Baruch Spinoza
Filosofo olandese  ( Amsterdam, 1632 - L'Aia, 1677)

Immerso  nelle scienze del suo tempo e fortemente influenzato da Hobbes e Descartes, Spinoza è uno dei più influenti filosofi razionalisti del XVII  secolo. Il suo pensiero, difficile, rigoroso, esigente, faceva perno su un  immanentismo radicale: nulla esiste che la totalità, e questo tutto - la Natura - è il solo Dio. Per lui, non c'è dunque né sovrannaturale, né Provvidenza, né giudizio finale: l'eternità del tutto non è un altro mondo ma la verità di quest'ultimo.   

Spinoza nacque ad Amsterdam, nel 1632, in una famiglia ebrea d'origine portoghese. Morì nel 1677 a L'Aia, senza avere mai lasciato l'Olanda, che era allora al vertice della sua potenza economica e della sua irradiazione intellettuale ed artistica. Avendo ricevuto una doppia formazione, ebraica (Talmud) e latina (la filosofia e la scienza cartesiana), Spinoza vi frequentò gli ambienti liberali più illuminati. Fu  amico di Simon de Vries e dei fratelli de Witt. Escluso della Comunità ebraica fin dal 1656 (ricevendone scomunica maggiore dalla sinagoga di Amsterdam), senza legame istituzionale né religioso, condusse di conseguenza l'esistenza di un uomo libero, alternando i lavori d'artigianato ottico (costruiva e molava lenti da vista) con il quale si guadagnava la vita, e la speculazione intellettuale, con la quale volle salvarla. 

Piccolo glossario dei termini spinoziani 
Sostanza: ciò che è in sé ed è concepita per sé. La sostanza esiste necessariamente; è unica ed assolutamente infinita; si esprime nell'infinito dei suoi vari attributi.  

Attributi: ciò che l'intelletto percepisce di una sostanza come costituente la sua essenza. Esiste un infinità di attributi, ma ne conosciamo soltanto due: il pensiero e la estensione. 
  
Modi: le modifiche, o affezioni, della sostanza. I modi sono le cose singolari; esistono sempre in un'altra cosa, per mezzo della quale sono anche concepiti.  
 
Conato: lo sforzo con il quale ogni cosa tende a perseverare nel suo essere.   

Passione: la passione (affectus, che si traduce talora con “sentimento„) è un'idea confusa con la quale l’anima afferma con forza l’esistenza del corpo, o di una delle sue parti . È da connettere e distinguere dall'affezione (affectio), che è soltanto una modificazione della sostanza, o dei suoi modi. In pratica, la passione si dice piuttosto del corpo; e l’affezione, dell’anima. Le  tre passioni fondamentali sono il desiderio, la gioia ed la tristezza.

Deus sive Natura -   Dio, o Natura   
Spinoza passa per panteista, e questa denominazione, benché sia anacronistica (la parola appare soltanto nel XVIII secolo), riassume bene una caratteristica del suo pensiero. Spinoza che si rifiuta di definirsi ateo, non riconosce tuttavia alcuna divinità trascendente. La Natura è il tutto del reale, ed è questa totalità che egli chiama Dio. È poco dire che esiste: è l'esistenza stessa, nella sua necessità eterna e nella sua produttività infinita. Tutto ciò che è,  è in Dio, che è causa di sé (causa sui), e che è anche, per ciò stesso, la causa - immanente e non transitiva - di tutto ciò che contiene. Non è dunque altro che Natura (Deus sive Natura  scrive Spinoza: “Dio, ossia la natura”), che è allo stesso tempo la causa di tutto (che Spinoza chiama “natura naturante”) e la totalità dei suoi effetti (“natura naturata”).  

Realtà e perfezione 
I suoi contemporanei vi hanno visto per la maggior parte un ateismo mascherato: se la Natura è Dio, qualsiasi credenza in un Dio sovrannaturale o trascendente è in effetti esclusa, e tale è giustamente il senso dello spinozismo. La Natura è Dio, certamente, ma questo Dio impersonale non è né creatore né giudice. Produce i suoi effetti, non con una libera scelta della sua volontà, ma con la "libera necessità" (poiché è sottoposta soltanto a sè stessa)  della sua natura. Quindi non persegue  alcun  fine: «Quest'Essere eterno ed infinito che chiamiamo Dio o Natura agisce con la stessa necessità con cui esiste. Non esistendo per alcuna  finalità, non agisce dunque anche per alcuna finalità; e come la sua esistenza, la sua azione non ha né principio né fine». È dunque un Dio senza morale e senza benevolenza: non c’è né bene né male nella Natura, ed è in questo che, paradossalmente, è perfetta, essendo sempre esattamente tutto ciò che può essere, senza alcun difetto e senza alcuna negatività. La totalità del reale è necessariamente ciò che è, ed è il solo Dio. «Per realtà e per perfezione, scrive Spinoza, intendo la stessa cosa».

Sostanza, attributi, modi 
Nella sua Etica, dimostrata “more geometrico”, ossia all’uso della geometria,  Spinoza chiama sostanza «ciò che è in sé ed è concepito da sé». Qualsiasi sostanza, egli dice, è causa di sé stessa ed assolutamente infinita, cioè costituita «da un infinità di attributi di cui ciascuno esprime una certa essenza eterna ed infinita». È in questo che è Dio: «Dio, cioè una sostanza costituita da un’ infinità di attributi di cui ciascuno esprime una essenza eterna ed infinita, esiste necessariamente». Questa sostanza è unica, e tutte le cose singolari sono soltanto le sue modificazioni, o affezioni (i suoi “modi”), che possono esistere soltanto in essa e per essa. È così sia per un sasso che per un albero o un uomo.   

Il pensiero e l’estensione
Lo spinozismo è un monismo radicale: ogni essere partecipa dell’essere, e dello stesso essere, che è la Natura. Quanto agli attributi, non sono sostanze (poiché la sostanza è unica) né tuttavia altra cosa (poiché non c'è null’ altro che la sostanza): sono «ciò che l'intelletto percepisce di una sostanza come aspetto di una essenza». Ne esistono necessariamente una infinità (poiché Dio è assolutamente infinito), tuttavia ne conosciamo soltanto due, che sono il pensiero e l’estensione.   
Di questa teoria degli attributi - forse il punto più difficile del sistema - si eviterà ogni interpretazione idealista o, a fortiori, dualista. L'attributo non è il punto di vista del soggetto sulla sostanza (Spinoza non è Kant: la sua etica non è un'estetica trascendentale) ma la sua realtà stessa (la sua essenza: ciò che è), come essa si esprime in questo o quel modo. Gli attributi, se sono logicamente distinti gli uni dagli altri (ciascuno può essere concepito per sé), non sono meno strutturalmente connessi («l'ordine e  l’interdipendenza delle cose») e realmente con-fusi (sono tutti gli attributi di una sola e medesima sostanza e contengono a questo titolo «le cose stesse »).   
Spinoza che difende Democrito, Epicuro e Lucrezio contro Platone ed Aristotele, è molto vicino ai materialisti: «Sostanza pensante e sostanza estesa, sono una sola e medesima sostanza compresa a volte sotto un attributo, a volte sotto l'altro. Inoltre anche un modo della estensione e l'idea di questo modo, è una sola e stessa cosa, ma espressa in due modi». La teoria, applicata all'uomo, farà sentire tutto la sua carica sovversiva: «L’anima ed il corpo sono una sola e stessa cosa» e «Le volizioni dell’anima non sono nulla di diverso degli appetiti medesimi e variano di conseguenza secondo la variabile disposizione del corpo». Non si può dire se sia il corpo o l’anima a decidere dei nostri desideri. 

Il desiderio è l’ essenza stessa dell'uomo 
L'uomo pensa, e conosce: a volte empiricamente o confusamente (conoscenza del primo tipo), a volte razionalmente (conoscenza del secondo tipo), a volte intuitivamente (conoscenza del terzo tipo). Ma questo pensiero, se è il suo proprio, non è la sua essenza specifica. Un'idea falsa non è nulla; ma un'idea vera, se essa è adeguata, è la stessa sia nell'uomo che in Dio: una verità che fosse soltanto umana cesserebbe con ciò di essere vera.  
Cosa è  e dunque veramente un uomo? Un animale ragionevole, un animale politico, una cosa pensante? L'uomo non è «un regno in un regno», fa parte della Natura, di cui segue l'ordine. Come qualsiasi essere, tende a perseverare nell'essere, e questo sforzo (conatus), in quanto  si riferisce allo stesso tempo sia all’anima che al corpo, è chiamato appetito. «L'appetito, precisa Spinoza, non è nient’altro che l’essenza stessa dell'uomo, della Natura della quale segue necessariamente ciò che serve alla sua conservazione; e l'uomo è così determinato a farlo».  
Quest'appetito può essere cosciente (nel qual caso Spinoza parla piuttosto di desiderio) o no, ma ciò non cambia la sua natura: «Che l'uomo, in effetti, abbia o non abbia coscienza del suo appetito, quest'appetito non ne rimane del pari cambiato » ed per questo che il filosofo non riconosce in realtà «alcuna differenza tra l'appetito dell'uomo ed il desiderio». Spinoza può dunque comprendere sotto la parola di desiderio «tutti gli sforzi della natura umana, che designiamo con le parole d'appetito, di volontà, di desiderio o d'impulso». Ed è in tal senso che afferma che «il desiderio è l’essenza stessa dell'uomo».   
Ora,  qualsiasi valore discende soltanto da e per il desiderio: «I nostri sforzi non sono indirizzati a niente: noi vogliamo, appetiamo,  desideriamo una cosa non perché la giudichiamo buona; ma, al contrario, giudichiamo che una cosa è buona perché andiamo verso di essa, la vogliamo, la appetiamo e desideriamo». Quest'inversione instaura un relativismo radicale, che rinvia ogni morale che si vorrebbe assoluta al suo statuto d'illusione. Dio o la Natura non hanno morale: ogni morale è soltanto umana.

Tutto ciò che  dà gioia è bene 
Ancora, occorre evitare di ingannarsi sullo statuto di questa morale. Non soltanto essa è meramente umana,  ma,  anche limitata a questo ambito, resta illusoria quando suppone il libero arbitro.  «Gli uomini credono di essere liberi!, scrive Spinoza, perché sono coscienti delle loro azioni e volontà, ma sono ignari delle cause che li fanno agire e volere. Così sono pieni di odio e di rancore verso se stessi o, più spesso, verso gli altri». Tali sono i moralisti, che «sanno biasimare i vizi piuttosto che insegnare le virtù» e che «non tendono a null’altro che a rendere gli altri miserabili  come loro». Contro questo approccio, Spinoza insegna che «tutto quello che dà gioia è bene», e che la gioia, accordandosi  con la ragione, è l'inizio della virtù. Risiede qui il cuore della sua etica: «Chi sa correttamente  che tutto segue la necessità della Natura divina e  ci perviene secondo le leggi e norme eterne della Natura, non troverà certamente nulla che sia degno di odio, di dileggio o di disprezzo( ...)  ma, per quanto lo permetta la virtù umana, cercherà di fare bene, e di tenersi in letizia».

Un'etica dell'amore
Si insiste spesso, e giustamente, sull'aspetto intellettuale, se non intellettualistico, di quest'etica. Il principio ci  è dato in una formula famosa del Trattato politico, in cui Spinoza riassume così il suo atteggiamento in relazione alle azioni umane:  «Non ridere, non piangere, non odiare, ma comprendere».  (Non ridere, non lugere,  neque detestari, sed intelligere -Tractatus politicus, cap. I, par. 4). Ma la conoscenza  da sola non potrà fondare un'etica, che è resa possibile soltanto dalla imperatività  immanente del desiderio, ed efficace soltanto con la positività affettuosa della gioia. L'etica di Spinoza non è dunque né intellettualistica né volontaristica (né verità né volontà bastano): è un'etica, indissolubilmente, della conoscenza e della gioia, ed è ciò che è un'etica dell'amore.

L'amore e la felicità
Che cos’è la gioia? È il «passaggio dell'uomo da una perfezione inferiore ad una più grande», risponde Spinoza: il cuore si rallegra quando sente crescere la sua potenza di esistere e di agire. Questa gioia, come ogni modificazione del reale, ha una causa, ed essa è la verità dell'amore:  «l'amore è una gioia che accompagna l'idea di una causa esterna» o interna (che allora Spinoza chiama «amore o  soddisfazione di sé»). Una gioia che non fosse piena di amore sarebbe una gioia, non certamente senza causa (questo non si può), ma ignara di ciò che la fa essere e dunque, almeno parzialmente, meno conscia di se stessa. L'amore è la verità della gioia ed include a tale titolo l'amore della verità, che è la filosofia stessa. 
 
Nel Trattato della riforma dell'intelletto, lasciato incompiuto, Spinoza annotava che «tutta la nostra felicità e la nostra miseria risiedono soltanto in un solo punto: a quale  genere di bene siamo legati  dall'amore?». Ed aggiungeva che solo «l'amore che va ad una cosa eterna ed infinita ripaga il cuore di una gioia pura, di una gioia libera da qualsiasi ristesse». Essa è la saggezza: si tratta di tutto amare, non nel dettaglio sfuggente dell’evento, ma nella necessità eterna di tutto ciò che è Dio. È ciò che Spinoza chiama «amore intellettuale di dio» (amor intellectualis Dei), che non è altro chela gioia di conoscere (per mezzo del terzo  tipo di conoscenza) e, poiché qualsiasi verità è eterna, questa gioia non potrà che essere eterna. Tale è la felicità che «non è il premio della virtù ma la virtù stessa» e l'unica salvezza. 

« La libertà è dunque il fine dello Stato »

Tale stato non può viversi da soli: la saggezza, come liberazione individuale, è possibile soltanto nella Comunità degli uomini e suppone che questa soddisfi alcune condizioni. L'uomo fa parte della natura, ma è umano soltanto con la cultura. Quindi egli può essere considerato come un animale socievole o politico: qualsiasi uomo ha bisogno degli altri uomini per essere umano, e della loro libertà per essere libero. È per questo che Spinoza si dichiara partigiano della democrazia, che corrisponde allo spirito, e meglio di nessun altro regime, alla realtà effettuale della politica (intesa come confronto conflittuale dei desideri) ed alla sua funzione specifica (intesa come instaurazione della pace nella libertà). «Non è per tenere l'uomo con la paura  e far sì ch’egli dipenda da altri che lo Stato è istituito. Al contrario è per liberare l'individuo dalla paura, perché egli viva per quanto possibile in sicurezza, cioè conservi, per quanto possibile, senza danno per gli altri, il suo diritto naturale a esistere e ad agire... Il  fine dello Stato è dunque, in realtà, la libertà» 





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Esempio 1
Spinoza  in Rete:




Baruch Spinoza
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<<< B.Spinoza, a cura di Diego Fusaro. con ampi riassunti, commenti e l'Ethica more geometrico demonstrata ( testo integrale in italiano). 


"'La verità pubblica e Spinoza' è il documento di un incontro in cui si compendiano per me molti cammini passati e futuri, sotto il segno del rapporto tra la verità e la vita, tra la mortalità in figura e l'eternità in evento. Spinoza è appunto qui la libera occasione di tutto ciò: non l'oggetto di uno studio sistematico e filologico, ma l'esempio di una vita filosofica e dell'abito stesso, ricorrente e rinascente, della filosofia. [...] La parola "archivio" nel titolo del libro non è futile espediente, ma memoria di un atto mancato che è insieme segno di un amore inesprimibilmente espresso: per Spinoza, per la filosofia - il più grandioso e fruttuoso atto mancato che io conosca." (Carlo Sini) 

"La grandezza e la modernità di Spinoza, che è uomo religioso, consistono nell'aver esorcizzato i fantasmi di una religiosità superstiziosa che continuamente evoca l'ultraterreno e sconfessa i poteri della ragione. Gli avversari più accaniti e intransigenti, tutti coloro che hanno esecrato Spinoza, erano ben consapevoli della sostanza esplosiva contenuta nel suo pensiero. Spinozismo vuol dire, infatti, sottoporre ogni evento naturale o sociale al controllo metodico di una ragione che obbedisce solo al suo "ductus", incurante di ogni autorità o di ogni vincolo che non siano l'esercizio stesso della ragione." (dall'introduzione di Remo Cantoni) 
Attingendo ai risultati più recenti delle neuroscienze cognitive - in parte conseguiti dal suo stesso gruppo di ricerca allo University of Iowa Medical Center -, Damasio propone una risposta a vertiginosi interrogativi: da dove nascono i sentimenti? A che servono? E infine: che cosa sono? In questa analisi, insieme fenomenologica e neurobiologica, l'esperienza clinica e scientifica di Damasio si fonde, soprattutto nella esposizione dei casi clinici, con una vena narrativa affine a quella di Oliver Sacks. Il volume completa la trilogia iniziata con "L'errore di Cartesio" ed "Emozione e coscienza". 


"Perché per tre secoli la vita di Spinoza ha suscitato così poco interesse, come se la potenza della sua opera fosse sufficiente, al punto di occultare l'autore?" In effetti la vita di Spinoza nasconde un paradosso, quello di un ebreo portoghese di Amsterdam, molatore di lenti "prudente e pusillanime al punto di pubblicare i suoi libri solo dietro l'anonimato", insomma un uomo schivo, lontano dalle corti e dai salotti, refrattario a ogni querelle filosofica e politica, che ha dato vita a un razionalismo panteista e rivoluzionato il pensiero occidentale, divenendo il profeta della libertà di religione, e la laicità dello Stato in un'epoca in cui per la religione si compivano massacri inauditi. Scomunicato nel 1656 dalla comunità ebraica, inviso anche ai protestanti, Spinoza visse tutta la sua vita in camere affittate in piccoli borghi delle province olandesi. Grazie a Minc e alla sua corposa documentazione scopriamo uno Spinoza circondato da amici e discepoli; un uomo dalla fitta corrispondenza epistolare, recluso ma non misantropo, riservato ma affabile, a volte un po' narcisista (come quando parla bene del suo "Trattato teologico-politico" in una lettera a Jacob Osten fingendo di ignorarne l'autore); uno Spinoza adolescente innamorato della figlia del suo maestro di latino (l'unica "donna" della sua vita), e più tardi afflitto da incubi; uno Spinoza infine che soffre con dignità per l'abbandono della famiglia al tempo della scomunica: i familiari si rifaranno vivi dopo la sua morte per vantare diritti sulla sua misera eredità. Biografia quindi, con i tratti del divertissement storico sull'immigrazione ebraica, sull'Olanda multietnica e tollerante del Seicento - più attuale di quanto si pensi - ma anche parabola di un intellettuale di frontiera, che contro ogni rigorismo, anzi proprio grazie ad esso, è riuscito a resistere ai secoli e incontrare altri "maestri di rottura" (Hegel, Nietzsche) e a influenzare la filosofia politica del XX secolo (da Popper ad Althusser). L'ateo immortale, dunque, che assieme a Marx, Freud ed Einstein appartiene a quella genia di emarginati che hanno saputo cambiare la storia e la consapevolezza dell'umanità. 

La Beatitudine e la felicità

La vera felicità e beatitudine di ciascuno consistono esclusiva-mente nel godimento del Bene e non già in quel vanto che sorge al pensiero di essere il solo a godere del Bene, mentre gli altri ne sono esclusi. 

Ignora infatti la felicità e beatitudine autentica chi si crede più beato perché lui solo possiede il Bene e gli altri no o perché è più beato o più fortunato degli altri; e la Gioia che ne trae, a meno che non si tratti di un compiacimento di tipo infantile, non nasce che dall'invidia e dalla malizia. 

Così la vera felicità e beatitudine di un uomo riposano esclu-sivamente sulla sapienza e sulla conoscenza della verità e non sul fatto che egli è più sapiente degli altri o sul fatto che gli altri son privi della conoscenza del vero, perché questa considerazione non accresce affatto la sua sapienza, cioè la sua felicità autentica. 

(Trattato Teologico-Politico, III)
Poiché dunque l'amor di Dio è la felicità e la beatitudine somma dell'uomo, nonché il fine ultimo e lo scopo di ogni azione umana, ne viene che osserva la legge divina solo chi si preoccupa di amare Dio [...]. 
(Trattato Teologico-Politico, IV)
Nessuno può essere costretto dalla violenza o dalle leggi ad essere felice; per conseguire tale stato sono invece necessari un'amorevole e fraterna esortazione, una buona educazione e soprattutto un personale e libero giudizio. 
(Trattato Teologico-Politico, VII)
Se non possedessimo la testimonianza della Sacra Scrittura, noi dubiteremmo della salvezza della maggior parte degli uomini. 
(Trattato Teologico-Politico, XV)
Nessuno può desiderare di essere beato, di agire bene e di vivere bene, che contemporaneamente non desideri di essere, agire e vivere, e cioè di esistere in atto. 
(Etica: IV, 21)
È proprio della natura della Ragione percepire le cose sotto una certa specie di eternità. 
(Etica: II, 44)
La Beatitudine non è premio della virtù ma la virtù stessa; né godiamo di essa perché teniamo a freno le libidini; ma al contrario, poiché godiamo di essa, possiamo tenere a freno le libidini. 
(Etica: V, 42)

La vita sociale

Ogni oggetto dei nostri non indegni desideri è riconducibile principalmente a questi tre scopi e cioè: capire le cose nelle loro cause prime, domare le passioni, il che significa acquisire un comportamento virtuoso, e infine vivere senza preoccupazioni e nella salute del corpo. 

Sarà più sicura e salda e meno sottoposta alla fortuna quella società che è fondata e governata da uomini saggi ed attenti. 

Viceversa quella che è costituita da uomini rozzi ed incapaci dipende in massima parte dalla fortuna ed è meno salda 

(Trattato Teologico-Politico, III)
Se qualcuno immagina che un suo simile sia affetto da Odio verso una cosa simile che egli ama, lo odierà. 
(Etica: III, 45)
La legge dipende o dalla necessità di natura o dalla decisione umana. 
Chi dà quello che spetta a ciascuno per timore della pena capitale agisce dietro comando altrui e costretto dalla paura di un male, né può chiamarsi giusto; mentre chi attribuisce a ciascuno il suo perché conosce la vera ragione delle leggi e la loro necessità agisce con coerenza e secondo decisione propria, non altrui, e perciò è a buon diritto chiamato giusto. 

(Trattato Teologico-Politico, IV)
Le stesse sanzioni morali, ricevano o non da Dio la forma di legge o di diritto, sono comunque divine e salutari. 
(Epistolario, LXXV)
In quanto gli uomini sono soggetti alle passioni, non si può dire che concordino per natura. 
(Etica: IV, 32)
In quanto gli uomini sono combattuti da affetti che sono passioni, possono essere a vicenda contrari. 
(Etica: IV, 34)
Quando soprattutto l’uomo cerca l’utile per sé, allora soprattutto gli uomini sono utili l’uno all’altro. 
Dalla comune società degli uomini nascono più vantaggi che danni. 

Gli uomini sperimenteranno che con il reciproco aiuto possono molto più facilmente procurarsi le cose di cui hanno bisogno e che solo unendo le forze possono evitare i pericoli che incombono da tutte le parti; per non dire che è molto più eccellente e degno della nostra conoscenza contemplare le azioni umane che quelle dei bruti. 

(Etica: IV, 35)
Chi soltanto per affetto fa il tentativo che gli altri amino quel che egli stesso ama e che altri vivano secondo la sua tendenza, agisce solo d’impulso e perciò è odioso soprattutto a coloro ai quali piacciono altre cose […] Colui il quale, invece, si sforza di guidare gli altri con la ragione, non agisce d’impulso ma umanamente e benignamente ed è massimamente saldo di Mente. 
(Etica: IV, 37)
Le cose che conducono alla comune Società degli uomini, ossia che fanno sì che gli uomini vivano concordemente, sono utili; e quelle che introducono la discordia nello Stato, sono, al contrario, cattive. 
(Etica: IV, 40)
Se tutti gli uomini fossero tali da lasciarsi guidare dalla sola ragione e sapessero riconoscere l’utilità e l’esigenza suprema dello Stato, non ci sarebbe nessuno che non aborrisse frodi e inganni e tutti starebbero ai patti con perfetta lealtà, animati dal desiderio di quel Bene supremo che è il mantenimento della società. 
Quanto più l’uomo si lascia guidare dalla ragione, cioè quanto più è libero, tanto più fermamente osserverà le leggi del corpo politico ed eseguirà gli ordini del potere sovrano di cui è suddito. 

(Trattato Teologico-Politico, XVI)
Gli uomini non nascono civili ma lo diventano. 
(Trattato Politico, V, II)
Se qualcuno si accorgesse che potrebbe vivere più a suo agio infisso in croce che a tavola, sarebbe il più stolto degli uomini s e non si facesse crocifiggere. 
(Epistolario, XXIII)
Esistono certe idee o nozioni comuni a tutti gli uomini. 
(Etica: II, 38)
Ciascuno, per quanto è in suo potere, cerca sempre di conservare il suo essere. 
(Trattato Politico: II, VIII)
La libertà è una virtù, ossia una perfezione : qualunque cosa, pertanto, denunci l’impotenza dell’uomo, non può venir imputata alla sua libertà. 
(Trattato Politico, II, VII)
L’Odio è aumentato da reciproco Odio, e al contrario può essere annullato dall’Amore. 
(Etica: III, 43)
Se uno sia stato affetto da Gioia o Tristezza da qualcuno di una certa classe o nazione diversa dalla sua, in concomitanza dell’idea di lui, sotto il nome universale di classe o nazione, come causa: egli amerà o avrà in Odio non soltanto lui, ma tutti quelli che appartengono alla sua stessa classe o nazione. 
(Etica: III, 46)
Le cose umane andrebbero assai più felicemente se fosse ugualmente nel potere dell'uomo tanto tacere quanto parlare. 
(Etica: III, 2)
*** 
  
Non presumo di aver trovato la filosofia migliore, ma so di intendere quella che è vera. 
(B. Spinoza, Epistolario, LXXVI) 

Breviario tratto dal sito 
Foglio Spinozi@ano 
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