Alessandro Baricco,  L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin. Una riflessione su musica colta e modernità, Garzanti Milano 2001 (1a ed. 1992)
Alla fine degli anni '70 mi trasferii poco più che ventenne dalla natìa Sicilia a Milano. Come tanti emigranti cercai e trovai alloggio a pensione. La mia non era che una stanza in affitto con uso di cucina presso una vedova milanese di lontane origini venete, nipote dell'artista futurista Luigi Russolo. Russolo oltre che uno dei teorici  di primo piano del movimento futurista fu anche  pittore e musicista. Sua è l'invenzione de l'"intonarumori", un aggeggio meccanico capace di sviluppare suoni disarmonici ma avanguardistici subito battezzati, nelle performance di quel  movimento, "musica futurista". 
Nei dopocena mi accadeva spesso di scambiare quattro chiacchiere con la signora. Soprattutto di musica. Lei era una melomane militante  (iscritta idealmente alla 'sezione' Renata Tebaldi) io un ignorantone desideroso però di provvedermi di  un'educazione musicale. Talora su mia insistenza si metteva sul piatto un 33 giri di musica classica (ricordo un concerto per quattro clavicembali di Bach, trascrizione  di un concerto dell' Estro armonico di Vivaldi), talaltra, mentre io leggevo e lei sferruzzava, ci si sintonizzava sul terzo canale della radio: un quadretto molto Biedermeier, lo ammetto, ma così era. Una volta accadde che venisse trasmessa una composizione del Maestro Luigi Nono (Fragmente-Stille, se ricordo bene) e la signora dopo un po' di quella lagna sbottò non senza un filo di ironia: «È come la musica dello zio  Russolo, sa: non altro che  sinfonia dell' unghia incarnata. Tutto un ohi ohi e una tristezza da ospedale». E in effetti  quella musica che, poi seppi, è  definita atonale, era una cosa da non dirsi: rari colpi di strumenti ad arco e poi silenzio, campanellini e silenzio, e poi ancora suoni stirati e lamentosi di violini e ancora un silenzio che sembrava annunciare l'epilogo, subito interrotto però  da un altro suono grave e doloroso. Insomma cos'era quella: «un'avventura intellettuale della modernità o una sofisticata truffa?» (Baricco)

L'episodio biografico mi ronzava continuamente in testa mentre leggevo questa suite infuocata di  saggi di Baricco. Soprattutto il terzo brano, quello in cui, con acume e intelligenza critica davvero memorabili, egli affronta il nodo teoretico della musica atonale. Il ricordo della frustrazione se non dello sperdimento procuratomi da quel lontano ascolto mi affiorava alla mente corredato stavolta dal ristoro che mi assicuravano le parole di Baricco. «Ecco, mi dicevo, qualcuno che finalmente gliele canta bene a costoro». Insomma, anche se non credo fosse  proprio questo né  l'intento né, ovviamente, il tono del fine saggista, trovavo finalmente qualcuno che mi risarciva  nella mia pochezza e inadeguatezza di filisteo.
Ma andiamo con ordine nell'esporre il ricco articolato critico di questo pamphlet dal titolo apparentemente casual (allude  icasticamente a quel tipo di ascolto che si pone tra l'esperienza mistica e  la gastronomica, tra apocalissi e integrazione) e che si configura invece come un candelotto di dinamite ficcato nei convincimenti più rocciosi di certo milieu di fini intenditori di quella musica che usualmente viene definita "classica" e che Baricco preferisce designare col termine meno equivoco di  "colta". 
Innanzi tutto che cos'è e quando nasce la musica colta? Essa nasce con Beethoven e si definisce tale quando:1) il musicista mira ad evadere da una concezione semplicemente commerciale del suo lavoro; 2) la musica ambisce, anche esplicitamente, ad un significato spirituale e filosofico; 3) la grammatica e la sintassi di quella musica raggiungono una complessità che sfida le capacità ricettive di un normale pubblico. (pp17-18). Da questo modello culturale (di cui beninteso Beethoven non è responsabile), sconosciuto tuttavia nel 700 dei lacché Mozart e Haydn, artigiani di buona e divina musica senza pretese o ignari di "genio", ne è disceso tutto un modo di intendere e fruire la musica colta che in genere è una specie di esclusiva e catafratta ricerca di  quintessenziali supplementi di anima, di una spiritualità della domenica. «Il nocciolo di questo meccanismo è l'astuta messa fuori gioco del presente», il rifiuto della modernità, il broncio verso il proprio tempo, lo sguardo perennemente  rivolto all'indietro.  

Ora, dice Baricco, quest'ultimo  modo di intendere la musica colta non è  il suo proprium, anzi, «di fronte ad un ascolto gastronomico e privo di mediazioni anche i più degni capolavori della tradizione musicale colta tornano ad essere ciò che erano in origine: brillanti meccanismi di seduzione, se non addirittura prodotti di consumo puri e semplici».  Posto che in musica l'esecuzione e l'interpretazione coincidono (non esiste infatti un "originale", il "vero" Beethoven ) occorre aprire un dialogo ermeneutico con la musica e ciò per il coraggioso Baricco  significa «liberare una certa tradizione musicale colta nell' aperto della modernità», liberarla dalla corazza della classicità «dall'identità su cui la tradizione l'ha inchiodata ».

Qui giungiamo al punto iniziale della nostra esposizione di questo   brillante libretto, a quell'esito ultimo della musica colta che, procedendo invece nel senso opposto indicato da Baricco, negandosi al «piacere del moderno»  è pervenuta a configurarsi come una vera e propria truffa intellettuale: la Nuova Musica, la musica seriale, dodecafonica, atonale. Verso i teorici e i propagatori di essa Baricco trova toni e sprezzi  di un vigore polemico e critico davvero inaspettati anche rispetto alla sua immagine pubblica (televisiva) di  giovane sennato e affabulatore. Ma assolutamente convincenti, e a tratti trascinanti. E' davvero impossibile riassumere tutto il saggio, perché ogni tratto argomentativo si sottrae alla perifrasi e chiede invece di essere ripreso per intero (la mia pagina è piena di fregi e sottolienature e punti esclamativi). Ma il nucleo centrale del ragionamento di Baricco è che l'ascolto (qualsiasi ascolto) si fonda su un meccanismo banale ma ineludibile di previsione e sorpresa che la Nuova Musica invece programmaticamente ignora a favore di una sopresa continua e generalizzata o irriconoscibile dal  pubblico. Da qui lo scollamento fatale con quest'ultimo (mai più riconquistato anche se i teorici della Nuova Musica supponevano che come l'Intendence per De Gaulle avrebbe seguito ossia capito, fatto che non si è verificato).
 Rivoluzione linguistica e ad un tempo presa di posizione politica ed ideologica, la Nuova Musica, inizialmente sembra  proporsi come una inaugurale lettura della Modernità (il crollo dei grandi imperi, la dissoluzione di un sistema di valori, il declino dell'ottimismo metafisico), ma in seguito agli  shock delle guerre mondiali e delle dittature, «essa si irrigidì a linea di resistenza contro un presente illeggibile », da qui la sempre più inaccessibile oscurità del linguaggio, l'arroccamento sul rigore di un'austerità senza concessioni, il gratuito cerebralismo... insomma una caricatura di sé stessa. Quando questo rigido cliché sembra sciogliersi è ormai troppo tardi: sono trascorsi quarant'anni d'assurdo, il grosso pubblico è altrove, solo  una stretta cerchia di iniziati è rimasta a celebrare i suoi sempre più stanchi riti esoterici. 
 Nell'ultimo saggio Baricco dimostra ampiamente quale è stata la reale alternativa alla Nuova Musica e all'invescarsi del suo linguaggio: Mahler  e Puccini. Costoro sono riusciti a coniugare la forma alta della grammatica e della sintassi musicale con la modernità cedendo e concedendo abbondandemente  alle sue pressioni. Essi sanno viverla e ad un tempo resisterle, anzi sembrerebbe che l'unico modo di resisterle è viverla. Il largheggiante e pieno lirismo di Puccini e la bonaccia creativa del discorso musicale di Mahler sembrano non solo aperte concessioni alla spettacolarità - e alla sua forma più moderna, il cinema -, ma addirittura una sua anticipazione. Puccini e Mahler "sentono" la modernità e  la vincono giocando d'anticipo.

Un bel libro, questo di Baricco,  cui si dovrà fare necessariamente ritorno, come ad un punto di svolta nella tematica della ricezione (e direi del significato) e della fruizione della musica nel nostro tempo.

Alfio Squillaci
dal 4 febbraio 2002
Alessandro Baricco
Luigi Nono
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Pollini: «La cultura ha trascurato la musica del ' 900»
Il maestro: più spazio a Boulez e Berio «Ho fiducia nello spirito aperto, europeo, di Stéphane Lissner per promuovere i compositori contemporanei» In Italia stiamo vivendo un momento molto difficile Per quanto riguarda le arti, ma non solo

MILANO - Maestro Pollini, come mai i quadri di Picasso, di Mirò o di Klee attirano ovunque le folle mentre un concerto di Schönberg o di Nono rischia ancora le sale mezze vuote? Perché l' astrattismo della pittura è stato accettato e la serialità nella musica no? «Semplicemente perché tra i linguaggi del Novecento le arti visive hanno avuto una diffusione molto maggiore», risponde Pollini, straordinario interprete della tastiera con una costante attenzione per le avanguardie musicali. «Pittura e scultura sono state sostenute dal mercato, dalle grandi mostre. La musica del secolo scorso invece è rimasta relegata in pochi cartelloni coraggiosi con il risultato che il pubblico non ha avuto modo di conoscerla abbastanza e di abituarsi alla sua audace originalità». Una messa ai margini che però non riguarda l' intero Novecento, precisa Pollini, che dopo i trionfali concerti a Vienna con Claudio Abbado, ora è impegnato in un tour negli Stati Uniti. Prima tappa Chicago, quindi alla Carnegie Hall di New York, il 20 con la Boston Symphony diretta da James Levine e il 26 in recital. Infine il 29 a Washington. Parte del Novecento, riprende il maestro, ormai è considerata alla stregua dei «classici». «Autori come Bartok, Berg, Stravinskij, Webern, fino a qualche anno fa ancora eseguiti di rado, oggi sono regolarmente inseriti nei programmi. A incontrare ancora resistenze, invece, sono i geni della seconda metà del secolo: Boulez, Nono, Berio, Stockhausen e tanti altri». Una messa ai margini che non riguarda solo loro. «Prima del cosiddetto "periodo d' oro", ovvero da Bach a Mahler, ci sono personalità enormi, che avendo usato costruzioni sonore molto diverse, modali e non tonali, ancora oggi stentano a trovar posto nella coscienza e nel gusto popolare. Penso a Monteverdi, Frescobaldi, Gesualdo, Pelestrina, Josquin Desprès...» Dall' altra parte della barricata c' è Chopin. Compositore tra i più amati della storia della musica, tra i più eseguiti. Per Pollini, a 18 anni vincitore del prestigioso Concorso di Varsavia, il filo rosso di tutta la sua carriera. «Chopin ha un potere di comunicazione straordinaria, la seduzione della sua scrittura pianistica commuove ogni platea, al di là del tempo. Questo però non vuol dire che sia un autore facile. Anzi, a mio parere è tra i compositori più difficili perché la sua straordinaria forza creativa racchiude un mistero: tra l' ispirazione incandescente e la severità del suo incredibile senso della perfezione. Suonarlo è un privilegio, ma la ricerca non è mai esausta». Come dimostra il cd appena uscito dalla DGG «Pollini-Chopin». Brani scelti alla luce di un innovativo criterio cronologico: tutti composti tra il 1831 e il 1839. Tra questi anche la Sonata per pianoforte n.2 op. 35, un capolavoro che racchiude la celebre Marcia Funebre. «Nel quarto tempo Chopin precorre i tempi, tanto da non essere capito dai suoi contemporanei, da far esclamare a Schumann: "Questa non è musica"». Proprio come dicono oggi molti di fronte a certe pagine del Novecento. Ma Pollini non si arrende. A novembre suonerà al Manzoni di Bologna e al Louvre di Parigi pagine di Schönberg, Debussy, Webern, Boulez. E a gennaio prenderà il via alla Scala di Milano e alla Salle Pleyel di Parigi un ciclo di concerti che lo vedrà impegnato con direttori quali Boulez, Eotvos, Chailly. A proposito di Scala, dà abbastanza spazio al ' 900? «E' importante trovare l' equilibrio necessario nella programmazione, ma nel contempo mi attendo una attenzione sempre maggiore alla musica contemporanea. Ho fiducia nello spirito aperto, europeo, di Stéphane Lissner». E Milano? Da milanese doc Pollini non ha mai fatto sconti alla sua città. Ma stavolta il pensiero va all' Italia. «Stiamo vivendo un momento molto difficile. Per la cultura, ma non solo. Guardo con preoccupazione la riforma della giustizia, del federalismo, del presidenzialismo. I rischi antidemocratici sono tanti». 
Giuseppina Manin 
Corriere della sera 15 ott. 2008

Dossier sulla musica seriale
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
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