Silvia Avallone –  Acciaio - Rizzoli, Milano 2010

Valutazione XXX/5
 
Lo scorso anno si è parlato molto di questo libro, “Acciaio”, dell’esordiente bolognese ventisettenne Silvia Avallone, pubblicato da uno dei maggiori editori italiani che è riuscito addirittura a infilarlo tra i concorrenti al Premio Strega del 2010, accanto a scrittori di ampia notorietà.
Una presentazione sapientemente orchestrata aveva fatto pronosticare nell’Avallone la vincitrice, creando curiosità e attese con successiva esplosione delle vendite. Non ha vinto, ma ormai il successo commerciale era stato assicurato.
Da parte mia, non lo ritengo un capolavoro come qualche giornalista ha scritto, ma non lo giudico neppure in modo del tutto negativo, a differenza delle molte stroncature apparse sul Web, inviate da lettori delusi: gli riconosco invece alcuni pregi, in un insieme ancora acerbo che avrebbe tratto vantaggio da un editing ben più severo.
In effetti, l’inizio è lento, troppo insistito sulle descrizioni tecniche riguardanti le strutture siderurgiche del principale Centro italiano di lavorazione dell’acciaio, Piombino, i cui dettagli minuziosi appaiono più adatti a un manuale per gli addetti ai lavori. 
Per continuare, occorre dunque superare la noia iniziale, seguendo le vicende di Anna e Francesca, tredicenni ansiose di crescere come siamo state anche noi delle generazioni precedenti, senza però le loro eccessive, morbose attenzioni al sesso e al corpo in trasformazione, da mettere in spudorata evidenza con la precoce consapevolezza di quanto potere eserciti sull’altro sesso l’esibizione della giovane bellezza fisica.
Tutta l’atmosfera del romanzo è mantenuta su un tono ossessivo, esteso a una pletora di giovani maschi interessati soprattutto alla droga, ai motori, a –farsi- le coetanee e a cercare il divertimento, o almeno quello ritenuto tale, per dimenticare lo squallido presente.
Non sono migliori gli adulti, manovali impegnati nell’acciaieria, intontiti dal frastuono e dal sudiciume e dalla polvere pesante che s’infila dappertutto, bloccando perfino la mente.
Desolante è la descrizione che l’A. fa dell’esistenza a Piombino, almeno nella zona prossima allo stabilimento, dove nei palazzoni costruiti dopo la guerra e già fatiscenti, abitati in prevalenza dalle famiglie dei dipendenti dell’acciaieria, la gente trascina stancamente i propri giorni grami, tra padri maneschi e ottusi, e  madri infelici, oppresse dall’aridità del lavoro domestico e dalla perdita di speranza in un futuro migliore.
In mezzo a tanto sfacelo, le due protagoniste adolescenti trovano la speranza di evasione nel conforto di un’amicizia nata fin dalla prima infanzia, sostenendosi a vicenda con una complicità e una dedizione assoluta, che per Francesca finisce per assumere i tratti di un amore lesbico; solo allora l’A. tralascia i toni forti e sfrontati, trattando con rispetto e insolito pudore la percezione del sentimento che sta sviluppandosi in Francesca. Nella volgarità dell’ambientazione, sono queste le pagine migliori, in cui l’Avallone dimostra una sensibilità delicata, inserita in un libro che non risparmia niente al lettore: dalle situazioni di maggiore degrado allo sfacelo familiare e al turpiloquio più crudo.
Per non lasciarci mancare niente, ci fornisce perfino la scena truculenta in cui uno dei giovani, invasato per la fretta di terminare presto il lavoro e arrivare a rilassarsi e a rinfrescarsi, mentre dentro il cantiere guida un cingolato sotto la vampa del sole che stordisce, non vede davanti a sé l’amico-collega-fratello di Anna e lo travolge, maciullandolo come un qualsiasi rifiuto.
Si deve riconoscere che la preparazione della scena, e poi lo svolgimento dei fatti e l’atmosfera successiva sono condotti con crescendo sapiente; ecco quindi un merito del libro: la padronanza della scrittura, che a volte riesce perfino a conferire dignità letteraria a certi particolari orripilanti. 
“Acciaio” non è certo un’opera da far leggere a ragazzine, pur essendo una storia -di- ragazzine. Ci mancherebbe! Troppe sollecitazioni nella vita di oggi già tentano di estrarle dalla loro età ancora fresca, per proiettarle in un futuro privo d’ideali, di sogni, di desideri puliti.
Su un mondo disperato come quello descritto nel romanzo, aleggia tuttavia un’immagine lieve di poesia: sullo sfondo appare, ossessiva, la sagoma dell’isola d’Elba, vicina eppure lontanissima, meta d’ipotetica felicità, dove si recano i turisti per assaporare delizie immaginate. Solo nelle ultime righe le due amiche, dopo una lunga separazione che le ha fatte soffrire, si apprestano a partire insieme sul traghetto che le porterà verso il luogo sognato; forse ne saranno deluse, come quando i desideri intensi si avverano, mostrando realtà diverse dalle attese, ma sono giovani, e hanno tutta la vita davanti. 
Come Silvia Avallone del resto, che dopo avere mosso i primi passi di scrittore con tanto slancio, potrà dare molto di più alla letteratura italiana. 


Armanda Capeder

Armanda Capeder è giornalista, specialista di Linguistica Italiana, settore per il quale redige da oltre quattro anni una serie di articoli sul mensile “Studi Cattolici” delle milanesi Edizioni Ares.
Sullo stesso argomento ha scritto, per l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano, un piccolo manuale che ha incontrato ampio successo, “L’anacoluto non è una parolaccia”, pubblicato nel 2004.
Per 10 anni ha tenuto Corsi di Scrittura Creativa presso un Ente pubblico collegato col Comune di Milano. 
Ha pubblicato 5 romanzi, 2 libri di fiabe e numerosi testi di cultura generale editi da Fabbri, Rizzoli, Domus.
Leggi nel link in basso le sue letture raggruppate nella rubrica:  "Scegliere il libro giusto". Le sue valutazioni, espresse in X, variano da 1 a 5.


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Nei casermoni di via Stalingrado a Piombino avere quattordici anni è difficile. E se tuo padre è un buono a nulla o si spezza la schiena nelle acciaierie che danno pane e disperazione a mezza città, il massimo che puoi desiderare è una serata al pattinodromo, o avere un fratello che comandi il branco, o trovare il tuo nome scritto su una panchina. Lo sanno bene Anna e Francesca, amiche inseparabili che tra quelle case popolari si sono trovate e scelte. Quando il corpo adolescente inizia a cambiare, a esplodere sotto i vestiti, in un posto così non hai alternative: o ti nascondi e resti tagliata fuori, oppure sbatti in faccia agli altri la tua bellezza, la usi con violenza e speri che ti aiuti a essere qualcuno. Loro ci provano, convinte che per sopravvivere basti lottare, ma la vita è feroce e non si piega, scorre immobile senza vie d'uscita. Poi un giorno arriva l'amore, però arriva male, le poche certezze vanno in frantumi e anche l'amicizia invincibile tra Anna e Francesca si incrina, sanguina, comincia a far male. Silvia Avallone racconta un'Italia in cerca d'identità e di voce, apre uno squarcio su un'inedita periferia operaia nel tempo in cui, si dice, la classe operaia non esiste più.