Ferdinand de Saussure (e la linguistica)
Linguista svizzero . (Ginevra, 1857 - Vufflens-le-Château, 1913)  

Pronipote  di Horace Bénédict de Saussure, Ferdinand de Saussure, il fondatore della linguistica moderna, nacque in una famiglia di alta cultura scientifica. Frequenta l’università di Ginevra nel 1875, comincia i suoi studi universitari, ma dopo due semestri, abbandona le scienze esatte e prosegue studi linguistici a Lipsia, Berlino e Parigi. Nel 1877, appena  ventenne, Saussure comunica alla Società di linguistica di Parigi la sua notevole Memoria sul sistema primitivo delle vocali nelle lingue indo-europee. A 22 anni, presenta a  Lipsia la sua tesi di dottorato: Dell’impiego del genitivo assoluto in sanscrito.

A questo periodo di produttività precoce succede un lungo periodo di silenzio. Alcune testimonianze permettono di supporre che, non soddisfatto delle spiegazioni parziali, “atomistiche”, Saussure cerchi di stabilire principi metodologici coerenti e che si rifiuti di render note, nella loro forma prematura, le sue riflessioni sulla linguistica generale: la sua opera consiste dunque in corsi, dati all’università di Ginevra, da 1891 alla sua morte.

Opera postuma
Opera postuma  il suo Corso di linguistica generale esce nel 1916, redatto dopo la morte del maestro per mano di due  suoi discepoli, tratto dalle note prese dagli studenti durante i suoi corsi.

Si possono presentare i grandi temi dell’insegnamento saussuriano nel modo seguente: la lingua non è una facoltà, ma un’istituzione sociale di tipo particolare. La lingua è uno strumento di comunicazione, un sistema di segni, ma non il solo. Occorre dunque prevedere una scienza generale avente per oggetto lo studio di tutti i sistemi di segni: la semiologia, di cui la linguistica è parte.  Il segno non è, ma si ha troppo tendenza a crederlo, indice (o segno) di qualche cosa. È un’entità organica, un’unità a doppia faccia, risultante dall’unione di una faccia significante (le quattro lettere della parola gatto) e di una faccia significato (il gatto).  Ciascuna delle due facce si definisce in relazione all’altra.

I fenomeni linguistici si presentano sotto due aspetti diversi: la lingua e la parola. La lingua è un fatto sociale, un sistema astratto, mentre la parola è soltanto una manifestazione concreta che, secondo gli individui e le circostanze, può presentare variazioni, che sono senza importanza. Essendo la lingua concepita come un sistema, le unità che la compongono sono interdipendenti e valgono soltanto in virtù delle relazioni che le legano le une alle altre. Il compito scientifico consiste dunque nello studiare un sistema e determinare il posto che occupa ogni elemento in questo sistema, e non a sottoporre all’esame un’unità isolata, indipendentemente dalle altre.
Un sistema linguistico evolve  nel tempo, e occorre guardarsi dal confondere lo studio del funzionamento di un sistema linguistico in  un momento dato della sua storia, da un lato, e lo studio dell’evoluzione di questo sistema, dall’altro. Ciò lo induce a distinguere un momento sincronico (primo caso) da uno  diacronico (secondo caso).
In anticipo sul suo tempo, Saussure fu mal  compreso dei suoi contemporanei. Tardi  ha esercitato un’influenza considerevole sulla linguistica generale, in particolare in Europa, e su grandi figure non soltanto della linguistica, come Troubekoj  ed Hjelmslev, ma anche delle altre scienze umane.
La linguistica è di per sé, secondo Ferdinand de Saussure, la scienza avente per oggetto “la lingua considerata in sé e per sé”. Se questa definizione ha funto da idea guida allo sviluppo della linguistica strutturale, lo studio della lingua e delle lingue conosce numerosi sviluppi che gli sfuggono. 

Storia della linguistica

Dalla grammatica alla linguistica
Le più vecchie teorie conosciute della lingua appaiono quasi venticinque secoli fa in India ed in Grecia. Panini redige tra il V e il VI  secolo prima della nostra era una grammatica del sanscrito che costituisce ad un tempo una descrizione eccellente della sua lingua ed una riflessione acuta sul suo funzionamento. In Grecia, lo studio della lingua è legato alla filosofia che studia il legame tra lingua e logica - le due parole che provengono dal greco logo. Anche Platone (V-IV secolo a.C.) e  Aristotele (IV  a.C) se ne interessarono.

La grammatica di Port-Royal (1660) di Antoine Arnauld (1612-1694) e di Claude Lancelot (1615-1695) è il primo tentativo moderno di formulazione di una teoria della lingua. Parte dall’idea che esiste un legame tra lingua e logica e dunque che la lingua è una rappresentazione del pensiero. Le varie categorie di parole  corrisponderebbero a categorie logiche, le differenze tra le lingue sono analizzate come variazioni di “superficie”.
All’inizio del  XIX  secolo appare in Europa la grammatica comparata, che tenta di ricostruire le lingue originali da cui provengono le varie lingue del mondo. Dalle osservazioni di William Jones nel 1786, si apprendono le analogie tra il sanscrito e la maggioranza delle lingue europee, e si tratta di comprendere in quale modo tutte queste lingue sono apparentate. I lavori di Franz Bopp, dei fratelli Grimm e di Friedrich von Schlegel sfoceranno inizialmente nell’elaborazione di leggi fonetiche che spiegano l’evoluzione dei suoni attraverso il tempo. Applicando queste leggi al problema della lingua madre, si riuscirà così a ricostruire una lingua ipotetica, battezzata indo-europea.

Il corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure
Lo svizzero Ferdinand de Saussure (1857-1913) è il primo ad effettuare un’analisi della lingua di tipo strutturale, essendo gli elementi del sistema definiti sulla base della loro funzione e non su quelle delle loro caratteristiche foniche. La sua teoria è presentata nel suo Corso di linguistica generale (1916), che rivoluzionerà lo studio dei fatti della lingua.
Vi si trovano distinzioni che saranno al centro delle concezioni della linguistica del  XX  secolo: distinzione tra il linguaggio (la facoltà generale che hanno gli esseri umani di parlare), la lingua (ogni strumento linguistico particolare) e la parola (tutte le realizzazioni individuali); distinzione tra le relazioni sintagmatiche (relazioni che un’unità linguistica mantiene con altre unità presenti nella catena del discorso) e le relazioni paradigmatiche (relazioni che mantiene con unità assenti e che potrebbero occupare il suo posto); distinzione tra il  significante (ossia la forma concreta acustica o fonica) e il significato (il concetto, il contenuto semantico, tutte le realtà alle quali rinvia il significante).  Inoltre, lo studio sincronico è da distinguere dallo studio diacronico, ossia, nel primo caso, la linguistica studia stati della lingua in un momento dato e, nell’altro, l’evoluzione linguistica.
Per Saussure, tutti i fatti linguistici sono da studiare e la linguistica deve dunque abbandonare ogni punto di vista normativo.  Questo principio implica anche che tutte le lingue sono degne di diventare oggetto di studio, nessuna essendo   superiore ad un’altra o più interessante di un’altra. 

Leonard Bloomfield e lo strutturalismo americano
È  con Edward Sapir (1884-1939) e Leonard Bloomfield (1887-1949) che la linguistica americana prenderà le sue caratteristiche proprie. E. Sapir è soprattutto conosciuto per i suoi lavori sulle relazioni tra lingua e visione del mondo (in particolare, “l’ipotesi Sapir-Whorf” secondo la quale è la lingua a organizzare la cultura di una Comunità). L.Bloomfield elabora una teoria linguistica behaviorista (comportamentista) che rifiuta di tenere conto del senso degli enunciati per lavorare soltanto sui comportamenti associati all’impiego di questi enunciati, essendo la comunicazione riportata al modello stimolo-risposta. Nel suo lavoro La lingua (1933), L. Bloomfield insiste soprattutto sulla segmentazione dell’enunciato linguistico in unità (la frase è segmentata in costituenti immediate, quindi in morfemi), di cui studia la distribuzione e classifica le varianti.

Il  circolo di Praga e la fonologia
Nel 1926, un gruppo di giovani ricercatori russi (Roman Jakobson, Nikolaj Trubeckoj) e cechi (Vilem Mathesius, B. Trnka, J. Vachek) fonda il circolo linguistico di Praga. Distinguendo la fonetica dalla fonologia, la prima studia  i suoni della parola e la seconda i suoni della lingua, questi ricercatori fondano la fonologia strutturale che concepisce la lingua come un sistema che risponde ad una funzione (la comunicazione) e mettendo in opera i mezzi necessari per assumere questa funzione. Nei Principi di fonologia (publ. pos., 1939), N. Trubeckoj definisce il fonema come la più piccola unità funzionale, e l’opposizione fonologica come l’opposizione fonica che permette di distinguere due unità semantiche.

Altri linguisti si aggiungono al circolo di Praga, come l’inglese Daniel Jones ed i francesi Émile Benveniste ed André Martinet, che sono i principali propagatori di queste tesi.

La scuola di Copenaghen e la glossematica
I due linguisti danesi, Louis Hjelmslev e Knud Togeby, hanno ripreso dall’insegnamento di F. de Saussure l’idea che la lingua è una forma e non una sostanza, che crea la glossematica (dal greco glôssa che significa “lingua”, più matematica ) e che cerca di costruire un tipo d’algebra della lingua considerata gioco puro di differenze. Sul modello del circolo di Praga, L. Hjelmslev crea, nel 1931, il circolo linguistico di Copenaghen. I prolegomeni ad una teoria della lingua (1941) restano il suo testo più importante. In quest’approccio epistemologico, solo la presentazione della coppia connotazione/denotazione, ripresa e trasformato da Roland Barthes, ha fatto scuola.

La linguistica francese
Le due figure significative della linguistica francese moderna sono Emile Benveniste ed André Martinet.  Benveniste ha sistematizzato la nozione di radice (una vocale alternante tra due consonanti) e si è molto rapidamente convertito ad un approccio strutturale del lessico, studiando particolarmente il vocabolario delle istituzioni indo-europee. Quindi si è dedicato alla linguistica generale (Problemi di linguistica generale,  1966-1974), che apporta contributi importanti alla teoria dell’arbitrario nel segno ed a quella dei tempi e dei pronomi.

A. Martinet propone una teoria generale della lingua, conosciuta sotto il nome di funzionalismo, approccio strutturale che non trascura tuttavia la dimensione storica e che analizza i fatti della lingua alla luce della funzione - considerata come centrale - di comunicazione. Partendo dall’acquisizione della fonologia - che ha contribuito a migliorare, in particolare in ciò che riguarda la teoria dell’ arcifonema e della neutralizzazione, A. Martinet elabora la nozione di doppia articolazione, supponendo che la lingua sia segmentata, da una parte, in monemi (unità linguistiche aventi sia una forma che un senso, che classificherà a partire dal modo in cui esse segnano la loro funzione) e, d’altra parte, in fonemi (unità linguistiche aventi soltanto una forma e non un senso); questa visione gli permette di mostrare come alcune decine di fonemi permettono di formare migliaia di monemi che, a loro volta , si riuniscono negli enunciati linguistici.

Verso una grammatica generativa
Situandosi inizialmente  nella scia della scuola bloomfieldiana, l’americano Zellig Harris formula i principi dell’analisi distribuzionale, in particolare  in Methods in Structural Linguistics (1951). Rifiuta l’utilizzo del criterio di senso per fondare la descrizione linguistica sull’inventario della distribuzione dei fonemi e dei morfemi, ossia sulla somma degli ambienti di queste unità. Sviluppa così un’analisi della frase in costituenti immediati. Z. Harris evolve in seguito verso una linguistica transformazionale partendo principalmente dal problema delle ambiguità sintattiche. Se una frase può avere due sensi, questa difficoltà può essere spiegata risalendo al nodo a partire dal quale, per trasformazione, è costruita questa frase. In un altro settore, l’apparente  identità di struttura di due frasi – “il carpentiere lavora domenica” ed “il carpentiere lavora il legno" - può essere confutata constatando che non si presta  alle stesse trasformazioni.
Noam Chomsky discepolo di Z. Harris, utilizzerà quest’idea di trasformazione in tutt’ altro modo. Volendo superare la fase classificatoria della linguistica, vuole elaborare un modello delle lingue e del  linguaggio, e parte dal principio che una grammatica è costituita da un insieme finito di norme che permettono di produrre un insieme infinito di frasi.
Una descrizione sintattica (o grammatica generativa) deve dunque descrivere per N. Chomsky tutte le norme la cui applicazione permette di produrre tutte le frasi corrette della lingua.

Ritornando alle concezioni della grammatica di Port-Royal, distingue così tra le strutture profonde e le strutture superficiali, le seconde provenendo dalle prime con applicazione delle norme di trasformazione.  Per eliminare l’ambiguità di una frase - fenomeno di “superficie” -, basta risalire la sua storia generativa, ossia occorre applicare le norme di trasformazione alla rovescia, per trovare la struttura profonda interessata.

La  sociolinguistica
Il  francese Antoine Meillet (1866-1936) è il primo ad insistere sulle relazioni tra la lingua e la società. In un articolo intitolato  Come le parole cambiano senso, si preoccupava di studiare le  connessioni tra ambienti sociali ed alternative linguistiche.  In modo più generale, A. Meillet considerava che la lingua è un fatto sociale e che il compito del linguista è di precisare a quale struttura sociale corrisponda una struttura linguistica determinata.
Dopo essere stata a lungo trascurata, l’analisi sociale della lingua, verrà sviluppata da due orizzonti molto diversi, quello dei linguisti che si richiamano al marxismo e quello della sociolinguistica americana.

Per ciò che riguarda il marxismo, è soprattutto Paul Lafargue che, in un articolo dedicato a  La lingua francese prima e dopo della rivoluzione  (1894),   analizzò l’influenza sul vocabolario di un evento politico e sociale significativo. Tra il 1920 ed il 1950, la linguistica sovietica ufficiale, centrata sui lavori di Nikolaï Marr - che afferma che la lingua degli operai avrebbe, nonostante le varie lingue, caratteristiche comuni - non farà più avanzare questo approccio.
L’innovazione viene dagli Stati Uniti dove si sviluppano, a partire dagli anni 1960, un’etnologia della parola, attorno a ricercatori come Dell Hymes o John Gumperz, che lavorano sulle interazioni e i rimandi interni che si possono individuare dietro l’utilizzo della lingua. Alla stessa epoca, in Gran Bretagna, Basil Bernstein studia le relazioni tra forme linguistiche e classi sociali.

Più importante è il contributo di William Labov, tanto a livello metodologico che sul piano teorico. Osservando la lingua nel suo contesto sociale, arriva a definire una comunità linguistica come un gruppo di locutori che condividono un insieme di atteggiamenti sociali verso la lingua: non   individui che praticano le stesse varianti, ma individui  che valutano queste varianti allo stesso modo.

La psicolinguistica
Alcuni ricercatori hanno voluto mettere l’accento sulle relazioni tra i messaggi scambiati dai  parlanti e lo stato mentale di questi parlanti: è il settore della psicolinguistica. Questa scienza prese corpo negli anni 1950 per opera di alcuni psicologi (C.E. Osgood, J.B. Caroll) e di linguisti (T.E. Sebeok, F.G. Lounsbury). Il progetto iniziale della psicolinguistica era di analizzare il modo in cui le intenzioni del locutore erano trasformate in messaggi che l’interlocutore poteva interpretare. Lo psicologo B.F. Skinner intervenne a sua volta nel dibattito, proponendo (Il comportamento verbale, 1957) una psicologia della lingua fondata sul comportamentismo (behaviorismo, altrimenti detto). Altri psicologi, come il sovietico Lev Vigotski o lo svizzero Jean Piaget, apporteranno anche il loro contributo alla costruzione della nuova disciplina. I ricercatori influenzati dalle teorie di N. Chomsky, dalla loro parte, svilupperanno un approccio psicolinguistico nel quadro dell’analisi generativa.

La linguistica applicata
La linguistica applicata consiste nell’utilizzo dei metodi della linguistica o dei risultati delle descrizioni linguistiche per risolvere diversi problemi tecnici o sociali.

L’applicazione della linguistica all’insegnamento
In primo luogo, la linguistica ha dato un grande contributo all’insegnamento delle lingue, che si tratti della lingua materna o delle lingue straniere. Si è potuto, ad esempio, mostrare che le difficoltà incontrate nello studio di una lingua straniera erano in parte spiegabili con le differenze di struttura tra la lingua di partenza  e la lingua d’arrivo, e che era possibile elaborare metodi d’insegnamento delle lingue straniere tipiche della lingua materna. Così, la parola francese “bois”, che designa sia la materia (“il legno”) che un insieme di alberi ("bosco"), si oppone a "forêt" (foresta “un insieme di alberi più ampio”), mentre in spagnolo “leña” designa soltanto la legna da ardere, “madera” designa il legno da costruzione, “bosque” designa una piccola foresta e “selva” una foresta più estesa. Un francese che vuole apprendere lo spagnolo avrà dunque difficoltà a dominare questo vocabolario.  Quest’approccio, che porta il nome di  linguistica contrastiva, parte dall’analisi degli errori ricorrenti commessi dai principianti, cerca la loro spiegazione nelle differenze di struttura (sintattica, fonologica, semantica) tra la lingua materna e la lingua studiata, e sbocca in una metodologia pedagogica adeguata, che propone progressivi  esercizi correttivi.
Si è potuto anche mostrare che alcune difficoltà d’apprendimento del calcolo, in particolare in figli di migranti, non erano legate al calcolo stesso, ma a difficoltà di comprensione della lingua nella quale si insegnava questa disciplina, cosa che ha portato l’attenzione allo stesso tempo sull’importanza della lingua d’insegnamento e sulla disuguaglianza dei bambini provenienti da classi sociali diverse di fronte alla scuola. La linguistica applicata all’insegnamento è dunque un ramo importante della linguistica applicata, che ha  oggi il suo posto di rilievo nella formazione degli insegnanti.

L’applicazione della linguistica alla traduzione
Un altro settore nel quale le ricerche linguistiche hanno un’applicazione immediata è quello della traduzione, in particolare la traduzione simultanea. La proliferazione dei computer ha lasciato supporre la possibilità di sostituire il traduttore umano con una macchina, cosa che implicava descrizioni formali della sintassi e della semantica delle lingue interessate. Da questo punto di vista, i lavori di Noam Chomsky (che partiva dall’ipotesi che ci sono strutture comuni a tutte le lingue) sono sembrati,   tempo fa, promettenti, ma ci si è accorti che non si poteva trasporre in modo automatico una lingua in un’altra, e che era necessario passare per un tipo di lingua intermedia, a carattere universale. Questi lavori hanno aperto la via a ricerche che riguardano la linguistica matematica e gli universali del  linguaggio, ma i risultati per il momento sono limitati.

D’altra parte, la messa a punto di lingue di programmazione richiede una riflessione interdisciplinare tra linguisti e informatici, mentre, di contro, i lavori sull’intelligenza artificiale implicano che i linguisti utilizzino massivamente  l’informatica.

Le applicazioni della psicolinguistica
Nel settore della psicolinguistica, le applicazioni sono egualmente numerose, sia che si tratti dello studio dei disturbi del linguaggio sia dei loro rapporti con le lesioni corticali o con malattie mentali: la foniatria, la neurolinguistica, la psicopatologia o la patologia della lingua sono così campi privilegiati d’applicazione della linguistica, che è un aiuto prezioso nella comprensione ed il trattamento dei disordini dell’acquisizione e dell’uso della lingua.

Le applicazioni della sociolinguistica
Infine, la sociolinguistica ha avuto,   tra gli altri sbocchi, un ambito d’intervento fondamentale in ciò che si chiama la “pianificazione linguistica”, in particolare nei paesi che hanno ottenuto di recente  l’indipendenza: analisi del plurilinguismo, studio dell’emergenza di lingue veicolari, proposta di lingue d’unificazione, d’istruzione, normalizzazione del vocabolario, neologia, ecc.. I linguisti svolgono dunque un ruolo centrale nella descrizione delle situazioni linguistiche, la messa a punto di alfabeti per le lingue non scritte, la standardizzazione delle lingue, l’elaborazione di manuali scolastici, ogni cosa necessaria quando un governo decide per esempio di promuovere al rango di lingua ufficiale una lingua locale in sostituzione di una lingua ereditata dell’epoca coloniale. Ma occorre allora scegliere, fra le numerose lingue presenti, quella che potrà svolgere questo ruolo, e “equipaggiarla” in conseguenza. Si distingue qui tra la politica linguistica (cioè le grandi scelte in materia d’intervento sulla lingua o sulla situazione linguistica, che dipendono dallo Stato) e la pianificazione linguistica (l’applicazione concreta di queste scelte che richiede l’intervento dei linguisti).

Le politiche linguistiche possono cercare di intervenire sulla lingua (quando si vuole standardizzare, lottare contro i prestiti di lingue straniere, modernizzare creando nuove parole) o sulle lingue (quando si  vogliono cambiare i rapporti tra le lingue presenti). Nel primo caso, si noterà l’esempio del Québec, che lotta contro l’influenza dell’inglese sul francese, o della Turchia, che, all’epoca di Atatürk, ha modernizzato la sua lingua. Nel secondo caso, si citerà l’Indonesia che, dopo la sua indipendenza, ha saputo alzare una lingua veicolare, il malais, allo statuto di lingua nazionale, nonostante la grande molteplicità delle lingue presenti sul proprio territorio.

La linguistica, scienza modello
La fonologia ha, con il suo rigore metodologico, molto rapidamente sedotto specialisti di altre scienze umane. Nel 1942, Claude Lévi-Straussscopre lo strutturalismo seguendo i corsi di R. Jakobson. L’antropologia francese, fino a quel momento soggetta all’influenza  dalle scienze della natura, va fin da allora al seguito della linguistica generale, che sarà applicata a settori molto distanti dalla lingua.

All’inizio degli anni 1950, lo  psicoanalista Jacques Lacan scopre a sua volta la linguistica. Ne applicherà il modello di funzionamento all’inconscio, asserendo che quest’ultimo è strutturato “come una lingua”. Lo strutturalismo diventa di moda, e la linguistica è la scienza strutturale per eccellenza, l’applicazione privilegiata di questo nuovo approccio. Lo storico Pierre Vilar, l’economista François Perroux, il filosofo Henri Lefebvre, lo psicologo Robert Pagès fanno, fra gli altri, un impiego frequente dell’approccio strutturale, e la linguistica è ammirata per le sue procedure di descrizione che, si suppone, sfuggano allo psicologismo, insomma una scienza neutra. Grazie alla linguistica, le scienze dell’uomo sembrano di potere fare concorrenza in rigore con le scienze esatte, nonostante le cautele di alcuni linguisti che protestano contro quest’utilizzo metaforico dei loro concetti.

La linguistica, una scienza in crisi
La linguistica tuttavia si troverà di fronte a tutta una serie di questioni alle quali l’approccio strutturale non può più rispondere. In un primo tempo, si era considerato che esisteva una linguistica generale, che tratta  della lingua considerata come sistema astratto, ed articolata tradizionalmente in tre grandi rami: la fonologia, la sintassi e la semantica. La linguistica europea iniziava ad edificarsi a partire dal modello fonologico della scuola di Praga, mentre la grammatica generativa tentava di subordinare la semantica e  la fonologia alla componente sintattica, considerata come il nucleo centrale di una teoria della lingua. Ma se era relativamente facile analizzare i suoni della lingua in termini di struttura, quest’approccio sembrava meno bene adattarsi alla sintassi, tanto più che l’universo del senso resiste ancora più all’analisi. Ci si è resi conto che era difficile tenere un discorso teorico che includesse tutti i fatti di lingua.

In oltre, la scienza linguistica esplodeva  in diverse direzioni, che si tentava di considerare come sotto-rami della linguistica generale: la sociolinguistica, la psicolinguistica, la linguistica applicata come si è fin qui visto. Ma ciascuno di questi rami chiedeva precisazioni teoriche che rimettevano a volte in discussione i modelli fino ad allora utilizzati e l’unità della linguistica stessa.
Infine, si vedevano i punti di vista e gli approcci descrittivi variare considerevolmente. Ci si rese così conto che l’unità della scienza linguistica si basava su una sorta di finzione, che il modello ereditato dalla fonologia e che tutte le scienze umane avevano copiato non permetteva di federare la pluralità delle direzioni di ricerca e dei centri d’interesse.


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pagina a cura di Alfio Squillaci

In piena guerra mondiale, in fuga dallo sterminio nazista, Jakobson porta a termine un volumetto che definisce le basi "cognitive" della fonologia, e più in generale della linguistica. L'interesse del saggio è tutto volto a uno scopo ben preciso: se la fonologia è una componente centrale della facoltà del linguaggio, essa deve svolgere un ruolo essenziale anche nello sviluppo ontogenetico del linguaggio, cioè durante il processo acquisizionale del bambino, cosí come nella sua decostruzione, cioè nelle afasie. La linguistica viene vista come strumento indispensabile per lo studio del cervello. Allo stesso tempo, viene delineato un programma di ricerca multidisciplinare che ha segnato l'intero Novecento. Nuova edizione ampliata
Esempio 1
Saussure e altri linguisti  in Rete:

<<< Ferdinand de Saussure - Testi - Studi - Bibliografia. In fr.e in ing. Rigoroso ed essenziale. E' possibile scaricare testi di e su Saussure. Notevole il testo sulla storia critica del Corso e del rinvenimento di manoscritti saussuriani.
<<< Ferdinand de Saussure L'actualité du Saussurisme di  Algirdas-Julien Greimas in occasione del 40° anniversario di pubblicazione del Corso.

<<< Leonard Bloomfiled
Wikipedia. Ottimo profilo bio-bibliografico

<<< Roland Barthes - Vedine un profilo in questo sito.

<<< Zellig S. Harris -This web site is dedicated to the work of Zellig Harris in language, grammar, and information, and explores current related research in linguistics, computer science, mathematics, politics, and philosophy of science. A cura della Columbia University.




Ferdinand de Saussure
Leonard Bloomfield


dal 4 nov. 2007
André Martinet


Noam Chomsky
Edizione arricchita dalle ricerche testuali di Godel e di Engler e corredata del puntuale 'Commento' di Tullio De Mauro, diventato ormai parte integrante del testo anche nell'edizione francese e nelle versioni in altra lingua. Ferdinand de Saussure (Ginevra, 1857-1913) non completò mai il Cours al quale aveva atteso a partire dai suoi vent'anni. Nella forma attuale esso è la ricostruzione dei corsi ginevrini tenuti fra il 1906 e il 1911.
L'opera di Ferdinand de Saussure, e in particolare il suo "Corso di linguistica generale", rimangono un punto di riferimento obbligato per tutta la linguistica del Novecento. Con le teorie di questo grande linguista si sono misurati tutti gli studiosi di linguistica e filosofia del linguaggio del secolo scorso. Massimo Prampolini ci offre in questo volume una guida rigorosa ed essenziale alla vita e al pensiero di Saussure, tenendo conto del lavoro non solo filologico, ma interpretativo e teorico degli ultimi decenni.
Louis Hjelmslev
Il linguaggio ha una funzione importante nella nostra vita; però raramente gli prestiamo attenzione, forse perché ci è così familiare, e lo consideriamo qualcosa di scontato, come il respirare o il camminare. Le verità più profonde del linguaggio, quelle che hanno per noi il maggior peso, sono per solito ignorate in tutti gli studi. Questo libro tenta di parlarne in una forma semplice, e di mostrare la loro rilevanza per le cose umane.


Roman Jakobson


"I "Saggi di linguistica generale" mostrano le forti connessioni tra ambiti di ricerca apparentemente lontani. Si veda per esempio come i principi della metafora e della metonimia, prima di essere portati nell'ambito critico, servano ad illustrare fenomeni dell'apprendimento della lingua e dell'afasia; e come viceversa la funzione poetica venga instillata nel pieno degli elementi basilari della comunicazione linguistica. Jakobson è stato probabilmente il principale promotore dei movimenti strutturalista e semiologico; ma a prescindere dalle etichette, è un linguista che ha rinnovato, oltre che la sua disciplina, gli studi di poetica e dato un originalissimo apporto ai metodi della critica letteraria." (Cesare Segre)
Zellig Harris
Maestro riconosciuto e venerato, ma anche occultato, della linguistica americana, Harris ha sempre manifestato l'esigenza di introdurre la matematica nello studio della propria disciplina. Ed è una struttura matematica l'ordinamento gerarchico delle parole cui egli ricorre per dare conto della frase corretta e sensata. Inoltre Harris mostra costante attenzione per il significato: a sintassi e semantica va a suo giudizio attribuito un identico peso. Ed è proprio tale atteggiamento che gli permette di gettare luce sugli aspetti irriducibilmente paradossali del linguaggio: questo strano oggetto dove un supporto altamente formalizzabile (la sintassi) sostiene l'efflorescenza dei significati, che sfugge tuttora alle gabbie formali.
Nikolaj Trubeckoj
l libro discute quattro quesiti fondamentali: che cosa sappiamo realmente quando siamo in grado di parlare e comprendere una lingua? Come viene acquisita questa conoscenza? Come la usiamo? Quali sono i meccanismi fisici coinvolti nella rappresentazione, acquisizione e uso di questa conoscenza? Per Chomsky, l'analisi del linguaggio solleva questioni sulla natura umana che coinvolgono tanto le scienze naturali quanto la riflessione filosofica: il linguaggio infatti si presenta sia come potenzialità genetica determinata (e specifica dell'uomo), sia come manifestazione comunicativa e sociale. Il libro rappresenta una sintesi del tentativo chomskyano di riaccostare scienza e filosofia nello studio dei rapporti tra mente e linguaggio.
Connotazione e denotazione

La connotazione è il valore particolare, emozionale o culturale, che prende una parola, per un individuo o per un gruppo, e che viene ad aggiungersi al significato proprio di questa parola. Così intesa la connotazione si oppone alla denotazione. La nozione di connotazione, inizialmente utilizzata dalla logica scolastica, sebbene in modo abbastanza diverso dalla linguistica moderna, è stata formalizzata nella sua accezione attuale da Louis Hjelmslev e ripresa da Roland Barthes. Il segno, considerato da Ferdinand de Saussure in poi, come un'entità a due facce, un  significante ed un  significato, ha con la cosa designata una relazione di denotazione. Così, una frase come
"Sono le 11" indica normalmente l'ora attuale, in particolare in risposta alla domanda "Che ore sono ?"  La connotazione consiste nell’ utilizzare un segno nel suo insieme - significante e significato - come un  significante corrispondente ad un altro significato. Ne risulta un altro segno che include il primo. Così, la frase "Sono le 11" se  pronunciata dal professore alla fine di un  compito in classe che doveva concludersi alle 11 significa "È arrivato il momento della consegna dei vostri elaborati". In questo caso, il segno “sono le 11” che indica usualmente l'ora   è diventato il significante di un altro segno e connota la “restituzione dei compiti”.   

In linguistica, si designa per "denotazione" la proprietà che ha il significato di una parola di rinviare univocamente a tutta una classe di oggetti.
La denotazione costituisce un elemento di significato costante, non soggettivo, di un'unità lessicale, che vale per l'insieme dei fruitori della lingua; in questo senso, la denotazione si oppone alla  connotazione. Così, i nomi propri hanno una denotazione, ma non connotazioni.
La tendenza generale vuole che si ricorra all'opposizione denotazione/ connotazione al fine di distinguere ciò che costituisce il senso fondamentale e stabile di un'unità (la sua denotazione) da ciò che costituisce gli effetti soggettivi che possono sorgere del suo utilizzo in diversi contesti (il suo o le sue connotazioni).
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