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Esempio 1
Tennessee Williams
La recensione de L'Indice

"Spesso mi chiedo come sarebbe stata la mia esperienza americana se non avessi conosciuto Tennessee Williams. Mio mentore amico padre fratello". Estate 1972: tra New Orleans e la New York della Factory un giovane italiano compie il suo viaggio di formazione negli Stati Uniti e più o meno casualmente ha modo di incontrare e di confrontarsi con Williams. Materiale invidiabile certo: la forza – almeno potenziale – del libro sta tutta qui. Ma il ritratto del celebre autore che scaturisce dalla penna di Freddy Longo dal punto di vista di un lettore che conosce Williams per i testi che ha scritto non va oltre una posa di maniera: le rivelazioni sul proprio operato di scrittore nonché quelle sui personaggi dello star system non rivelano fatti eclatanti; i peccati sessuali di Truman Capote e di Marlon Brando sono cosa nota; forse la fotografia più vera di Williams che ci consegna l'autore è legata al disgusto che prova a osservarlo di fronte al cibo: "Per come con un dito si stava togliendo i pezzetti di pesce rimasti imprigionati tra i denti". Per il resto tutto è restituito come se un fotografo fosse lì pronto per immortalare la scena e pubblicarla su una rivista glamour – anche il titolo del romanzo richiamando Capote entra in questa logica. Così sul piano del vissuto personale il confronto tra i due dovrebbe raggiungere il livello massimo di pathos quando prima l'io narrante e in un secondo tempo Williams entrambi si raccontano i drammi relativi alle malattie delle sorelle: ma anche questi eventi perdono rilievo in tanto bavardage mondano. L'esperienza dell'io narrante non si apre alla condivisione: rimane imbrigliata nelle maglie dell'autoreferenzialità; quel misto di "vita e trasgressione morte e mistero anima e follia" segno distintivo dei personaggi di Williams non arriva a sfiorarlo. Inoltre rispetto al nostro tempo reale sarebbe auspicabile un aggiornamento dell'American dream: sempre che abbia ancora ragion d'essere.
Francesco Pettinari​

    

«IMPROVVISAMENTE L' ESTATE SCORSA», DA UN' IDEA REGISTICA DI PATRONI GRIFFI

Il Dio crudele di Tennessee Williams

Non diremo: chi ama il teatro ama Peppino Patroni Griffi. Questo sarebbe sentimentalismo. Sarò più radicale, dirò: chi non ama Patroni Griffi non ama il teatro. È ovvio che non c' è nessun obbligo di amare, né il teatro né alcunché. O si ama o non si ama. Ma se si va a teatro, se si conosce la storia di Patroni Griffi, se si è visto qualche suo spettacolo, e meglio ancora se lo si è conosciuto, almeno un poco, un pochissimo, come a me è toccato, che si militi dalla sua parte o dall' altra, da una qualunque altra, è difficile non condividere il sentimento della platea che lo applaudiva la sera del debutto di Improvvisamente l' estate scorsa di Tennessee Williams, una commedia proposta da Fabio Battistini e Aldo Terlizzi sulla base di un' idea di regia tutta sua, di Peppino: solo un' idea, perché all' inizio delle prove il drammaturgo napoletano s' è ammalato e non ha potuto proseguire il suo lavoro. Il pubblico dell' Eliseo, che all' inaugurazione stagionale è unico in Italia, è nella prosa come quello della Scala per la musica, salutava non solo il protagonista di una stagione che dura dal tempo di Luchino Visconti, ma l' uomo elegante, il dandy, l' ironico, il malizioso, l' artista e, soprattutto, quell' appassionato ragazzo che appena giunto da Napoli a Roma tutte le sere si infilava nei camerini di questo teatro per diventarne infine l' anima, la bandiera. Poi, con Improvvisamente l' estate scorsa ho capito una elementare verità: nel mondo occidentale del secondo Novecento, nella società affluente, liberale, democratica, i grandi artisti sono stati quasi tutti omosessuali, manifesti o meno. Che altro è stato, o che altro poteva essere, il tema cruciale di una società come la nostra se non quello della liberazione? E quale era la liberazione ultima se non quella dal vincolo sessuale, dalla repressione degli istinti, degli impulsi più profondi? Tennessee Williams disse in un' intervista del 1981 (aveva settant' anni) di non aver scritto alcunché in proposito. Ma in verità non ha scritto d' altro, anche se lo ha fatto da poeta, vale a dire in modo obliquo. E quando sono arrivati gli scrittori, come James Baldwin, che si sono messi a parlarne in modo esplicito, quando insomma, con gli anni Sessanta, è arrivato il movimento di liberazione, Williams è passato di moda. Ma non è tramontato. Vi è nel suo teatro troppa energia perché possa accadere. Per Improvvisamente l' estate scorsa perfino una donna di classe come Elizabeth Ilardwick osservò con un certo sarcasmo che ormai Williams, per colpire lo spettatore, ricorreva al cannibalismo. Ma come non vedere che quella scena, evocata da Catherine, la cugina del poeta Sebastian scannato (o consumato) dai ragazzi di vita, altro non è che una trasposizione moderna del mito di Penteo tra le Baccanti? E come non accorgersi della perfetta struttura a chiasmo tra il primo e il secondo atto, il primo consistente nel monologo della madre mitomane e possessiva di Sebastian, Mrs. Venable, il secondo in quello, convulso e drammatico della cugina? Entrambe (erano gli anni Cinquanta) si confessano, per così dire, a un medico lobotomizzatore che ha qui funzioni di psicoterapeuta. E come Catherine rivendica a sé la morte di Sebastian, così sua madre ne rivendica crudelmente la vita rammemorando l' episodio del viaggio alle isola Encantadas, dove gli uccelli rapaci si cibano delle tartarughe neonate. Entrambe, per Sebastian, il figlio di due madri, sono approdate alla medesima conclusione: Dio, il Dio che noi vediamo, è crudele. Che è la parola definitiva di Williams, quella che la sprezzante Rossella Falk, l' appassionata Laura Marinoni e Peppino Patroni Griffi hanno qui, tra la giungla di New Orleans e quella di Roma, per noi tramandato. IMPROVVISAMENTE L' ESTATE SCORSA di Williams/Patroni Griffi Teatro Eliseo, Roma

Franco Cordelli 
Pagina 44
(15 ottobre 2005) - Corriere della Sera

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La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
Penso a molti sia capitato di vedere l’omonimo film con Marlon Brando. Incuriosita da questo lavoro e da altri di Tennesse Williams (in particolare da. LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA che non riesco a trovare) ho letto il testo. E’ diviso in tre atti e anche per chi non avesse veduto il film, posso dire che è un piacere per gli occhi e per la mente leggerlo. La prima volta che la “commedia” fu allestita fu nel 1947 e la censura del tempo e del luogo probabilmente ha lavorato bene, perché Tennesse Williams ha sempre messo molto nei suoi lavori argomenti riguardanti il sesso, il disagio, la pazzia e sempre un pò dell’omosessualità dell’autore. Le donne se sono perdute lo sono al massimo, in questo lavoro la donna in questione è alcolizzata e ninfomane, ma forse non solo per malattia, ma per una solitudine che può essere riempita solo in fugaci incontri sessuali che per l’uomo sono conclusi nell’attimo della fine del rapporto sessuale e che invece per Blanche sono ancora una volta la ricerca dell’intimità e del contatto emotivo. Come ha commentato Gore Vidal, in "Un tram che si chiama desiderio Williams ha infranto uno dei tabù più potenti della nostra società: ha fatto dell'uomo un oggetto di desiderio." "Non posso scrivere nulla" - confesserà lo stesso Williams - "se non c'è almeno un personaggio, tra quelli che descrivo, per il quale provo un desiderio fisico". 
Greta - Lettrice IBS.
Tennessee Williams
(Drammaturgo, poeta americano (Columbus, 26 marzo 1911 – New York, 25 febbraio 1983


Tennessee Williams è, con Arthur Miller, una delle due figure più eminenti del teatro americano contemporaneo. Danno il cambio entrambi a Eugene O'Neil e fanno da ponte tra la generazione degli anni '30 (Clifford Odets, Maxwell Anderson, Elmer Rice, Thornton Wilder) e quella del dopoguerra. Tutti e due hanno un repertorio che continua a essere rappresentato sulle scene americane. E in passato hanno ricevuto una consacrazione internazionale grazie alla riduzione cinematografica delle loro opere, beneficiando del talento di un regista come Elia Kazan. Ma si associano i loro nomi soprattutto per meglio opporli. Di fronte a Miller il marxista, accusatore e vittima del maccartismo, l'uomo del presente e dell'azione militante, Tennessee Williams è presentato come l’intellettuale freudiano, l'uomo della nostalgia e del sogno, che si rivolge all’immaginario collettivo tramite le immagini e i miti. Si contrappongono anche l'uomo del Nord all'uomo del Sud, arrivando addirittura a definire l’uno lo Scandinavo e l’altro il Mediterraneo. Se l’intenzione è l’indicazione di una polarità, c'è comunque una semplificazione eccessiva. Forse Tennessee Williams merita il titolo di “mediterraneo” a causa della sua predilezione per l'Italia, un'Italia dei grandi miti, ma anche un'Italia sensuale, eccitante, così come può rappresentarsela un americano educato nel puritanesimo. E comunque le polarità, le opposizioni, le troviamo dentro la stessa personalità di Williams, e della sua fama. Com’è possibile, in particolare, che continui ad esercitare, ancora oggi, un così un forte fascino, visto che ha praticato una forma di teatro che si può ritenere superato, o convenzionale, rispetto alle sperimentazioni newyorkesi degli anni '60? Non si potrebbe sospettare in fondo che quest'uomo di teatro ha dovuto in parte la sua fortuna a tutti quei meravigliosi interpreti del cinema che hanno saputo dare una presenza, uno spessore, una forza poetica ad un universo che avrebbe potuto, altrimenti, sembrare artificiale o ingenuo, o troppo pesantemente caricato di simboli?

Fra i drammi, o i film, che gli hanno di più decretato il successo, citiamo Un tram chiamato desiderio (A Streetcar Named desire), che vedeva Vivien Leigh nel ruolo di Blanche Du">La rosa tatuata (The rose Tatoo), dove, di fronte a Burt Lancaster, Anna Magnani era una siciliana più vera di una vera siciliana; Baby Doll, scritta direttamente per il cinema, e che rese famosa Carroll Baker in un ruolo di donna-bambina; La gatta sul tetto che scotta (Cat si ha Hot Tin Roof), che opponeva Elizabeth Taylor a Paul Newman in una ricca piantagione del Mississippi; Improvvisamente l'estate scorsa (Suddenly Last Summer), dove Katherine Hepburn era una madre sublime e ossessiva; infine La notte dell'iguana (The Night of the Iguana), inseparabile nella nostra memoria dalla presenza inquietante di Ava Gardner e di Richard Burton.

Il mondo di Tennessee Williams sono soprattutto quest'uomini e queste donne che, al di là o al di qua della psicologia tradizionale, si desiderano e si odiano, a volte senza saperlo, sempre senza volerlo, e si dilaniano a vicenda in un'atmosfera elegante e tragica in cui, sotto l’allure raffinata, agisce una ferocia selvaggia. Sono queste vesti bianche e immacolate e questi corpi che respirano anfananti, i cubetti di ghiaccio che tintinnano nei bicchieri e l'alcolismo che opera le sue silenziose devastazioni. Sono questi personaggi semplificati come lo sono gli eroi dei western e quelli delle grandi tragedie, queste figure inseparabili dall’ambiente che li circonda e che è come il segno del loro destino. È un clima d'oppressione quasi atmosferica, un clima pesante che precede la tempesta, dove gli odori forti si mescolano con i versi stridenti degli uccelli rapaci o le grida dei bambini, ricordando che il mondo è una giungla. Sono le musiche nostalgiche, brani jazz e note di pianoforte che si odono lontane.

1. Un universo teatrale fondato sul fantasma psicologico
Della vita di Tennessee Williams, le sue memorie, pubblicate nel 1975 per ragioni apertamente commerciali, ci consegnano soltanto la superficie. Droga, esperienze, discussioni sfilano con monotonia in confidenze false, “appiattite” dal magnetofono. Non utili per apprendere se c'è corrispondenza tra l'uomo e l'universo chiuso, ossessivo, brutale, squilibrato che ha saputo creare. Bisogna ricorrere ad altre fonti, alla leggenda e la storia già note. Fu, si sa, un bambino delicato, allevato soprattutto da donne, con un padre collerico e spesso assente. È soltanto alla morte di questo padre, nel 1957, che Tennessee Williams si sottoporrà alla psicoanalisi. Ebbe una sorella, Rose, fragile come lui, compagna di gioco, che fu più tardi internata per schizofrenia: «I petali del suo spirito sono ripiegati dalla paura», scriverà suo fratello a proposito della sua malattia. Sarà il modello della ragazza dalla fragilità di vetro soffiato, Laura, nello Zoo di vetro (The Glass Menagerie).

«Tennessee» (Tenn per gli intimi) sarà lo pseudonimo scelto dal giovane Thomas Lanier Williams per ricordare - dice la leggenda - la lotta dei suoi antenati contro gli indiani nello Stato omonimo, ed annunciare quella del giovane autore che voleva essere, dell'artista pioniere… Ha sempre mentito sulla sua età, che si ringiovaniva di tre anni a partire da un concorso letterario al quale poté partecipare grazie a questo sotterfugio. Conobbe, a Saint Louis, la povertà, ed il suo rifugio era nel Sud, dai nonni, dove ritrovava la sua infanzia. I suoi problemi successivi: la sua timidezza morbosa, il suo gusto della solitudine, la sua paura delle donne e la sua inclinazione per i giovani uomini, la sua erranza che lo conduce incessantemente «dal divano dello psicanalista alle spiagge dei Caraibi», alla ricerca di una riconciliazione impossibile con sé stesso e con il mondo, le sue cure di disintossicazione, il suo innamoramento per il poeta Hart Crane, che doveva suicidarsi a trentatré anni, tutto ciò certamente si radica nella sua infanzia. Il puritanesimo dei suoi avi, che associa sessualità e colpa, è fortemente ancorato in lui ed egli cercherà, nella sua vita come nella sua opera, «di risputarlo». Non è necessario sapere di più, tranne che si mise presto a scrivere novelle, genere letterario che, si sa, ha una connessione stretta con il teatro. Il suo apprendistato del teatro propriamente detto, Tennessee Williams lo fece nel 1936 con la troupe dei "Mummers" di Saint Louis, che furono, disse, il suo «apprendistato professionale». C'è soprattutto l’incontro con Elia Kazan, che, oltre al suo talento, porterà alle sue pièce “il metodo” dello Actor's studio: senso behavioristico della psicologia, accento posto sull'azione fisica, rispetto dell'ambiguità, o, meglio, del segreto dei personaggi. Il successo di questo teatro sarà, occorre sottolinearlo, un grande successo popolare.

Uno dei punti di forza del teatro di Williams è che la sua drammaturgia rimane ancorata in profondità nei fantasmi soggettivi, ossessivi dell'autore, sorretti «dalla ragnatela di una mostruosa complessità» costituta dalle «passioni e immagini che ciascuno di noi tesse attorno a sé tra la nascita e la morte». Tutto il problema consiste, per il drammaturgo, nel rendere comunicabile quest'equazione personale. Se vi giunge, è per mezzo di una lingua soprattutto extra-verbale fondata su un «vocabolario di immagini». Un'immagine è spesso il punto di partenza di una pièce. Così per Un tram: «Vedevo una donna seduta su una sedia, in atto di attendere invano qualcosa, forse l'amore. La luce della luna splendeva attraverso la finestra, suggerendo la follia. Ho scritto la scena dandole il titolo: La sedia di Bianca al chiaro di luna». Non c'è qui una preoccupazione d’ ornamento estetico ma necessità di comunicare una visione: «In una pièce, un simbolo ha un solo scopo legittimo, quello di dire una cosa in modo più diretto, con maggior semplicità e bellezza delle parole». O anche: «Il simbolo non è nulla di diverso che la forma naturale dell'espressione drammatica». 

2. Dall'immagine ossessiva alla scrittura teatrale
Questa qualità visiva delle sua drammaturgia spiega l’agio con il quale essa si presta all'adattamento cinematografico. Notiamo tuttavia che la visione passa spesso per il tramite della lingua, e che il gioco drammatico consiste nella corrispondenza tra la narrazione e l'immagine scenica; come se Williams procedesse alla messa in dramma di un racconto propriamente romanzesco, di una proiezione della sua immaginazione. Fin dal titolo, a volte, appare la metafora centrale sulla quale è costruita la pièce, Rosa tatuata, La gatta sul tetto che scotta, o La dolce ala della giovinezza. A partire da qui, le linee si tessono in ogni senso tra le parole e le cose. Così, ad esempio, nella Rosa tatuata: tra il nome di Serafina delle Rose, quello di sua figlia Rosa, il tatuaggio sul petto del marito, che sente bruciare sul proprio seno quando concepisce un bambino, quello che il deuteragonista si fa fare per piacerle, la camicia di seta rosa che il coro delle donne, nella scena finale, farà passare di mano in mano. È il simbolo femminile della rosa che passa dalla femmina al maschio. me anche in Improvvisamente l'estate scorsa, l'episodio dell'arcipelago delle Galapagos, con, sul vulcano spento, la lotta contro la morte delle piccole tartarughe di mare: tutta la spiaggia, colore cinereo, che avanza verso il mare mentre il cielo, nero anch’esso, rumoreggia e gli uccelli carnivori planano a divorare le tartarughe.

L'ossessione principale di Tennessee Williams, se ne ce n'è una, è forse la fuga del tempo. «Il nemico, il tempo, in ciascuno di noi», tema e frase finale de La dolce ala della giovinezza (Sweet bird of Youth), si ritrova, sotto una forma o sotto un'altra, in ciascuna delle sue pièce. Volere fermare il tempo è una delle motivazioni dell'artista: il teatro, diversamente dalla vita, lo condensa il tempo. Come la meditazione, il tragico sospende l’istante. Luogo chiuso, la scena è anche un tempo chiuso dove gli eventi conservano il loro statuto di eventi. Ma l’istante sospeso può essere un passato risuscitato. Una pièce può intitolarsi Improvvisamente l'estate scorsa; Zoo di vetro può essere definita dal suo autore «una pièce della memoria», tutto essendo visto attraverso il prisma della memoria. Nostalgia e paura del futuro vanno di pari passo nei personaggi di Williams. Rovine o monumenti di ciò che furono, devono sopravvivere alla loro giovinezza, alla loro bellezza, e tutto ciò che resta loro è di accelerare la loro distruzione con l’alterazione mentale o la passione. Gli uomini di Williams invecchiano meglio delle donne. L’autore le coglie preferibilmente verso la trentina, quando la loro bellezza è al culmine, al momento in cui la forza devastatrice operante in esse rende più straziante ciò che di lì a poco sparirà. È Chance Wayne in Dolce ala della giovinezza o Brick in La gatta sul tetto che scotta (1955). Il fascino di Brick discende dal suo tratto disincantato. Fare l'amore non genera in lei alcuna preoccupazione, ma l'indifferenza elegante, la nonchalance. Gli uomini sono delle creature splendide, docili animali covati da sguardi di femmina, resa folle quando quelli non vogliono più saperne, e allora è come quando i gatti non riescono più a posare le zampe in un tetto di zinco arroventato dal sole. Le donne diventano dure, nevrotiche, rovinose, frangibili come il vetro, dominatrici ed impotenti. Ma negli uomini altresì, la morte incombe, la morte magnifica, come al cinema, o la morte insidiosa della malattia, o ancora la morte da calvario, il calvario dove si trascinano queste passioni inspiegabili contro le quali combattiamo invano. Lo scioglimento finale è sempre giusto, fuori da ogni proporzione, come nella tragedia antica. In Improvvisamente l'estate scorsa, Sebastian, dall’appetito (sessuale) mai soddisfatto, sarà letteralmente divorato da ragazzi magri, morti di fame e feroci come uccelli. Gli uomini e le donne sono vittime di questa solitudine fondamentale che è il nostro destino. «Tutti siamo condannati alla reclusione solitaria dentro la nostra pelle». «Il lirismo personale» non è che «il grido di un prigioniero nella cella in cui, come noi tutti, è chiuso per la durata dei suoi giorni».

Il ruolo del drammaturgo consiste nel radunare queste solitudini inconciliabili, cercare di fare scaturire da una situazione d'attesa, o di crisi, un momento di verità, il lampo di una rivelazione un attimo prima della distruzione. Anche quando i suoi personaggi «esistono» intensamente ̶ anche se Tennessee Williams, come dice propriamente il critico Gerald Weales «mette delle vere rane nei suoi giardini immaginari» ̶, questo momento di verità non è mai d'ordine psicologico. Fa piuttosto apparire, sotto la superficie polita, i grandi archetipi dell'umanità. Anche se c'è una verità delle relazioni umane, anche se la natura degli attori riesce a sventare ogni rischio di declamazione, lo stile non è realistico, l'evidenza è d'ordine poetica. La cosa stupefacente è che Tennessee Williams riesce spesso a fare passare questo clima poetico, a rendere «il segreto» albergante nel cuore di ciascuno con dialoghi anodini dove si mescolano il meglio ed il peggio, dove sono violate tutte le leggi d'economia della scrittura, dove si trovano battute sentenziose come: «Si è molto più soli con una persona che amiamo e che non ci ama più di quanto si è quanso siamo realmente soli». Certa critica francese si è spesso elevata contro le offese al buon gusto che abbondano nella sua opera. Robert Kemp denunciava, nel 1949, in Un tram..., «questo miserabile esempio dell'arte americana». Tuttavia, i migliori registi, in Europa, sono stati attratti da Williams. Peter Brook ha messo in scena La Gatta ..., Visconti Lo zoo di vetro. Quest'opera popolare, di cui è rimasta ancora vasta traccia visiva per via dei film interpretati da miti quali Marlon Brando, Paul Newman o Liz Taylor, è da prendere con le sue ingenuità e le sue esagerazioni. Il grottesco dopotutto fa parte della sua estetica romantica.Tennessee Williams



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Pagina a cura di Alfio Squillaci



Zoo di vetro

I Wingfield sono in qualche modo dei sopravvissuti o meglio dei mai-vissuti: abbandonati dal padre, senza mezzi economici, minacciati dalla distruzione di una rispettabilità piccolo borghese, sopravvivono, aggrappandosi l’uno all’altro, ad una realtà lontana anni luce dai loro sogni più intimi e che non può non umiliarli costantemente.
La famiglia Wingfield è una famiglia che ha fallito nelle sue aspettative, e come spesso accade nelle dinamiche familiari, non tanto per drammatici eventi esterni ma per l’incapacità profonda ad amare.
Si scontrano infatti, nel testo di Williams, tre violenti egoismi diversi con effetti al limite della patologia. La possessività morbosa della madre, il desiderio di fuga del figlio, il quasi autismo della figlia che delega la sua realtà alla sua immagine riflessa in uno…zoo di vetro. Ecco questi caratteri, per certi aspetti estremi, e nello stesso tempo così reali in molti gruppi familiari, si nutrono, a mio avviso, di tanti gesti, di non detti, di sguardi che incatenano e segnano il territorio, di rituali tesi a preservare un’idea di identità. Dalle parole di Williams desidero arrivare a far emergere non tanto, o non soltanto, la tragica realtà del presente in cui si sviluppa il dramma della famiglia stessa, ma parte del percorso a ritroso che li ha portati a questo presente. Non a caso Williams, in una modernissima presentazione al testo (parte integrante del testo stesso) parla di “dramma della memoria” ed affianca, ad una scrittura iper realista, un’idea di scena simbolica, un luogo appunto della memoria dove ogni frammento di vita rimanda ad un “fantasma” passato ma comunque presente nel quotidiano.
Desidero quindi creare, attraverso video proiezioni ed una ricca “scenografia acustica”, un percorso parallelo e contemporaneo all’azione scenica. Un contrappunto evocativo audio-cinematografico della memoria dei personaggi, dei loro gesti, sussurri, sguardi ecc che avvolgerà il divenire dello spettacolo.
L’occasione di lavorare teatralmente con una straordinaria attrice di cinema come Claudia Cardinale, mi “obbliga” infatti ad approfondire la mia ricerca teatrale che, come chi conosce il mio lavoro sa, si nutre profondamente delle molteplicità espressive che le nuove “macchine teatrali” offrono e quindi suono, immagine e cinema.
Andrea Liberovici (dal web)
***
ALL' ELISEO IL DEBUTTO DELLA DIVA NELL' ALLESTIMENTO DI LIBEROVICI
Cardinale sul palco tradita dallo «Zoo»

Bazar di proiezioni, resta poco di Tennessee Williams

Alcuni illustrissimi, seduti dietro di me, malmostosi mugugnavano. Borbottarono tutto il tempo, non per Claudia Cardinale ma per essersi lasciata lei irretire in quello Zoo di vetro. Erano, quegli indisciplinati, irresistibili, incattiviti: uno spettacolo, meramente auditivo, e per pochi intimi, nello spettacolo a tutti rivolto, ad una platea cioè, quella dell' Eliseo, che non viene mai meno al suo mondano prestigio né mai lesina sorprese.(...) A proposito di prestigio e di illustrissimi, occorre ricordare come le prime dell' Eliseo siano le ultime del tempo che fu. All' Eliseo di Roma il teatro gode dell' antico fulgore. Vi è, come alle feste del cinema, traccia dei due mondi: il popolo minuto, che qui troppo minuto non è; e il popolo grosso, fastoso, rilucente, tutto da vedere, da lontano e da vicino. È quello che, fossimo all' Auditorium, fossimo il giorno prima della sciagura di piazza Vittorio, diremmo il popolo del tappeto rosso, che esiste di per sé, indipendentemente dai fatti di cui siamo chiamati a testimoniare. Sfilano, alla spicciolata, il presidente del Parlamento e Lino Jannuzzi; tra gli attori, Umberto Orsini, che è di casa, Gabriele Lavia, Carlo Giuffrè, Sebastiano Lo Monaco; tra le attrici, Ornella Muti e Mariangela Melato. C' è Marina Ripa di Meana, senza la sua antagonista Anna Falchi. C' è anche un cerimoniere ambitissimo, il beato Marzullo. Ce ne sono tanti altri, la platea ne è piena, non tutto si riesce a vedere. Siamo chiamati a un minuto di silenzio per le vittime di piazza Vittorio. Arriva in ritardo una coppia che fa testo a sé, lei è bionda, un' attrice che conosco ma non riconosco, lui è un bellone che, con una temperatura di dodici gradi, non ha giacca e, della camicia, allacciato ha solo il quarto bottone, cioè dal quarto in giù. In quanto allo spettacolo, si erano esaurite le risorse di attenzione. In più, avevano ragione gli indisciplinati alle nostre spalle. Una gentile signora osservava: «La scena sembra James Bond». Ed era vero, illuminante. Nella spirale di una canna di pistola vista dall' interno viene risucchiata l' amara, dolente vicenda della madre Amanda, della zoppa figlia Laura, del giovane Tom, quell' oscuro frequentatore (ad oltranza) di sale cinematografiche. Il vanitoso regista Andrea Liberovici, già noto per i suoi exploit avveniristici, s' era gettato a corpo morto su alcune osservazioni preliminari di Tennessee Williams. Al malcapitato drammaturgo americano mai fosse occorso di scrivere che la realtà, a teatro, non è quella di tutti i giorni. Lo ripeto: con brama, Liberovici si scaraventava sulla didascalia, trasformava Zoo di vetro in un bazar di schermi, proiezioni, pseudo- immagini, parole proiettate sul velatino che tutto avvolgeva e camuffava. Poco a poco, o di colpo, di Williams non rimaneva nulla. Lo stesso zoo finiva, letteralmente, sotto i piedi degli attori, per pura originalità. A Liberovici non mancava il genio di polverizzare un' occasione in cui disponeva, insieme, di Tennessee Williams e di Claudia Cardinale, l' altra sera comunque non al massimo delle sue possibilità espressive. Egli insomma confezionava uno degli spettacoli più evanescenti e irritanti di quanti si siano visti all' Eliseo e altrove negli ultimi duecento anni. Tiepidi applausi, non a caso, salutavano la non memorabile prova degli altri interpreti, che erano Ivan Castiglione, Olga Rossie Orlando Cinque.

Franco Cordelli  
(19 ottobre 2006) - Corriere della Sera

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Tante parole senza ritmo
Prima di riferire dello spettacolo dirò due parole su Tennessee Williams, al quale l' Elfo dedica la stagione primavera-estate del suo cartellone con due drammi che è giusto accostare: Improvvisamente l' estate scorsa e La discesa di Orfeo. Tennessee negli ultimi anni della sua vita viveva a New Orleans, ma lavorava a Key West, in Florida. Chiunque fosse ricevuto poteva notare, accanto alla macchina per scrivere, una copia delle Elegie duinesi di Rilke, un ventaglio che era appartenuto a Hart Crane (il poeta che più amava) e, al muro, un ritratto di D. H. Lawrence: ornamenti, o reliquie, per un vecchio scrittore piuttosto inconsueti. A quell' età (Tennessee aveva superato i settanta) non si hanno più troppi santi da venerare. In compenso era, lo ammetteva lui stesso, un vero paranoico, non credeva in nulla, o meglio era certo che dietro ogni pubblico evento vi fosse qualcosa di oscuro, dietro x c' era y, e dietro y c' era z. Charles Manson non era il vero assassino: «Polanski - diceva - mi sembra che adori il sangue»; né il vero assassino di Kennedy era Oswald, ci avrebbe giurato. Non credeva neppure, come tanti, che Lawrence fosse impotente, è per questo che s' era messo a scrivere su di lui una commedia. Ma il suo agente lo aveva fermato, gli aveva detto che nessuno si interessava più a quell' eccentrico scrittore inglese. Poi, precisava, in quanto a potenza e impotenza sessuale, nella questione lui non era coinvolto: «Di tanto in tanto ho bisogno di fare l' amore, ma non è un' idea fissa come prima». Il vecchio «uccello glorioso» (così lo chiamava l' amico Gore Vidal) aveva perduto il grande amore della sua vita, Frank Merlo. In quegli anni, i primi anni Ottanta, il suo stile non era però cambiato: «Esagero perché non voglio essere uno scrittore realista» proclamava. «Non scrivo in quel modo, spoglio, denudato, che oggi è proprietà di chiunque. Il mio ideale è la conversazione, ciò che mi guida è il ritmo». Già, il ritmo. La domanda che ci si fa dopo i primi dieci minuti di Improvvisamente l' estate scorsa di Elio De Capitani è proprio questa: costoro parlano, non fanno altro che parlare, sono addirittura verbosi, come sempre in Tennessee Williams, ma il ritmo dov' è? È tutto così travolto e portato via in un fiume disarticolato e quasi casuale di domande, risposte, soliloqui, intemperanze, urla, da non darsi né qualsivoglia ritmo né qualsivoglia idea. Ho detto che c' è una ragione nell' accostamento dei due drammi di Tennessee, poiché anche in quello cui assistiamo il mito rivive nella morte del poeta omosessuale Sebastian, divorato dai ragazzi seminudi come Dioniso viene sbranato dalle Baccanti. «L' uomo divora l' uomo in senso metafisico - dichiarava l' autore -. Utilizzo questa metafora per esprimere il mio disgusto di fronte a un tratto dell' umano, di fronte al modo in cui le persone si strumentalizzano a vicenda». Rispetto a ciò che leggiamo, è un pensiero riduttivo. Ma di fronte a ciò che vediamo nello spettacolo di De Capitani è molto di più. Esso, lo ripeto, è un fiume in piena, o una matassa aggrovigliata: con una scena (di Carlo Sala) ricca di vegetazione tropicale, che cita alla lettera quanto da sempre si sa su questo dramma; e una recitazione pseudo-realistica, pseudo-esasperata, che imita chissà quale antico costume, di mezzo secolo fa. Come già, per esempio, in uno Zoo di vetro proposto dall' Elfo anni fa, sembrano del tutto inadeguati gli interpreti principali, Cristina Crippa, Elena Russo Arman e Cristian Giammarini. Tentare è umano, viene fatto di pensare, insistere è diabolico. 

Franco Cordelli  
(15 maggio 2011) - Corriere della Sera

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Brando e Vivien Leigh nel padre di tutti i mélo
Alzataccia, ne vale la pena: vedetelo e-o registratelo, ma Un tram che si chiama desiderio è il capostipite di tutti i mélo e il più bello, struggente e orgoglioso dei molti film tratti dei drammi di Tennessee Williams, lo scrittore che ha introdotto Freud nel cinema e di cui ricorre il centenario della nascita (forse la Rai lo sapeva). Il «Tram» (titolo subito popolare, Corrado Lojacono cantava in «Attanasio cavallo vanesio» con Rascel «La mia donna si chiama desiderio...») è un manifesto della poetica del grande grandemente infelice scrittore sudista spesso identificato nelle sue eroine avide di affetto, specie l' indimenticabile Blanche che si trasferisce dalla sorella, vive un' esistenza gentile di memorie e illusioni, finché il cognato virile, sudato, manesco e in canotta, non la riporta alla realtà e subito dopo la spedisce in manicomio. Tutto è rimasto mito, dall' interpretazione memorabile di Vivien Leigh (foto con Marlon Brando), che dodici anni dopo Via col vento ribalta l' immagine di Rossella e vince uno dei quattro Oscar del film, soffrendo a nome di tutte come in teatro fanno magistralmente prima la Morelli diretta da Visconti, poi la Melato. Ma il film, che ha nel cast i premiati Karl Malden e Kim Hunter, sta nel lancio del muscoloso Marlon Brando che aveva già recitato Kowalski (anche qui un nome che resta, chiedetelo a Paolo Rossi...) in teatro e conferma la plastica seduzione di uomo crudelmente attraente nell' allestimento che resta fedele alla scena scoprendone i gangli vitali visivi. Il grande Elia Kazan, dimenticato, spesso rimosso per l' infelice delazione alla caccia alle streghe, è il doppio regista di Brando e del Tram anche a Broadway, a lui si deve ogni raccapricciante sottigliezza analitica ed espressiva. Ora La Cineteca di Bologna gli rende omaggio e giustizia editando un prezioso cofanetto con il libro di appunti di regia e l' affettuoso special che gli ha dedicato un fan illustre, Scorsese, che coi film di Kazan è cresciuto. Scandaloso allora per la censura americana che impose un finalino aggiunto dopo la memorabile ultima battuta di Blanche, il Tram è un ritratto di Donna-Madonna ancora sconvolgente, l' espressione di un disagio contagioso esistenzial-sessuale, Freud in poesia. 

Maurizio Porro 
(11 agosto 2011) - Corriere della Sera





Hart Crane 
dal 27  luglio 2008