Roberto Alajmo - Le scarpe di Polifemo  e altre storie siciliane - Feltrinelli, Milano, 1998.


Ciò che disturba di più nelle ultime prove d'arte su Palermo - al cinema soprattutto, vedi Tano da morire - è la carnevalizzazione dei tipi umani (per proprio conto di non alto lignaggio iconografico), ovvero il musical che, al ritmo di rap, su tutto sorride, tutto perdona e tutto cancella, invocando magari a sanatoria, l'uguale trattamento estetico riservato Oltreoceano agli sfigati  di Harlem. Una umanità minima, spesso segretamente dolente, viene assunta così nel paradiso dell'arte proprio perché si sa oramai condannata a restare in un irredimibile inferno terreno.
Ancora la città di Palermo fa da sfondo a questi tredici racconti di Roberto Alajmo, ma diverso è lo stile: qui agisce un sobrio realismo che fruga fra quelle esistenze minime in sapiente (e forse calcolato) equilibrio fra le "cose viste" e un timido accenno di espressionismo. Un realismo dove il diavolo si nasconde nei particolari  e piccole verità emergono sottotraccia. Da cercare nelle tenui storie geriatriche di Villa Rosalma, nel testa-coda sociale tra rotariani e borgatari, nelle perversioni sessuali del figlio di un onorevole democristiano, nell'ostinazione di tre sorelle contro gli abusi edilizi della mafia, nella vendetta violenta al temperino (nella terra del tritolo), di un povero fattorino umiliato e offeso ecc.
La lingua portante è un italiano controllato che lascia spazio alla "presa fonica" di un siciliano mimetico (e solo nei dialoghi dove è davvero insopprimibile). E già questa scelta, non solo redazionale, appare una precisa dichiarazione di poetica piuttosto controcorrente rispetto alle prose deformate, "spastiche" e mistilingui, confezionate da Camilleri o da Silvana La Spina, che vanno per la maggiore. I racconti non si sciolgono in una "trovata" - espediente troppo abusato nelle narrazioni brevi e che se ha il merito di uncinare il lettore, troppo spesso semplifica la vicenda in una esemplarità di maniera - piuttosto si risolvono, com'è giocoforza dati gli spazi ristretti, nel ritratto o nella tranche de vie di cui si indovina la continuazione oltre la pagina.
Tutto ciò può sembrare poco ( e forse lo è), ma c'è sembrata, quella di Alajmo, un'arte che rinuncia per principio alle troppo facili accensioni liriche, al barocco arricciato che nella narrativa di Sicilia è diventato abuso, e al carnevalesco-pugno-nello-stomaco di cui si discorrreva in esordio. Un'arte che si limita a rappresentare con semplicità ed onestà. E l'onestà in Sicilia è già una forma di militanza.
Alfio Squillaci

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«In Sicilia più che altrove è arduo discriminare moti di umanità autentica e motivi di disumanità mascherata. Nello stato di crisi perenne in cui versano tutti i rapporti dell'io con gli altri e   con se stesso, unica legge di comportamento universale è la doppiezza: mai confidare, neanche alla propria coscienza, ciò che si pensa, si fa e si vuole davvero. Così, le apparenze più grandiose celano le  realtà più meschine; le proclamazioni di idealità più pure hanno un rovescio di filisteismo spregevole. La finzione è non solo necessità ma istinto e assieme arte di vita».

Vittorio Spinazzola, Il romanzo antistorico,  Editori Riuniti, Roma 1990, pag. 18
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