Lev Nikolaevic Tolstoj
Scrittore russo (Jasnaja Poljana 1828 - ivi 1910)


Il conte Lev Nikolaevic Tolstoj  nasce nella tenuta di campagna di famiglia di Jasnaja Poljana nel 1828 e qui cresce, ben presto orfano di madre,  insieme ai fratelli e alla sorella; la vita della campagna russa si apre a lui sin dall'infanzia. A quindici anni legge Voltaire e Rousseau; quest'ultimo esercita sul giovane Tolstoj una prolungata influenza. Per lungo tempo  Tolstoj porterà al collo il medaglione del filosofo ginevrino. Nel 1847, dopo una bocciatura alla facoltà di lingue orientali e una svogliata frequentazione della facoltà di diritto, lascia l'università e si stabilisce a Jasnaja Poljana con l'intento di rendersi utile ai contadini. Ma, nel 1851, dopo quattro anni di tormenti e interrogativi sul senso della vita e  insoddisfatto di quell'esperienza parte per il Caucaso e diventa sotto-tenente d'artiglieria: è qui che prende realmente inizio la sua attività letteraria.
Il Caucaso è all'epoca luogo di formazione e d'ispirazione per numerosi scrittori russi tra cui Lermontov alla cui prosa si avvicinano gli scritti di gioventù di Tolstoj, principalmente per le scene di guerra. L'annessione del Daghestan e della Cecenia all'Impero russo generano un conflitto con la popolazione locale, evento che l'autore descriverà nella novella I Cosacchi. A Sebastopoli durante la guerra di  Crimea (in veste di comandante di divisione), si trova in uno dei più pericolosi posti della città assediata, attraente scenario da cui trae spunto un ciclo di racconti intitolato Racconti di Sebastopoli che tratta nuovamente il tema della guerra. Il modo di presentare le scene di battaglia tramite la caratterizzazione dei personaggi e di sottoporre l'intero conflitto alla lente della morale, sono una grande novità.

La prima opera pubblicata, Infanzia (1852), non ha nessun legame con il Caucaso né con la Crimea; Tolstoj racconta i ricordi d'infanzia, ripercorre scene di vita a Jasnaja Poljana. Spedisce la novella alla rivista "Sovremienik" ("Il Contemporaneo") e il direttore suo amico, il poeta Nekrasov, decide di pubblicarla subito. Da questa pubblicazione, presto seguita da Adolescenza (1854) e Giovinezza (1857), Tolstoj emerge tra gli scrittori più famosi dell'epoca. "Ecco un talento nuovo e certo", confida Nekrasov a Turgenev.

Questa trilogia va oltre  la nostalgia per gli anni trascorsi, l'innocenza dell'infanzia, la freschezza delle percezioni: racchiude l'originalità delle opere postume dell'autore, principalmente l'inclinazione all'autoanalisi. Sin da giovane Tolstoj stabilisce un programma per lo sviluppo delle sue capacità intellettuali e morali con lo scopo di operare sempre verso il bene. A diciannove anni scrive un diario (che durerà tutta la vita, lungo migliaia di pagine) in cui analizza e critica ogni sua azione e riflessione.
Nonostante le profonde crisi che modificheranno a più riprese la sua evoluzione, l'utopia personale diventa presto chiara: soltanto il perfezionamento morale e individuale riesce a combattere il male e la menzogna, meglio di qualsiasi riforma sociale poiché la società corrompe l'uomo. Nel 1856, dopo aver spinto all'estremo questo paradosso, si avvicina a un gruppo di teorici dell'arte per l'arte; l'anno successivo visita la Svizzera, la Francia, la Spagna e scrive inoltre LucernaAlberto e tre Morti. Rimane colpito dalla democrazia che regna in Europa Occidentale facendo il confronto con la Russia, ma presto vede il rovescio della medaglia, i lati negativi del progresso. Il ritorno a Jasnaja Poljana avviene poco prima dell'emancipazione dei servi.


Nel racconto Il  mattino  d'un proprietario terriero (1856) il personaggio del giovane principe Nechljudov contiene molti tratti autobiografici; come l'autore abbandona l'università, trascorre le vacanze in campagna nel feudo familiare dove decide di stabilirsi per migliorare la vita dei contadini. Tuttavia, c'è un abisso che separa i contadini anche da un buon barin , un buon signore, e qui Tolstoj mostra una profonda conoscenza della campagna.
Per dieci anni, dal 1853 al 1863, si dedica alla più poetica delle sue opere I Cosacchi. Nella primavera del 1851, il protagonista Olenin, un giovane nobile profondamente insoddisfatto della propria vita, parte per il Caucaso. Tolstoj descrive la realtà di una cittadina cosacca con precisione quasi etnografica fino ad intesserla  dell'esotismo tipico della maggior parte della letteratura orientale. Con Olenin che non riesce ad inserirsi in quel mondo che tanto lo affascina e che abbandona, Tolstoj inaugura una pleiade di personaggi instabili.

Nel 1859, Tolstoj è sull'orlo di una crisi: l'uscita di Felicità familiare, racconto dal titolo ironico in cui si azzarda ad esprimere il proprio ideale di vita tranquilla in campagna (dove crede possibile poter operare il bene), lo vede in realtà insoddisfatto a tal punto da affermare, il 9 ottobre: "Ora non valgo più nulla come scrittore. Non scrivo; non ho più scritto sin da Felicità familiare e temo che non scriverò più."
Si consacra così, dal 1859 al 1862, alla fondazione di una scuola per i figli dei contadini di Jasnaja Poljana.
Durante gli anni delle riforme contadine diventa giudice di pace e in svariate controversie svolge il ruolo di intermediario tra nobili e contadini.
Nel 1862 sposa Sonja Andreevna Bers; prima del matrimonio rischia di provocare una rottura facendole leggere il diario allo scopo di non nasconderle il suo passato amoroso. Più tardi, su consiglio del marito anche Sonia terrà un diario quasi esclusivamente dedicato alla loro relazione. I coniugi si mostrano a vicenda i rispettivi diari e Tolstoj prende nota delle annotazioni di lei. Nonostante una vita coniugale non proprio felice, Sonja Andreevna, resterà molto legata a Lev e alla propria famiglia e non esiterà a  recarsi fino a Mosca presso lo Zar per perorare la sorte dei libri di Tolstoj  sotto censura; lui rimane invece deluso dalla vita coniugale, la quale,  implicando i concetti di proprietà e avidità contraddice la propria visione del mondo.

Guerra e Pace
Nel 1863, intraprende il lungo lavoro di Guerra e Pace che durerà sei anni (terminata nel 1869, l'opera viene pubblicata nel 1878).

Ispirazioni storiche
Quest'opera monumentale viene concepita durante la campagna di Sebastopoli in cui lo scrittore assiste alla disfatta delle truppe russe. L'interpretazione più evidente porta a vedere nella scelta dell'epoca un desiderio di riscatto sulla storia, cioè offrire alla Russia una vittoria sostitutiva della realtà, facendone risaltare il carattere popolare della lotta contro Napoleone. Tolstoj riesce ad imporre una nuova interpretazione del conflitto che racconta spesso il contrario delle testimonianze. Stando ad una prima versione l'idea era di scrivere una novella, I Decabristi, la cui azione si sarebbe svolta  nel 1856 data in cui i Decabristi  deportati  tornano dalla Siberia. Successivamente il progetto iniziale viene abbandonato per raccontare sia l'elemento decisivo nella vita del protagonista Bezukov (l'insurrezione del 1825), sia della sua gioventù, che coincide con la guerra patriottica del 1812. Tolstoj preferisce cominciare il racconto dalla descrizione di una sconfitta: l'azione del romanzo prende il via nel 1805.

Reazioni e critiche
Guerra e Pace sfugge dalla solita classificazione: non è né un romanzo psicologico o storico, né una cronaca sociale o mondana; è tutto questo insieme. Appena uscito, provoca le reazioni più disparate; vengono mossi rimproveri alle inesattezza e lo stesso Zar trova che Tolstoj abbia confuso le vicende. La sua concezione di patriottismo ed eroismo non coincidono con quella dei veterani della guerra, che condannano il romanzo. Gli viene rimproverato di dominare male la forma e la critica progressista lo giudica severamente per il suo rifiuto dell'emancipazione della donna o per il suo amore per il passato. Lui dice che se in Guerra e Pace gli è molto piaciuta "l'idea del popolo", in  Anna Karenina gli è cara  "l'idea della famiglia"; questo non significa che  Guerra e Pace non descriva delle scene di famiglia, né che la problematica di Anna Karenina sia puramente intimista.


Anna Karenina
Dieci anni separano le due opere (iniziata nel 1873, abbandonata nel 1874, ultimata appena nel 1877): non è più lo stesso Tolstoj, né la stessa Russia. Man mano che lo scrittore si dedica a questo romanzo, l'idea di partenza di una donna sposata che poi si perde, diventa sempre più vasta e profonda. Il personaggio più vicino a Tolstoj è Kostantin  Levin, che come lui va a lavorare con i contadini e la tenuta di campagna  assomiglia molto a Jasnaja Poljana. I protagonisti, Anna e Levin, quasi non s'incontrano, evolvono in spazi paralleli, il che permetterà alla critica di presumere "l'incapacità di costruire il soggetto", a cui Tolstoj risponderà: "Sono invece fiero di quest'architettura, le volte degli archi talora si saldano in modo tale da impedire la veduta del castello." Il romanzo viene accolto con gran successo dal pubblico, ma la reazione della critica, come per Guerra e Pace si fonda su un malinteso: prende il romanzo come un esempio di letteratura mondana, giudicandolo meno riuscito di altri libri di quel genere.

"Fuggire il mondo"
Negli anni '80 Tolstoj entra di nuovo in una grande crisi spirituale, che descriverà nella prosa  La Confessione . Dichiara: «Ho completamente rotto con la vita del mio ambiente». In effetti si mette a lavorare la terra, rinuncia ai propri beni, reputando che il rinnovamento del mondo non possa avvenire che attraverso il lavoro manuale e individuale, predica la non- violenza e non lascia più Jasnaja Poljana. È il momento del Tolstoj evangelico e morale. Negli scritti di questo periodo la ricerca della verità occupa il primo posto: Padrone e ServoLa potenza delle tenebre (dramma in cinque atti), Che cos'è l'arte?, un gran numero di racconti popolari e di opere filosofico-morali: Qual è la mia fede (1888), I Vangeli(1890), La Chiesa e lo Stato (1891), Il regno di Dio è in noi (1894).

Nel 1886 completa il racconto breve La morte di Ivan Il'ic senza dubbio fra le narrazioni  più riuscite di questo periodo. Proprio meditando sulla morte Tolstoj avverte tutta la futilità della propria esistenza. Egli rappresenta la sofferenza morale dell'uomo che vede il proprio lavoro, la famiglia, tutta la vita come un inganno

Nella Sonata a Kreutzer (1887-1889 pubblicato nel 1891) Tolstoj affronta il dramma di una famiglia ordinaria dove il matrimonio non è che una vaga imitazione dei veri sentimenti. Podnizicev e sua moglie  non hanno alcun legame tra loro se non una mera sensualità. La gelosia di Podnizicev lo conduce al crimine: uccide la moglie. Qui viene rappresentata in tutta la sua contraddizione artistica l'aspirazione ad una vita ascetica, pura, che prédica il rifiuto se non l'odio dei corpi e l'irrinunciabile richiamo dei sensi.
Nella stessa atmosfera morale si  inscrivono Il diavolo e Padre Sergio. L'eroe della prima opera, Irtneniev, agisce come la maggior parte delle persone del suo mondo: prima di sposare una donna del proprio ceto  ha una relazione amorosa con una giovane contadina, Stepanide, e spera di cancellare il proprio passato. Ma Stepanide continua ad ossessionarlo come un'apparizione diabolica. Non può sbarazzarsene se non uccidendola o suicidandosi. In effetti il finale della novella conosce due versioni: nella prima si uccide, nella seconda assassina Stepanide. 

Agli inizi degli anni '90 Tolstoj sente il bisogno di esprimere la nuova visione  delle cose in un romanzo. Per diversi anni lavora a Resurrezione che uscirà nel 1899. A centro di quest'opera c'è la storia di una ragazza semplice, Katiuscia  Maslova, sedotta e abbandonata dal nobile Nechliudov. Durante un fortuito incontro in tribunale dove lei è accusata di furto e omicidio, Nechliudov prova  uno sconvolgimento che gli cambierà la vita. In una prima versione del romanzo Nechliudov avrebbe sposato Katiuscia, in quella definitiva ciascuno dei protagonisti  va incontro al proprio destino: Katiuscia al seguito di un rivoluzionario deportato, Nechliudov nella lettura dei Vangeli. Tuttavia il 24 febbraio 1901 il Santo Sinodo russo scomunicherà Tolstoj  come eretico ed ateo. 

In una delle ultime opere Chadzi-Murat (1896-1904)  che vedrà la luce 
postuma  nel  1912 ritorna  ai ricordi del Caucaso.  La sua ricerca della verità lo induce a fuggire dalla casa e dalla moglie e a prendere il treno nell'intenzione di partire per il Caucaso, ma cade gravemente malato e muore in una stazione di campagna ad Astopovo il 7 novembre 1910. I suoi funerali si trasformarono in un manifestazione nazionale a cui accorreranno decine di migliaia di persone giunte da tutto il Paese. 

L'influenza di Tolstoj non solo come scrittore, ma come pensatore sarà immensa. Comunità di "tolstoiani" si  formarono allo scopo di vivere secondo i suoi precetti (ma saranno violentemente dispersi dopo  la rivoluzione).  Resta tuttora uno degli autori più letti al mondo e ogni generazione che sorge gli offre la sua schiera nutrita di affezionati lettori.

A cura di Dori Agrosì e Alfio Squillaci
L'incipit di Anna Karenina
Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. 
Tutto era sottosopra in casa Oblonskij. La moglie era venuta a sapere che il marito aveva una relazione con la governante francese che era stata presso di loro, e aveva dichiarato al marito di non poter più vivere con lui nella stessa casa. Questa situazione durava già da tre giorni ed era sentita tormentosamente dagli stessi coniugi e da tutti i membri della famiglia e dai domestici. Tutti i membri della famiglia e i domestici sentivano che non c'era senso nella loro convivenza, e che della gente incontratasi per caso in una qualsiasi locanda sarebbe stata più legata fra di sé che non loro, membri della famiglia e domestici degli Oblonskij. La moglie non usciva dalle sue stanze; il marito era già il terzo giorno che non rincasava. I bambini correvano per la casa abbandonati a loro stessi; la governante inglese si era bisticciata con la dispensiera e aveva scritto un biglietto ad un'amica chiedendo che le cercasse un posto; il cuoco se n'era già andato via il giorno prima durante il pranzo; sguattera e cocchiere avevano chiesto di essere liquidati.
Tre giorni dopo il litigio, il principe Stepan Arkad'ic Oblonskij - Stiva, com'era chiamato in società - all'ora solita, cioè alle otto del mattino, si svegliò non nella camera della moglie, ma nello studio, sul divano marocchino. Rigirò il corpo pienotto e ben curato sulle molle del divano, come se volesse riaddormentarsi di nuovo a lungo, rivoltò il cuscino, lo abbracciò forte e vi appoggiò la guancia; ma a un tratto ...


Riassunto di Anna Karenina
Anna Karenina è un romanzo di Lev Tolstoj uscito nel 1877. È un doppio romanzo, che anatomizza in parallelo le vicende sentimentali (e sociali) di due coppie. L'autore vi oppone la calma felicità domestica di una famiglia in formazione (Levin  e  Kitty Cherbatskij) alle umiliazioni ed ai disinganni che accompagnano l’amour-passion (Vronskij ed Anna Karenina). È l’amore visto nelle sue due componenti: la carne e lo spirito, l’amore estetico e l’amore etico: lo champagne della relazione adulterina e il caffellatte della coppia stabile (seppur attraversata da tensioni non meno terribili della "coppia estetica". Nella figura di Kitty Tolstoj ha riversato molti tratti della moglie Sofija. Vedi in basso le sue reazioni diaristiche).

 Russia, epoca dell'uscita del romanzo. Se  Guerra e pace è un romanzo "storico" Anna Karenina è un romanzo contemporaneo.

Anna Karenina, è una giovane donna dell'alta società di San Pietroburgo È sposata ad Alexej  Karenin  un alto funzionario dell'amministrazione imperiale, un personaggio austero e fiero. Hanno un figlio di otto anni, Serge. 
Anna si reca a Mosca da suo fratello Stiva Oblonskij. Scendendo dal treno, incrocia il conte Vronskij, che è venuto in città per incontrare la madre. Il conte cede il passo a questa donna molto bella. Anna  cade innamorata di Vronskij, quest'ufficiale brillante, ma frivolo. È sicuramente all’inizio una infatuazione, e la gioia di trovare il  marito ed il   figlio le fa credere che sia una vertigine senza domani. Ma quando, durante un viaggio in treno, Vronskij la raggiunge e le dichiara il suo amore, Anna si rende conto con spavento mescolato a felicità che da ora in poi questo amore cambierà la sua esistenza. Anna lotta contro questa passione. Finisce tuttavia per abbandonarsi con una felicità colpevole alla corrente che la porta verso questo giovane ufficiale.

Anna resta incinta. Sentendosi colpevole e profondamente depressa per la colpa, decide di confessare al marito la sua infedeltà. Non osa però dire a Vronskij  che ha deciso di parlare con il marito della loro relazione. L'amore tenero e smisurato che avverte  per il figlio le fa pensare per un momento di abbandonare marito ed amante e fuggire con lui. Ma una lettera del marito, partito per un viaggio, in risposta alla sua confessione, dove non le chiede altro che di rispettare le convenienze, la induce a restare. Ma la gravidanza ha qualche complicazione. Dopo avere messo al mondo una bambina, Anna contrae la febbre e rischia di morire. Invia un telegramma al   marito, dove gli chiede di rientrare e di perdonarla. In preda al pentimento invoca la morte come una liberazione per tutti. Commosso dai rimorsi della moglie e della sua morte imminente, Alexej acconsente a perdonarla.

Una volta guarita, Anna che ama sempre Vronskij, rifiuta di vederlo. Respinto da lei, quest'ultimo pensa di suicidarsi. Quindi qualche tempo dopo, un  incontro  inatteso con Vronskij basta a gettare nello scompiglio Anna che si getta tra le sue braccia e decide di fuggire con lui all'estero. È per Anna, un momento di gioia e di ebbrezza. Conosce per alcune settimane una felicità piena visitando con Vronskij la Francia e l'Italia.

Ben presto la loro relazione si deteriorerà lentamente. Di ritorno in Russia, Anna e Vronskij vivono emarginati dalla buona  società. Suscitano allo stesso tempo ammirazione e riprovazione di avere così sfidato le convenzioni dell'alta società russa. I beni di Vronskij permettono loro di avere un'esistenza indipendente e riescono a ricreare attorno a loro una micro-società, in margine al gran  mondo. Ma Anna non sopporta di avere abbandonato il suo bambino ed di avere tradito il  marito. Resta attaccata al   figlio Serge che non vede più e non ama la bimba nata dalla sua relazione con Vronskij. Da parte sua, Vronskij, abbandonato dai suoi pari, vive con difficoltà gli effetti di questa relazione. Questo clima che grava su di loro causa un’incomprensione reciproca che offusca la loro
unione. Anna, in preda ai più vivi tormenti, e presa in un  ingranaggio di cui non può liberarsi,  mette fine alla propria vita gettandosi sotto un treno.

La storia d'amore tragica di Anna Karenina e di Vronskij si iscrive in una vasto affresco della società russa contemporanea. In parallelo alla loro avventura, Tolstoj sbozza il ritratto di altre due coppie: Kitty et Levin , Daria ed Oblonski.  Indimenticabile la figura di Kostantin Dmitric Levin (dove Tolstoj ha più dipinto se stesso, ma un grande artista come lui è anche Vronskij, Karenin e finanche Anna Karenina). Se l’amore Anna-Vronskij è un amore estetico, quello di Levin e Kitty è un amore etico. Levin è figura etica: si preoccupa della sua vita coniugale e di quella dei propri contadini: non è un esteta-cavallerizzo in preda ai demoni della carne.
Nel romanzo Tolstoj illustra  i vari aspetti dell'emancipazione della donna, ed elabora un affresco
critico della Russia alla fine del  XIX  secolo: Tolstoj mostra  che le idee liberali e progressive dell'occidente iniziano a scalfire strutture tradizionali (pubbliche e private) apparentemente intatte

È innanzitutto l'amore felice che finirà per unire  Kitty e Levin.

Kitty è un bella adolescente che a diciotto anni fa il suo ingresso nel mondo. In occasione di un ballo, la dichiarazione di Levin  la lusinga, e la crede sincera. Gli risponde tuttavia negativamente poiché è innamorata di Vronskij.Quest'ultimo gli si sottrae in occasione del ballo dove soccombe al fascino di Anna. Kitty cade nello sconforto. 

Levin, è un gentiluomo di campagna, semplice, colto, generoso e progressista. Come Tolstoj, è assalito da angosce e da interrogativi sul senso della vita e della morte e sulla relazione degli esseri umani con l'infinito...

Molti mesi dopo quel  ballo sfortunato, Kitty incontra nuovamente Levin per il quale prova un sentimento di timore e di attrazione. Si rende conto che non ha amato che lui. Kitty e Levin capiscono che il passato è stato soltanto una prova destinata a consolidare il loro amore. Decidono allora di sposarsi.Quest'unione offre l'immagine di una coppia completa, dove la dolcezza e la saggezza femminili permettono all'uomo di realizzarsi in sintonia con la natura.

Appare nel romanzo tratteggiata anche una coppia più contrastata: Oblonski il fratello di Anna Karenina, è un corteggiatore infedele. Rivela un'indulgenza estrema verso i suoi simili, certamente fondata sulla considerazione dei propri difetti. Daria la moglie, è subalterna e remissiva, ma soprattutto è sfiancata dalle incombenze  della vita quotidiana. Nonostante la sua infedeltà, Oblonski prodiga verso la moglie molti segni d'amore che hanno le sembianze di un tentativo di risarcimento

Attraverso la storia di queste coppie, oltre anche dell'ideale umanitario (celebre la mietitura di Levin con i propri contadini), Tolstoj evoca in questo romanzo una doppia istanza: quella della ricerca dell'amore e dell'esigenza di verità.


dal 26 mrzo 2002
Sono stato battezzato e educato nella fede cristiana ortodossa. Me la insegnarono fino dall'infanzia e durante tutto il periodo della adolescenza e della prima giovinezza. Ma quando, a diciotto anni, abbandonai l'università al secondo corso, io non credevo ormai più a nulla di quello che mi avevano insegnato.
A giudicare da alcuni ricordi, non ho neanche mai creduto seriamente, avevo soltanto fiducia in quello che mi insegnavano e in quello che professavano davanti a me i grandi; però quella fiducia era molto vacillante.
Quando avevo undici anni, un ragazzo, che è morto da molto tempo, Volondin'ka M., il quale studiava in un ginnasio, venendo a passare una domenica da noi ci annunziò, come ultima novità, la scoperta che aveva fatto al ginnasio. La scoperta consisteva in questo, che Dio non c'è e che tutto quel che ci insegnano non sono altro che frottole (questo accadeva nel 1838). Ricordo che i miei fratelli maggiori si interessarono a questa novità e chiamarono a consulto anche me. Noi tutti, ricordo, ci animammo molto e accogliemmo questa notizia come qualcosa di molto interessante e di possibilissimo.
Ricordo anche che, quando mio fratello maggiore Dimitrij, mentre era studente all'università, improvvisamente, con la passionalità propria della sua natura, abbracciò la fede e cominciò ad assistere a tutti i servizi divini, a digiunare, a condurre una vita pura e morale, noi tutti, e anche i più anziani, in continuazione lo mettevamo in ridicolo e, chi sa poi perché, lo soprannominammo Noè.

Incipit de "La confessione"
Esempio 1
LA GUERRA DI SOFIJA
Il punto di vista della moglie
(16 dicembre 1862)
«Ho letto le sue prime opere e tutti i punti in cui si parla d'amore e
di donne mi riescono insopportabili, vorrei bruciare tutto. Se niente 
mi ricordasse il suo passato! Non mi dispiacerebbe nemmeno perdere le 
sue opere, perché la gelosia mi fa diventare una terribile egoista.»
«Se io potessi ucciderlo e poi fare un altro uomo identico a lui, lo 
farei con piacere.»

Quando la dolce Sofija Andreevna, di anni diciotto, scrisse questa 
delicata invettiva, erano trascorsi meno di tre mesi dal giorno del 
suo matrimonio con uno scrittore russo. La cerimonia era iniziata in 
ritardo perché Lev Nikolaevic aveva dimenticato di tenere una camicia 
fuori dal bagaglio già chiuso e spedito. Toccò alla futura mogliettina
trovare il modo di fargliene avere una decentemente lavata e stirata.

Lev, allora trentaquattrenne, era ossessionato dall'idea di fuggire. 
Da cosa fuggisse non è ben chiaro, né si capisce bene dove volesse 
andare, però scappava. L'ultima fuga prima del matrimonio l'aveva 
portato a Sebastopoli come ufficiale di artiglieria, che da quelle 
parti, durante la guerra di Crimea, equivaleva a carne da macello. 
Circostanza questa che induce a ipotizzare la morte come possibile 
destinazione della fuga.

Giunti i novelli sposi nella casa natìa del nobile Lev Nikolaevic, 
Sofija dovette constatare che i letti erano privi di lenzuola o, 
meglio, che ciò che Lev chiamava "letto" era un mucchio di paglia 
avvolto in una coperta e posato direttamente sul pavimento. Per i 
successivi quarantotto anni, Sofija fu impegnata nell'arduo compito di
trasformare Jasnaja Poljana in una vera casa, dotandola di arredi 
decorosi, di figli numerosissimi e di un adeguato numero di parenti 
poveri o soli, nonché di oculata amministrazione dei beni padronali.

Nel frattempo Tolstoj scriveva e fuggiva, continuamente, e disfaceva 
con zelo degno di un iconoclasta l'economia familiare che la moglie 
pazientemente costruiva. Sofija costruiva una casa che Lev considerava
una prigione. Non era una normale divergenza di vedute: era guerra.

(26 agosto 1882)
«Oggi ha detto urlando che il suo pensiero più vivo è andarsene dalla 
famiglia. Morirò, ma non dimentcherò questa sua uscita sincera, ed è come se mi avesse tagliato via il cuore.»

Nel 1884 Lev Nikolaevic rinunciò a tutti i suoi beni e ai diritti 
d'autore sulle opere a venire (altro che menate alla Wu Ming). Avrebbe
voluto rinunciare a tutti i diritti, ma Sofija glielo impedì e ottenne
una procura per lo sfruttamento dei diritti sulle opere pubblicate 
fino al 1881.

Chissà se nel momento di attuare quella rinuncia Tolstoj si rese conto
che stava trasformando l'invettiva giovanile della moglie in una 
profezia: «Vorrei bruciare tutto. (...) Non mi dispiacerebbe nemmeno 
perdere le sue opere.» Eccoti accontentata, Sofija: opere perse, 
regalate al mondo (che è un po' come bruciarle). 

Sofija continuava ad amministrare la casa e a garantire le entrate 
necessarie, sempre più lontana da Lev, sempre più stanca e 
amareggiata, fino a restare contagiata dall'ossessione del marito.

(25 ottore 1886)
«Come ho desiderato e desidero spesso abbandonare tutto e andarmene da questa vita. (...) Andarmene, andarmene, in un modo o nell'altro, da casa o dalla vita.»

Passarono gli anni, e Lev Nikolaevic continuava a scrivere, senza che 
l'idea fissa della fuga l'abbandonasse mai. Fuggivano anche i personaggi dei suoi racconti, e fuggivano verso la morte. Muore Ivan Il'ic, muore Chadzi-Murat.

La guerra domestica proseguì fino alla fine, costellata da tregue 
sempre più effimere. Tolstoj completò la distruzione scientifica 
dell'economia familiare redigendo in segreto un testamento nel quale 
rinunciava ai diritti d'autore dopo la morte. Il 13 ottobre 1910 Sofija si dichiarò "annientata" dalla notizia del testamento: la guerra era finita, ma non c'era più tempo per la pace.

(28 ottobre 1910)
«Lev Nikolaevic improvvisamente se n'è andato. È terribile! Ha 
lasciato una lettera in cui dice di non cercarlo, che sparisce per 
sempre per ritirarsi a una vita tranquilla, adatta a un vecchio. (...)
Nella lettera indirizzata a me (per tutto il mondo) il pretesto è la 
vita condotta nel lusso e il desiderio di andarsene /in solitudine/, 
di vivere in una semplice casa di legno.»

(7 novembre 1910)
«Alle sei di mattina Lev Nikolaevic è spirato. Mi hanno lasciato 
entrare soltanto quando stava esalando gli ultimi respiri, non mi 
hanno permesso di dirgli addio. Persone crudeli.»

a cura di Luca Tassinari


[S.A.Tolstaja, I diari, La tartaruga 1978, traduzione di Francesca
Ruffini e Raffaella Setti Bevilacqua]


"Guerra e pace", certamente il capolavoro di Tolstoj, è, come ha scritto Ettore Lo Gatto, "la più grande opera della letteratura narrativa russa e una delle più grandi della letteratura europea del secolo XIX". Il romanzo racconta la storia di due famiglie aristocratiche, i Bolkonski e i Rostòv, in una Russia sconvolta dalla guerra e dall'invasione napoleonica. L'epopea del popolo russo, il rapporto fra personalità individuale e collettività, i grandi temi filosofici dell'Ottocento e l'interrogazione sul senso della Storia si fondono letterariamente in questa grandiosa narrazione tolstojana.
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GUERRA E PACE di Lev Nicolàevic Tolstòj.
Traduzione dal russo di Giacinta De Dominicis Jorio.
LIBRO PRIMO.
PARTE PRIMA.
CAPITOLO 1.

«Eh bien, mon prince, Gênes et Lucques ne sont plus que des apanages, des « pomestja » de la famille Buonaparte. Non, je vous préviens que si vous ne me dites pas que nous avons la guerre, si vous
vous permettez encore de pallier toutes les infamies, toutes les atrocités de cet Antichrist (ma parole, j’y crois), je ne vous connais plus, vous n’êtes plus mon « verneyj rab », comme vous dites ». Basta, buon giorno, buon giorno! « Je vois que je vous fais peur... » [Ebbene, principe, Genova e Lucca non sono altro, ormai, che appannaggi, feudi, della famiglia Buonaparte. Vi avverto che se non mi dite che è la guerra, se vi permettete ancora di attenuare tutte le infamie, tutte le atrocità di quell’Anticristo (parola d’onore, ci credo), non vi riconoscerò più, non vi considererò più mio amico, mio fedele schiavo, come voi dite (...). Mi accorgo che vi faccio paura...]. (1) Sedetevi e raccontate!
Così parlava nel luglio 1805 Anna Pàvlovna Scerer, damigella d’onore e persona vicinissima all’imperatrice madre Màrija Fëdorovna (2) andando incontro al principe Vassilij, personaggio importante e pluridecorato, che giungeva per primo al suo ricevimento. Anna Pàvlovna tossiva da alcuni giorni: aveva la « grippe », come diceva lei (« grippe » era allora una parola nuova, usata molto raramente). Su tutti i bigliettini, che quella mattina aveva inviato per mezzo di un lacchè in livrea rossa era scritto indistintamente: «  »Si vous n’avez rien de mieux à faire, M. le comte » (oppure « mon prince »), et si la perspective de passer la soirée chez une pauvre malade ne vous effraye pas trop, je serai charmée de vous voir chez moi entre 7 et 10 heures. Annette Scerer » » [3. Se non avete niente di meglio da fare, signor conte (oppure: mio caro principe), e se la prospettiva di trascorrere la serata con una povera ammalata non vi spaventa troppo, sarò lieta di vedervi in casa mia questa sera tra le sette le dieci].
« Dieu, quelle virulente sortie! » [4. Mio Dio, che violenta invettiva!] - rispose, per nulla imbarazzato da quell’accoglienza, il principe in divisa di Corte, ricamata, con calze di seta e •scarpette con la fibbia, ornato di tutte le sue decorazioni e con un’espressione sorridente sul viso volgare.
Egli si esprimeva in quel francese ricercato, nel quale i nostri nonni non solo parlavano, ma pensavano, e con quelle intonazioni sommesse e protettive che sono proprie di un uomo importante, invecchiato in società e a Corte. Egli si avvicinò ad Anna Pàvlovna, le baciò la mano, abbassò dinanzi a lei il cranio profumato e lucido e si sedette tranquillamente sul divano.
« Avant tout dites-moi, comment vous allez, chère amie? » [5.
Innanzitutto, ditemi come state, mia cara amica!] Tranquillizzatemi - disse, senza mutare il tono della voce che, nonostante le convenienze e l’espressione simpatica, lasciava trasparire l’indifferenza e addirittura l’ironia.
Com’è possibile star bene... quando lo spirito soffre? Come si può in questi tempi essere tranquilli, se si ha un po’ di sensibilità? - rispose Anna Pàvlovna. - Spero che vorrete trascorrere qui la vostra serata, vero?
E’ la festa dell’ambasciatore d’Inghilterra? Oggi è mercoledì. Devo essere presente - rispose il principe. - Mia figlia verrà a prendermi e mi accompagnerà...
Credevo che la festa di oggi fosse stata rinviata. « Je vous avoue que toutes ces fêtes et tous ces feux d’artifice commencent à devenir insipides... » [6. Vi confesso che tutte queste feste e tutti questi fuochi d’artificio cominciano a diventare noiosi].
Se si fosse saputo che voi lo desideravate, la festa sarebbe stata rinviata - disse il principe che per abitudine, come un orologio cui si sia data la carica, ripeteva cose alle quali neppur lui pretendeva che si credesse.
« Ne me tourmentez pas. Eh bien, qu’a-t-on décidé par rapport à la dépêche de Novosilzòv? Vous savez tout » [Non tormentatemi! Dunque, che cosa è stato deciso a proposito del dispaccio a Novosilzòv? Voi sapete tutto] (7).
Che posso dirvi? - rispose il principe in tono freddo e seccato.
« Qu’a-t-on décidé? On a décidé que Buonaparte a brûlé ses vaisseaux, et je crois que nous sommes en train de brûler les nôtres » [8. Cosa si è deciso? Si è deciso che Buonaparte ha saltato il fosso e io credo che noi siamo in procinto di fare altrettanto].  Il principe Vassilij parlava sempre pigramente, come un attore che reciti in una vecchia commedia. Anna Pàvlovna Scerer, al contrario, nonostante i suoi quarant’anni, era vivace, piena di brio, entusiasta. 
L’essere entusiasta era divenuta la sua condizione consueta e talvolta si dimostrava tale, pur non volendolo, per non deludere l’attesa di coloro che la conoscevano. Il sorriso contenuto, che sfiorava continuamente il viso di Anna Pàvlovna, sebbene non si addicesse ai suoi lineamenti avvizziti, esprimeva, come nei bambini viziati, la coscienza del proprio grazioso difetto del quale ella non voleva, non poteva e non riteneva necessario correggersi. Nel corso di una conversazione di argomento politico, Anna Pàvlovna si accalorava.
Ah, non parlatemi dell’Austria! Può darsi che io non capisca nulla, ma l’Austria non ha mai voluto e non vuole la guerra! Essa ci tradisce (9). E’ solo la Russia che deve salvare l’Europa. Il nostro benefattore ne conosce l’alto destino e le sarà fedele. Ecco la sola cosa in cui io abbia fede. Al nostro buono, ammirevole imperatore spetta il più alto compito che esista al mondo ed egli è così virtuoso e buono che Iddio non lo abbandonerà e lo aiuterà ad assolvere il suo compito, a schiacciare l’idra della ribellione che è oggi più che mai terribile nella persona di quell’assassino, di quel malfattore! Noi soli dobbiamo riscattare il sangue del giusto. Ditemi: su chi possiamo sperare? L’Inghilterra, con la sua mentalità commerciale, non sarà in grado di capire la grandezza d’animo dell’imperatore Alessandro (10).  Essa ha rifiutato di evacuare Malta (11). Vuole vedere e trovare il motivo segreto del nostro modo di agire. Che hanno detto di Novosilzòv? Niente. Non hanno capito, non possono capire il sacrificio del nostro imperatore che nulla vuole per sé, ma tutto per il bene del mondo. E che cosa hanno promesso? Niente. Ciò che hanno promesso non avverrà. La Prussia ha già dichiarato che Buonaparte è invincibile e che tutta l’Europa non può far nulla contro di lui... E io non credo neppure a una parola di Hardenberg... (12). « Cette fameuse neutralité prussienne, ce n’est qu’un piège! » [13. La famosa neutralità prussiana non è altro che una trappola]. Io credo soltanto in Dio e nell’alto destino del nostro amato imperatore. Egli salverà l’Europa!  E a un tratto Anna Pàvlovna si interruppe, con un sorriso canzonatorio per il proprio ardore.
Io penso - disse il principe sorridendo - che, se avessero mandato voi invece del nostro caro Wintzingerode (14), avreste ottenuto facilmente il consenso del re di Prussia. Siete così eloquente! Mi offrite una tazza di tè?
Subito. « A propos », - aggiunse Anna Pàvlovna, calmandosi di nuovo
questa sera verranno qui due uomini molto interessanti: « le vicomte de Mortemart, il est allié aux Montmorency par les Rohans », una delle migliori famiglie francesi: un emigrato di quelli buoni, di quelli degni di questo nome... e poi « l’abbé Morio » (15). Conoscete quest’uomo dall’intelligenza tanto profonda? E’ stato ricevuto dall’imperatore. Lo sapevate?
Ah! Ne sarò felicissimo - rispose il principe. - Ditemi, - soggiunse negligentemente, come se si ricordasse all’improvviso di qualche cosa poco importante, mentre quello che stava per chiedere •costituiva lo scopo essenziale della sua visita - è vero che « l’impératrice-mère » desidera la nomina del barone Funke come primo segretario a Vienna? A quanto pare, quel barone è un uomo da poco...
Il principe Vassilij voleva far ottenere al figlio proprio quel posto che, con l’intercessione dell’imperatrice madre Màrija Fëdorovna, si voleva dare al barone. Anna Pàvlovna chiuse quasi gli occhi per significare che né lei, né alcun altro poteva giudicare ciò che piaceva all’imperatrice.
Il barone Funke è stato raccomandato all’imperatrice madre da sua sorella - si limitò a dire in tono triste e asciutto.  Quando Anna Pàvlovna nominò l’imperatrice madre, il suo volto assunse •di colpo quell’espressione di profonda, sincera devozione e stima, mista a dolore, che assumeva ogniqualvolta nella conversazione le accadeva di accennare alla sua altissima protettrice. Aggiunse che Sua Maestà aveva voluto dimostrare al barone Funke molta stima, e il suo •sguardo tornò a velarsi di tristezza.
Il principe tacque con aria indifferente. Anna Pàvlovna, con l’abilità che le era propria come donna di società e dama di Corte, e con grande rapidità di tatto, volle punire il principe per aver osato parlare con quel tono di una persona raccomandata dall’imperatrice e nello stesso tempo per consolarlo...
« Mais à propos de votre famille », - disse - sapete che vostra figlia, da quando ha fatto il suo ingresso in società, « fait les délices de tout le monde? On la trouve belle comme le jour » [16. Ma a proposito della vostra famiglia (...). sapete che vostra figlia è l’ammirazione di rutti? Tutti la giudicano bella come il giorno].  Il principe s’inchinò in segno di rispetto e di gratitudine.
Io penso spesso, - proseguì Anna Pàvlovna dopo un breve silenzio, avvicinandosi al principe e sorridendogli affettuosamente come per dimostrargli che la conversazione politica e mondana era finita e che ora cominciava quella intima - io penso spesso che a volte la felicità della vita è ingiustamente suddivisa tra gli uomini. Perché la sorte vi ha dato due figli così simpatici? Non parlo di Anatolij, l’ultimo nato, che non mi piace affatto! - soggiunse in tono deciso, sollevando le sopracciglia. - Due figli così affascinanti? E voi, a dire il vero, li apprezzate meno di tutti, perché valete meno di loro...


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