(recensione pubblicata per l'edizione del 1991)
recensione di Orsi, M.T., L'Indice 1991, n. 7

Del "fenomeno" Yoshimoto Banana si è cominciato a parlare anche in Italia, ancor prima che apparisse nelle librerie la versione italiana di "Kitchen*, il primo romanzo di successo della giovane scrittrice giapponese, scritto nel 1988. Un successo che, se all'inizio poteva essere sbrigativamente considerato moda passeggera e di scarse conseguenze, è stato invece confermato dalla pubblicazione di altri romanzi, tutti rapidamente saliti in Giappone alle prime posizioni nella classifica dei best seller. Su questa enorme popolarità, che è sembrata addirittura sfuggire al controllo del pur potentissimo sistema editoriale giapponese, si è molto discusso, ora limitandosi a riconoscere il fenomeno, che avrebbe fatto vibrare la sensibilità collettiva di tutta una generazione, ora giustificandola con l'originalità dei racconti, la loro sapiente commistione con le tecniche del fumetto, la freschezza delle immagini. 
In effetti, Yoshimoto sembra aver compiuto con indubbia abilità l'operazione di attingere ai suggerimenti di una letteratura popolare (e certo nessun genere è considerato tanto "popolare "- in tutte le possibili accezioni - quanto il fumetto in Giappone), recuperandone da una parte alcuni temi, situazioni stravaganti o paradossali, colpi di scena e l'ambiguità di un reale al limite del fantascientifico; dall'altra, facendone proprie le formule descrittive, la giustapposizione delle immagini che non lascia spazio al commento, il passaggio, per così dire, dal tutto campo al primo piano da un riquadro all'altro. Ma i racconti di Yoshimoto Banana superano allo stesso tempo i parametri troppo ripetitivi, prevedibili e convenzionali (in definitiva proprio quelli su cui la letteratura popolare fonda anche la sua forza), per inserire il discorso in una struttura tutt'altro che semplice o ingenua e che rivela quanto meno una solida base letteraria. Ad essa fa da supporto un linguaggio sofisticato nelle parti descritte, ricche di ellissi e associazioni; disinvolto e spigliato all'interno dei dialoghi che mantengono l'immediatezza di un parlare "giovane", privi come sono delle costruzioni elaborate e restrittive del linguaggio formale. A questa freschezza contribuiscono anche alcune parziali innovazioni: il frequente ricorso alle onomatopee, per esempio, che purtuttavia rivela il suo debito non tanto al fumetto quanto a una tendenza più generalizzata dei nuovi scrittori giapponesi di privilegiare al massimo la forma colloquiale, agile e grammaticalmente "spregiudicata", anche all'interno del discorso scritto. Ed è senza dubbio uno dei meriti della versione italiana offerta da Giorgio Amitrano, quello di aver saputo mantenere il "sapore" dell'originale. Sapore che non si basa tanto su una ricerca della novità a tutti costi, o sul ricorso a solecismi o forme gergali così intrinseche a un gruppo da essere intraducibili se non a costo di pesanti manipolazioni, ma proprio sulla "leggerezza" con la quale si ristrutturano le immagini, senza dar l'impressione di ricorrere a paradigmi già collaudati. Una prerogativa che è stata mantenuta al meglio, per attraversando le inevitabili trasformazioni suggerite dalla resa più efficace dell'originale. Il risultato permette quindi di apprezzare anche nella versione italiana il libro della Yoshimoto, il cui fascino sta forse proprio nell'aver saputo abbinare - come qualche secolo fa suggeriva un suo illustre collega, il poeta Basbô - la "leggerezza" del discorso con la ricchezza dell'ispirazione.

L’agrodolce pastiche di… Banana Yoshimoto
di Simonetta Caminiti

Amuleti, divinità senza nome dagli occhi serrati, artifici notturni: riflessi allucinati di milioni, milioni, di solitudini. E soprattutto, ciliegi: i ramoscelli rosei di un albero che in terra giapponese si chiama Sakura, costante di quegli sfondi di rami alti ai fianchi delle strade.
L’incantesimo degli anime del Sol Levante è ripreso dalle ricette letterarie del fenomeno Banana Yoshimoto. 

Figlia del saggista Yoshimoto Takaaki, l’autrice cela dietro lo pseudonimo esotico e universale un vero “pastiche” di atmosfere, che richiamano i tratti tipici del manga  (il fumetto di madrepatria conosciuto e apprezzato in tutto il mondo).
In poche altre mani si fondono così bene le semplicità tipiche dell’infanzia col tema, onnipresente e lugubre, dell’abbandono; sottigliezze ai limiti dell’incestuoso, ambiguità sessuali che sfiorano e suggeriscono, e quasi mai afferrano o dichiarano  pienamente. Malinconia e conflitto familiare.
Il richiamo dell’Occidente si esprime già nelle prime scelte di una Yoshimoto ancora studentessa, che come tesi di laurea dà vita a un racconto dal titolo Moonlight Shadow, ispirato alla omonima hit degli anni ’80, di Mike Oldfield. E Moonlight Shadow chiude il volume dell’opera prima: Kitchen (1989). 
“Banana” traccia subito i caratteri che si ripeteranno in titoli quali Tsugumi (la storia di un’adolescente, adorabilmente bisbetica, affetta da un male incurabile); o ne L’ abito di piumePresagio triste (il testo forse più denso di evocazioni da incubo), Honeymoon; per approfondire tocchi ancora più sperimentali in best-seller come N.P.
 A Banana sembra quasi non interessare di cosa si morirà, né per quale specifica ragione, l’io narrante di ogni sua storia affronterà l’oblio della completa, assoluta, desolazione. 
È inverno, è buio: è apparente assenza di una qualsiasi scintilla di calore umano. Ma, se esiste cosa che l’autrice nipponica dice di adorare, e proprio della sua terra, è l’impressione che “i cambiamenti delle stagioni siano così delicati e sottili come in nessuna parte del mondo.” Quali più appropriate premesse per innescare nelle sue trame piccoli, cruciali simboli di questa concezione del tempo? Il tempo della natura e della vita, segnato sempre da un dolore cui i personaggi rispondono con scelte folli, con l’assurditàEcco perché un uomo può diventare la migliore delle madri, partendo dalla trasformazione somatica,  solo per amore del figlio orfano: è questo il caso di Eriko, uno dei protagonisti di Kitchen, per certi versi precursore della Agrado di Tutto su mia madre (Pedro Almodovar). Hiraagi, invece, indossa l’uniforme femminile della fidanzata scomparsa, in segno di disperato rifiuto e d’ostentazione del lutto. 

Sembra ricorrere a stimoli tragicomici, la giovane Yoshimoto, per disincarnare la sofferenza, ponendola in una prospettiva trasfigurante e dolcemente eccentrica, tipizzata, forse teatrale. Eppure ogni storia si chiude nel segno della parola hikari,  la luce, l’incontro con qualche angelo che accende il bagliore della speranza, e scalda all’improvviso come l’arrivo della primavera o dell’alba. Il “Mai più” è in Banana Yoshimoto una sponda dalla quale siamo tutti separati come dal fragore di un fiume in corsa, e che pure ci troviamo innanzi nostro malgrado ogni giorno. Ma ad ognuno di noi è data l’occasione di riconoscere il miracolo della rinascita, di poterla salutare con la gioia commossa di un bambino.
L’arricchimento più recente di questa commistione arriva forse negli esercizi del 2006, Ricordi di un vicolo cieco, racconti che ospitano pennellate erotiche più sincere e immaginose, forse debitrici, o in ogni caso simili, al mondo di Anaïs Nin
Inutile disconoscere un orizzonte di impellenza commerciale, nelle valutazioni della Yoshimoto, che dispensa interviste adulatrici ai critici italiani e non nega di puntare al Premio Nobel. Inevitabile scoprire nel suo apporto alla narrativa del nuovo millennio un gusto audace, ingenua e sapiente demistificazione che ha saputo fare sue le attenzioni del pubblico giovanile in ben diciotto lingue, non mancando di vincere le ritrosie dei più diversi palati letterari.  

Simonetta Caminiti

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Esempio 1
Banana Yoshimoto
Descrizione
Che cosa pensa Banana Yoshimoto del mondo? E del cinema? E della pittura contemporanea? E dell'Italia? E del Giappone? E della sua stessa scrittura? Un piccolo volume per entrare nelle stanze rarefatte, aeree, segrete di Banana Yoshimoto. Un tributo al culto ormai planetario di un'autrice che ha continuato a rinnovarsi, ad aprire in sé e fuori di sé le porte della percezione. Il volume analizza i temi cari alla narrativa dell'autrice, manie, predilezioni, tratti caratteristici. Sicuro e partecipe come può essere un amico e traduttore di fiducia, Giorgio Amitrano entra nel "mondo" di Banana offrendo interessanti spunti di lettura. Questa nuova edizione è arricchita da un'intervista condotta all'Orientale di Napoli nel 2001, da un saggio che situa la narrativa di Banana nel contesto della cultura giapponese contemporanea e da altre utili curiosità. Accompagnano il volume le riproduzioni di alcune opere degli artisti giapponesi che hanno costituito e continuano a essere il cerchio figurativo in cui si muove l'immaginazione della scrittrice. 
 

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