Thom Jones
Ondata di freddo
Mininumfax 2003
La maggioranza delle storie che compongono questa raccolta presenta i medesimi temi, proposti di volta in volta in chiave differente. L'Africa, le missioni umanitarie, medici (più o meno emarginati o radiati dall'ordine), malattie, sofferenze fisica, disturbi mentali, assunzione di farmaci. Il disegno preciso che la riproposizione di queste tematiche sembra seguire pone quest'opera a metà strada tra il romanzo e il racconto breve. A volte brani di frasi vengono riproposti quasi immutati
tra una storia e un'altra, ma i personaggi, pur somigliandosi tra loro, presentano sfaccettature sempre nuove. L'autore si è divertito a disporre le materie prime del suo raccontare intrecciandole in configurazioni sempre diverse, ogni volta introducendo novità e gettando nuove luci sui
filoni che percorrono tutto il libro.
La scrittura agile e scorrevole sa come catturare l'attenzione, il
registro oscilla costantemente tra il crudo, il cinico e l'ironico.
Merita lettura.
Stefano
Il libro in breve
Medici innamorati delle loro stesse malattie, pugili che salgono sul ring già sconfitti, nichilisti col sorriso sulle labbra, elefanti sotto la neve e babbuini ubriachi di whisky, giardini di manicomi in primavera, caffè, sigarette e pasticche, un’America con poche speranze e un’Africa meravigliosamente pullulante di vita e di morte, il rock dei Doors come colonna sonora: ecco il mondo in cui Thom Jones ambienta le sue storie tragiche e ironiche, spietate e commosse, che lasciano il lettore senza fiato.
Porca puttana, c’è un’ondata di freddo e ricorro al mio solito
trucchetto di lasciare aperti tutti i rubinetti di casa, perché la mia
casa, anzi la maggior parte delle case qui sulla West Coast, non sono
“vere” case: non hanno le finestre che scorrono su e giù, né il
seminterrato (che protegge le tubature molto meglio di quanto
possa mai fare un’intercapedine sotto il pavimento) né il marciapiede
sul davanti con un bel paio di querce torreggianti o di olmi,
tutta roba che non manca mai a una vera casa, una di quelle vecchie
case del Midwest come Cristo comanda. Da queste parti i vetri
delle finestre si aprono scivolando di lato. E non c’è il seminterrato.
Niente marciapiede e niente alberi seri, soltanto sempreverdi,
e quando viene freddo e nevica nessuno sa che pesci prendere.
Tre centimetri di neve e chiudono le scuole, l’intera comunità
resta paralizzata. “Aiuto, non so che fare!” Be’, tanto per cambiare
adesso fa freddo e non è che mi dispiaccia poi così tanto, perché
tutte le mosche e le zanzare moriranno congelate, e anche perché
qualunque tipo di cambiamento è già qualcosa, e magari mi
aiuterà a uscire da questa tetra depressione post-Africa – ragazzi,
sono talmente depresso – però invece mi sveglio alle tre di notte e
penso: Oh no, adesso mi scoppierà una tubatura, e allora mi metto
a far scorrere l’acqua e lascio sgocciolare tutti i rubinetti, e poi
esco e apro anche quelli di fuori, che sono i più vulnerabili.