Riporto di seguito un dibattito a più voci da Usenet (il Newsgroup "Italia Cultura Libri").
Alllora mi firmavo "homais", come il farmacista di "Madame Bovary" di G. Flaubert
°°°°
L'ultimo libro di Arbasino
Raffaello 22-12-2004, 17:06
Lo avete letto?( Marescialli e Libertini, Adelphi)
Io , come al solito l'ho comprato ma trovo che l'accumulazione di nomi e
fatti ha raggiunto davvero l'eccesso .
Molto piu' piacevoli a leggersi le opere degli anni '60 e 70....
Che ne pensate ?
Raffaello
homais 22-12-2004, 19:54
Raffaello ha scritto:
Lo avete letto?( Marescialli e Libertini, Adelphi)
Io , come al solito l'ho comprato ma trovo che l'accumulazione di nomi e
fatti ha raggiunto davvero l'eccesso .
Molto piu' piacevoli a leggersi le opere degli anni '60 e 70....
Che ne pensate ?
Arbasino è sempre stato così, dai tempi delle collaborazioni al Mondo,
fine anni '50. Prendere o lasciare, io ho preso e mi sono divertito e
istruito un mondo.
A proposito dell'accumulo dei nomi, il geniale Alberto replicava a chi
glielo rimproverava, a un dipresso con queste parole: "Forse che vi
lamentate quando il telecronista vi spiattella sul microfono i nomi di
TUTTI e ventidue i giocatori in campo? E io, questo faccio: cito TUTTI i
giocatori della partita della cultura"
E allora? Prendere o lasciare? Prendere, prendere: è Alberto Arbasino,
dopotutto il più grande scrittore italiano vivente (lui sì, non Faletti,
orrendo D'Orrico!)
Allego una mia rece, dove dopo 25 anni di lettura di Arbasino ne prendo le
distanze:
http://lafrusta.homestead.com/rec_arbasino.html
-
Diego Cuoghi22-12-2004, 22:44
homais <EMAIL REMOVED> wrote:
Allego una mia rece, dove dopo 25 anni di lettura di Arbasino ne prendo le
distanze:
http://lafrusta.homestead.com/rec_arbasino.html
Molto bella, complimenti.
Però prendo le distanze da questa recensione :-)
Lessi Super Eliogabalo intorno al 1976 nella prima edizione Feltrinelli
(1969). Di lui già avevo letto molto, tutto quello che potevo trovare
allora, quindi ero preparato al suo modo di scrivere. Dopo aver letto
tanti americani pop e kitsch e camp (Barthelme, Pynchon, Vidal,
Vonnegut, Purdy, Brautigan...) mi sembrò di trovare molto di quello
spirito giocoso e apocalittico anche in questo libro di Arbasino. Mi
divertii moltissimo col Super Eliogabalo pur perdendo per strada tanti
riferimenti, visto che, poco più che ventenne, non conoscevo forse
neanche metà dei nomi citati.
Nel '78 Einaudi ripubblicò lo stesso titolo in una edizione riveduta e
corretta. Grossa delusione. L'autore aveva aggiunto moltissimi brani a
mio avviso inutili e pesanti. Soprattutto mi infastidì l'insistenza su
pratiche sessuali esoteriche probabilmente molto di moda nei locali
newyorchesi e parigini di quel periodo, tipo "pioggia dorata", "fist
fucking" e varia coprolalia. Sono tutt'altro che bacchettone ma mi
sembrarono inutili concessioni alle mode hard-sex del momento (oggi già
démodée). Ora non so se quest'ultima edizione Adelphi sia un ulteriore
ampliamento come è già successo con Fratelli d'Italia (tre edizioni di
corposità in scala logaritmica), se è così ti consiglierei di ritentare
con la prima edizione se riesci a trovarla in qualche biblioteca.
La stessa delusione l'ho provata anche con le edizioni 2 e 3 di
"Fratelli d'Italia". Preferisco la prima, più asciutta e smilza, una
giusta miscela di romanzo e saggio, mentre l'ultima è diventata un
mattone pesantissimo pieno di chiacchiericcio a volte fastidioso. Quella
intermedia di Einaudi non l'ho capita. Soprattutto mi spiazzò il
cambiare nome ad uno dei protagonisti. Forse voleva emulare Manzoni che
mutò Fermo in Renzo? Ma che senso ha cambiare Antonio in Andrea? Per poi
tornare ad Antonio nell'ultima versione Adelphi?
A questo proposito riporto il link ad un messaggio che scrissi qui in
IAL su "Fratelli d'Italia":
http://www.google.it/groups?as_umsgid=1efrwry.bc2wa01imaolcN%25kilgoretr
&lr=&hl=it
Mi viene in mente la mia caccia ai libri introvabili di Arbasino nelle
vecchie librerie alla fine degli anni '70: da Feltrinelli a Milano
esultai per una prima edizione della "Narcisata" (si voltarono in
molti), mentre alla Internazionale di Bologna scovai in uno scaffale in
doppia fila il raro "Le due orfanelle" dedicato a Firenze e Venezia.
Sempre a Bologna in Via Galliera c'era una buia libreria dell'usato,
gestita dalle due classiche vecchine delle fiabe; lì trovai la grossa
edizione rilegata Feltrinelli di "Parigi o cara", di recente
ripubblicato in versione decimata da Adelphi. Poi la prima edizione di
"Anonimo Lombardo" con diversi racconti mai più ristampati in seguito.
Perfino uno strano racconto su una nonna morta chiusa in un bagagliaio,
pubblicato in una antologia del Reader's Digest (giuro, esiste).
(sottovoce, con tono da spacciatore) ...se ti interessano ho alcune
"Interviste impossibili" registrate alla radio negli anni '70. Grosse
ghiottonerie: Arbasino incontra Ludwig II di Baviera (con Carmelo Bene),
Gabriele D'Annunzio (con Gianni Santuccio), Nerone (con Mario Missiroli)
Oscar Wilde (con Carmelo Bene), Giovanni Pascoli (con Quinto
Parmeggiani).
Potrei metterle in uno spazio web per un eventuale download.
--
D I E G O C U O G H I
www.diegocuoghi.com
homais 22-12-2004, 23:51
Diego Cuoghi ha scritto:
Molto bella, complimenti.
Grazie, ho un debito con Arbasino. La "farmacia" mi impedisce di
occuparmene come vorrei. Gli dedicherei un monsone di pagine web...
Però prendo le distanze da questa recensione :-)
/...
Tu prendi le distanze dalla recensione che prende le distanze dall'amato
Arbasino. Più avanti lamenti le stesse cose che sono dispiaciute a me.
Ho letto l'edizione Adelphi del Supereliogabalo e l'edizione Einaudi di
Fratelli d'Italia (1976). Vuoi vedere che la nostra *sedizione* parte
dall'*edizione*?
Ora non so se quest'ultima edizione Adelphi sia un ulteriore
ampliamento
E come no: dal sottotetto bohémien al lussuoso loft con vista sull'Hotel
Abisso. Arbasino amplia, nevroticamente amplia, per la gioia dei filologi
e la noia dei lettori anche più affezionati. Io lessi le oltre 600 pagine
dei Fratelli del '76 (e sulle bancarelle milanesi ghermii la smilza
edizione del '61, da cui, ricordiamolo, prese il titolo il libro che
clonava il testo del Mameli nell'anno del centenario dell'Unità d'Italia),
ma ho guardato con spavento alle oltre 1300 pagine dell'edzione Adelphi.
(sottovoce, con tono da spacciatore) ...se ti interessano ho alcune
"Interviste impossibili" registrate alla radio negli anni '70. Grosse
ghiottonerie: Arbasino incontra Ludwig II di Baviera (con Carmelo Bene),
Gabriele D'Annunzio (con Gianni Santuccio), Nerone (con Mario Missiroli)
Oscar Wilde (con Carmelo Bene), Giovanni Pascoli (con Quinto
Parmeggiani).
E a proposito di chicche, chi ricorda l'Arbasino televisivo, che nei
fatti, in pieni anni 70 (forse il '76) lanciava la televisione spazzatura,
con la trasmissione "Ring" (proprio!, ripresa da Bagnasco, forse, non
ricordo) dove venivano ad azzuffarsi i protagonisti del teatro e del jet
set? E dire che ciò che lui tentava di riprodurre nel laboratorio
televisivo, con sapienti "provocazioni", sarebbe venuto poco dopo, per
germinazione spontanea, dalla pancia dell'ormai completamente
tevisivizzato (traduco il français télévisé) popolo italiano.
Io preferisco l'Arbasino civile, verriano, illuminista-lombardo (che c'é)
e il lettore onnivoro e informatissimo tipo "gita a Chiasso"; ma temo che
quello della narcisata e del ron-ron Homintern e del puro culo abbia
preso, invecchiando, il sopravvento, com'è successo a quel povero geppetto
di Vattimo.
Ma, in fondo, non si diventa ciò che si è?
saluti
homais
Potrei metterle in uno spazio web per un eventuale download.
--
Diego Cuoghi23-12-2004, 00:38
homais wrote:
E a proposito di chicche, chi ricorda l'Arbasino televisivo, che nei
fatti, in pieni anni 70 (forse il '76) lanciava la televisione spazzatura,
con la trasmissione "Ring" (proprio!,
Mi ricordo, sì mi ricordo :-)
Una puntata con Nanni Moretti e Mario Monicelli, un'altra con Giorgio
Bocca e Indro Montanelli, poi Giorgio Albertazzi e chi? Carmelo Bene non
mi pare, lo avrei ricordato...
Io preferisco l'Arbasino civile, verriano, illuminista-lombardo (che c'é)
e il lettore onnivoro e informatissimo tipo "gita a Chiasso";
Vero, io ho letteralmente mangiato quelle miniere di letteratura,
teatro, critica, insomma... storia della cultura europea, che sono
"Parigi o cara", "La maleducazione teatrale", "Certi romanzi", "Grazie
per le magnifiche rose", "Sessanta posizioni", "Un paese senza". Da lì
in poi ho un po' rallentato l'entusiasmo.
ma temo che
quello della narcisata e del ron-ron Homintern e del puro culo abbia
preso, invecchiando, il sopravvento, com'è successo a quel povero geppetto
di Vattimo.
Geppetto... hai ragione :-)
Ascoltato in piazza a Sassuolo all'ultimo Festival della Filosofia.
Da fuggire.
Ma, in fondo, non si diventa ciò che si è?
Parafrasando Nanni Moretti allora potrei sperare di diventare a breve
quello "splendido cinquantenne" che sono sempre stato :-)))
--
D I E G O C U O G H I
www.diegocuoghi.com
Linnio23-12-2004, 06:19
"Diego Cuoghi" <EMAIL REMOVED> ha scritto
Mi ricordo, sì mi ricordo :-)
Una puntata con Nanni Moretti e Mario Monicelli, un'altra con Giorgio
Bocca e Indro Montanelli, poi Giorgio Albertazzi e chi? Carmelo Bene non
mi pare, lo avrei ricordato...
la kustermann, accompagnata da giancarlo nanni, se non ricordo male , a
discettare di teatro d'avanguardia vs. teatro tradizionale.
Vero, io ho letteralmente mangiato quelle miniere di letteratura,
teatro, critica, insomma... storia della cultura europea, che sono
"Parigi o cara", "La maleducazione teatrale", "Certi romanzi", "Grazie
per le magnifiche rose", "Sessanta posizioni", "Un paese senza". Da lì
in poi ho un po' rallentato l'entusiasmo.
imperdibile anche "il meraviglioso anzi", come anche "lettere da londra". mi
mancano, hèlas, "certi romanzi" e "sessanta posizioni", citatissimi da più
parti, ma anche, temo, esauritissimi.
homais 23-12-2004, 14:07
Diego Cuoghi ha scritto:
Vero, io ho letteralmente mangiato quelle miniere di letteratura,
teatro, critica, insomma... storia della cultura europea, che sono
"Parigi o cara", "La maleducazione teatrale", "Certi romanzi", "Grazie
per le magnifiche rose", "Sessanta posizioni", "Un paese senza". Da lì
in poi ho un po' rallentato l'entusiasmo.
Sono libri straodinari. Certo Arbasino ci esortava a sprovincializzarci e
faceva bene. Fa sempre bene dire a qualcundo di darsi una mossa. E
tuttavia l'Italietta degli anni Cinquanta non era quella sciatta e incolta
signora che lui voleva farci credere (e d'altra parte tutti i suoi wow!
retrospettivi sulle esecuzioni alla Scala e sulle mostre e sui libri
straoooordinari di quegli anni, come si saldano con i suoi bronci
giovanili e le esortazioni delle gite a Chiasso?). C'è provincia e
provincia: Montale, che lui detestava, dal fondo del gabinetto Viesseux,
aveva letto davvero tutti i libri, basta dare una scorsa all'indice dei
nomi dei due grossi volumoni Meridiani de "Il secondo mestiere"... e
giunse alle vette dell'arte, e l'Italia con lui, tanto da meritargli uno
dei Nobel più giusti che siano mai stati dati. Il nostro Novecento è
grande, non ha nulla da invidiare agli altrui Novecento, e nel chiuso
della mia stanza, per dire, talora insceno il mio intimo e fesso scambio
di figurine (uno Svevo per un Musil, un Gadda per un Céline).
Parigi resta sempre Parigi, ovvio, ma i superciliosi intellò franzè ne
hanno fatti di pasticci, con e senza lo strutturalismo: il nouveau roman
ha dato una mazzata definitiva alla grande tradizione narrativa francese.
Da noi le avanguardie si sono impiegate alla Rai e qualcuno ha tirato dal
cappello a cilindro il romanzo-romanzo, camuffato da post-romanzo... Ma
sconfino in un discorso più vasto che richiederebbe maggiori dettagli, più
testi sottomano e una ricognizione più circostanziata della storia
letteraria italiana del periodo in cui Arbasino ha vissuto e operato (1950
- 2004).
Resta il potente stimolo dei suoi libri critici. La sfilza di nomi e
volumi e giudizi messi in serie con una velocità vertiginosa, ammaliante,
accattivante, stordente. Ho sempre consigliato Arbasino ai gggiovani:
chissà se lo leggono (la congrega degli Homintern certo che lo legge:
Fortunato, Tondelli, ma si fermano all'Anonimo Lombardo, alla verifica
generazionale del come vivevano le emozioni gay i gay dei '50). Ma a noi
deve interessare l'Arbasino critico dei costumi e delle lettere: la sua
verve, la sua eruzidizione, la sua leggerezza, che c'era già prima che
Calvino la assumesse a lezione americana.
saluti homais (alias Alfio Squillaci)
Alberto Arbasino cosmopolite provincial
Le principal avantage de la vogue actuelle de la littérature italienne en France aura été d'attirer l'attention sur des oeuvres naguère traduites, mais peu ou pas du tout lues, et de porter enfin à la connaissance du lecteur des écrivains que seuls les gens du bâtiment connaissaient, et encore de loin.
Comme si le montreur de marionnettes du théâtre littéraire, réveillé en sursaut, avait tiré leurs ficelles, on vit surgir sur scène de grands écrivains : il y a quelques années, Alberto Savinio et Carlo-Emilio Gadda ; hier, Aldo Palazzeschi, qui avait été déjà traduit à plusieurs reprises sans avoir cessé d'être un inconnu ; et Anna Maria Ortese, qui demeurait inédite et dont les éditeurs se disputent les titres après la publication récente de l'Iguane.
Aujourd'hui, c'est le tour d'Alberto Arbasino, qui, lui, n'avait fait que passer, il y a une quinzaine d'années, avec un roman distrayant, la Belle de Lodi (1). Deux éditeurs nous proposent, l'un son premier ouvrage de fiction, les Petites Vacances (1957), et l'autre, Miroir, gentil miroir (1975), le dernier roman qu'il ait publié. Car Arbasino semble avoir renoncé au genre romanesque, tout en continuant de publier avec régularité des essais et des recueils de chroniques, où l'on trouve des portraits et des scènes qui en font d'admirables nouvelles.
Comme Vittorini et Moravia, comme Pasolini ou Sciascia, Arbasino est l'un de ces animateurs dont n'a jamais manqué la Péninsule, qui pourfendent non seulement les conformistes mais, surtout, le conformisme des anticonformistes. Avec ceci de particulier que sa passion est de faire circuler les idées nouvelles, si elles viennent d'ailleurs, et de faire dialoguer les contraires : la science et l'art, la peinture et la philosophie, etc. C'est ainsi qu'il met face à face, dans les années 60, le formalisme russe et le structuralisme français, le pop-art, Lévi-Strauss, Barthes, Jakobson et, au nom du renouveau de l'opéra, la Callas.
Globe-trotter infatigable, encyclopédiste de l'éphémère, au courant de tout ce qui se passe aux quatre coins de la planète, Arbasino pratique comme personne l'art de la citation, établissant des analogies imprévisibles entre les phénomènes les plus disparates, toujours à l'affût, et souvent en avance.
Cette boulimie d'information, disons le mot, de culture, a peut-être une explication très simple : Alberto Arbasino, le cosmopolite, est, de façon radicale, un provincial, dans le sens le plus positif du terme.
Un monde sans pesanteur
Né en 1930 à Voghera, petite ville entre Pavie et Gênes, mais ayant pour ainsi dire grandi dans la riche bibliothèque familiale, il éprouva vite l'horreur de la province et de l'esprit provincial qui était celui de l'Italie jusque dans les années 50.
On songe, ici, à Mauriac, qui, à ce sujet, disait : " Tout le temps que nous avons cru perdre, jeune homme aigri, dans une province étouffante, nous lui devons nos armes les plus sûres." Et aussi : "La plus heureuse fortune pour écrire des romans, c'est d'être né en province (...). Les personnages se pressent en foule pour accomplir tout ce que son destin le détourna de commettre : où le père n'est pas passé, l'enfant imaginaire passera."
On peut aussi penser à Borges, dont on continue de répéter à tort qu'il est un écrivain européen. En vérité, s'il a inventé le fantastique de l'érudition, c'est parce que, né dans l'une des plus lointaines provinces de l'Occident, n'appartenant pas à une culture établie, fermée, il a glané au petit bonheur la chance des notions et des images dans toutes les littératures.
Quand, à vingt-quatre ans, Arbasino écrivait les Petites Vacances et qu'il aimait Proust et Scott Fitzgerald, il souhaitait que ses mots ne pèsent ni ne posent, qu'ils créent un monde sans pesanteur, où la vie, transfigurée, serait, telle que Virginia Woolf la concevait, un "halo lumineux".
Parmi ces nouvelles, il est difficile de ne pas préférer Eté prolongé: c'est l'adolescence dans la vaste demeure d'été, et c'est peut-être le dernier été insouciant sous les tonnelles bourdonnantes d'insectes. On joue au tennis, on essaie la première voiture, le coeur égrène tous les instants du jour violent et pur ; peut-être la mort ne viendra-t-elle jamais, peut-être n'est-elle que pour les autres, l'esprit fait bloc avec le corps... Mais, soudain, les folles alarmes du coeur font se lever les premières pensées d'une trahison possible. On craint de n'être plus aimé alors qu'on a cessé d'aimer, et l'on ignore que l'amour inaccompli est le plus redoutable, en ce qu'il dure toujours et qu'il ne finit pas d'être triste. Enfin, un jour on quitte le paradis sans s'en apercevoir.
Un autre récit remarquable _ Giorgio contre Luciano _ est celui d'un amour, justement accompli, entre deux garçons: l'un qui est le séducteur, et l'autre qui ne se doute de rien et qui finira désespéré lorsque le premier, ayant satisfait son désir, l'abandonnera, le rendant à la ville de province où rien ne passe inaperçu, où l'on guette toujours le péché pour ne jamais cesser de le juger et de le punir.
Quant à Miroir, gentil miroir, il s'agit d'un exercice de haute voltige où il n'est pas interdit de voir à la fois une parodie de d'Annunzio et un hommage à Ronald Firbank, l'auteur de la Princesse artificielle (2) et des Excentricités du cardinal Pirelli (3), mort à Rome en 1926. Arbasino doit être l'un des seuls guides capables de vous conduire jusqu'à la tombe oubliée du cimetière romain où l'extravagant Anglais dort de son dernier sommeil...
Une divine marquise sicilienne
Entre fin de siècle et Belle Epoque, Miroir, gentil miroir est l'histoire d'une baronne libertine, une sorte de divine marquise sicilienne qui a besoin de s'inventer tout un théâtre de masques et de viols pour arriver au plaisir...
A la différence de Firbank, qui fait proliférer les non-sens jusqu'à obtenir une rigoureuse cohérence dans l'artifice, le narrateur, Arbasino lui-même, entre et sort du récit, tel l'acteur qui trahit les personnages du drame en multipliant les apartés à l'adresse du public pour en faire son complice. Et cette façon de démailler la narration, d'arrêter la fiction pour ensuite la relancer, de façon intermittente, est, en fait, ce qui caractérise les romans d'Arbasino à partir de son deuxième ouvrage, l'Anonimo lombardo (1959), où réapparait le thème de l'amour homosexuel, mais comme entouré de barbelés de citations en bas de page.
Par ailleurs, son roman le plus ambitieux, Fratelli d'Italia, s'offre d'abord, un peu à la manière de Marelle, de Cortazar, comme un travail maniaque sur la " structure " et la " forme " : " Ah ! s'exclameArbasino, lorsque, quelque treize ans après sa publication, il réécrit ce roman, quelle exci-tation créative et critique n'éprouvait-on pas en démontant et en remontant le jouet surgi au croisement de tant d'euphories... avec tous ces petits tiroirs remplis d'ustensiles fascinants... en essayant une " clé " après l'autre, jusqu'à ce que la serrure bloquée cède... "
Ne pas être dupe, montrer que la fiction n'est qu'une fiction, qu'il n'y a pas de profondeur, qu'un roman est avant tout un agencement impeccable d'aventures irresponsables, ont été des manies ou des caractéristiques de la littérature de l'avant-dernière décennie. Mais Arbasino, un moment séduit, sut vite prendre le large et ses distances : les intermittences du goût, des manières, le recensement de gestes, l'inventaire de ces tournures de langage propres à une époque, à un milieu, qui classent ou déclassent les gens, étaient la substance même dont il allait continuer de nourrir son oeuvre.
Joubert disait que celui qui a de l'imagination sans érudition a des ailes et n'a pas de pieds. Ni les unes ni les autres n'ont jamais manqué à Arbasino, l'un des écrivains italiens les plus représentatifs de ce que l'on appelle la " crise de la civilisation ", crise qui réside, peut-être, dans la perpétuelle difficulté de trouver un équilibre véritable, une affinité spirituelle entre la connaissance et l'art.
Si quelqu'un a des chances d'y parvenir, c'est bien notre Italien.
HECTOR BIANCIOTTI
Article paru dans l'édition du 30.12.88