Alessandro Baricco - Next - Feltrinelli, Milano 2002
Alessandro Baricco
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"Next" di Alessandro Baricco è un libretto vergognoso. Vergognoso perché, anche se lo si vuole considere una semplice opera di divulgazione di massa, senza particolari ambizioni se non quelle di informare il grande pubblico sul significato del fenomeno della globalizzazione, non veicola una sola idea interessante e originale, parte da premesse sbagliate e ci tratta come dei lobotomizzati dai mass media.
In quest'ultimo aspetto ricorda le trasmissioni televisive di Alberto Angela, in cui si accompagna ogni asserzione con una gestualità tautologica, che ripete e ribadisce il concetto agli spettatori, evidentemente non in grado di capirlo se gli venisse spiegato una volta soltanto. Con l'unica differenza, però, che questi programmi uno
straccio di informazione corretta la forniscono, mentre il
libretto di Baricco non fa neppure quello.
Parte da premesse sbagliate perché, in sintesi, l'autore
incomincia dicendo che ha chiesto un po' in giro se la
gente conoscesse il significato del termine "globalizzazione",
e dopo aver ascoltato solo risposte negative accetta degli
esempi, e sulla confutazione di questi si basa per smontare
l'idea che il fenomeno della globalizzazione esista davvero.
Gli esempi sono - cito a memoria - il fatto che in tutto il mondo
si beve coca-cola, che tutti, perfino i monaci buddisti, sono
collegati a internet, e un'altra amenità che in questo momento
ho rimosso.
Analizzando i dati di marketing ha così concluso che, sì, la
bevanda americana si beve dappertutto, ma con considerevoli
differenze (negli Stati Uniti un sacco una sporta, in India solo
4 lattine pro capite l'anno), e che i monaci buddisti non hanno
mai avuto un computer, e la rete pensano sia quella cosa dove
si infila il pallone di calcio quando fai goal.
A questo poi aggiunge che i dati degli acquisti on line sono,
rispetto al volume d'affari del commercio tradizionale, talmente
risibili (una percentuale da prefisso telefonico) da non consentire
alcun confronto neppure col commercio postale (Postalmarket),
dai più considerato obsoleto e superato.
E conclude chiedendosi le ragioni per le quali questo fenomeno
viene dai più considerato già in atto, se non, addirittura, compiuto,
mentre si tratta, con tutta evidenza, di un fenomeno marginale.
Certo, a interpellare la casalinga di Voghera (ma esiste ancora?),
è probabile che si ricevano risposte del genere, ma che senso ha
scrivere (e pubblicare da parte di Feltrinelli) delle confutazioni di
banalità siffatte?
In realtà, chiunque è a conoscenza (a parte le casalinghe sopracitate)
del fatto che la globalizzazione è un processo ben lungi dall'essere
concluso, seppure già molto ben avviato.
Basta leggere i dati di crescita esponenziale degli acquisti di pc,
del numero di utenti in rete, del commercio on line, per capirlo.
Ed è proprio queso il punto, cioè la rapidità di questo processo,
che prefigura scenari allarmanti.
Ma io preferirei soffermarmi su sue dati incontrovertibili, su due
fenomeni allarmanti, che il buon Baricco omette di prendere in
considerazione. E cioè la diffusione della lingua inglese e la
proliferazione dei non-luoghi.
Il primo aspetto è impressionante.
Per secoli ci si è scervellati su come inventare una lingua comune, su
come rimediare all'anatema di Babele, e poi d'un tratto ci si è accorti
che è il mercato a dettar legge, e siccome il mercato più grande e
potente è quello americano, e se vuoi far soldi con loro devi avere a
che fare, si doveva per forza conoscere la loro lingua.
Il problema è che, parallelamente alla diffusione capillare dell'inglese
(come hanno evidenziato l'antropologo Daniel Nettle e la linguista
Suzanne Romaine, nel saggio "Voci del silenzio. Sulle tracce delle
lingue in via d'estinzione", Carocci), stanno progressivamente
scomparendo le altre lingue.
E scompaiono non per genocidio, deportazioni di massa o esplosioni
di un vulcano, ma perché si è modificato il contesto socio-economico
nel quale quelle lingue e culture sono nate.
Tolgono il disturbo lentamente, si cancellano a poco a poco, a tal punto
che si prevede, per il secolo in corso, che la metà si estingueranno.
E con una lingua che scompare se ne vanno anche mondi, categorie
interpretative della realtà, universi di senso, a favore di un'omologazione di pensiero e di costumi che ci appiattisce su un unico modello comportamentale.
A tal punto che le uniche sacche di resistenza, identificabili soprattutto
nel mondo arabo, così lontano e distante dal nostro per cultura, religione e lingua, vengono oggi viste con estrema diffidenza e sospetto (e ben prima dell'11 settembre).
Quanto al fenomeno dei non-luoghi, che l'antropologo francese Marc Augé ha così ben descritto in più di un saggio, sarebbe difficile oggi contestare come non riguardino più solo i centri commerciali, gli aeroporti, i parchi  tematici, i cinema multisala, ma investano un'infinità di realtà locali. Si consideri, per esempio, le vetrine dei negozi nei centri storici delle nostre città, che, a causa degli affitti altissimi, precludono l'accesso al commercio che non sia inserito all'interno di una catena di franchising, dando via libera a una sfilata di Mc Donald's, Body Shop e quant'altro, con un effetto di omologazione e uniformità non solo visive, per i colori e il lay-out dei prodotti esposti, ma perfino olfattive.
A tal punto che la ricerca disperata dell'autentico ("mi sa consigliare
una trattoria tipica nei dintorni?"), si riduce ormai a un ghetto, a
folklore. E tutto questo nei luoghi sacri della nostra identità architettonica e urbanistica (e quindi culturale); cioè i centri storici.
Alla casa come dimora si oppone il transito; alla piazza che sorge
da un crocevia si oppone lo svincolo (che serve per evitarsi); al
monumento che storicizza e pone un punto di aggregazione si
oppone l'insediamento commerciale periferico; al viaggiatore
si oppone il passeggero; così come detta il modello americano.
E il pericolo (uno dei tanti pericoli) di tutto ciò, come scrive Augé,
è che lo spazio del non-luogo non crea identità singola, né relazione,
ma solitudine e similitudine.
Quando penso a forme di resistenza, attive o passive, a questo
fenomeno, mi vengono in mente due personaggi del cinema.
Il primo è interpretato da De Niro, in "Brazil" di Gilliam, sorta di
guastatore al contrario, perché ripara gli impianti che la logica
del consumismo vota all'abbandono; e il secondo è Lebowski,
dall'omonimo film dei Cohen, che ai ritmi frenetici del mercato
oppone la propria disincantata lentezza, quel trascinarsi da
un interminabile bagno nella vasca di casa alle sfinenti partite
di bowling con gli amici.
Ma sono figure marginali, appunto.

Sergio Garufi



dal 20 maggio 2002
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