Cerca in questo Sito o nel web Servizio fornito da FreeFind

La Frusta! Cerca nel Web

François-Marie Arouet, detto Voltaire ). Commediografosaggista, filosofo  francese (Parigi, 1694 - idem, 1778) 


Intelligenza mordace, ironica, sferzante, Voltaire combatté tutta la vita con la sola forza della mente e delle Lettere, in nome della ragione, della tolleranza e dell’umanesimo illuminista. Mens agitat molem, amava scrivere a margine dei testi che glossava, fermamente convinto che la forza dello spirito e delle idee tutto muove e tutto smuove. A Parigi come a Londra, a Berlino come  a Ferney, il difensore delle vittime dell’arbitrio e del fanatismo incarnò i valori civili  e culturali della migliore  coscienza europea venuta fuori in primo luogo dalla ricerca filologica dell’Umanesimo che non arretra davanti alle scoperte scomode di un’attenta lettura e interpretazione dei testi, in secondo luogo dalla rivoluzione scientifica del ‘600 che separa per sempre il divino dal naturale e la verità che viene dall’ipse dixit da quella che emerge dal pensiero logico-sperimentale, in terzo luogo dalla ragione liberale di conio anglosassone, costituendo  la sua opera un’eredita spirituale cui faranno riferimento  più tardi i protagonisti della Rivoluzione francese, ma che è patrimonio di ogni uomo che voglia avere la ragione come ispiratrice dei propri principi e delle proprie azioni. 
In vero affascinato  dal potere – favorito di  Luigi XV, amico corteggiato da Federico II di Prussia, che egli credé di potere consigliare e di cui il Monarca ebbe anche l’avventura di invaghirsi –  non seppe sempre trarre tutte le conseguenze dalle  rivoluzioni del suo secolo: quelle delle scienze esatte ed umane - da Buffon a Maupertuis a Rousseau. Non seppe anche, o non volle, pensare fino in fondo le proprie idee corrosive in tema di religione: la sua filosofia teologica sostenne una posizione mediana ma flebile – quella teista –  tra le bordate atee e materialiste conseguenti fino all’estremo di un d’Holbach e  i prepotenti dogmi delle religioni confessionali.
La sua vita non fu del resto scevra da contraddizioni: l’esiliato da Parigi seppe molto ben  gestire i suoi beni poiché il finanziere Voltaire, che speculava con le  forniture dell’ esercito ed il commercio coloniale, non era troppo d’accordo col  filosofo Voltaire. All’insegna dell’ideale del Mondain, peraltro,  che sa ben coniugare l’esprit de finesse di una affilata intelligenza con gli agi e i lussi del gentiluomo che nulla si nega, si consumò anche la rottura con Rousseau che indicando invece le istanze dell’uomo naturale a tutti le applicò tragicamente anche a se stesso, vivendo da eremita, o a “quattro zampe” come ebbe malevolmente a fargli notare lo stesso Voltaire. (vedi qui a fianco)

Impertinenze ed ambizioni letterarie 
Voltaire scelse la propria identità di figlio: se François Marie Arouet nasce da un uomo molto comune, un notaio, egli invece si spaccerà per  figlio del  Signor  de Rochebrune, moschettiere, ufficiale e poeta, e se ne congratulerà con  la madre, morta quand’egli non ha che dieci anni. Ma è il denaro del notaio che gli permetterà  di compiere studi brillanti al collegio Louis-le-Grand, presso i  Gesuiti, dove i suoi camerati portano grandi nomi. Fin dal 1712, partecipa ai salotti letterari e frequenta bene, pur proseguendo gli  studi di diritto.  Partecipa ad una missione diplomatica all’Aia, ma è ricacciato a Parigi a causa di un intrigo amoroso con  una certa Pimpette. Il padre Arouet progetta di spedire a Santo Domingo il figliolo turbolento, che gli risponde scrivendo un’ ode e una satira in versi: la sua carriera, sarà quella delle Lettere! Gli attribuiscono, nel 1716, versi ingiuriosi  sul Reggente. A forza di fare ridere il Tout-Paris alle spalle di Philippe d’Orléans, il giovane Arouet è indotto all’esilio a Sully-sur-Loire, quindi a saggiare un anno di soggiorno alla Bastiglia. La sua vera entrata sulla scena della Repubblica delle Lettere avverrà  con una tragedia, Edipo (1718): è in questa circostanza che prende il nome di Voltaire, e che conosce il successo.  Vezzeggiato, invitato in società, destinatario di prebende, viaggia in Olanda, paese di libertà, ed intende cimentarsi  in un altro saggio  di nobile tragedia con l’ Henriade epopea alla gloria di Enrcio IV e della tolleranza, di cui pubblica una prima versione nel 1723 sotto il titolo de La lega.

L’esilio in Inghilterra
Mentre lavora per la Corte che lo considera un acclamato autore di commedie e di tragedie, prende in giro il Cavaliere di Rohan, cosa che gli valse un fracco di botte. Pensa di lavare il suo onore con un duello, ma lo “imbastigliano” ancora alcuni giorni prima di consentirgli di partire per l’Inghilterra, dove vi resterà due anni e mezzo. Apprende subito l’inglese e appena un anno dopo è in grado di scriverlo (Essay upon the civil Wars of France and also upon the Epic Poetry of the European nations from Homer down to Milton). Il re George II lo gratifica di una pensione, e, da uomo d’affari informato, Voltaire aumenta considerevolmente la propria fortuna: il commercio inglese ha incanti innegabili; la filosofia e la letteratura anche: Locke, Newton, Shakespeare.

Cirey: ritiro e studio
Rientrato dall’Inghilterra nel novembre 1728, Voltaire riaffronta il vortice parigino nel marzo del 1729: Brutus (1730) e Zaire   (1732), ancora due  tragedie, incontrano il  successo.  Ma non  solo i grandi temi tragici  lo ispirano. C’è una corda civile, ignota fino ad allora al poeta di palazzo, che lo ispira e che resterà una sua costante, di intellettuale engagé esempio preclaro nella trazione francese almeno fino a Zola e ai giorni nostri. Le esequie della Sig.na Lecouvreur, attrice, il cui corpo era stato gettato in  strada, lo indigna: ne fa un’ode. In questo periodo  fa la conoscenza di Émilie du Châtelet, donna detestata  da molti perché raziocinante, filosofa, e libera. La loro unione durerà quindici anni. Nel 1734, la pubblicazione intempestiva delle Lettere filosofiche o Lettere inglesi (un genere quello dell’epistola in prosa che dall’Inghilterra viene da lui importato in Francia e da lì si diffonderà in tutto il Continente)  costringe Voltaire a rifugiarsi dalla  sua amante, a Cirey, un castello della Lorena, dove vivrà una straordinaria avventura intellettuale e sentimentale. Conduce un’esistenza sia mondana che appartata da studioso, conforme alle sue inclinazioni epicuree (Discorso in versi sull’uomo, 1738); scrive lettere, a centinaia, in particolare, a  Federico  II di Prussia, che incontrerà nel 1741 e nel 1743 in occasione di missioni diplomatiche e dai cui  approcci non del tutto spirituali si sottrarrà. Stuzzica i suoi contemporanei: le reazioni al  suo poemetto  Il  mondano   gli suggeriscono un  momentaneo esilio  in Olanda.

Il favore della corte di  Francia
Continua la sua opera di tragediografo di successo per il bel mondo, al quale crede molto, e dal quale del resto è molto apprezzato. D’altronde quello è il mondo in cui tra sapienti autocensure e improvvise, scoperte, allusioni si può giocare con l’intelligenza mondana dei  propri pari (il gran mondo cui egli sente di appartenere de facto se non di diritto), rivelare loro ciò che non vorrebbero sentirsi dire, stuzzicarli e pungerli sul vivo. Se il suo Mahomet (titolo alternativo Le fanatisme) è vietato a Parigi nel  1742, Mérope vi è invece rappresentata e  osannata. Infine, approfittando dell’ascesa dei fratelli d’Argenson in politica, Voltaire guadagna il favore della corte di Francia, per la quale scrive; sarà nominato storiografo  del re nel 1745 accademico e gentiluomo fin dall’anno successivo, ma si guasta una felice carriera  pubblicando Memnon, storia orientale, quindi Come va il mondo e Zadig, di cui Memnon è una prima versione: è la disgrazia.

Il sogno berlinese
La morte della signora di Châtelet affretta la sua partenza per Berlino, dove tenta, tra 1750 e 1752, di convincere il suo bollente e illuminato amico, Federico II, di governare secondo le sue idee. È il vecchio sogno di Platone di rendere i filosofi re e i re filosofi, di coniugare l’intelligenza e la ragione con la forza e il potere, ma è solo un sogno, avendo la filosofia e la politica distinte urgenze. A Berlino scrive Micromega  e Il  secolo di Luigi XIV, e comincia il Dizionario filosofico. Ma il governo dispotico e casermesco di Federico non può trovare collimazione coi suoi ideali filosofici e tolleranti. Federico ricorre all’odiosa pratica di far bruciare un testo di Voltaire contro Maupertuis.  La liaison tra i due precipita: occorre lasciare di fretta Berlino, nel marzo 1753, conoscere di nuovo l’infamia dell’arresto, in settembre, a Francoforte su ordine di Federico, quindi rifugiarsi in Svizzera, da M me Denis, sua nipote, e amante  da 1745.

Ferney centro dell’Europa dei Lumi
Il terremoto  di Lisbona (1755) e gli inizi della Guerra dei Sette anni (1756) sono per Voltaire la conferma che il mondo è governato dal male, fisico e morale. Si sforzerà di indurre al negoziato i  diplomatici della Francia e della Prussia per una pace separata, ma fallisce. Ritorna al  lavoro intellettuale che gli è più proprio: Il Poema  sul disastro di Lisbona (1756), il Saggio sulla storia generale, sui costumi  e lo spirito delle nazioni (1756) e la redazione di nuovi racconti, Jeannot e Colin (1764), L’ingenuo (1767), e soprattutto Candido o l’ottimismo (1759) - di cui la celebre frase «Il faut cultiver notre jardin », bisogna coltivare il proprio giardino, riassume la lezione di saggezza – sono la produzione intensa di questo periodo. L’articolo “Ginevra” dell’Enciclopedia, attacco in piena regola contro la condotta dei tristi calvinisti svizzeri, fa scandalo. Voltaire è accusato di averlo ispirato a d’ Alembert. Rousseau gli invia una lettera di insulti nel 1760, e subisce, alla stregua di Diderot e di d’Alembert, in Francia, una campagna senza precedenti dal fronte oscurantista degli “anti- philosophes”.
Ma Voltaire è ormai invulnerabile: nel 1758, ha acquistato Ferney, a cavallo della frontiera tra la  Francia e la Svizzera: qui “coltiva il suo giardino”; da Ferney  spara sul mondo, irride ciò che vuole, è visitato da tutti, e pronuncia giudizi a proprio discernimento. Da qui anche organizza la sua fortuna, che fa di lui lo scrittore  più ricco del secolo. La ricchezza è approdo di una concezione di vita che non ha mai dissimulato ma anche usbergo infrangibile per la propria intelligenza pensante: nessuna indipendenza di giudizio è infatti possibile se si è al soldo di qualcuno.
      
L’affaire Calas
Dopo avere difeso un pastore protestante condannato a morte, Voltaire lancia, nel 1762, l’affaire Calas. L’anno precedente a  Tolosa era stato trovato impiccato nel proprio granaio Marc-Antoine Calas.  La voce pubblica asseriva che questo giovane protestante, sul punto di convertirsi al cattolicesimo, era stato ucciso dal padre, Jean Calas, che perciò è mandato a morte per ruota (tortura) il 9 marzo 1762.  Voltaire, informato del processo, ne organizza la difesa postuma e ne chiede  la riabilitazione. Trova partner protestanti e liberali che lo aiutano in quest’impresa, solleva l’opinione nazionale ed internazionale e finisce per fare riabilitare Calas  a Parigi il 9 marzo 1765, all’unanimità. È un Voltaire impegnato sul fronte della coscienza civile in nome della ragione e della tolleranza, in aspra lotta contro ogni forma di oscurantismo, che in quegli anni promanava da entrambi i fronti religiosi, sia cattolici che protestanti, come anche dalle altre religioni confessionali. Nel Trattato sulla tolleranza (1763), sostiene la tesi del suicidio del giovane Calas argomentando finemente  sui moventi del presunto omicidio: un padre può uccidere il  figlio  per impedirgli di convertirsi ma a condizione che sia preda del fanatismo, e tutti hanno ammesso che Calas padre non è un fanatico. D’altra parte, le prove sulle quali i giudici si sono pronunciati sono state fornite dalle autorità religiose, esse sì  fanatiche. È qui la lotta ingaggiata da Voltaire: «écraser l'infâme », schiacciare l’infame: lottare con  tutte le proprie forze contro l’intolleranza in nome della religione naturale, contro quella confessionale. È il teismo (o deismo) di Voltaire: l’attestazione di un Dio aconfessionale, senza dogmi e cerimonie, un Dio  creatore che sovrintende al meccanismo che ha creato (dio –orologiaio) e che si limita a punire e a remunerare le creature.

Combattere “l’infame”
Altri casi seguiranno (le affaires Sirven, Lally-Tollendal), dove il filosofo  militante criticherà il funzionamento della giustizia e dove userà sia  pseudonimi, come nell’affare Calas, come  il suo nome di battaglia: così quando, per avere mutilato un crocifisso, un adolescente di Arras il Cavalier de la Barre viene ammazzato con una sottile perfidia - dita mozzate, lingua strappata, testa tagliata - e  bruciandogli sul corpo una copia del Dizionario filosofico.  “L’ infame” reagisce contro colui che ha spiegato che è ridicolo adorare dio - e Voltaire adora dio e combatte l’ateismo - di concepirlo trino, incarnato, crocifisso e resuscitato. Voltaire odia che si degradi la divinità tirandola dalla propria parte, ed è ciò che troveremo  in tutti i suoi scritti: il Dizionario filosofico, ad un tempo serio e brillante ed  ironico come sempre; le Questions sur l'Encyclopédie, dove fa un’ ulteriore ricognizione delle conoscenze e dei problemi filosofici che lo interessano, e dove intende regolare il suo conto con l’ateismo(e occorre tenere presente, per un autore  troppo frettolosamente catalogato nei ranghi degli increduli,  questo doppio versante polemico); i racconti, pubblicati spesso in forma anonima, e le numerose lettere, sia private sia quelle più propriamente pubbliche di genere letterario. Ci si accalca a Ferney, dove Voltaire, vera coscienza d’Europa, coltiva allo stesso tempo un’arte consumata di proprietario terriero e di signorotto di paese.

Ultimi onori parigini
Madame Denis, nipote e amante di Voltaire, si annoia a Ferney e finisce per convincerlo a ritornare a Parigi nel febbraio 1778. È il trionfo, ma l’uomo, ultraottantenne, è stanco e cade presto malato. Dopo avere  ceduto alle pressioni della Chiesa ed aver  vergato una ritrattazione ambigua – «Se ho recato scandalo alla Chiesa, ne chiedo perdono a Dio ed Essa» – accompagnata da  un altra dichiarazione, scritta prima - «Io muoio adorando Dio, amando gli amici, odiando i nemici, ed esecrando la superstizione».  Il 30 marzo, riceve l’omaggio della Académie Française, e la folla lo porta in trionfo alla Comédie-Française per la sesta rappresentazione di Irene, la sua ultima tragedia. Si spegne la sera del 30 maggio 1778, ed è sepolto secondo i precetti della Chiesa, per le cure del nipote, l’abate Mignot, all’abbazia di Scellières, nella diocesi di Troyes, appena prima dell’arrivo di una lettera di divieto del vescovo. Dopo la Rivoluzione, l’11 luglio 1791, il suo corpo entrerà in gran pompa al Pantheon, dove sarà accompagnato dalla processione sterminata dei cittadini riconoscenti, durante la prima cerimonia rivoluzionaria che si svolse senza la partecipazione del clero. Il suo epitaffio porta queste parole: «Combatté gli atei  ed i fanatici. Ispirò la tolleranza, invocò i diritti dell’uomo contro la servitù e la  feudalità. Poeta, storico, filosofo, ampliò lo spirito umano, e gli insegnò ad essere libero».

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°




Pagina a cura di alfio squillaci
©Propietà riservata. Vietata la riproduzione. Copia registrata in "corso particolare".
Voltaire
Voltaire
Nel  1755, Rousseau partecipa un’altra volta  al concorso dell'Accademia di Digione (dopo aver vinto la precedente edizione del 1750 col Discorso sulle lettere e le arti ) per rispondere, questa volta, ad una domanda più politica ("Qual è l'origine della disuguaglianza fra gli uomini?") ed invia il suo Discorso  sulla diseguaglianza fra gli uomini a Voltaire. Quest'ultimo gli risponde, col tono che vedremo, indirizzando  più che altro le sue  argomentazioni contro il   primo discorso. La risposta di Rousseau, prova evidente  dell'ammirazione   per il Grand'uomo, apre tuttavia le ostilità.

LETTERA A ROUSSEAU del 30 agosto il 1755  

Ho ricevuto, Signore, il vostro nuovo libro contro il genere umano, e ve ne  ringrazio. Piacerete  agli uomini, dicendo loro la verità, ma non li correggerete. Non si possono dipingere con tinte  più forti gli orrori della società umana, di cui solo la nostra ignoranza e la nostra debolezza  fanno promessa di  consolazione.  Non si è mai impiegato  tanto ingegno  nel volerci dipingere come bestie; viene la voglia di mettersi  a quattro zampe, quando si legge il vostro lavoro. Tuttavia, avendone perso l’abitudine da oltre sessanta anni, scorgo  che mi è  impossibile riprenderla, e lascio volentieri questa postura a quelli che ne sono più degni di voi e di me. Non posso neppure imbarcarmi per andare a trovare i selvaggi del Canada; in primo luogo, perché le malattie di cui sono afflitto fanno sì che non mi allontani troppo dai più grandi medici d’Europa, sicuro di non trovare  gli stessi aiuti nel  Missouri; in secondo luogo, perché la guerra ha raggiunto anche quei lontani Paesi, avendo  gli esempi delle nostre nazioni reso i selvaggi quasi cattivi  come noi. Mi limito ad essere un selvaggio pacifico nella solitudine che ho scelto presso la vostra patria [Ginevra], dove dovreste essere anche voi.
Concordo  con voi che le  belle lettere e le scienze hanno causato a volte molti mali. I nemici del Tasso  fecero della sua vita un ordito di disgrazia, quelli del Galileo lo fecero gemere nelle prigioni, a settant’anni, per avere affermato  il movimento della terra e, cosa più grave, lo costrinsero a ritirarsi. Appena i vostri amici avevano cominciato il Dizionario enciclopedico, coloro che osarono esserne avversari  li trattarono da deisti, da atei ed anche da giansenisti (...)

Molte sono le amarezze che costellano la vita umana, ma in quest’ambito sono le meno disastrose. Le spine recate dalla letteratura ed a  un po' di   reputazione non sono che  fiori in confronto agli altri mali che da sempre hanno inondato la terra. Riconoscerete che né Cicerone, né Varrone, né Lucrezio, né Virgilio, né Orazio ebbero parte attiva nelle prescrizioni (della guerra civile). Mario era un ignorante; Silla un barbaro, Antonio un  abietto, l'imbecille Lepido non leggeva  certo Platone o Sofocle; e   quel tiranno senza coraggio, Ottavio Cepia, detto impropriamente Augusto, fu un assassino efferato soltanto quando  non si accompagnò a letterati.

Riconoscerete che Petrarca e Boccaccio non furono i responsabili  dei i disordini d'Italia;  ammetterete  che lo scherzo  di Marot non ha prodotto certo la notte di San Bartolomeo  e che la tragedia del Cid non causò i disordini della Fronda. I grandi crimini non sono stati commessi che da  clamorosi ignoranti. Ciò che fa e farà sempre di questo mondo una valle di lacrime, è la cupidigia  insaziabile e l'orgoglio indomabile degli uomini, da Thamas-Kouli-Kan, che non sapeva leggere, fino all’ultimo commesso di dogana che sa soltanto compitare. Le Lettere nutriscono il cuore, lo rettificano, lo consolano; vi servono, Signore, proprio mentre scrivete contro di  esse: siete come il glorioso Achille, che se la prendeva con  la gloria, e come Pierre Malebranche, ispirato da un’immaginazione brillante a scrivere contro l'immaginazione.

Se qualcuno deve lagnarsi delle Lettere, sono io, poiché in tutti i tempi ed in tutti i luoghi esse sono servite ai miei  persecutori; ma occorre amarle  malgrado l'abuso che se ne fa, come occorre amare la società di cui tanti uomini cattivi  guastano  le piacevolezze; come occorre amare la propria patria, ad onta delle  ingiustizie patite; come occorre amare l’Essere supremo, nonostante le superstizioni  ed il fanatismo che disonorano  così spesso il suo culto.
Il Sig. Chappuis mi informa  che la vostra salute è cattiva; occorrerebbe venirla a ristabilire nell'aria nativa, goderne della libertà, bere con me il latte delle nostre mucche, e brucare le nostre erbe.
Sono molto filosoficamente e con la più grande stima, ecc..



RISPOSTA (A VOLTAIRE) il 10 settembre 1755

 Spetta a me, Signore, ringraziarvi sotto ogni riguardo. Facendovi dono del frutto dei miei tristi pensieri, non ho creduto affatto di farvi un dono degno di Voi, ma di assolvere un dovere e di rendervi quell’omaggio che vi dobbiamo come   nostro capo. Grato, peraltro, all'onore che avete reso alla mia Patria, condivido la riconoscenza dei miei concittadini, e spero che non farà che aumentare ancora, quando avrà approfittato dei suggerimenti  che darete loro. (..)

Sappiate  che non aspiro a ricondurre il genere umano alla condizione ferina, sebbene mi rammarichi molto, per parte mia, di quel  poco che ne ho perso. Quanto a voi, Signore, per questo ritorno occorrerebbe  un miracolo, così grande e ad un  tempo così deleterio, che spetterebbe soltanto a un Dio farlo e a un  Diavolo volerlo. Non tentate dunque di ricadere a quattro zampe; nessuno al mondo ci riuscirebbe meno di voi. Contribuite già tanto a  farci stare dritti sui nostri due piedi da  rinunciare a stare sui vostri.   

Convengo  sul fatto delle disgrazia che incombono sugli uomini celebri nelle lettere; convengo anche su  tutti i mali che affliggono l'umanità e che sembrano indipendenti dalle nostre vane conoscenze. Gli uomini hanno aperto su sé  stessi tante fonti di miserie che anche  quando il caso me occlude qualcuna non ne restano  meno inondati. Del resto vi sono nel progresso delle cose dei collegamenti nascosti che il volgare non scorge, ma che non sfuggiranno affatto al  saggio quando vi vorrà riflettere. Non fu né Terenzio, né Cicerone, né Virgilio, né Seneca, né Tacito; non furono né i dotti né i poeti a causare le disgrazia di Roma ed i crimini dei Romani: ma senza il veleno lento e segreto che minava poco a poco il governo più forte di cui la storia ricordi, né Cicerone né Lucrezio, né Sallustio  avrebbero potuto  esistere o scrivere
 [...] Il gusto delle lettere e delle arti sorge in un popolo man mano che il vizio interiore aumenta; e se è vero che tutti i progressi umani sono perniciosi alla specie, quelli dello spirito e delle conoscenze che aumentano il nostro orgoglio e moltiplicano i nostri smarrimenti, accelerano presto le nostre disgrazia. Ma viene presto un tempo in cui  il male è tale che le cause stesse che lo hanno fatto sorgere sono necessarie a impedirgli di aumentare; è come la spada  che occorre lasciare nella ferita, per paura che il ferito spiri  strappandola.
Quanto a me se avessi seguito la mia prima vocazione e non avessi né letto né scritto, ne sarei certamente stato più felice. Tuttavia, se le Lettere fossero adesso annientate, sarei privato del solo piacere che mi resta. È nel loro seno che trovo conforto a tutti i miei mali ed è fra quelli che le coltivano che provo le dolcezze dell'amicizia e che imparo a  godere della vita senza temere la morte.[...]

Ricercando la prima fonte dei disordini della società, troveremo che tutti i mali derivano agli uomini molto più dall'errore che dell'ignoranza, e ciò che non sappiamo affatto ci nuoce molto meno di ciò che crediamo sapere. Ora, quale  più sicuro mezzo di correre di errore in errore, come il  furore di volere tutto sapere? Se non si fosse preteso accertare che la Terra non girava, non si sarebbe punito Galileo per aver  egli solo detto che essa girava. Se soltanto i filosofi non avessero preteso esserlo, l'Enciclopedia  non avrebbe avuto persecutori [...] Non siamo dunque sorpresi nel sentire
alcune spine unitamente ai fiori che coronano i grandi talenti.[...]
Sono sensibile al vostro invito; e se questo inverno mi concederà in primavera di andare a vivere nella mia patria, ivi trarrò profitto delle vostre bontà, ma preferirei bere l'acqua della vostra fontana che il latte delle vostre mucche, e quanto alle erbe del vostro orto, temo di non trovarvi altro che il Loto, che non è cibo per  animali, e il  Moly (1)  che impedisce agli uomini di diventarlo.
Con tutto il cuore  e con rispetto, sono ecc..

(1) Moly, pianta magica contro gli incantesimi. Sia la citazione del Loto che del Moly alludono ad episodi dell'Odissea, il primo a quello dei Lotofagi, il secondo all'episodio di Circe.

trad. e nota a cura di Alfio Squillaci
Voltaire.in Rete

<<<   Voltaire Integral - Tutto Voltaire a colpi di clic - Formidabile!

<<< Era ateo Voltaire?

<<<  Voltaire non ha mai detto: "Non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire"

<<< Le mondain/L'uomo di questo mondo
 
Una raccolta di tutti i testi del padre dell'illuminismo, confluiti nel corpus dei "romans philosophiques", accanto a un'ampia scelta di brevi scritti satirici e polemici. Accanto ai racconti più celebrati - da "Micromega" a "Candido" - e a quelli "minori" - "Il facchino guercio" o "Storia di un buon bramino" - gli scritti meno famosi risultano altrettanto rappresentativi della scrittura di Voltaire, sempre sospesa tra invenzione folgorante e intenzione militante. Immersa in un percorso culturale che parte dal Cinquecento, l'opera di Voltaire si situa nel campo lungo dello scontro tra cultura religiosa e cultura laica, definendo la sua grande attualità in un'epoca di fanatismo e integralismo da un lato, di annullamento del pensiero dall'altro. 

"Nel ""Candido"" oggi non è il ""racconto filosofico"" che più ci incanta, non è la satira, non è il prender forma d'una morale e d'una visione del mondo: è il ritmo. (Italo Calvino) Vi sono delle opere così spaventosamente grandi, questa è del numero, che schiaccerebbero chi lo volesse portare. La fine di ""Candido"" è per me la prova evidente di un genio di prim'ordine. C'è l'artiglio del leone in questa conclusione tranquilla, stupida come la vita. (Gustave Flaubert)" 


"Il trattato sulla tolleranza" (1763), che prese spunto dalla vicenda di un commerciante ugonotto di Tolosa condannato a morte ingiustamente per l'omicidio del figlio, è un vero e proprio "manifesto" per la libertà e il valore universale della tolleranza religiosa. E' un'opera che apre il cosiddetto periodo dei Lumi e costituisce una delle basi ideologiche della Rivoluzione francese. L'introduzione è di Salvatore Veca. 

Prima paginaFili di fumoEnferRecensioniRivistaProfili di autori
ContattaciAtlante Letterario Bacheca pubblicaCompiti

Voltaire e Rousseau
    
 Una marchesa francese del Settecento, dama di corte, dissoluta, illuminista, affascina l' America del riflusso religioso e conservatore di George W. Bush. Due sue biografie, Passionate Minds («Menti appassionate») di David Bodanis e La dame d' esprit («La dama di spirito») di Judith Zinsser, pubblicate contemporaneamente il mese scorso, figurano in testa alla classifica dei bestseller. La vestale del femminismo americano Gloria Steinam vede in lei l' antesignana del movimento, la donna liberata e realizzata, «prodigio» intellettuale e culturale - così fu chiamata - oltre che sposa, madre e adultera. Al contrario, per i «teocon» la marchesa è una liberal decadente anche se istruita, un simbolo della perdita dei valori che portò la Francia alla rivoluzione. Una «Superwoman» comunque, come segnala Hollywood annunciando che le dedicherà un film. In realtà, per gli americani la marchesa Emilie du Châtelet è una riscoperta. Cinquanta anni fa, Nancy Milford, una delle più importanti autrici di biografie, le dedicò un libro, Voltaire in Love («Voltaire innamorato»), che alimentò i fermenti sociali del tempo, dal femminismo appunto alla integrazione razziale. Compagna e musa del filosofo francese per 15 anni, versata nelle scienze e nelle lettere - tradusse magistralmente dal latino i Princìpi matematici di Newton - eroina di intrighi politici e mondani, la marchesa colpì la fantasia soprattutto dei giovani e delle donne. Gli americani si resero conto che, due secoli prima delle suffragette, Emilie fu tra i protagonisti della rivoluzione illuminista, fondamento dell' Europa moderna, e che con il proprio successo propose all' Occidente un nuovo ruolo per la donna. Passionate Minds e La dame d' esprit riassumono brevemente la storia di Emilie. Nata a Parigi nel 1706, figlia del noto barone di Breteuil, maestro di cerimonie a corte, Emilie dimostrò fino dall' infanzia intelligenza ed energia senza pari, studiando in casa («Se fossi il re - protestò - fonderei una università femminile») e praticando l' equitazione e sport maschili. Damigella d' onore della regina, si sposò a 19 anni col marchese du Châtelet, un colonnello dell' armata reale a cui diede tre figli, ed ebbe numerosi amanti, dal ribaldo duca di Richelieu al matematico Mopertuis. L' incontro con Voltaire nel 1733 cambiò la sua vita. Per sottrarlo all' ira da lui suscitata nel sovrano con l' elogio delle libertà in Inghilterra, lo trascinò in provincia, nel castello di Chirey, con il consenso del marito. Nel 1747, quando Voltaire la tradì con la nipote, lo lasciò per il giovane marchese di Saint Lambert. Morì di polmonite nel 1749, a 43 anni, dopo un parto difficile. Le due biografie concordano sull' amore tra Voltaire e la marchesa ribelle, ma forniscono due ritratti diversi di lei. David Bodanis, un giornalista scientifico, si sofferma sull' appartenenza di Emilie all' ancien régime e sulla sua condotta scandalosa, pur riconoscendone le eccezionali doti di scienziata e letterata. Judith Zinsser, una docente universitaria, ne illustra invece l' opera, che non fu solo di divulgatrice della fisica e della matematica, e autrice di trattati sui massimi pensatori dell' epoca, da Descartes a Leibniz, ma anche di coautrice di Voltaire. Ricorda una paradossale battuta del filosofo, «Emilie è un grande uomo»; il suo ingresso alla Accademia reale delle scienze e «a una analoga istituzione a Bologna»; i suoi sacrifici per conciliare i troppi impegni, lavorando spesso da mezzanotte alle cinque del mattino, dormendo solo tre o quattro ore. Secondo il critico David Propson, il ménage a trois con Voltaire fu «uno sfrontato atto di sfida della marchesa alle convenzioni e alle frivolezze dell' alta società». Nel castello della Champagne, per qualche tempo, «formarono il cuore della Repubblica europea delle lettere, una sorta di Avignone laica rispetto non a Roma, ma a Parigi». Voltaire, ricchissimo, pagò ogni lusso alla marchesa, comprese le stravaganti perdite al gioco, e ne tacitò il marito con ingenti prestiti. In uno sfogo all' abate de Sade, zio del famigerato marchese de Sade, il filosofo, riferisce Bodanis, protestò: «Per stare con lei, devo dibattere persino di algebra e geometria, mentre vorrei parlare di sesso». Quando, dopo il tradimento di Voltaire con la nipote, lei lo abbandonò, il filosofo ammonì con petulanza Saint Lambert: «Lavale le mani dall' inchiostro e toglile il grembiule nero per restituirle fascino e godere del suo amore». Nel libro La dame d' esprit la partnership intellettuale tra Emilie e Voltaire trascende la salacità dei costumi e il legame passionale. La marchesa di Châtelet, tanto audace da travestirsi da uomo per entrare in un caffè vietato alle donne, non è inferiore al compagno, che nei momenti di irritazione la apostrofa come «Madame Newton Pompom», e in pubblico litiga con lei in inglese per non farsi capire dai presenti. Ma nel castello traboccante di libri, 21 mila, di serate musicali, di dissenso dall' ordine costituito, Voltaire innamorato avverte che la sua amante e ispiratrice gli è necessaria fisicamente e mentalmente, e che, come lui, propone una svolta della storia. Conclude la Zinsser che ancora oggi la formidabile figura di Emilie in volontario esilio da Versailles è molto sottovalutata, e che senza di lei Voltaire non sarebbe stato il Voltaire che si conosce.
    
 Ennio Caretto
Il Corriere della Sera del 17 febbraio 2007


La Marchesa di Châtelet
Bellezza

Chiedete a un rospo cos'è la bellezza, il bello assoluto, to kalòn. Vi risponderà che è la sua femmina, con i suoi due grossi occhi rotondi sporgenti dalla piccola testa, la gola larga e piatta, il ventre giallo, il dorso bruno. Interrogate un negro della Guinea il bello è per lui una pelle nera, oleosa, gli occhi infossati, il naso schiacciato. Interrogate il diavolo vi dirà che la bellezza è un paio di corna, quattro artigli e una coda. Consultate infine i filosofi vi risponderanno con argomenti senza capo né coda; han bisogno di qualcosa conforme all'archetipo del bello in sé, al kalòn. Assistevo un giorno a una tragedia, seduto accanto a un filosofo. «Quant'è bella!», diceva. «Cosa ci trovate di bello?» domandai. «Il fatto,» rispose, «che l'autore ha raggiunto il suo scopo.» L'indomani egli prese una medicina che gli fece bene. «Essa ha raggiunto il suo scopo,» gli dissi, «ecco una bella medicina!» Capì che non si può dire che una medicina è bella e che per attribuire a qualcosa il carattere della bellezza bisogna che susciti in noi ammirazione e piacere. Convenne che quella tragedia gli aveva ispirato questi due sentimenti e che in ciò stava il kalòn, il bello. Facemmo un viaggio in Inghilterra vi si rappresentava la stessa tragedia, perfettamente tradotta, ma qua faceva sbadigliare gli spettatori. «Oh, oh,» disse, «il kalòn non è lo stesso per gli inglesi e per i francesi.» Concluse, dopo molte riflessioni, che il bello è assai relativo, così come quel che è decente in Giappone è indecente a Roma e quel che è di moda a Parigi non lo è a Pechino; e così si risparmiò la pena di comporre un lungo trattato sul bello.

Voltaire – Dizionario filosofico
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line