Max Weber
Economista e sociologo tedesco (Erfurt, 1864 - Monaco, 1920).     


Max Weber nasce a Erfurt, in Turingia, nell’aprile del 1864, in una  famiglia protestante che conta industriali del tessile, alti funzionari del Reich ed universitari. Suo padre è nella  carriera politica, nel partito nazional-liberale, e Weber frequenta, fin da dalla più giovane età, politici ed intellettuali quali  Dilthey e Mommsen. Lettore di MarxHegelNietzsche, ma anche di Kant, si appassiona alla storia, alla filosofia, all’estetica, alla teologia, pur seguendo studi brillanti di diritto e di economia: la sua tesi, Storia delle società commerciali nel Medioevo (1889) ed il suo lavoro di abilitazione Storia agraria romana (1891) lo fanno salutare come un eminente ricercatore nell'alveo della tradizione storicista tedesca. Insegna   diritto ed economia politica a  Friburgo (1895) quindi ad Heidelberg (1896), ma una salute cagionevole gli fa abbandonare l’insegnamento nel 1898. Dopo avere fondato nel 1904 la rivista Archivi di scienze sociali e di scienze politiche con Sombart e Jaffé, partecipa, nel 1910, alla fondazione della Società tedesca di sociologia. Impegnato nell' attività politica, in opposizione a quella condotta dal Kaiser Guglielmo II (pur convinto della necessità dello Stato-Nazione), combatte l’antisemitismo, l’antieuropeismo  e la demagogia, ed aderisce al  partito socialdemocratico nel 1918. Membro della delegazione tedesca al trattato di Versailles, è incaricato di lavorare all’elaborazione della Costituzione della Repubblica di Weimar. Chiamato infine nel 1918 alla cattedra  di sociologia dell’università di Monaco, muore prematuramente di polmonite nel giugno del 1920.

Riconosciuto come uno dei fondatori della sociologia, Max Weber fu, con Georg Simmel, un acuto analista della modernità, scorgendo  nella crescente tendenza alla razionalizzazione una caratteristica specifica dello sviluppo della civilizzazione culturale occidentale. Per lui, la sociologia doveva essere una scienza “comprensiva” ed “empirica” dell’attività sociale, di cui “l’ideal-tipo” costituiva l’elemento  concettuale più adeguato.
Parallelamente a lavori teorici e metodologici, Max Weber   redasse studi di storia economica e di sociologia economica, religiosa, politica, giuridica; aprendo così la via alle ricerche di sociologia urbana e di sociologia dell’arte, come pure alla visione sociologica della scienza.

Per Weber, un approccio scientifico è una messa in prospettiva del reale secondo un “punto di vista coerente”  che non occorre confondere con l’opinione soggettiva che si  ha di  un argomento. Nessuna scienza può raggiungere la totalità del reale; ogni ricerca, mirando a  produrre conoscenze oggettive,   deve accettarne il carattere inevitabilmente parziale, come anche di non poter dimostrare la prevalenza di un ordine causale su un altro. È in egual misura altrettanto inammissibile pretendere di fornire sintesi globali e definitive nelle scienze sociali, poiché queste fanno riferimento alle variabili della mentalità, delle configurazioni provvisorie delle  relazione sociali e delle istituzioni storiche. Se ci sono nei processi sociali elementi regolari e costanti,  quantificabili in termini di probabilità, la loro caratteristica è di essere comprensibili per l’osservatore che ne ricostituisce il senso sociale storico. Lavorare sulla “relatività significativa” dei fenomeni sociali non implica in alcun modo, per Weber, attestarsi su  un relativismo indifferenziato dei valori.

Max Weber propone di costituire una scienza “empirica” e “comprensiva” dell’attività sociale al fine di   evitare da un lato l’assimilazione dei fenomeni sociali ad entità metafisiche - Comunità, Società, Classe, Stato - dall’altro   di applicare ad essi,  sotto la spinta di un naturalismo ingenuo, il modello organico della biologia o il modello meccanico della fisica classica.  Questi approcci, al di là del loro antagonismo di facciata, ambivano entrambi   ad un monismo esplicativo tendente all’obiettivo di una scienza normativa del sociale. Per evitare l’impiego metafisico  (idealista o psicologico) dei concetti globali, Weber propone di individuare il “significato soggettivamente pensato” delle “forme sociali” storiche. Con ciò, non rinvia all’esperienza vissuta - nei fatti incomunicabile ed incontrollabile -, ma al senso intelligibile dei comportamenti individuali o di gruppo  alla luce delle conoscenze di cui dispongo gli “agenti”,  gli “attori sociali” studiati. Così è possibile comprendere, spiegare e valutare, rispetto alle istanze di fondo degli individui o dei gruppi, l’efficacia delle loro idee e delle loro azioni, condotte nei vari campi dell’esistenza sociale organizzata: economia, religione, politica, arte...  

Indipendentemente dalla società di cui fa parte, l’essere umano è dotato di una capacità di razionalità limitata che gli permette “di combinare i mezzi ai fini e di valutare le possibilità che gli si offrono”. Non ne consegue che Weber abbia una visione razionalista del mondo, e neppure che “psicologizzi” o atomizzi il sociale: egli prende in esame i grandi fenomeni e i sistemi socio-economico-culturali, i quali  sono il frutto di  rappresentazioni mentali, di azioni individuali e collettive, e della situazione storica del momento, e la cui  aggregazione produce degli effetti che sfuggono alla coscienza e alla volontà degli attori, ciò che Weber chiama il “paradosso dell’azione e delle conseguenze” (come il caso del capitalismo “effetto non voluto e non previsto del protestantesimo”). Poiché, secondo lui, l’elemento che ci fa considerare un evento come un fenomeno sociale ed economico non è un attributo di quest’evento medesimo, ne consegue che l’ideal-tipo è il concetto guida principale delle scienze sociali, “scienze della cultura”. Esso consente l’interpretazione causale di quest’ “insiemi significativi”   permettendo di coglierne la  “singolarità storica” e le  regolarità tipiche, l’elemento diacronico e quello sincronico. L’ideal-tipo aiuta così a far emergere  in che rapporto stanno le società  studiate rispetto ai loro valori, fatto questo implicante che il ricercatore rifletta simultaneamente alla relazione che egli stesso intrattiene con i valori della propria società. L’ideal-tipo risponde all’esigenza di neutralità assiologica, è concetto che non soltanto rinvia alla deontologia della ricerca e dell’insegnamento, ma anche ne condiziona la fecondità. La sua elaborazione allontana i rischi di malintesi e di cattive interpretazioni dei materiali culturali e sociali - sempre portatori di scelta di valori, di visioni del mondo - con la proiezione incontrollata degli ideali e valori personali dello scienziato.

La neutralità assiologica 
Molti  intellettuali tedeschi del  XIX  secolo, e  dell’inizio del  XX secolo , pensavano fosse possibile una scienza generale del sociale da cui dedurre  il sistema delle leggi e delle norme valide per una società data. Era un tentativo di eliminare dalla riflessione sociale  i fenomeni politici, proprio quando gli sconvolgimenti esercitati dalla rivoluzione industriale e dalla Rivoluzione francese ne mostravano l’importanza con le rivendicazioni crescenti d’individualismo e di democrazia. Al contrario, per Weber, che riprende qui la posizione di Kant, non si  può confondere giudizi di fatto e giudizi di valore - identificando il Bello col Buono o col Vero - senza rinunciare all’ambizione di  conoscenze oggettive emergenti da approcci inevitabilmente unilaterali del reale. Non si può dimostrare che un fattore che appare come determinante nel quadro di un’analisi del cambiamento sociale valga come principio motore della storia universale: la gerarchia stabilita tra i diversi ordini di causalità non è naturalmente iscritta nel reale: può soltanto derivare da scelte euristiche (dalla ricerca medesima).
La sociologia non può dare direttive alla prassi politica - che si basa sempre su scelte di valori -, ma soltanto  elementi di competenza tecnica al fine di  valutare una situazione e le conseguenze prevedibili di una decisione. Il giudizio di valore impegna una dichiarazione etica o esistenziale allorché  il riferimento ai valori è il “sostrato delle domande che noi poniamo alla realtà”, un concetto che permette  al sociologo l’interpretazione della condotta umana. È questa distinzione che Weber nomina neutralità assiologica.

Etica della convinzione, etica della responsabilità
Nell’azione politica, Weber oppone l’etica della convinzione, che si preoccupa soltanto del principio morale che ispira l’azione senza curarsi  delle conseguenze, e l’etica della responsabilità, secondo la quale conta solo il risultato. A quelli  attratti dall’azione politica, Weber chiedeva di essere mossi sia dall’etica della convinzione che dall’etica della responsabilità, che accetta di prendere coscienza dei rischi derivanti logicamente da qualsiasi decisione e si impernia su una stima ragionata delle conseguenze prevedibili.

Occorre non confondere scienza sociale e politica sociale per lavorare sul fenomeno del potere. Weber distingue così la Potenza (Macht, con significato di forza) ossia la “possibilità che ha un individuo o un gruppo di imporre la sua volontà con la forza agli altri”, dal  Potere ossia la dominazione o sovranità (Herrschaft ), fenomeno che lo interessa in particolare e che egli definisce come la “credenza nella legittimità di un ordine dato”. Il Potere presenta tre forme pure, ideal-tipiche: la Herrschaft legale, impersonale, che prevale negli stati moderni poggianti su una costituzione scritta e retti da una burocrazia dove sono chiaramente distinti uno stato maggiore di funzionari politici ed un’amministrazione reclutata con esame o concorso; la Herrschaft tradizionale, che si basa sul rispetto di valori tradizionali, come nel potere patriarcale o il potere feudale; la Herrschaft carismatica, che si fonda sul riconoscimento del carattere straordinario, a volte sacro, di un individuo i cui “poteri” sono l’elemento su cui poggia un  gruppo sociale (o un popolo) nuovo: è il caso del profeta biblico, l’unto del signore,  o il capo guerriero, o, all’epoca dei partiti democratici di massa, il capo politico con forte magnetismo personale. (Di lì a poco tale ideal-tipo weberiano troverà un suo tragico inveramento storico nelle figure del Duce e del Führer). La sovranità carismatica, che si oppone alla sovranità tradizionale prima di diventare a sua volta fonte di una nuova tradizione per il fenomeno della “rutinizzazione  del carisma” ( essendo il rischio la totale alienazione del gruppo al capo), è per Weber una delle vie del mutamento sociale,. 

 L’attività (o azione) sociale
 Sono “sociali” solo le condotte orientate, con un certo grado di coscienza (che può essere anche illusoria), in direzione della comunità. Così, attività umane come gli atti riflessi, emozionali o puramente imitativi, non possono, secondo questa definizione, essere dette “sociali”. L’analisi del significato storico dell’attività sociale si basa sulle categorie di fine e di mezzo: la “giustezza” dell’interpretazione causale consiste nel determinare il loro grado d’adeguatezza. Per facilitare la “critica tecnica” delle azioni sociali, Weber ne costruisce una tipologia fondata più o meno sul grado di razionalità dei mezzi al fine.  Per ordine crescente di razionalità, distingue l’azione tradizionale (che si basa sulle abitudini, le credenze, l’ habitus), l’azione razionale rispetto a  un valore (come nel caso della religione, dell’etica, dell’ideologia...), l’azione razionale rispetto ad uno scopo razionale (quella dello scienziato, del tecnico, dell’amministratore).

Sociologia della modernità 
La questione della singolarità dello sviluppo delle società occidentali percorre tutta l’opera di Weber. Il passaggio al capitalismo moderno occidentale, in particolare, è attribuibile, per lui, ad una struttura sociale specifica che non ostacolò mai del tutto né il perseguimento della razionalizzazione nelle pratiche giuridiche, economiche e politiche né il controllo concettuale del reale attraverso la scienza. (Si vedano a tal proposito i primi passi de L’Etica protestante e lo spirito del capitalismo che  sono tra le pagine più chiare sulla specificità della civilizzazione culturale occidentale rispetto ad  altre forme anche illustri di civiltà, quella cinese o islamica). Weber  distingue due tendenze: il processo di spersonalizzazione  delle relazioni sociali (e dunque della impersonalità delle funzioni), seguìto all’indebolimento dei vincoli particolaristici e collettivi delle strutture comunitarie - dalla famiglia allo Stato -, e l’attenzione all’elemento astratto e funzionale del reale, che favorisce la valorizzazione del progresso delle conoscenze oggettive e le loro applicazioni tecnologiche.
Ne L’Etica protestante e lo spirito del capitalismo, Weber dibatte la tesi che lo sviluppo del capitalismo moderno non può essere spiegato dal gioco “naturale” di leggi economiche “pure” (liberalismo economico), né dalla   struttura  economica (marxismo), come neanche  con una costante psicologica, la “sete dell’oro” (Sombart). Sostiene invece che tale fenomeno è in larga parte attribuibile ad un elemento sovrastrutturale e mentale-culturale quale quello della Riforma protestante. L’attivismo di alcune sette protestanti, il loro ascetismo intramondano, anche certi aspetti della teoria della Predestinazione e della Giustificazione per fede, furono elementi che determinarono lo spirito del capitalismo anche se in ultima analisi esso si configurò come effetto imprevisto e forse indesiderato di quell’etica protestante medesima. (E tuttavia questa "tesi Weber" sulla nascita del capitalismo non va isolata o disgiunta da tutti gli altri fattori segnalati e studiati dallo stesso Weber: lo stato moderno burocratico, il diritto, la contabilità,  la scienza e la tecnica razionali, il principio di cittadinanza).

L’ethos calvinista, nella sua versione puritana soprattutto, ostile alle tradizioni, alla magia, al lusso, a tutto ciò che è “irrazionale” poiché inefficace, inutile, fu  propizio alla nascita dello “spirito del capitalismo moderno”: mentalità e stile di vita che implicano liberalismo politico e liberalismo economico, atti a sfruttare le “possibilità formalmente pacifiche” di profitto del mercato dei beni e del lavoro. Un’ accumulazione primitiva del capitale (nozione marxiana) è possibile, dunque,  senza il ricorso alla forza; è possibile in quell’orizzonte mentale, calvinista e puritano, che condanna  il piacere delle ricchezze, sia nella forma avara della tesaurizzazione sia in quella prodiga del consumo voluttuoso in quanto entrambe  pericolose per la salute dell’anima, in un'etica suggerente come unica forma legale l’investimento in conto capitale, favorevole allo sviluppo delle imprese. 
Questa audace concezione weberiana - anche senza aprire un aperto ed esplicito fronte polemico con  l’impostazione marxiana, la rovescia nei fatti: non è la struttura economica a rispecchiare la coscienza degli individui, ma, in certe condizioni date, può essere la coscienza degli individui a determinare la struttura economica. Essa sarà posta a fondamento di molte ricerche di tipo “culturalista” (Banfield, Morishima). Weber non sostituisce la causalità religiosa a quella economica (vedi box a destra): sottolinea l’importanza della sfera etico-comportamentale (ethos), più dello stesso dogma, e ciò sia nel tradizionalismo economico come nell’emergere di condotte e di concezioni  economiche nuove.

Il declino delle religioni, l’ascesa  in importanza del capitalismo, la burocratizzazione generalizzata delle attività, la socializzazione della scienza impongono la prevalenza della razionalità logico-sperimentale o “cognitivo-strumentale” come la definisce Weber ossia il prevalere della visione razionalista su quella magico-sacramentale offerta dalle confessioni religiose. Ne segue il “disinganno del mondo”, la “perdita di un senso unificato del cosmo”, la crisi morale e culturale che si manifesta col cosiddetto  “politeismo dei valori” alla fine del  XIX  secolo. I progressi scientifici e tecnici non comportano automaticamente un progresso della morale, della cultura o del senso della vita, o della felicità degli uomini: essere civili, talora, significa soffrire ad un livello più alto. Occorre prenderne coscienza: nessun pensatore più di Max Weber ci è di grande aiuto in questo.




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Se Weber non fosse prematuramente scomparso nel giugno del 1920 forse la sua "Storia economica" (altrimenti nota come "Economia e società") non sarebbe mai stata pubblicata. Non è infatti un testo uscito dalla sua penna, ma è costituito sulla base degli appunti degli studenti che avevano frequentato le sue lezioni nel semestre 1919-1920 all'Università di Monaco. Weber non aveva scelto neppure l'argomento del corso, accondiscendendo alle richieste dei suoi allievi. La fortuna di questo libro, dunque, è senza dubbio legata al carattere di summa e alla sua originale funzione didattica. 


 
Weber in briciole
Max Weber
dal 30 nov. 2003
Pubblicati dal 1904 al 1917, i saggi metodologici di Max Weber rappresentano il culmine della vasta discussione che impegnò il mondo culturale tedesco nella definizione dei compiti delle scienze storiche e sociali. Nelle formulazioni di Weber ha finito per confluire il risultato più cospicuo dello sviluppo della scienza economica e della sociologia tedesca. Da allora queste pagine costituiscono un punto di riferimento obbligato per chi vuole studiare il progredire della metodologia delle scienze storico-sociali nel nostro secolo. 

M.Weber: Sociologia della religione. Vol. 1: Protestantesimo e 
spirito del capitalismo, Edizioni di Comunità, Milano 2003 

La "Sociologia della religione" rappresenta un modello di indagine comparativa sui rapporti tra religione e vita economica. L'opera mette a confronto l'etica economica delle diverse religioni universali e, in antitesi con l'impostazione marxiana, sottolinea l'influenza della religione sull'economia, non meno rilevante di quella dell'economia sulla religione. L'analisi parte dalla nota tesi dell'origine del capitalismo moderno dal Protestantesimo ascetico: sarebbe la ricerca di una "conferma" della salvezza nell'aldilà a influenzare l'attività professionale. I volumi successivi sono dedicati allo studio comparato dell'etica economica delle religioni universali, considerata come il punto centrale del condizionamento esercitato sull'economia dalla religione. 

Il volume comprende il testo delle due conferenze 'La scienza come professione' e 'La politica come professione' tenute da Weber a Monaco rispettivamente nel 1917 e nel 1919, nell'ambito di un ciclo di conferenze organizzate dall'"Associazione dei liberi studenti". La nuova edizione qui presentata è rinnovata nella traduzione rispetto a quelle precedenti e reca un'introduzione di Wolfgang Schluchter. Si tratta di testi decisivi per comprendere la posizione politica di Weber alla vigilia e all'indomani della sconfitta della Germania nella prima guerra mondiale, ma anche per cogliere le risposte da lui date agli interrogativi centrali della civiltà moderna. 

Sono un borghese
«Sono un  membro della classe borghese. Mi sento tale e sono stato educato alle sue vedute e ai suoi ideali».

Max Weber, Lo stato nazionale e la politica economica tedesca, in Scritti politici, Giannotta, Catania, 1970, p. 103.

Il "tipo ideale"
Max Weber considerava "tipo ideale"  una di quelle "costruzioni ipotetiche"  che, ottenute mediante la connessione di una quantità di particolari in un quadro unitario, costituiscono uno strumento indispensabile per intendere l'agire reale  proprio in base alla distanza del suo corso dal corso tipico ideale.

 vedi: Max Weber -  L'oggettività conoscitiva  della scienza sociale e  
della politica sociale in Id., Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino 1958, p. 108.  

La sociologia
La sociologia non può per lui volgersi a quella ricerca di leggi generali della società e della storia che aveva contraddistinto la sua prima affermazione come disciplina autonoma, in Francia con Comte, e in Inghilterra con Spencer. Essa deve piuttosto trarre dal materiale storico-empirico delle generalizzazioni  limitate nello spazio e nel tempo, che servono a loro volta a orientare il lavoro storico e la ricerca empirica, in un'interazione continua. Le spiegazioni causali che vengono così elaborate hanno dignità scientifica, ma non possono che essere parziali e provvisorie, perché devono rispettare la storicità della società umana.

Carlo Trigilia. Introduzione a Max Weber, Storia economica, Donzelli, 1993, p. VII.
<<< M. Weber: "La politica come professione". Accurata sintesi della omonima conferenza. Università di Torino
<<<  "Weber - Fibel". Un Weber per principianti, ma esaustivo. In tedesco,  a cura di Winfried Krauss

<<<"Sociologia della religione". a cura del SWIF- Università di Bari (Recensione). 
Interpretazione materialistica o culturalista della storia?

«Non può naturalmente essere nostra intenzione sostituire ad un'interpretazione causale della civiltà e della storia in senso unilateralmente 'materialistico' un'altra interpretazione altrettanto unilateralmente 'spiritualistica'. Entrambe sono parimenti possibili, ma con l'una e con l'altra si serve altrettanto poco la verità storica, qualora essa pretenda di costituire non già un lavoro preparatorio, ma una conclusione dell'indagine».

M.Weber- Sociologia della religione, a cura di Pietro Rossi
Edizioni di Comunità, 2002 pp. 186 -187  

«Infine bisogna sottolineare ancora che la storia dell'economia (e a maggior ragione la storia delle "lotte di classe") non si indentifica con la storia dell'intera civiltà in generale, come vuol far credere la concezione materialistica della storia. La civiltà non è un risultato, ma è solo una funzione di quella; piuttosto la storia dell'economia rappresenta solo una struttura sottostante, senza la cui conoscenza, tuttavia, non è pensabile un'indagine feconda di qualsiasi grande ambito di civiltà».

Max Weber, Storia economica, Donzelli, 1993, p.19.
Il testo in cui  Max Weber presenta in forma sintetica la sua teoria della genesi del capitalismo occidentale è Storia economica,  che riporta le lezioni del suo ultimo corso universitario tenuto a Monaco nel semestre invernale 1919 -1920. Tale testo è stato pubblicato per la prima volta in Italia dall'editore Donzelli nel 1993 (e ripubblicato nel 1997).

(Appunti di lettura)
Max Weber – Il lavoro intellettuale come professione – Torino Einaudi 1948 Trad. di Antonio Giolitti . pref. di D. Cantimori

Il libro raccoglie due conferenze tenute da Max Weber nel 1917 e nel 1919 a Monaco di Baviera. La scienza come professione e La politica come professione  
Riassumeremo qui solo la seconda. Chi volesse un quadro completo dell’opera può fare clic qui.



1.Appunto spurio. Nell’introduzione a questo libro Delio Cantimori (storico marxista che introdusse Weber in Italia, vedi “Storici e storia”) scrive che Karl Mannheim fu il primo a dare un’interpretazione del marxismo ad hominem, secondo la quale il pensiero di Marx viene dedotto dal “risentimento” della sua vita di intellettuale marginale e povero. Naturalmente Cantimori considera questa tesi un cattivo approdo della Wissensoziologie (Sociologia della conoscenza). Nel libro citato Cantimori è il primo a stabilire un parallelo tra Marx e Weber seppur nelle forme ellittiche ed elusive concesse allora dall’ortodossia marxista e comunista che leggeva  Max Weber alla luce della condanna di G. Lukács (La distruzione della ragione).

La politica come professione

-  Escluse dall’oggetto della conferenza le questioni concernenti la politica che deve essere propugnata (ossia i contenuti) ma ciò che sarà oggetto di essa è «il significato dell’azione politica nell’ambito di tutta la condotta pratica». Pag 81

1.Che cosa si intende per politica? «L’attività che influisce nella direzione di una associazione politica, cioè, oggi di uno stato» p.82  Naturalmente lo Stato «è quella comunità umana, che nei limiti di un determinato territorio (…) esige per sé (con successo) il monopolio della forza fisica legittima » (c.d.A). In relazione a ciò «”Politica” significherà dunque per noi aspirazione a partecipare al potere o ad influire sulla ripartizione del potere, sia tra gli stati, sia nell’ambito di uno stato tra i gruppi di uomini compresi entro i suoi limiti». « Chi fa azione politica aspira l potere, o come mezo al servizio di altri fini –ideali o egoistici –o per il potere in se stesso, per ogere del senso di prestigio che ne deriva» pag.83


2.Le forme di legittimazione del potere. Ritornando allo Stato: perché esso esista deve esercitare la forza, che i dominati si sottomettano ad esso. Quando e perché essi si assoggettano? Per 3 motivi, dice Weber, che si possono trovare sia allo stato “puro” come anche frammisti ad altre cose. Essi sono: a) “l’eterno ieri”, cioè il fattore tradizionale, “si è fatto sempre così”, il “costume”: è la forma del potere tradizionale e della concezione patrimoniale dello stato; b) l’autorità del dono di grazia (Gnadengabe) personale di natura straordinaria (carisma) di un capo: è la forma del potere di tipo carismatico; c) la dominazione in forza della legalità accettata: è la forma di potere . 


3.Naturalmente dice Weber, la sottomissione può essere condizionata da vari motivi: paura della punizione, speranza del premio in questo o nell’ altro mondo e infine da interessi di ogni sorta.


4.Weber si sofferma sul capo carismatico  perché qui ha infatti la sua radice il concetto di professione (che traduce il tedesco beruf, termine luterano che vuol dire sia vocazione che professione, mestiere). La dedizione (sottomissione) al carisma del profeta, del capo «significa che egli personalmente è per gli altri uomini un capo per “vocazione” intima, e che costoro lo seguono non in forza del costume o della legge, ma perché credono in lui. Dal canto suo egli vive per la sua causa, tende con ogni sforzo alla sua opera, quando non sia un fatuo o meschino eroe del momento», pag. 85. La figura del capo è apparsa in Occidente in ogni momento: mago, profeta, duce condottiero, ma più caratteristico per il nostro discorso è il capo politico impersonato innanzitutto dal demagogo in primo luogo (sorto nella civiltà mediterranea) e del capopartito parlamentare cresciuto sul terreno dello stato costituzionale che solo in Occidente ha messo radici. [Per fare un esempio dell’oggi  il capo religioso alla Komehini è una figura che si avvicina di più a quella del mago o del  profeta, essendo scarsa in Oriente la tradizione mediterranea del demagogo e del tutto assente quella del capopartito parlamentare].


5.Il politico als beruf (di professione)  dice Weber è la sola figura influente nelle vicende della lotta politica per il potere. Decisivi sono gli strumenti e il genere di mezzi ci cui egli dispone. 

6.« In che modo le forze politicamente dominanti cominciano ad affermare il dominio?» Questa domanda si pone per ogni specie di dominazione: tradizionale, legale, carismatica. L’esercizio di una dominazione ha bisogno di una attività costante di controllo, vale a dire di una amministrazione (burocrazia).  Lo stato maggiore amministrativo è legato ai detentori del potere « in forza di due mezzi che fanno appello all’interesse personale: la remunerazione materiale e la onorabilità sociale» pag. 86 

7.Per il mantenimento di qualsiasi dominio fondato sulla forza occorrono certi beni materiali esteriori, come per un’attività economica. Questi beni (palazzi, uffici, cavalli, materiale bellico etc) possono essere: a) in possesso dell’amministrazione; b) da essa separati. Nel primo caso abbiamo un’associazione politica divisa per ceti (ad es: nel feudalesimo il vassallo provvedeva in proprio all’equipaggiamento ecc). Si forma così una aristocrazia che spartisce la sovranità col detentore del potere. Nell’altro caso il sovrano avoca a sé la proprietà di questi beni materiali e tiene in pugno l’amministrazione del potere mediante persone dipendenti direttamente da lui (schiavi, servitori, famigli, favoriti etc). «Tutte le forme di sovranità patriarcale e patrimoniale, di dispotismo sultanistico e di organizzazione statale burocratica appartengono a questo tipo: ma in modo particolare l’organizzazione burocratica dello stato, è caratteristica –nel suo sviluppo più razionale – anche e specialmente dello stato moderno».  Pag. 88. Del resto la nascita dello stato moderno vede appunto questo fenomeno: l’espropriazione del potere (della sua amministrazione) da parte di un organismo centrale nei confronti degli amministratori a latere. (  Weber allude al fenomeno della formazione dello stato moderno che prevede l’accentramento, anche topografico del potere e l’eliminazione forzata delle baronie e delle piccole corti feudali). 


8.Definizione di Stato moderno: “Lo stato moderno è un’associazione di dominio in forma di istituzione, la quale, nell’ambito di un determinato territorio, ha conseguito il monopolio della violenza fisica legittima come mezzo per l’esercizio della sovranità, e a tale scopo ne ha concentrato i mezzi materiali nelle mani del suo capo, espropriando quei funzionari dei ceti che prima ne disponevano per un proprio diritto, e sostituendovisi con la propria suprema autorità”.  

9.I politici di professione. Nel corso di questo fenomeno di espropriazione entrano in gioco le figure dei “politici di professione” (als beruf). Weber sottolinea essere queste figure totalmente occidentali, ossia estranee ad altre civilizzazioni culturali.  « Essi non vogliono essere sovrani essi stessi come i capi carismatici bensì entravano al servizio dei potentati politici» pag. 89. [Weber tra parentesi distingue tre modi di politici:   a) d’occasione, gli elettori; b) dilettanti   Weber fa risalire queste figure grosso modo al periodo della nascita delle grandi città come associazioni politiche (in Italia all’epoca dei Comuni) 

[...]


Secondo Max Weber  vi è capitalismo là dove la copertura del fabbisogno di un gruppo umano ha luogo tramite impresa capitalistica razionale, cioè un'impresa acquisitiva, la cui redditività è misurata attraverso calcoli, a mezzo della contabilità moderna e della stesura del bilancio.

Ciò presuppone a sua volta:
l'appropriazione di tutti i  mezzi materiali di  produzione come libera proprietà da parte di imprese private; 
libertà di mercato ;
- tecnica razionale;
-diritto razionale,
-lavoro libero (che vi siano cioè persone non solo in grado giuridicamente di vendere in modo libero la loro forza lavoro sul mercato, ma che vi siano anche economicamente costrette);
commercializzazione dell'economia (ossia che sia possibile l'uso di titoli atti a rappresentare diritti di partecipazione alle imprese e diritti patrimoniali);
speculazione, ossia acquisto e vendita di titoli liberamente trasferibili. 

Oltre a tutti questi fenomeni strutturali, cui bisogna aggiungere altri  prerequisti storici (la nascita delle città, la formazione del ceto borghese, l'istituzione dello stato moderno razionale e altri fenomeni secondari quali non ultimi la pubblicizzazione dei titoli - borsa - e un moderno sistema postale etc) Weber assegna grande importanza ai fattori sovrastrutturali, quali quello del formarsi di una mentalità capitalistica.

Grande importanza ebbe a tal proposito:
- la lotta contro il tradizionalismo, la santità della tradizione, la trasmissione di un unico modo di agire secondo la legge degli avi;
- la lotta contro la stereotipizzazione magicadell'agire, ossia il terrore profondo di intraprendere qualsiasi trasformazione della condotta abituale di vita perché si temono svantaggi magici. (Se si crede alla geomantica, ossia alla sacralità delle montagne e dei fiumi, difficilmente si potrà piazzarvi una ferrovia o una miniera). Contro la magia, il cristianesimo e il giudaismo, in quanto  religione di plebei (in lotta sia contro l'elitaria  gnosi che contro l'eccessiva-mente popolaresca magia), contribuiscono a demagicizzare il mondo
E' da notare che Weber assegna al giudaismo (come al cristianesimo) una funzione di preparazione mentale dell'etica capitalistica. 
Il processo culmina - a parere di Weber - nella Riforma protestante e segnatamente nell'ascetismo intramondano di alcune sette protestanti. «Presso le comunità ascetiche protestanti, l'ammissione alla comunità eucaristica dipendeva dalla perfezione etica; ma questa a sua volta veniva identificata con l'onorabilità negli affari, mentre nessuno poneva questioni sul contenuto della fede. Una disposizone così potente e incnsapevolmente raffinata per la formazione di individui per il capitalismo, non vi è stata in nessun'altra chiesa o religione; e nei suoi confronti appare ben poca cosa  anche tutto quello che il Rinascimento ha fatto per il capitalismo».




« Come ha insegnato a tutti il grandissimo Max Weber, la scienza, dunque anche quella politica, è o dovrebbe cercare di essere avalutativa, dare delle analisi più che dei giudizi di valore; il suo compito è quello di impostare correttamente l'equazione che poi ognuno è chiamato a risolvere secondo i propri dèi, i propri principi e valori - secondo il demone della propria vita diceva  Weber. Ma in questo senso la scienza ha - indirettamente - una grande funzione morale, perché insegna a distinguere i fatti dai valori, a non confondere le diverse sfere di competenza e le logiche che ne derivano»

Claudio MagrisCorriere della sera, 17 febbraio 2004.

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(5 novembre, 2007) - Corriere della Sera
ELZEVIRO L' attualità di Max Weber
Alle Fonti dell' Autorità
 
La pagina di Max Weber ha un fascino inestinguibile. Il tempo non la consuma, ma piuttosto l' accresce di luminosa intensità. Vi cogliamo - come già avvertivano grandi figure dell' età sua - caratteristiche discordi e tonalità eccitanti: sobria volontà di analisi, che denuda le cose e le fissa nei tratti ultimi, e pathos intellettuale; acutissima percezione di individualità storiche e insieme impiego di leggi generali e categorie tipiche; politeismo dei valori ed eroica dedizione alla causa. Queste dissonanze - spesso consegnate ad aspra densità di linguaggio - non hanno agevolato la ricezione italiana di Max Weber. Fino al secondo dopoguerra l' attenzione dei nostri studiosi si fermò sulla «Storia agraria romana» e sul celebre «L' etica protestante e lo spirito del capitalismo» tradotto al principio degli anni Trenta. La critica della filosofia dei valori e il secco rifiuto della sociologia, degradata a pseudo-scienza, non permisero alla cultura idealistica di cogliere appieno novità e ricchezza degli orizzonti weberiani. Lo storicismo italiano era altro dallo storicismo di Max Weber: nell' uno, il corso delle cose governato dallo Spirito assoluto e volto a fini di inalterabile accrescimento; nell' altro, la lotta fra i démoni, fra potenze oscure, che si disputano il cuore degli uomini, ne impegnano la vita, ne esigono anche il sacrificio supremo. Lì, un esito rasserenante; qui, un groviglio di rischi ed incognite, attesa piuttosto che avanzamento. I due mondi non erano fatti per intendersi. Soltanto nel 1956 si avrà un disegno complessivo dello storicismo tedesco tra Otto e Novecento: disegno, in cui Max Weber, fondatore di una nuova metodologia delle scienze sociali, occupava un luogo di alto e netto rilievo. Si trattava di un saggio giovanile di Pietro Rossi, il quale, negli anni successivi, si farà traduttore di «Economia e società», del famoso discorso monacense su scienza come professione, delle pagine metodologiche; e che, per continuità di studi lucidi e penetranti, e per capacità di stringere in sintesi quelle accennate dissonanze, è oggi tenuto come il maggior studioso italiano di Max Weber. Di Rossi viene ora in luce Max Weber, Una idea di Occidente (Donzelli, 34, pp. 381) una cospicua raccolta di saggi, che - destinate le prime sezioni a novità del metodo e criterio di razionalità - tocca poi «Politica e diritto nell' Occidente moderno», e si conclude nel sottile e graffiante capitolo sulla fortuna italiana di Weber. Nei saggi della terza sezione si ritrovano temi weberiani di fondamentale interesse. Il potere degli Stati è colto nel monopolio della forza: ma l' uso degli strumenti coercitivi postula sempre - come bene osserva Rossi - una «dimensione interiore», una pretesa di fondamento, insomma una «credenza» circa la legittimità del comando. Ogni autorità, che chieda obbedienza, ha bisogno di essere riconosciuta, appunto, come autorità. L' Occidente moderno, segnato dal concorde sviluppo di economia capitalistica e di strutture burocratiche, ha coinvolto anche lo Stato nel «processo di razionalizzazione». La quale non è da scambiare con verità o altro valore assoluto, ma da intendere come impersonale e calcolabile funzionalità. Razionale è il diritto, che, distaccandosi dal labile e mutevole arbitrio dei governanti, assume una durata oggettiva ed esprime un vincolo di indole astratta. Esso è perciò «calcolabile»: e l' imprenditore, a qual modo che stima capitali finanziari e sceglie energie umane, così valuta il rischio giuridico, ossia i contenuti della legge, le incognite del processo, le ambiguità dei testi negoziali. Il rapporto fra diritto razionale-formale e capitalismo moderno è al centro della weberiana sociologia del diritto: non nel senso che l' economia generi di per sé forme giuridiche, ma che queste, una volta nate, vi trovino impiego e diffusione. Così Weber - chiarisce il Rossi - si distacca «da un' interpretazione della storia in termini di struttura e sovrastruttura», e individua «le condizioni fondamentali dello sviluppo giuridico moderno non già nella sfera economica, ma al di fuori di essa». La parola dì Weber, accompagnata da commento così autorevole, giunge opportuna in una stagione di studi, i quali assai spesso attribuiscono agli affari dell' economia la capacità di generare diritto, e questo abbassano, non diversamente dalla filosofia marxistica, a sovrastruttura di quelli. Ascoltare Weber è tornare al rigore del pensiero e alla serietà dell' analisi storica. In lui - diremo con Karl Jaspers - «la realtà della grandezza appare in maniera unica e straordinaria».
di NATALINO IRTI



  

Che cosa deve la cultura contemporanea a Max Weber? Deve di aver contribuito più di qualsiasi altro pensatore della sua epoca all'analisi e alla comprensione del mondo moderno. Si potrà essere d'accordo o in disaccordo con lui, ma dal confronto con la sua opera non si può prescindere. In questo il suo destino di pensatore è paragonabile a quello di Hegel e di Marx. Al pari di loro ha dato un'interpretazione della modernità divenuta un punto di riferimento ineludibile, ha suscitato grandi consensi e dissensi, ha dato luogo ad una messe di studi che non finisce, tanto che le sue opere costituiscono una presenza d'obbligo negli scaffali degli studiosi di scienze sociali di qualsiasi scuola, tendenza, paese. 

Weber è indiscutibilmente divenuto un «classico» nel senso che i suoi scritti forniscono una serie di «categorie» entrate a far parte della comune grammatica concettuale. Si pensi alle distinzioni tra etica della convinzione ed etica della responsabilità, tra l'agire razionale rispetto allo scopo e l'agire razionale rispetto al valore, tra razionalità formale e razionalità materiale, tra potenza e potere, tra scienza e politica. Si pensi ancora alla definizione dello Stato come impresa istituzionale di carattere politico fondata sul monopolio della coercizione fisica legittima, delle tre forme di potere (legale-razionale, tradizionale e carismatico), dei partiti moderni come macchine preposte alla distribuzione della potenza all'interno della comunità; del mondo moderno come di un mondo votato al «disincantamento» in conseguenza dello svuotamento delle radici magiche, religiose e metafisiche. Si pensi, infine, a espressioni come «gabbia d'acciaio», impiegata per indicare la morsa autoritaria che, provenendo tanto dal capitalismo quanto dal socialismo, minaccia di soffocare la libertà; come «politeismo dei valori», intesa a comprendere che le credenze ultime che dominano le coscienze non possono essere addomesticate da alcuna pretesa della ragione, della scienza o del potere. 

L'analisi compiuta da Weber delle origini del capitalismo e del ruolo che in esse ha avuto l'etica protestante, delle funzioni della burocrazia nello Stato, nelle imprese, nei partiti, la polemica da lui condotta contro le concezioni della storia fondate per un verso sul materialismo storico e per l'altro sullo spiritualismo, le sue tesi circa i fattori che hanno contribuito a segnare lo sviluppo economico e sociale dell'Occidente sono diventate, per così dire, moneta corrente. Weber morì nel 1920. La percezione che la sua eredità intellettuale fosse quella di un gigante venne pienamente espressa nel 1926 da Albert Salomon, che definì Weber un «Marx borghese».

di Massimo L. Salvadori 
Tratto da un articolo di "laRepubblica", 8 novembre 2002 
I saggi raccolti in questo volume - frutto della riflessione acuta e rigorosa che il più grande studioso italiano di Weber ha condotto nel corso di venticinque anni - mettono a fuoco tutti i temi centrali della complessa opera weberiana. Un primo nodo di questioni riguarda la teoria del metodo delle scienze storico-sociali, considerata nel contesto del dibattito epistemologico tedesco tra Otto e Novecento, che ebbe per protagonisti pensatori quali Dilthey, Husserl e Rickert. Un secondo fuoco tematico affronta la grande questione della "sociologia della religione", studiata nei suoi rapporti con la teoria weberiana della razionalità e della razionalizzazione, volta a cogliere la specificità dello sviluppo dell'Occidente rispetto alle civiltà dell'Oriente e alle loro forme di religiosità. Un terzo blocco ha per oggetto i rapporti tra politica, diritto ed economia, così come emergono dall'analisi che Weber ne ha offerto soprattutto in "Economia e società". Il libro, infine, prende in esame gli aspetti essenziali della recezione di Weber nella cultura italiana, con particolare riguardo alla sua presenza nel dibattito sociologico e nella discussione filosofica della seconda metà del Novecento. Pur nella pluralità dei temi affrontati, il volume offre una presentazione organica e aggiornata dell'opera di Weber, ed è uno strumento per la comprensione dei suoi contributi alle scienze sociali contemporanee.
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