Simonetta Agnello Hornby –  La Mennulara - Feltrinelli, Milano 2003

Valutazione XX/5
 
Questo romanzo ambientato in Sicilia, sostenuto al suo apparire da un’intensa campagna pubblicitaria, suscitò all’inizio grandi apprezzamenti, con l’avallo di Aldo Busi che lo definì in quarta di copertina -Divertimento maestoso-.
È l’opera prima di Simonetta Agnello Hornby, palermitana colta trasferitasi a Londra dopo il matrimonio con un inglese. L’A. ha usato la propria sicilianità per scrivere una storia che è stata molto apprezzata soprattutto all’estero, per la compiaciuta curiosità degli stranieri verso le immagini di maniera, che dipingono il nostro Sud come una terra arretrata e incomprensibile nelle mentalità e nelle abitudini. 
La vicenda, dispiegata in 209 pagine, ha inizio il 23 settembre 1963 e termina dopo un mese, prendendo inizio dalla morte e dal testamento di Maria Rosalia Inzerillo, serva padrona in casa Alfallipe, la Mennulara appunto, che ha conservato il soprannome attribuitole da bambina, quando aveva da sola provveduto al sostentamento della famiglia col suo lavoro di raccoglitrice di madorle.
Secondo uno stratagemma letterario già utilizzato da altri, l’A. fornisce a poco a poco le notizie sulla protagonista, costruendo una storia fatta d’indizi, pettegolezzi, insinuazioni, racconti affidati a gente di ogni ceto sociale, soprattutto notabili della cittadina in cui si svolgono i fatti, Roccacolomba (forse Roccapalumba?). Si arriva così a completare il puzzle per arrivare, forse, a una verità tuttavia non dimostrata, (così è, se vi pare?) secondo la tesi letteraria di Pirandello, imitata da molti, e portata a un alto grado artistico dal film “Rasciomoon”, capolavoro giapponese degli anni Sessanta.
L’alternarsi continuo di personaggi di scarso peso con i loro nomi improbabili, latori di nuovi particolari, appesantisce il racconto, pur con l’intenzione evidente di trasformare il tutto in un giallo, accentuando il mistero su una donna che da povera servetta semianalfabeta si era arricchita, divenuta padrona di casa e proprietaria d’ingenti capitali, forse sottratti ai padroni, o accumulati con l’aiuto della Mafia: infatti appare anche questa, secondo il classico stereotipo di ogni vicenda siciliana. 
Suddivisa in 50 brevi capitoli, ciascuno preceduto da una didascalia che ne anticipa alla maniera antica il contenuto, la narrazione procede a rilento, pur senza aggiungere nulla di nuovo alle atmosfere già descritte da Verga, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, che secondo l’A. sarebbero rimaste immobili nel tempo.
Dal punto di vista letterario il libro non possiede pregi particolari, essendo un susseguirsi di piccole cronache concise, di dialoghi, di piccoli fatti, di piccoli personaggi meschini. 
Non tutti i lettori dei primi tempi lo apprezzarono: ci fu una minoranza che lo trovò noioso, forzato, costruito a tavolino, falso, come possiamo leggere dai giudizi espressi su Internet.
Sarebbe interessare ascoltare oggi le opinioni di chi a distanza di tempo si accosta a questa storia, che avendo perduto l’impronta di novità può essere esaminata con una certa freddezza smaliziata.
Personalmente non vi ho trovato pregi tali da consigliarne la lettura.  
Armanda Capeder

Armanda Capeder è giornalista, specialista di Linguistica Italiana, settore per il quale redige da oltre quattro anni una serie di articoli sul mensile “Studi Cattolici” delle milanesi Edizioni Ares.
Sullo stesso argomento ha scritto, per l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano, un piccolo manuale che ha incontrato ampio successo, “L’anacoluto non è una parolaccia”, pubblicato nel 2004.
Per 10 anni ha tenuto Corsi di Scrittura Creativa presso un Ente pubblico collegato col Comune di Milano. 
Ha pubblicato 5 romanzi, 2 libri di fiabe e numerosi testi di cultura generale editi da Fabbri, Rizzoli, Domus.
Leggi nel link in basso le sue letture raggruppate nella rubrica:  "Scegliere il libro giusto". Le sue valutazioni, espresse in X, variano da 1 a 5.


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Sicilia, 1963. Maria Rosalia Inzerillo, più conosciuta come la "Mennulara" (la raccoglitrice di mandorle), è morta. Domestica della famiglia Alfallipe e amministratrice del suo patrimonio, la Mennulara è però soprattutto un mistero per la popolazione del paese. Tutti ne parlano perché si favoleggia sulla ricchezza che avrebbe accumulato, forse favorita dalle relazioni con la mafia locale. Tutti ne parlano perchè sanno e non sanno, perché c'è chi la odia e la maledice e chi la ricorda con gratitudine. Senza di lei Orazio Alfallipe avrebbe dissipato proprietà e rendite. Senza di lei Adriana Alfallipe, una volta morto il marito, sarebbe rimasta sola in un palazzo enorme. Senza di lei i figli di Adriana e Orazio sarebbero cresciuti senza futuro.