Gianluca Alzati - Con il tricolore al collo



Questo piccolo romanzo parla di un orfano, Bepi, uno dei Martinitt del Collegio di Milano, che ha quindici anni nel 1848.
Come si capisce leggendo l’introduzione, è lui stesso, adulto, che racconta la storia di Luciano Manara nel 1861, a Unità compiuta.
Questo stilisticamente permette di avere un doppio punto di vista: quello del narratore onnisciente, adulto, che fa commenti e riflessioni mature e quello dei dialoghi e della storia narrata, che pensa e agisce da adolescente.
Bepi è un ragazzo “difficile”, ribelle e un po’ insolente che attraverso l’esperienza di lotta delle Cinque giornate e l’incontro con Manara, comincerà a coltivare l’amore per la patria e la passione per i valori della libertà e della giustizia.
Incontrerà anche l’amore, tenero e passionale, ma contrastato e conoscerà l’orrore della morte e della guerra.
La figura di Luciano Manara è vista dunque “dal basso” secondo quella che è un po’ la mia cifra stilistica, anche se questo romanzo rappresenta un passaggio da classico libro per ragazzi a testo che si apre anche all’adulto grazie alla doppia chiave di lettura accennata precedentemente.
Il libro copre due anni di lotte: dal marzo 1848 all’estate del 1849, cioè dalle Cinque giornate alla difesa della Repubblica Romana; è diviso in tre parti, introdotte da altrettante canzoni di rock d’autore, scaricabili gratuitamente da internet (www.cassiciaco.it), che ne fanno un po’ la colonna sonora.
Gli episodi relativi al giovane protagonista sono romanzati, mentre tutto ciò che riguarda Manara, il suo carattere, le battaglie etc. è rigorosamente documentabile.
Mi è piaciuto molto approfondire la conoscenza di Luciano Manara perché ho scoperto in lui e ho cercato di farlo emergere tra le righe del romanzo, un sognatore, un idealista. Un giovane animato da grandi ideali, senza “etichette”, senza partiti né protettori. Ho cercato di raccontare questa che, con tutte le sue contraddizioni, mi è sembrata la parte migliore del Risorgimento, lontano da quell’idea retorica e pomposa che forse ci verrà proposta durante l’anno che verrà.
Spero di avere l’occasione, come è stato per i miei libri precedenti, di presentarlo in diversi luoghi raccontando la Storia con musica e parole per coinvolgere chi mi leggerà e ascolterà in modo più diretto ed emozionante.

Gianluca Alzati

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Oggi è il 17 Marzo 1861.
A Torino si riunisce per la prima volta il Parlamento del Regno d’Italia. Seduti sui banchi del Palazzo Carignano ci sono deputati che vengono dalla Sicilia, dalla Lombardia, dalla Romagna, da tutta la Penisola, o quasi.
Mancano per esempio i Veneti, mancano i Romani, ma evidentemente i tempi non sono ancora maturi: presto arriveranno anche loro.
Alcuni si incontrano per la prima volta, altri si conoscono da tempo: sono diventati amici sui campi di battaglia. I più appariscenti, seduti nell’ala sinistra dell’emiciclo, portano ancora addosso la camicia rossa, lacera e strappata, che indossavano durante la spedizione in Sicilia e tra loro c’è colui che anche i contadini della lontana Russia aspettano come liberatore pregando una sua immaginetta sbiadita: l’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi.
Altri sono invece elegantissimi nel loro vestito buono, con in testa il cilindro e in mano il bastone da passeggio. Ci tengono a ben figurare, per loro, come per tutti, oggi è come il primo giorno di scuola.
Presiede la seduta il primo ministro Camillo Benso Conte di Cavour, la mente, il tessitore, colui che con la sua indubbia capacità politica ha fatto sì che tutto questo si realizzasse.
Da oggi in poi si discuterà se estendere a tutta Italia lo Statuto Albertino, promulgato a suo tempo da Carlo Alberto, padre dell’attuale re d’Italia, o elaborare una nuova Costituzione. Intanto Vittorio Emanuele II stringe le mani a tutti coloro che gli si avvicinano per complimentarsi della grande impresa di aver unificato il Paese.
Domani forse cominceranno i problemi: non sarà facile mettere insieme una nazione che parla cento dialetti diversi, che per anni è stata dominata da potenze straniere, che è abituata ad essere sfruttata e poi abbandonata, che ha ricevuto mille volte promesse che poi non sono state mantenute.
Domani forse cominceranno i problemi, ma oggi è un giorno di festa: queste persone sedute qui e centinaia di altri, uomini e donne di buona volontà, che purtroppo non ci sono più, hanno fortissimamente voluto che questo giorno arrivasse, hanno combattuto per avere un’Italia unita, si sono sacrificati per un sogno.
Chi sono io per dire queste cose?
Non è importante, sono solo uno che era lì quando le cose succedevano e ora ha la fortuna di essere ancora qui a raccontarle. È invece importante sapere che di queste donne e di questi uomini di buona volontà ne ho conosciuti tanti, ma, se avrete la pazienza di leggere questo mio umile scritto, ho la presunzione di raccontare in particolare la vita, la passione, la leggenda di uno di essi.
Un uomo, un giovane, un ragazzo cresciuto in fretta e morto troppo presto.
Una fiamma che è bruciata velocemente, ma molto intensamente. Una persona che aveva lo sguardo fiero e guardava avanti, che incoraggiava tutti, che amava ed era riamato e che io ho avuto la grande fortuna di incontrare sul mio cammino.
Di chi sto parlando?
Di chi ha combattuto sulle barricate a Milano, di chi ha difeso fino allo stremo gli abitanti di un piccolo paese sul Po, di chi ha lottato fino all’ultimo respiro sulla mura della città eterna.
Dunque senza indugio alziamo i calici e brindiamo alla memoria del prode comandante dei Bersaglieri: Giuseppe Baldassarre Luciano Manara.
Un testimone dei tempi




I
La nostra storia comincia nel Gennaio del 1848, a Milano. A quel tempo io, che mi chiamo Giuseppe o come dicevano tutti Bepi, avevo quindici anni, vivevo a San Pietro in Gessate nel collegio dei Martinitt, chiamato così perché quando era stato fondato si trovava presso l’oratorio di San Martino. Stavo lì da quando ero nato e ce l’avevo con tutto il mondo perché ero orfano.
Vivevo in quel luogo che a me sembrava una via di mezzo tra un carcere e una caserma militare: dovevo obbedire agli ordini dei prefetti e fare i compiti comandato a bacchetta da severi maestri. Nelle materie scolastiche non andavo bene, un po’ perché facevo fatica a scrivere, la mia calligrafia era pessima e perché con i numeri già da quando ero piccolo non andavo tanto d’accordo, un po’ perché se passi il tempo a infilare rane vive nei cassetti delle cattedre e lucertole morte nei registri, poi di tempo per studiare te ne rimane poco.
I miei compagni di sventura, gli altri Martinitt del collegio, provavano per me un misto di ammirazione e di timore. Ridevano quando combinavo una delle mie malefatte e non mi denunciavano mai quando veniva chiesto chi sapesse qualcosa dell’autore delle burle; avevano paura di prenderle da me, anche se in realtà io non avevo mai picchiato nessuno. La mia fama mi precedeva e mi permetteva di vivere di rendita. Se volevo un pezzo di pane in più o una bella mela croccante mi bastava chiederla: in molti me la avrebbero spontaneamente offerta. Non ho mai capito perché facessi paura a tutti: non ero né particolarmente grosso, né particolarmente brutto, forse sarà stato per il fatto che avevo, come anche oggi, una vistosa zazzera di capelli rossi che mi copriva parzialmente gli occhi e questo bastava per farmi rispettare perché, come dice il proverbio “il più buono dei rossi ha buttato la mamma nel pozzo”. Io mia mamma non l’avevo mai conosciuta e se l’avessi ritrovata non mi sarei certo sognato di buttarla nel pozzo, ma si sa, i proverbi non sbagliano mai.
Così prendevo sempre dei castighi: spesso non avevo il permesso di uscire per andare a trovare i parenti, ma tanto di parenti non ne avevo e le poche volte che mettevo piede fuori dal cortile dell’orfanotrofio mi cacciavo nei guai.
Una volta, mi ricordo, avevo rischiato di andare in prigione, quella vera, mica lo stanzino buio dell’orfanotrofio dove andavo quando ne combinavo una delle mie. Pensate, avevo rischiato di finire allo Spielberg, la prigione dove gli Austriaci mettevano i prigionieri politici, io che di politica non ne sapevo niente!
In quel periodo, erano i primi di Gennaio appunto e a Milano faceva un freddo cane, io, tornando dalla bottega dove durante alcuni pomeriggi andavo ad imparare il mestiere di calzolaio, gironzolavo come al solito senza meta lungo il corso del Naviglio battendo i piedi per terra e sfregando le mani che i miei guanti di lana più volte rammendati e di nuovo strappati non proteggevano abbastanza.
Era giorno di mercato e io stavo guardandomi in giro per cercare qualcosa da sgraffignare, quando all’improvviso, mentre stavo allungando le mani su un succulento croccante alle mandorle, approfittando della distrazione del commesso, mi sentii prendere alle spalle da una mano forte e decisa: “Non stavo facendo niente di male, lo giuro, e poi a me il croccante non piace neanche, guardi signore ho tutti i denti cariati, il dottore mi ha impedito di mangiare i dolci!” Al temine di questo monologo da commedia che recitavo tutte le volte come un esperto attore di teatro, aprii gli occhi e chi vidi? Una coppia di soldatacci austriaci con le loro divise bianche e grigie e i loro spadoni alla cintola, il terrore si era dipinto nei miei  occhi: “Stavolta sono finito” pensai. Invece i due soldati che non avevano visto la mossa del croccante, mi chiamavano per tutt’altro motivo: “Buongiorno ragazzo, come stai? Vuoi fumare con noi un bel sigaro, senti che buon profumo.” E così dicendo mi sbuffarono addosso una nuvola di fumo che per poco non mi intossicò. Ripresomi dallo spavento di essere accusato di furto, cercai di capire cosa stava succedendo e pensai tra me e me: “Questi due soldati sono impazziti, vogliono regalarmi un sigaro? Beh, contenti loro, perché non approfittare dell’occasione?”
In effetti io non avevo mai fumato prima di allora, ma avevo sempre invidiato gli sciuri, i signorotti che vedevo per strada e che con grande classe estraevano le loro tabacchiere di metallo, tutte splendidamente istoriate, dalle quali, con una certa ostentazione, tiravano fuori un sigaro che poi fumavano dandosi delle gran arie.
“Perbacco signore, lei è molto generoso, la ringrazio dell’offerta!” Dissi, prendendo dalle mani del militare il sigaro che mi offriva in modo plateale, guardandosi in giro con soddisfazione.
Io non mi ero accorto, ma intanto molti curiosi si erano assiepati intorno a noi e mi sembrava che stranamente tutti mi guardassero male. Io non capivo il perché. Certo ero un po’ troppo giovane per fumare, ma diamine, il sigaro me lo stavano offrendo due soldati, mica lo stavo rubando! I due Austriaci intanto si lisciavano i baffi e ridacchiavano tra loro e io continuavo a non capire cosa stesse succedendo.
Presi in bocca il sigaro e mi avvicinai alle mani di uno degli Austriaci che aveva appena sfregato uno zolfanello e me lo porgeva con enfasi “Ecco, bravo Martinin, fuma questo buon sigaro austriaco!”
Io aspiravo come un mantice, ma l’effetto non era quello sperato anzi, la gola mi bruciava, il fumo mi soffocava, così inanellai una serie di colpi di tosse e sputai fuori il sigaro addosso ai due soldati pronunciando una serie di improperi: “Puh! Ma che immondizia mi avete dato? Teneteveli voi i vostri sigari puzzolenti e soffocanti, crucchi della malora!”
A questo punto la situazione si capovolse: l’espressione lieta dei due soldati si mutò in sguardi pieni di ira per l’offesa ricevuta, mentre i Milanesi che mi stavano attorno proruppero in fragoroso applauso, con fischi e urla di incitamento: “Bravo Martinin! Li hai presi in giro ben bene quei due!”
A quel punto gli Austriaci sfoderarono le loro spade e con aria minacciosa si misero ad urlare: “Adesso faremo imparare a rispettare chi comanda a questo pezzente maleducato: lo portiamo in prigione, verrà processato come ribelle!”
Io, capita la mal parata, cercavo di divincolarmi per fuggire dalla morsa, ma pur lottando con tutte le forze non riuscivo a muovermi di un pollice. Quando improvvisamente successe l’insperato e dalla folla attorno qualcuno cominciò a urlare: “Il ragazzo ci ha dato l’esempio, gettiamo a terra i sigari prodotti dai boia austriaci, facciamo lo sciopero del fumo!” E da cento tasche vennero buttati a terra sigari, tabacchiere e tabacco da masticare. La gente schiacciava tutto quel ben di Dio sotto i piedi e urlava “Abbasso gli Austriaci che ci strozzano con le loro tasse!  Boicottiamo le loro produzioni, non compriamo più i loro sigari!” Io mi guardai intorno spaurito e pensai: “Stavolta l’ho fatta davvero grossa, guarda te che putiferio ho scatenato!”  Subito dopo mi resi conto che gli Austriaci si erano distratti: ora si dovevano difendere dalla folla che intanto si era organizzata e in poco tempo da dietro le bancarelle erano comparsi bastoni, forconi e mattarelli: “Fermi, cosa fate! Vi arrestiamo tutti se non la smettete!” Ma ormai era fatta, il moto era cominciato e io dovevo cogliere l’occasione al volo, così me la diedi a gambe levate, lasciando gli Austriaci con un palmo di naso, non prima di aver preso al volo il croccante che avevo adocchiato in precedenza: tutta quella agitazione mi aveva fatto venire una gran fame!
Qualche tempo dopo scoprii che in quei giorni era cominciato il cosiddetto “sciopero del fumo”: tutti quelli che volevano liberare Milano dai dominatori stranieri non fumavano più. Era diventata una provocazione, come a dire, tu, straniero mi fai pagare un sacco di tasse per arricchire la tua nobile corte di Vienna, mi obblighi alla leva e a partire militare per difendere i tuoi lontani confini e io per ripicca metto in crisi la tua economia. Gli Austriaci, per tutta risposta, in quei giorni  provocavano i Milanesi come avevano fatto con me offrendo sigari e minacciando di arrestare chi li rifiutava.
Avevano addirittura liberato dalle carceri dei delinquenti comuni, ladri e assassini, dando loro il compito di importunare i Milanesi e provocare tafferugli che poi venivano repressi duramente. Negli scontri c’erano stati cinque morti e molti feriti colpiti con violente sciabolate e la gente cominciava a covare un forte odio verso gli stranieri, oppressori con l’uniforme bianca.
Ma io di tutto quello che succedeva in quel periodo non mi ero reso conto e ricordavo solo il pericolo scampato e il buon sapore del croccante, con tanti saluti ai denti cariati. Non mi intendevo di politica, io ero arrabbiato con il mondo e gli Austriaci erano solo una parte di quel mondo che non mi piaceva.
Allora non sapevo neanche che quel 1848 sarebbe stato un anno importante nella storia e che dire “l’è success un quarantott” avrebbe significato “è successo un putiferio, una rivoluzione”. Un anno importante per i destini dell’Europa intera. Un anno di rivolte e repressioni nel sangue. A Palermo, a Parigi, Budapest il popolo si ribellava contro i propri governanti. I motivi erano diversi: chi voleva una Costituzione, chi voleva l’Indipendenza, chi l’Unità della propria nazione. E il vento della rivolta stava per arrivare anche a Milano.
Ma in tutto questo cosa c’entrava quel Luciano Manara di cui parlavo all’inizio? Se avrete la pazienza di continuare a leggere, ve lo spiegherò.
(…)

XI

Fu così che durante l’ora seguente, in attesa di ricevere nuovi ordini, parlai per la prima volta con quel misterioso individuo che aveva cambiato la mia vita e che mi aveva fatto diventare da ragazzo insolente a volontario che combatte per l’Italia.
Seppi dunque che Giuseppe Baldassarre Luciano Manara, chiamato poi semplicemente Luciano, era nato a Milano, nella parrocchia di San Babila, da genitori originari di Antegnate, vicino a Bergamo, nel 1825. Aveva dunque ventitrè anni. Al contrario di me, aveva una famiglia, che tra l’altro era borghese e piuttosto agiata. Aveva avuto la possibilità di studiare al liceo di via S. Spirito, in centro a Milano. Si era distinto negli studi, soprattutto in matematica dove meritava sempre voti come “Bene” e “Benissimo”. Proprio come me! Aveva poi frequentato la Scuola Marina di Venezia, ma il suo destino non era evidentemente quello di diventare un marinaio e viaggiare per mare.
O meglio, viaggiare aveva viaggiato molto, perché già in giovane età era andato in Francia, in Germania, a Roma per perfezionare i suoi studi e faceva la bella vita di studente spensierato. Frequentava i bei salotti, le feste, andava a teatro, correva dietro alle ragazze. Mi confessò con un po’ di vergogna che era un farfallone e amava divertirsi, come la maggior parte dei suoi compari.
Al contrario di me però, cominciava anche a interessarsi di politica. All’età di diciotto anni aveva conosciuto alcuni patrioti, quelli che volevano l’Italia libera e unita, aveva saputo dei moti del 1820-21 e soprattutto del sacrificio dei fratelli Bandiera, veneziani, ufficiali disertori dell’esercito austriaco, morti mentre cercavano di far nascere una rivolta a Cosenza, nel Regno delle due Sicilie, nel 1844.
Erano stati scoperti in seguito ad una spiata ed erano stati fucilati dai soldati borbonici appena sbarcati in Calabria. Luciano era rimasto molto impressionato, sia dal loro coraggio che dalla decisione con la quale portavano avanti le loro idee anche di fronte a grandi pericoli, anche di fronte alla morte.
La politica e l’idea di un’Italia unita comunque non erano ancora le occupazioni più importanti della sua vita come lo sarebbero diventate pochi anni dopo. Luciano infatti aveva molti interessi: amava fare esercizio fisico secondo il motto latino che voleva una “mens sana in corpore sano”. Era molto robusto, cavalcava e nuotava in modo perfetto. Inoltre era un provetto musicista. Suonava il piano, apprezzava le opere liriche, Verdi soprattutto, che aveva anche conosciuto in uno dei suoi viaggi e ad Antegnate, paese natale dei suoi, dove aveva vissuto gran parte della sua adolescenza, aveva formato una banda musicale che allietava le giornate di festa dei suoi compaesani.
Da adolescente trascorreva le sue giornate estive più spensierate a Barzanò, una ridente cittadina della Brianza dove i suoi genitori avevano dei possedimenti e una graziosa villa di campagna.
Indubbiamente era un bel ragazzo: alto, con i capelli corvini, baffi e pizzetto, come richiedeva la moda. Penso che fosse molto ambito dalle ragazze che lo conoscevano, perché, per come la vedevo io, era elegante e raffinato. Non assomigliava quindi a me che invece dentro il collegio, in mezzo ai maschi, di ragazze non ne vedevo mai.  E poi io avevo i capelli rossi e le ragazze mi guardavano con diffidenza e cambiavano lato della strada quelle poche volte che, a zonzo in libera uscita, fischiavo con le dita in bocca quando ne vedevo qualcuna carina. Questo prima di conoscere Silvia, si intende.
Luciano però aveva almeno qualcosa in comune con me: un carattere particolare. Già allora era un ribelle, faceva di testa sua e se voleva qualcosa, ci potete scommettere che se la prendeva.
Il 10 Settembre del 1843, a diciannove anni, il bel Manara metteva la testa a posto e si sposava. Si era infatti innamorato di Carmelita Fè, una sua quasi coetanea dai capelli corvini e dallo sguardo profondo che aveva conosciuto da adolescente e con la quale aveva un legame d’amore molto forte.
Purtroppo però era un amore contrastato perché i genitori di lei, che conoscevano il focoso carattere di Luciano, non vedevano di buon occhio la relazione tra i due e, anzi, avevano proibito a Carmelita di frequentarlo. O forse il problema era solo che erano entrambi molto giovani e i loro genitori ritenevano fosse presto per sposarsi.
Lui non si era scoraggiato, anzi, siccome all’idea di non averla era quasi impazzito come il conte Orlando dell’Ariosto, aveva continuato a farle la corte e un bel giorno decise addirittura di rapirla!
Sì, avete capito bene, il nostro giovane scavezzacollo che, come dicevamo prima, quando voleva veramente una cosa se la prendeva, un pomeriggio di fine estate si era recato a cavallo sotto casa dei Fè. Mi confidò che era elegantissimo, avvolto dal suo mantello scuro e aveva il sole negli occhi quando chiamò a gran voce Carmelita che si affacciò alla finestra: “Mi volete sposare? Io vi amo e niente mi impedirà di avervi, se anche voi lo volete.” Le chiese senza preamboli di sorta. Al che lei rispose: “Certo che vi amo, il mio cuore batte per voi e i miei occhi non vedono nessun’altro.” Così lui, rinfrancato dalla risposta le disse con decisione: “E allora prendete il vostro vestito più bello e scendete, vi porto via con me e domani saremo in chiesa a celebrare il nostro matrimonio.” Carmelita non se lo fece ripetere due volte e resistendo ai vani tentativi di dissuaderla della famiglia, scese le scale piangendo di gioia e saltò sul destriero dell’amato che la baciò lungamente prima di spronare la bestia e condurla al galoppo verso il tramonto.
Il giorno dopo i due si sposarono ad Antegnate, mentre la banda del paese rallegrava la cerimonia con le sue musiche. Ora abitavano a Milano in Corso di Porta Orientale e dal loro amore erano nati tre figli: Filippo, Giuseppe e Pio che aveva solo pochi mesi.
Questo lungo racconto mi mise di buon umore. In fondo io e Luciano non eravamo molto diversi e, dopo i fraintendimenti del primo periodo della nostra conoscenza, io ero riuscito a conquistare la sua fiducia.
Forse con il tempo, avremmo potuto diventare amici, nonostante la differenza di età. Comunque sentivo che lo avrei seguito in capo al mondo.
In quel momento a rompere l’idillio arrivarono gli ordini piemontesi: Manara aveva il compito di tornare a Salò, riorganizzare la truppa e poi partire per il Tirolo italiano.
Non fu considerato colpevole della cattiva riuscita dell’operazione, aveva fatto quello che era nelle sue possibilità.
Evidentemente però gli ultimi avvenimenti avevano indotto il Comando sabaudo a dirottare i volontari su un altro fronte, molto più a nord, per far insorgere la popolazione, provocare una rivolta e far confluire parte delle truppe austriache da Peschiera e dalle altre fortezze al Tirolo, in modo da indebolirli e tentare di sconfiggerli.
Nei giorni successivi del mese di Aprile cominciò così la lunga marcia dei centocinquanta volontari, praticamente quelli a lui più fedeli che lo seguivano da Porta Tosa, che Manara decise di portare con sé, lasciando indietro i riottosi, i codardi e quelli che non si erano dimostrati degni della sua fiducia.
Questa volta non erano più i ridenti paesaggi del lago di Garda quelli che calcavano le nostre scarpe già lacere, ma le aspre montagne vicino a Trento.
Cavalcammo a lungo poi scendemmo da cavallo e procedemmo a piedi quando i sentieri tortuosi e pieni di asperità mettevano a rischio i garretti dei cavalli.
Giungemmo a Stenico, vicino alle sorgenti del fiume Sarca che poi si ingrossa e fornisce le sue acque al lago di Garda.
Nonostante fosse primavera inoltrata il tempo non fu clemente: piovve a dirotto per giorni e giorni. Faceva freddo come a Milano in pieno inverno e i nostri abiti leggeri, già completamente inzuppati, non ci riparavano a sufficienza.
Costruimmo delle capanne con tronchi e frasche per avere un minimo di riparo, ma spesso la violenza degli acquazzoni rendeva vano il nostro lavoro radendo al suolo quello che con tanta cura avevamo innalzato come precaria abitazione.
Intanto il nemico non si vedeva e la truppa cominciava a mugugnare: il cibo era scarso e non arrivavano i soldi promessi per pagare i soldati, che erano sì volontari ma avevano anche loro il diritto di sopravvivere. Io stesso ero esasperato e in un giorno in cui un improvviso scroscio di pioggia bagnò la preziosa, perché scarsa, carta su cui con grande fatica cercavo di scrivere a Silvia, proruppi in uno sfogo ad alta voce: “Ma dove stanno questi benedetti Piemontesi? È da più di un mese che siamo partiti e non li abbiamo mai visti combattere! Perché si nascondono? Cosa sono, conigli? E cosa ci stiamo a fare noi su queste montagne, non siamo mica capre, no? O forse vogliono che cominciamo a mangiare l’erba? Io adesso me ne vado e la loro guerra se la possono mettere in quel posto!” Feci anche il gesto e dovetti sembrare ridicolo perché ero in piedi in mezzo all’accampamento, sprofondato nel fango, con la pioggia che mi rigava la faccia e la carta che a poco a poco diventava poltiglia nelle mie mani, quando sentii una mano che mi prendeva per la spalla e mi conduceva al riparo di un tetto di frasche porgendomi un asciugamano.  Era Emilio Dandolo: “Non preoccuparti Bepi, ne abbiamo ancora di carta, se hai pazienza te la porto. Sono io che mi occupo della corrispondenza, quando avrai scritto la tua lettera, portala pure a me che troverò il modo di spedirla.”
La pacatezza con cui mi parlò mi fece calmare e tornare su più miti propositi.
Credo che Dandolo avesse capito come prendermi: il muro contro muro non funzionava con me, anzi era come sventolare un drappo rosso davanti ad un toro inferocito. Bisognava farmi sbollire la rabbia e permettermi di tornare a ragionare con la calma.
“È inutile arrabbiarsi Bepi. Siamo tutti nella stessa barca: guarda Manara, dorme anche lui in una capanna di legno coperta da corteccia d’abete, scrive le sue lettere appoggiandosi ad un secchio in quella che è stata una stalla di pecore. Evidentemente questo è quello che ci riserva il destino.”
Il discorso di Emilio era molto sensato, ma sia io che gli altri volontari eravamo lo stesso arrabbiati. I Cacciatori Stiriani e i Tirolesi contro cui combattevamo non badavano troppo a noi, avevamo occasione solo di scontrarci in piccole scaramucce, tendevamo loro degli agguati tra i filari dei vigneti, pochi colpi poi ritirate strategiche, quasi sempre sotto una fastidiosa pioggia che era ormai diventata nostra compagna abituale.
Più che sparare, a causa delle polveri bagnate, dovevamo combattere alla baionetta in sanguinosi corpo a corpo. Io venivo escluso dai combattimenti, non ero ancora ritenuto pronto per scontri di questo tipo. Lo so, lo facevano per proteggermi, ma io fremevo e imprecavo ogni volta che mi veniva ordinato di rimanere al campo o difendere le retrovie.
Il problema era anche che quando il nemico faceva prigioniero qualcuno di noi la sorte era segnata: impiccagione o se ti andava meglio, fucilazione. Non venivamo trattati infatti come soldati regolari, ma come briganti, fuorilegge e quindi venivamo condannati come tali.
Di lì a pochi giorni arrivò un dispaccio che ordinava alla nostra colonna di tornare a Brescia per “riorganizzarsi”. Qualcuno gioì a tale notizia, ma tutti furono tristi quando videro i volti dei popolani, delusi e arrabbiati. La gente del posto era stata illusa dalla nostra presenza, gli avevamo promesso giustizia e libertà e ora ce ne andavamo da un giorno all’altro lasciandoli in balia della rappresaglia austriaca.
Ma purtroppo gli ordini erano ordini e bisognava obbedire.


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Esempio 1
Esempio 1
dal 13 dicembre 2010
È uscita a fine novembre 2010 l'ultima fatica del professor Gianluca Alzati, docente presso la scuola media di Cassago. Dopo una serie di libri dedicati ai ragazzi, lo scrittore propone questa volta un romanzo sulla storia di Luciano Manara in occasione del 150° dell'Unità d'Italia.
Eroe risorgimentale le cui spoglie riposano nella cappella situata sulla provinciale 51 a Barzanò, Manara combattè le Cinque Giornate di Milano e la sua fu una delle figure più importanti nella storia risorgimentale.
L'idea di scrivere un libro dedicato al celebre eroe, è nata nel professor Alzati qualche anno fa, dialogando con alcuni ragazzi che militano nella scuola di calcio barzanese intitolata appunto a Luciano Manara. Un personaggio di spicco, la cui storia, davvero appassionante e ricca di avvenimenti, risulta misconosciuta ai più.
"Si tratta di un romanzo trasversale - ci ha spiegato Alzati - realizzato grazie al contributo dell'associazione culturale Sant'Agostino e rivolto ad un pubblico ampio. Nel libro narro la storia di un ragazzo di 15 anni che conosce Manara durante la guerra e percorre un tratto di vita accanto all'eroe".
Il romanzo, dal titolo "Con il tricolore al collo" è uscito  insieme ad una raccolta di canzoni pop-rock scritte e musicate dallo stesso Alzati. Un modo per avvicinare la lettura del libro anche ad un pubblico giovane.
La tomba di Luciano Manara a Barzanò (LC).
Gianluca Alzati
Pagine sulla Brianza

Vedi: <<< Stendhal: Diario del viaggio in Brianza
***


Nell’aprile del 2012mè uscito il nuovo libro-disco di Gianluca Alzati e Controvento acoustic band intitolato “Sotto il cielo in Brianza”. Lo scrittore e cantautore besanese, insieme ad Andrea Gerosa alla batteria e percussioni e Matteo Perego alla chitarra solista, hanno composto musica e parole di un compact-disc con dieci canzoni di rock acustico intimista e un volume che le accompagna, con riferimenti a luoghi e personaggi brianzoli che rimandano alla lettura di altri libri e all’ascolto di altre canzoni e di altre storie della nostra zona. Dieci capitoli e dieci canzoni che parlano di partigiani, combattenti in Russia, santi, pazze in riva ad un lago, immigrati, ragazze delle fiabe e sognatori che hanno vissuto in Brianza.





















L’album è arricchito dalla preziosa collaborazione del cantautore e poeta rock, Massimo Priviero, che canta insieme ad Alzati nella propria bellissima canzone “La strada del davai”. Ecco come l’autore ci presenta il suo ultimo lavoro nell’introduzione del libro: “Un viaggio, reale o immaginario, in alcuni luoghi tra i più segreti e meno conosciuti della terra chiamata Brianza, a conoscere personaggi che hanno fatto la storia o che hanno scritto pagine importanti nella letteratura, a sdraiarsi in un prato verde o a contemplare un laghetto prealpino, a passeggiare in un bosco o semplicemente a seguire con lo sguardo le aguzze cime del Resegone e poi ancora un po’ più in su, fino a perdersi nell’azzurro, sotto il cielo, in Brianza.”
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