Corrado Alvaro - Belmoro     

Della vasta produzione alvariana composta da racconti, saggi, articoli, drammi per il teatro, diari, inediti vari, il romanzo incompleto Belmoro, pubblicato postumo, nel '57 da Bompiani, che arriva fino a pagina 372 ( al cap. VI della seconda parte ), è quello che appare più lontano dalla sensibilità dell'autore e dal suo apprezzato stile creativo, ma è misterioso ed intricante, dato che contiene la previsione del futuro dell'umanità, dopo la terza guerra mondiale.
E' in forma di fabula metastorica cui non arride  né la scelta dei luoghi, né tanto meno la selezione dei personaggi, né l'incanto dell'idillio paesano che pur tanto avevano segnato le opere migliori dell'autore. Molti critici hanno infatti liquidato il testo con la formula di romanzo intellettualistico, scritto con scarsa spontaneità, eppure piacerebbe intuire il motivo per cui lo scrittore, ormai maturo ed inserito nel solco d'una tradizione letteraria che lo riconosceva come suo cantore, ha voluto immaginare una fuga dalla terra corrotta, divisa ed impaludata, per ritrovare una dimensione più alta, un cielo che però non è idealità o religiosità e metafisica, ma solo sfera aerea pura ed incontaminata. Il significato del romanzo è certamente etico-filosofico e contiene un ammonimento all'umanità perché non perda la ragione a contatto con la cultura di massa, gli spericolati esperimenti scientifici, la mistificazione che s'è venuta a creare. Nello stesso tempo viene confermata la condanna d 'una umanità degradata al di fuori della storia. L'incubo più forte è che l'uomo con le sue spericolate ricerche scientifiche, la sua leggerezza, la sua scarsa capacità coordinatrice, con la corsa al benessere ed all'arricchimento vada verso l'autodistruzione e l 'alienazione e la discontinuità diventino prassi quotidiana ed abnorme. Il preludio alla dispersione ed all'estraniamento erano già nei personaggi di Babel  in Labirinto e di Dale nel romanzo L'uomo è forte, in modo tale da ritenere che Belmoro avrebbe potuto essere il punto d'approdo d'una meditazione più complessa.
Il realismo magico, magistrale intreccio di fantasia e realtà, frutto della fede nella bontà della natura e di una parte degli uomini ,si muta in surrealismo. Le due linee precedenti della sua concezione artistica, positivo e negativo, non si integrano. Qui resta solo il negativo dominante come unica nota senza dialettico sviluppo.
Trionfa la fisicità senz'anima, la scienza è al servizio d'un mercato proficuo, ma scandaloso: vendita e trapianto di organi, sfruttamento ed asservimento di esseri umani, dappertutto rovine e distruzioni, l'antico mondo in frantumi, il nuovo dissociato ed irriconoscibile.

Belmoro non è un romanzo fantascientifico nel senso che di solito si attribuisce a questa definizione, perché manca l'interconnessione tra le parti rappresentative del nuovo ed una vera mappa d'esplorazione d'un nuovo mondo. Il genere era già abbastanza diffuso più nella letteratura europea che non italiana, il genere utopico di Huxley e di Swift (Viaggi di Gulliver) e di Orwell ( 1984) soprattutto, cui Belmoro somiglia con alcune varianti. E' un miscuglio di saggio e romanzo filosofico trasferito in un'ambientazione geografica inventata: Energheiton, Magnitudo, Dolonon, Lipona che hanno conservato qualche traccia del passato nei frammenti dei monumenti o dei resti pietrificati. Gli uomini si dividono in due categorie, una primitiva come quella in cui capita  all'inizio Belmoro, l'altra scaltra e prepotente, rotta a tutti gli intrighi, al di fuori d'ogni legge civile.
La cultura è assente. Trionfa la fisicità pura o deviata, la scienza è al servizio d'un mercato disgustoso. 
Scritto in prima persona dal protagonista stesso, Belmoro  forse cade da un astro, è confuso e in stato di soggezione, viene tenuto lungamente in cattività, senza parlare, addetto ai servigi più umili, prima a Magnitudo, poi ad Energheiton:

Ignoravo la stagione e il giorno e l'ora del mio arrivo in quella contrada. Né riuscivo a ricordare come vi ero caduto. Ricordavo assai poco del mio luogo d'origine e la mia mente circondò di mistero quella provenienza. Così credetti sempre d'essere caduto da un astro in cui alcune presenze senza età mi ammonivano che dovevo uscire, che dovevo essere ed essere forse aveva lo stesso senso di morire ….provavo tutti gli stimoli d'un essere vivente e sensibile, ma piuttosto come ricordi di un mondo anteriore che come veri e propri bisogni”.

Si può dire che egli nasca adulto ,ma con una forte componente psicologica di estraneità. E' come se avesse paura d'essere se stesso: non lotta per  farsi conoscere, ma si mimetizza ora in vesti femminili prima di tornare in quelli maschili. E' una preda ed una vittima. Nella sua nuova esistenza di schiavo, le donne gli appaiono sotto mutevoli aspetti: alla dolce Irmene  che lo rieduca al linguaggio ed ai costumi del luogo subentrano Melania Millina Leris, Margherita, Magda, Belinda, Berta, Gemma, Rosalia ed infine Stella Pidue, un prodotto sofisticato della Selezione biologica, incarnazione d'una bellezza neoclassica, insensibile ed imperturbabile con cui, alla fine, fugge forse con una astronave..
La vista di Stella gli dava una specie di sbigottimento, di rivolta, ciò che provava verso di lei era la stessa sorpresa di chi, non esperto dei fatti di natura, scopre che le colombe, reputate simbolo della purezza, sono lascive e tutt'altro che felici.

Si muove in una situazione labirintica su diversi piani e scopre come il mondo sia cambiato  rispetto a quello di prima.
Gli uomini sono ombre di uomini: AndCo un uomo senz'anima con il cuore di cellophan, Larcaris un ibernato che garantisce la perpetuazione della specie, Ippolito, Braccio, Marino, Populos, nuovi Proci variamente caratterizzati. Belmoro conserva traccia dei sentimenti come in un sogno e questi gli fanno ripudiare tutto ciò con cui viene a contatto come fosse degradato e turpe.
L'amore è ridotto a sesso e l'idea del progresso è ormai assai penosa nel gioco delle Istituzioni dai nomi altisonanti: Opera mundi, Unione Igiene e Bellezza, Polizia biologica, Istituto di selezione. C'è naturalmente l'eco della lettura del 1984 di Orwel, profezia della fine dell'uomo e della civiltà, contrassegnata dal cieco fatalismo che governa la parabola umana. Il romanzo non ha una conclusione. S'interrompe, ma nelle carte dell'autore  è stato trovato un appunto che indica vagamente il resto della storia:
Durante l'assenza di Belmoro che sta con i fotografi, Stella comincia a sentire la sua mancanza .
La ragazza che sta nel quartiere dei fotografi  spesso parla con Belmoro (forse lo ama), gli dà un giorno una pillola che lo farà guarire. Belmoro prende la pillola mentre è da Stella. Stella lo vede e lo ama. Fuga verso la felicità e la solitudine. 

Ci chiediamo perché è mancata una conclusione.
E' un rifiuto consapevole di tutta la storia così a lungo protratta o è intervenuto un impedimento a che fosse completa? E di che natura? Non lo sapremo mai. Alvaro aveva avvertito certe situazioni che lo portavano lontano dal suo territorio naturale di narratore.
Si può ipotizzare una sorta di delusione storica, una sfiducia improvvisa che gli aveva fatto rinunziare al progetto che prima forse aveva in mente. Forse, il bello estetico aveva fatto il suo tempo, il mondo aveva perso i suoi connotati razionali e rivestito i panni luttuosi della catastrofe e della rovina.
Una sola speranza teneva in vita Belmoro: trovare  finalmente l'amore che poi è il motore della vita e della sua rinascita, l'amore vero ,non quello solo dei sensi, ma l'autentico colloquio di anime che si intendono per un soffio divino condiviso ,di cui aveva struggente malinconia.
Se la terra non è più abilitata a contenerlo, il cielo si offre di restituirlo in una renovatio, ma con accenti diversi da quelli terreni.

Il libro si chiude quando s'affaccia questa ipotesi. L'ineffabilità è il suo epilogo e con essa il silenzio, quello stesso che R. Barthes ha chiamato Le degré zero dell'écriture, cioè la pagina bianca, l'impossibilità di rappresentare quello che più umano non è.
Si presuppone l'invenzione d'un nuovo linguaggio, di nuove forme di narrativa per essere d'accordo con i tempi mutati.

Alvaro ci ha provato nella sua laboriosa fatica, ma non era più il suo tempo.
Altri forse potrebbero raccogliere la sua eredità e dimostrare che il mondo cambia in fretta e che, se vogliamoHSRectangle" height="3824" radiuoraggio ed autenticità.

Ultimamente sembra abbia raccolto questo messaggio il regista americano Drake Doremus nel film Eguals dell'ultima mostra (ed. 72)  di Venezia  2015. La configurazione è avveniristica. Dopo la terza guerra mondiale tra rovine e tentativi di ricostruzione ad avere la peggio sono  i sentimenti umani che sono stati congelati. I due protagonisti  Silas e Nia  che lavorano insieme potrebbero sentire qualcosa l'uno per l'altra, ma rischiano di essere inviati al recupero della cosiddetta “normalità” in una struttura sorvegliata per troncare tutto sul nascere. Sono costretti a nascondere il loro amore. Vengono aiutati a fuggire dai cosiddetti “nascosti” il cui capo è Guy Pearce. Forse si ripete con la fuga l'esito favorevole della storia ,immaginato da Alvaro .

Gaetanina Sicari Ruffo 

  


 

                          
                                                                                                                                             


 

Esempio 1
Corrado Alvaro 
dal 23 luglio 2009
 « Riveste un'importanza decisiva in quanto costituisce la verifica critica della civiltà industriale portata alle ultime conseguenze… Annullati i vecchi canti, i proverbi, le norme di vita, tutto quello che era patrimonio degli analfabeti, domina nella città futura un tipo di umanità (meglio, di disumanità) in cui all'amore è sostituito il sesso, alla verità i corsi di simulazione e menzogna, alla creatività la regolarità ineccepibile. Si potrà avere un cuore di cellophane, le donne saranno fecondate artificialmente, nasceranno gli omoteri senz'anima, cioè ibridi di uomini e animali. Sarà estirpato ogni sentimento. »
(Stefano De Fiores, 2001 -Stefano De Fiores, Itinerario culturale di Corrado Alvaro, Rubbettino, 2006) 
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Il nostro Alvaro fu un vulcano e ,come//tutti i vulcani,altrettanto 
imprevedibile,sorprendente ,generoso di effetti meravigliosi in un 
oceano di ceneri e di lapilli.
Dobbiamo accettarlo anche come sperimentatore "pentito". Non era il tipo di accettare impedimenti ! Ha sperimentato con la poesia ,col teatro,col cinema,col romanzo di fantascienza già tanto di moda e ci ha lasciato incompiuti Belmoro,Domani.Non era soddisfatto di Vent'anni. Riscrisse  L'uomo nel labirinto, postumo e con un brutto titolo apparve   L ultimo diario, ma non sono esperi'menti da buttare . In tutte queste prove che testimoniano  il malessere e l'inquietudine dell'uomo 
del suo e del nostro tempo,si registrano pagine splendide, pepite in un mare di sabbie mobili. Alvaro è anche questo. Anche Belmoro,con tutte le sue sregolatezze,si legge,se non volentieri,certo con grande curiosità. Che non è poco.
E' ovvio che anche per lui l'opera straordinaria di Orwell non è stata 
invano.
Pasquale Tuscano