Roger Abravanel, Luca D’Agnese  – Regole. Perché tutti gli italiani devono sviluppare quelle giuste  e rispettarle per rilanciare il Paese - Garzanti, Milano 2010   
 
 Una delle favole che noi italiani amiamo raccontarci è quella di una società civile più rispettosa delle regole  a fronte di un  ceto politico  che nel frattempo abbiamo imparato a chiamare con disprezzo  “casta”. Invero di caste  che prosperano grazie a proprie regole imposte alla collettività ce n’è più d’una. Gli autori in questo libro ne segnalano alcune, dopotutto quelle contro cui  Bersani tentò un assalto con le famose “lenzuolate”: i tassisti, i farmacisti, gli avvocati delle tariffe minime,  i geometri, gli editori di libri scolastici,  insomma quei mestieri e quelle professioni rinserrati in ordini merlati come   vecchi manieri. Ma l'intento degli autori   non è quello di scagliare una categoria contro l’altra quanto difendere l’idea generale che rispettare le regole - non certo quelle che la propria casta impone agli altri ma quelle della concorrenza tra liberi competitori -  è più  conveniente e “paga” di più.

Impresa apparentemente disperata in un Paese dove ci si coalizza contro la norma e, solo per fare degli esempi,  nelle statali lombarde (visto con gli occhi) ci si fa i segnali coi lampeggianti tra automobilisti per avvertire  di un controllo della polizia in prossimità; dove, soprattutto nel Sud,  non ci si associa volentieri per riparare il campanile della chiesa quanto piuttosto per delinquere;  dove infine, un po’ dappertutto,  si evade il fisco o si fingono incidenti automobilistici per frodare le compagnie di assicurazione. In un Paese siffatto, chi rispetta le regole è considerato  un “fesso” o peggio un “nemico del popolo” come segnalava Ibsen in una sua spietata pièce teatrale. Infatti è un soggetto che canta fuori dal coro e non rispetta le regole. Quelle scritte e ufficiali? No, quelle correnti e tacite della privata convenienza o del “così fan tutti”. La  nostra è  una  comunità nazionale nella quale  il reprobo e il reo suscitano non solo l’ indulgenza interessata del cupio absolvi - io ti perdono al fine che tu mi possa a tua volta perdonare, ma soprattutto perché io mi possa perdonare -, ma aperta e incondizionata simpatia. L’Italia è stata per lungo tempo indicata - dai viaggiatori stranieri ad esempio-, come un Paese “corrotto e felice”; adesso è sempre ugualmente corrotto ma un po’ meno felice. Girano per la Penisola monsoni di astio e malanimo reciproci. Si è rotto l’incanto. “Le Pays où le mot fourbe est éloge” come segnalava  il viaggiatore francese Grosley, è entrato in un loop micidiale anzi in una serie di circoli viziosi nidificati.  Non   sa come uscire da molte situazioni in cui  è impossibile la convivenza  se le regole valgono quando le interpreto per me e le applico su di te,  o dove esse sembrano ridursi a quelle dell’assalto al forno di manzoniana memoria.

Questo libro di Abravanel e D’Agnese giunge in questo contesto italiano come il fischio di un  arbitro in una partita che rischia di degenerare in zuffa e offre delle uscite di sicurezza dalla partita attuale o quanto meno l’inizio di una nuova. È un libro che sa e previene molte obiezioni derivanti  da radicamento e persistenza di molte cattive regole, ed è dopotutto un libro ottimista: si stenta a crederlo vista la situazione di generale mugugno in cui tutti temiamo  per la nostra tranquillità privata e per la coesione sociale della Nazione. 
Questo è un libro essenzialmente di economia ma non indifferente ai riflessi sociali che l’agire economico comporta e a quelli mentali-culturali  che per parte loro interagiscono sia sull’economia che sulla società. Affronta sullo scenario mondiale come in quello peninsulare il tema della de-regulation e della re-regulation nell’ambito soprattutto dei servizi. Perora nel caso nostro la necessità dell’allargamento dei recinti dei singoli ambiti di azione delle piccole imprese e, a differenza di molti osservatori che si sono compiaciuti della vitalità dei “piccoli” o dei cosiddetti “distretti”,  dichiara in modo apparentemente controintuitivo ma logicissimo dal punto di vista economico  che “piccolo è brutto anzi bruttissimo”. La strozzatura asfissiante in cui è posto da regole sbagliate il settore della distribuzione o dell’erogazione dei servizi pubblici anche locali è sotto gli occhi di tutti. 

Ma non renderemmo un buon servizio all’intelligenza del volume se nascondessimo l’ambito quasi “antropologico” in cui cade talvolta l’osservazione dei due autori. Quando si usa questo termine   spesso si suole sottolineare un carattere fisso e immodificabile del paesaggio morale osservato. Che gli italiani ad esempio difettino di “educazione civica” è un’osservazione che non richiede ulteriori precisazioni (ma a cui gli autori dedicano giustamente  un intero capitolo). Ma sembrerebbe anche una dichiarazione di resa che rende impossibile ogni azione correttiva allontanando nei tempi della “lunga durata” - quali quelli delle mentalità o “del così fan tutti” -  i processi di cambiamento, e alla distanza diventa  quasi un alibi che invita all’inerzia riformatrice. Siamo fatti così: prendere o lasciare. Da pratici uomini di impresa ( e da consulenti veri e propri della Nazione) Abravanel e D’Agnese invece sanno perfettamente che nulla può resistere – anche i comportamenti più radicati – ai colpi di maglio di un’azione correttiva ben congegnata in un campo socio-economico ben delimitato, sia esso la giustizia civile,  la RAI o i servizi pubblici locali. Questo tipo di  approccio, ossia quello di indicare i punti di malfunzionamento dell’economia e della società e proporne i rimedi qui ed ora – gli autori ne avanzano uno davvero choc: la nazionalizzazione dei servizi pubblici locali! -   dovrebbe essere  il campo d’elezione della politica, quella nobile, quella che sa guidare e non seguire gli elettori e che dovrebbe coniugare valori e interessi fissandoli in regole nuove o correggendo le vecchie. Il fatto che invece se ne occupino due privati cittadini la dice lunga su come siamo messi nei “laboratori” della politica. 

Più nel dettaglio  gli  autori sanno indicare con assoluta precisione e con ricchezza d’argomentazioni molti  ambiti  economico-sociali ristagnanti  in crisi annose e irreversibili,  attorcigliati  in spirali di  “circoli viziosi” senza fine. Una volta individuato un problema in un campo sociale o economico ben delimitato, messa in atto una strategia intelligente di contrasto (si ricordi una volta per tutte la “tolleranza zero” di Giuliani contro la criminalità),  adottato il metodo del «prova e poi metti  a punto» e raggiunto un punto di svolta,  il suo tipping point, il problema, qualsiasi problema, entra in un “circolo virtuoso”  e si risolve da sé. Dicevamo che gli autori non vogliono restare ingabbiati nelle trincee dei tempi lunghi dei cambi di mentalità e delle obiezioni sfiancanti; la loro è una strategia bellica ben precisa: è il blitz krieg, la guerra lampo. Si individua un settore d’intervento – la scuola, la giustizia civile, il fisco, il sistema dei media, l’evasione fiscale, la distribuzione dei medicinali, l’editoria scolastica -  e si sfonda il fronte di resistenza.   Da qui l’intonazione di fondo ottimista di Abravanel e di D’Agnese cui alludevo poc’anzi. «Analfabetismo sulle competenze della vita e maleducazione civica. Una giustizia civile a livello del Gabon. Media e regolatori spesso poco autorevoli e indipendenti. Regole che impediscono lo sviluppo di una moderna società di servizi perché proteggono il “piccolo bruttissimo” che sopravvive grazie all’evasione. Sembra una diagnosi senza speranza. Eppure il nostro paese può farcela». 

Se quanto finora enucleato  è il modello “consulenziale” di tipo pragmatico che funziona nelle aziende  o in settori specifici dell’economia e della società,  Abravanel e D’Agnese sanno tuttavia che in una società complessa come la nostra l’intervento settoriale non potrà avere successo se non accompagnato da un cambiamento della tavola dei valori: la “Magna Carta” del nuovo millennio da redigere su pochissimi punti condivisi da tutti. Il primo: la convinzione che la ricerca del benessere economico individuale è un obiettivo eticamente degno. Il secondo: la convinzione che le regole sono un buon affare. Il terzo: che le regole devono essere rispettate anche quelle sbagliate.
A me sembra un programma ideale  condivisibile e sono grato agli autori per averlo esplicitato con tanta chiarezza e semplicità. Temo tuttavia che farà torcere le budella a molti italiani. Eppure, se non si accettano questi valori, quasi dei prerequisiti d’ingresso in società, lo spettro della rottura della coesione sociale è davvero incombente. Sarà poi vano il mugugno e l’invettiva. Gli italiani non sono sempre gli “altri”. 

Alfio Squillaci
(5 novembre 2010)

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Dati Personali
Nato a Tripoli-Libia nel 1946. Emigrato in Italia nel 1963. Cittadino Italiano.
Assolto il Servizio Militare come Ufficiale del Genio Aeronautico. 
Sposato con Emma. Un figlio, Davide. 
Parla correntemente Inglese, Francese e Spagnolo. Italiano madrelingua. 

Risultati Accademici
Laureato al Politecnico di Milano nel 1968 in Ingegneria Chimica con il massimo dei voti. Premio come “più giovane ingegnere d’Italia” nel ‘68 e nel ‘69. 
Ricercatore all’Istituto di Fisica Tecnica del Politecnico di Milano nel ‘69 e ‘70. 
Master in Business Administration all’INSEAD nel 1972.” Dean’s list” (primo italiano a ricevere il riconoscimeto) 

Risultati Professionali
Parte del team di Business Development di una media azienda Italiana operante nel settore del grossismo e distribuzione dei componenti per l’aria condizionata. Responsabile del lancio di una linea di prodotto nel settore del condizionamento auto, che divenne successivamente l’attività più profittevole ed importante dell’azienda.
Dal 1972 consulente presso la McKinsey&Co, leader mondiale nella consulenza per l’Alta Direzione. Nominato Principal nel 1979 e Director nel 1984.Da luglio 2006 diventa Director Emeritus
 - Grande esperienza internazionale, per es. iniziato come consulente presso l’ufficio di Parigi poi trasferito a Tokyo e a Città del Messico con permanenza in entrambi gli uffici di più di un anno ed infine membro dell’ufficio italiano con sede a Milano. Dal 1999 senior sponsor dell’ufficio di TelAviv e membro del leadership team dell’“Area Mediterranea” di McKinsey.
- Ha assistito clienti in Europa, USA, America Latina ed Asia su tematiche del Top Management quali il miglioramento della performance, la crescita globale ed il rafforzamento organizzativo. Esperienza industriale molto diversificata, in settori come l’energia elettrica, le telecomunicazioni, automobile/assembly, industrie di processo (chimica, acciaio, cemento, carta, metalli), tessile/moda e largo consumo/distribuzione. I clienti sono quasi sempre stati il top management di aziende quotate o private e gli imprenditori a capo di grandi aziende famigliari.
- Interventi di consulenza recenti, particolarmente noti: la trasformazione decennale dell’Enel da azienda pubblica a impresa globale e il piano di liberalizzazione del settore elettrico in Italia. Il turnaround e privatizzazione di successo di ElAL, linea aerea in condizioni disperate nel 2003 ed oggi profittevole e competitiva
- Leader o Co-leader di numerosi progetti di “sviluppo della conoscenza” di McKinsey, nell’area della Globalizzazione, Alleanze Strategiche, Corporate Governance e Leadership, miglioramento della performance , sviluppo organizzativo e Private Equity. 
Autore di più di 100 articoli e saggi sul management e relatore a numerosi convegni in Italia e all’estero. Recentemente co-autore del saggio “scelte coraggiose per sviluppare un’economia di servizi” divenuto un importante riferimento della discussione sul dibattito del rilancio dell’economia italiana. 
Per 15 anni membro del McKinsey Investment office che controlla i servizi di investimenti finanziari del Fondo Pensione e del personale McKinsey nel mondo 
Dal 2006:entra nel consiglio di amministrazione di prestigiose società quotate italiane ed israeliane, soprattutto di origine familiare quali :Luxottica,Valentino-HBoss(Marzotto), Marazzi, BNP/BNL. e Teva (leader mondiale dei farmaci generici-30 bio $ di capitalizzazione a NYSE) e Netafim (inventore dell’irrigazione” goccia a goccia”). 
Advisor del fondo Buyout Magenta,specializzato sulle medie imprese famigliari con opportunità di sviluppo e problematiche di successione. 
Advisor del fondo Buyout Markstone e di Venture Capital Wanaka in Israele. 
Membro del Board dell’IIT, Istituto Italiano di tecnologia e del Comitato Scientifico della Confindustria.
(Fonte: Cofide)



















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Roger Abravanel
In sintesi

Anno dopo anno, l'Italia sta retrocedendo in tutte le classifiche relative allo sviluppo economico, alla disoccupazione giovanile, all'educazione e alla ricerca, ai diritti dei consumatori. Mentre sale nelle graduatorie che misurano l'evasione fiscale, la corruzione, l'abusivismo edilizio, la lentezza della giustizia. Tutte queste criticità sono però accomunate da un grave limite, che porta alla degenerazione dell'intero sistema: l'Italia non ha saputo darsi le regole giuste. In genere da noi leggi, norme e regolamenti sono troppo numerosi e troppo complicati, tanto che diventa molto difficile rispettarli. Così chi non li rispetta viene spesso condonato o amnistiato, mentre cittadini e imprese si adattano all'elusione di massa. Per rimediare, vengono emanate nuove regole, sempre più severe, e la situazione peggiora. È quello che Roger Abravanel e Luca D'Agnese hanno definito "il circolo vizioso delle regole", che rende impossibile qualunque serio progetto di riforma. "Regole" dimostra che dobbiamo innescare un circolo virtuoso delle regole in tutta la società: un processo che coinvolga i cittadini, che devono essere informati e partecipare alla definizione e al miglioramento delle regole grazie a una scuola che non deve solo trasmettere nozioni, ma formare le "competenze della vita" necessarie per interagire efficacemente con gli altri; una giustizia civile veloce; un sistema dell'informazione indipendente dalla politica e dagli affari.
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Luca D'Agnese
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Luca d'Agnese è Amministratore delegato del Gestore della Rete di trasmissione nazionale dal 2003. Dal 1986 al 1988 lavora in Hewlett - Packard, presso la sede commerciale e marketing di Milano. Nel 1988 entra nell'ufficio italiano di Mc Kinsey & Company, dove si occupa del settore industriale, sviluppando progetti di strategia, organizzazione e gestione per clienti italiani, europei, americani e dell'area del Medio Oriente. Dal 1989 svolge attività di consulenza per aziende del settore elettrico, pubbliche e private, sviluppando esperienze nei vari segmenti del settore(produzione, trasmissione, distribuzione, vendita) e progetti di strategia e miglioramento della gestione operativa.
Fa parte del gruppo di leadership della Practice Europea del settore Electric utilities. Nel 1996 diventa partner dell'ufficio italiano Mc Kinsey.
Si è laureato nel 1986 in Fisica presso la Scuola Normale di Pisa; nel 1990 ha conseguito un master in Amministrazione aziendale presso l'Insead.
È nato a Napoli nel 1964.

(fonte: bookenergia.com)