamorosi abbagli, come l' idea che l' Unione Sovietica potesse essere un fattore di pacificazione del mondo. Certo, il suo spirito libertario e le sue battaglie per i diritti civili possono sedurre anche i conservatori, ma il merito di Sartre è relativo: ha vissuto profondi cambiamenti sociali, economici e del costume. Forse li ha anche rappresentati, ma lo spirito libertario è qualche cosa di diverso dall' amore per la libertà». In attesa di convegni e polemiche, la rivista l' Histoire alimenta la dissacrazione. L' anatomia del Sartre politico, letterato, filosofo, amante e marito - attraverso la voce di studiosi e testimoni - è uno schiaffo ai sogni di una generazione e appunto al mito. «Si era sempre sbagliato?» domanda retorica a proposito di Urss e comunismo, di gulag e libertà, di guerra al nazismo e di Vichy, di resistenza «militante» nei caffè parigini. Sbagliato e ambiguo, anche sul sesso e sull' amore («Vi amo e sono poligamo» scrive alla moglie). Forse sarebbe utile ascoltare chi ha continuato a studiare Sartre per una vita. Annie Cohen-Solal, che conobbe Sartre per una tesi su altro grande dimenticato, Paul Nizan, gli ha dedicato una monumentale biografia e ricorda che fu de Gaulle a definirlo «il Voltaire del XX secolo» e che Mitterrand invece lo detestava. «La sinistra non ha mai provato alcun sentimento di riconoscenza per l' uomo che aveva rotto con la borghesia». Nell' immenso scaffale dei dettagli, Annie Cohen-Solal ha pescato anche un divertente aneddoto sulla pizza napoletana, che Sartre definì crêpe al formaggio e pomodoro. Per il centenario, esce nel marzo prossimo, da Gallimard, un' elegante biografia illustrata (Sartre, un pensiero per il XXI secolo). Quando era un giovane professore di liceo, negli anni Trenta, abolì il registro delle presenze, si tolse la cravatta e scese dalla cattedra. C' era già tutto il suo pensiero, la sua straordinaria lezione di pedagogia dell' individuo e dell' uso del sapere. Sartre non era anarchico, era contro le gerarchie precostituite in tutti i campi della cultura e del potere. Considerava i professori gente che ripete tutta la vita la tesi di laurea. Gli allievi dicevano: studiamo e siamo felici, Sartre ci fa sentire uomini. Sartre mantenne questo atteggiamento in tutti i momenti della sua vita. Era modesto, disponibile, semplice. Rifiutava privilegi e buttava i soldi. Chiunque lo poteva avvicinare. Era uno specie di moderno socratico. Molti studiosi sono antropofagi: si scava nelle contraddizioni dell' uomo e del pensiero politico, confondendo valutazioni sbagliate e formidabili intuizioni. Sartre fu il primo a smuovere la cultura ufficiale sui fantasmi di Vichy e il primo a parlare di terzo mondo e colonialismo. Fu il primo a far conoscere nella Francia chiusa e nazionalista la cultura, il cinema e la musica americana. Ricordo un suo scritto illuminante, a proposito del rapporto dell' America con la guerra: «Gli americani non hanno la cultura delle città amputate e si sentono il centro del mondo». 

Massimo Nava
 

del  17 feb. 2005
Sartre ha perseguito questo progetto personale: "Essere ad un tempo Spinoza e Stendhal".
Nel decennale della morte di Raymond Aron

Quando la ragione aveva torto
di Jean-François Revel

Per definire nel modo migliore un intellettuale si potrebbe dire « È qualcuno che si sbaglia». E quando non si sbaglia?  Ebbene, allora mente. Giacché nulla è più doloroso per lui dire la verità. Da qui la meraviglia, lo stupore, quando una cultura si trova davanti un intellettuale che si sbaglia relativamente poco, e che non mente mai, cioè non dice mai il contrario di ciò che egli crede sia vero. La maggior parte degli articoli e dei dibattiti televisivi che il decimo anniversario della morte di  Raymond Aron ha suscitato in Francia esprimono l’imbarazzo della comunità intellettuale di fronte a questo fenomeno eccezionale: l’esattezza unita all’onestà e alla sincerità di un intellettuale. Il 12 ottobre in un programma televisivo che faceva un parallelo tra Sartre e Aron, lo storico Michel Winock, pur riconoscendo che Sartre si era sempre sbagliato e che Aron generalmente aveva avuto ragione, concludeva tuttavia in favore di Sartre perché diceva sempre Winock, «si era schierato dalla parte degli oppressi». Quali oppressi? Non certo quelli che subivano il totalitarismo sovietico  o le dittature marxiste del Terzo mondo. Nel  1954, tornando da Mosca Sartre dichiarava: «La libertà regna in  Unione  Sovietica. Di questa frase oggi si ride. All’epoca si sarebbe dovuto piangere. Nel 1973 egli confidava alla rivista Actuel: «Un regime rivoluzionario deve sbarazzarsi di un certo numero d’individui e, a parte la morte, non vedo altri mezzi».Malgrado queste prese di posizione sbagliate e indegne, Sartre ha raccolto per molto tempo più di Aron, il favore degli intellettuali. Ne è una testimonianza questa professione di fede, citata spesso e diventata un classico, di Jean-Paul Enthoven nel Nouvel Observateur del 24 aprile 1980: «Perché in Francia è tanto più vantaggioso sbagliarsi con Sartre piuttosto che aver ragione con Aron? (…) Perché l’evidente lealtà e il supremo buon senso di Aron non fanno mai parte delle speranze e dei sogni che determinano la qualità di una generazione? Sì, ci sarebbe piaciuto sapere… Non perché si ha ragione di ribellarsi. Ma perché, talvolta, si ha ragione di sbagliarsi».
In fondo  era un po’ la stessa conclusione di Winock nel 1993, malgrado un dossier schiacchiante per Sartre. Aron, in un certo senso, aveva avuto torto d’aver ragione. Insomma, il mondo sarebbe stato molto più bello se Sartre avesse avuto ragione, se il comunismo non fosse stato una galera, se il socialismo non fosse stato un errore. Il fatto che si sia sbagliato e che abbia mentito non è quindi così importante.
Aron è un enigma, un’eccezione, uno scandalo. Per solito l’intellettuale si sbaglia, il più delle vote volontariamente, come lo stesso Aron ha spiegato nell’Oppio degli intellettuali (1955), e come aveva già dimostrato nel 1927 Julien Benda nel Tradimento dei chierici. Dal momento che la norma è l’errore spalleggiato dalla menzogna , come mai ogni tanto spunta un intellettuale che aveva ragione e che non nasconde il suo pensiero? È qui il vero problema.
Per la maggioranza degli intellettuali, degli uomini politici, degli stessi scienziati, e soprattutto dei filosofi, la parola serve non tanto per esprimere la verità, ma per imporre il proprio punto di vista. E per imporlo, tutti i mezzi sono buoni, compresa la deformazione dei fatti, l’artificio dei ragionamenti ed eventualmente le vendette personali contro l’avversario. Gli individui che rifiutano questa utilizzazione tendenziosa del pensiero e che dello scritto hanno sempre costituito in tutte le epoche un’infima minoranza. L’opinione pubblica e soprattutto la comunità intellettuale rendono loro omaggio solo con molto ritardo e controvoglia.
È quando succede oggi con Aron. Nella stupefacente biografia pubblicata da Flammarion, il giovane studioso Nicolas Baverez fa bene a segnalare che il primo libro di Aron ad avere «un successo totale e senza riserve» fu Le spectateur engagé, del 1981, quando Aron aveva 76 anni! Il secondo libro, che ebbe un  successo ancora più grande, sono le Memorie, pubblicate nel 1983… cinque settimane prima di morire. All’epoca, un ammiratore di Sartre, Michel Contat, scrisse su Le Monde: «L’intellighenzia si sinistra, di cui Aron fu per tanto tempo lo spauracchio, l’avversario da disprezzare, adesso si trova ad essere aroniana o quasi».
Il che è vero  e nello stesso tempo falso. Vero, perché, grosso modo, si dà ragione retrospettivamente ad Aron, a proposito delle grandi battaglie ideologiche del secolo, che sono state perse dal totalitarismo. Falso, perché essere «aroniano» consisterebbe nell’applicare, oggi, il metodo aroniano, che è un metodo fatto di scrupoli, probità, ai nuovi dibattiti del nostro tempo, invece di applicarlo solo al passato. Ciò che caratterizzava  Raymond Aron non era l’infallibilità, dal momento che nessuno è infallibile, ma l’onestà e il lavoro al servizio del talento e dell’intelligenza. Come tutti, ha commesso degli errori,ma errori per così dire tecnici, che non scaturivano da una posizione ideologica di principio. Il suo insegnamento assomiglia in realtà a quello di Solženicyn: il dovere supremo del pensatore è la lotta contro la menzogna, sempre dura a morire, e la lotta per riaffermare la morale in filosofia e in politica.

Jean-François Revel

Corriere della sera
 del 18/10/1993
(Traduzione di Daniela Maggioni)

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In Francia in occasione del centenario della nascita
Esempio 1
L'ambizione smisurata, un po' demente, quando la divisione del lavoro intellettuale è già così  avanzata, di pensare tutto quello che c'è da pensare, fa dell'«intellettuale totale», come Sartre l'ha incarnato, una specie di Don Chisciotte un po' sorpassato e sfasato e, al tempo stesso, la figura concreta di ciò che resta, per ogni intellettuale, l'idea regolatrice della vocazione intellettuale.

Pierre Bourdieu, Prefazione a L'impresa intellettuale. Sartre e "Les temps modernes", di Anna Boschetti, Dedalo, Bari 1984
Simone de Beauvoir a Chicago nel 1952
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