Alessandro Baricco - City - Rizzoli, Milano, 1999, pp. 321.

Scriveva Benedetto Croce che l'Arte non "soffre" limiti né di forma né di contenuto. Ciò significa che chiunque può scrivere ciò che vuole e come vuole, davvero senza limiti, fuorché quello della nostra pazienza di lettori. Baricco ad esempio ha fatto una scelta particolare in questo romanzo: di non raccontare fatti di casa propria, di Dronero ad esempio, di non aspirare a quella forma di universalità che - secondo Balzac- si raggiunge  parlando del proprio paese. Non ha voluto Baricco essere nazionale, ma neanche universale nel senso anzidetto e neanche  cosmopolita ( come lo erano gli intellettuali italiani del '700 ad esempio, incipriati e coi nei posticci, girovaganti  tra Vienna, Parigi e Mosca), no, Baricco ha scelto una prosa di tipo  "internazionale" come può esserlo la sala di imbarco  di un aeroporto, un software, una marlboro. 
Per soddisfare questa scelta di fondo Baricco si è come acquattato dentro un'America mai rivelata direttamente  nei toponimi (ma è pur sempre  quella stravista dei telefilm tipo "Su e giù per le strade di San Francisco"), e siccome è uno scrittore s'è affidato totalmente al registro  stilistico degli scrittori americani di cui si indovina essere un fan: Selby jrSalinger,  Carver, forse Kerouac. Il processo di mimesi con costoro ha delle aderenze al limite del plagio o del "verso" se le intenzioni di Baricco fossero di tipo postmoderno, del genere: scrivere à la manière de...Tutto ciò si realizza ad esempio nell'inseguimento di una prosa casual, a mezza via tra il parlato del sermo cotidianus (ivi comprese le locuzioni anodine tipo "cose così" alla chiusa di una enumerazione) e una programmatica sciattezza stilistica; nell'elisione forzata di tutti i verbi che aprono o accompagnano i dialoghi (ma l'introduzione  del verbo "nondisse", a luogo di "pensò" è un prezioso contributo di Baricco allo stile americano); nell'adozione di locuzioni yankee del tipo "fottiti", pronta traduzione di fuck you , o doc, a luogo di dottore, oltre agli OK! ormai così imported ed entrati così tanto  nelle pagine di Baricco come nelle telefonate di tutti noi che a nessuno verrebbe voglia  di parodiarli col pollice alzato come dei top gun di Pertica Bassa; nella riproduzione fumettistica dei suoni ("Rubinetto del lavabo on, rubinetto del lavabo off", p. 194). Insomma... et in America ego!
Ma dietro questa America sdata entrata ormai nelle nostre allucinazioni visive di uomini medi e televisivi senza esserci mai stati, a volte si intravvede l'Italietta refusée: nella passione per il calcio ampiamente divisata nel volume ( e dubito che in America sbavino per le epopee delle mezzale del soccer ); in una tirata colossale contro i preti impegnati (ma Baricco si impegnerebbe per qualcosa?) che si dubita esistano in America con la rilevanza sociale e mediatica che hanno in Italia; ma anche in alcune inesattezze, che si immagina siano volute, allo scopo appunto di suggerire la metafora italiana, ossia nell'adozione delle unità di misura decimali (litri a luogo di galloni - a p.110 si parla di congelatori da 300 "litri"-, e metri e chilometri a posto di yard e miglia un po' dappertutto).
È difficile in tutta questa matassa stilistico-redazionale che si interpone tra l'autore e il lettore sbrogliare  effettivamente quale sia l'oggetto di questo libro  imprendibile, più volgarmente "cosa" vi sia  raccontato, al di là di epifanie filmiche di certe epopee americane strascritte: una per tutte quella della boxe mitica degli anni '40-'50, peraltro già novellata ampiamente da Emanuela Audisio in vecchie annate di Repubblica. Gli è che su tutto si estende il gesto verbale di Baricco, pesante e lutulento, di un manierismo esasperante nel voler adire il semplice e il casual (si prenda questo "carotaggio" di prosa baricchina, a p. 85: "Bella la puttana di Closingtown, bella. Neri i capelli della puttana di Closingtown, neri.[...]Giovane la puttana di Closingtown, giovane". Per non tacere dell'irritante disposizione dei dialoghi assolutamente filistei nel voler riprodurre il parlato senza costrutto (ma la scrittura non è la realtà!); dialoghi di mezza riga, di una parola, di coppie di ellissi (...) (...), contrapposti e alternati, labirintici. Insomma uno scialo di scrittura, un italiano finto e anabolizzato, un vuoto a perdere senza rimedio, il tutto sorretto da una prosa in fase avanzata di  macdonaldizzazione.

Alfio Squillaci
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