Nel 1964 Luigi Barzini, su commissione di un editore americano, tentò di intercettare la nostra identità in un saggio, "Gli italiani", descrivendo l'Italia della civiltà immortale e quella delle sciagure nazionali, senza dimenticare l'Italia piena di fascino amata dai turisti. Erano gli anni del boom, la nostra democrazia si andava consolidando, il nostro design dettava legge, così come la nostra cinematografia, la letteratura, il teatro e persino le automobili. Capire chi eravamo diventava quindi un'esigenza diffusa. Oggi, a oltre quarant'anni dalla sua pubblicazione, il saggio di Barzini rivela ancora una forza dirompente. Perché nel leggere questa avvincente riflessione sulla nostra storia e sul nostro costume la domanda che ci si pone è insieme semplice e complessa: che libro avrebbe scritto Barzini se avesse dovuto scriverlo oggi? In che cosa ci siamo evoluti e che cosa, invece, è rimasto immobile e mineralizzato? .
Lugi Barzini jr– Gli Italiani – Rizzoli  Milano 2008 (Iª ediz. Mondadori 1965)

Ogni volta che passo da Fornovo spinto  dalla doppia foga di  coatto dell’hinterland milanese e di uomo jonico  a raggiungere più in fretta che posso l’amato mare dopo Sarzana, e, non appena mi inerpico con la mia autovettura lungo i tornanti della valle del Taro,  trovo sempre  il tempo di indicare (con tono di voce stentoreo e con la fessa pedagogia ripetitiva del padre acculturato, fanfarone e declamatorio come il dickensiano Micawber),  ai miei figli studenti, che con le orecchie tappate da Ipod mi restituiscono sguardi assenti e catatonici,  la vallata sottostante dove-si-è-combattuta- la-battaglia-decisiva-dei-destini-d’Italia.
Certo sono tante le battaglie e le date (quella nostra è del 6 luglio 1495) che sviano e al contempo formano i destini  sia individuali che collettivi. Ma avendo letto Gli italiani di Luigi Barzini jr  so bene cosa dico.

 Adesso (2008), in occasione del centenario della nascita del grande giornalista, rimesso in circolazione questo libro prodigioso e riprendendolo in mano tuttavia nella mia prima edizione del 1965 (acquistato un ventennio fa presso la  più grande istituzione culturale milanese: le bancarelle dei bouquinistes), l’ho riaperto proprio al capitolo XV “Fornovo e dopo” e ho riletto la magistrale ricostruzione della battaglia fattane dal grande giornalista.
 Carlo VIII, dopo aver scorazzato per tutta la Penisola e aver raggiunto infine Napoli, sfiancato dagli ozi napoletani e dalla inconsistenza politica della sua avventura militare - tornata utile solamente agli stati italiani in lotta tra loro che l’avevano sollecitata -,  tenta di guadagnare la Francia risalendo la penisola lungo la via francigena, la stessa che aveva percorso in discesa,  nell’estate del 1494. Gli stati italiani riescono dopo lunga divisione e altrettanto tergiversare a coalizzarsi  in una Lega e a riunire un esercito al comando di Francesco Gonzaga,  attendendo i francesi in ritirata, a Fornovo appunto. Sono circa 30.000 italiani ben armati, truppe fresche ma eterogenee,  contro 9.500 francesi, decimati dalla sifilide e sfiancati dalla lunga marcia,  ma coesi e soprattutto ben decisi a salvare la pelle. Il Gonzaga piuttosto che attaccare frontalmente l’esercito francese mette in atto un piano che il grande storico militare Piero Pieri definirà una “esasperazione di virtuosismo tattico” che prevede tra l’altro il guado del Taro.
 Siamo a luglio, e come tutti i siciliani espatriati in fuga dall’opprimente calura padana sanno, questo è un mese terribile, gonfio di afa e di … pioggia! Tale fu anche quel  mese di luglio del 1495, e il guado del fiume, in piena per la pioggia torrenziale del giorno prima,  risultò un’impresa impossibile per la cavalleria italiana. A farla breve, gli stratiotti di Venezia (mercenari greco-albanesi) si disperdono alla caccia del tesoro di Carlo VIII, i cavalieri italiani vengono travolti dai flutti, i milanesi, che avevano chiamato il re francese, si risparmiano, Francesco Gonzaga, alla ricerca di fama personale si ingaggia direttamente in battaglia piuttosto che starsene in disparte a dirigere dalle alture le operazioni e di modificare i piani secondo lo sviluppo degli eventi. Il risultato è un disastro: 4000 morti, due terzi dei quali italiani. Carlo VIII riesce col grosso dell’esercito a passare la Cisa e a ritornare in Francia via Asti, non vincitore ma neanche sconfitto. Francesco Gonzaga  credé o millantò  di vincere la battaglia e coniò perciò una medaglia con la scritta “Ob restitutam Italiae libertatem” e fece erigere a Mantova la Chiesa della Libertà e commissionò un dipinto al Mantegna. (Vedi qui una ricostruzione dettagliata e graficamente seducente della Battaglia di Fornovo)

Secondo alcuni testimoni  oculari la battaglia venne decisa in un quarto d’ora: il quarto d’ora che cambiò i destini d’Italia. «Se gli italiani fossero riusciti a riportare la vittoria – scrive Barzini - probabilmente avrebbero scoperto l’orgoglio di essere un popolo unito, la fiducia in se stessi che scaturisce dalla difesa della libertà e dell’indipendenza comuni. L’Italia si sarebbe affacciata alla scena della storia come una nazione ragionevolmente temibile, capace di decidere il proprio avvenire, un paese che avrebbe indotto gli stranieri avventurosi a riflettere due volte prima di attaccarlo. Nessuno si sarebbe azzardato alla leggera a varcare le Alpi, nella tema di essere annientato. Le potenze europee sarebbero state dissuase dalle loro incessanti contese sulla pelle dell’Italia e dal tagliare a fette il territorio indifeso, con i suoi abitanti laboriosi e inermi, per placare dinastie rivali e appagare l’avidità di tutti. La storia d’Italia, d’Europa e del mondo – continua Barzini con un’enfasi da giornalista scaltro che sa uncinare il suo lettore – avrebbero preso, con ogni probabilità, una direzione diversa. Il carattere nazionale avrebbe seguito una diversa evoluzione. Le voci dei patrioti non sarebbero state schernite, come voci di illusi pericolosi, ma rispettosamente ascoltate. Quando giunsero infine la libertà e l’indipendenza, tardi, nel diciannovesimo secolo, le antiche abitudini erano ormai radicate. Non sarebbe stato possibile mutarle facilmente». E invece dopo Fornovo tutti i popoli e gli eserciti d’Europa scesero in Italia - la nazione che dall’anno Mille aveva tenuto  in mano la fiaccola della civiltà occidentale - e ne fecero strazio. «Ogni straniero vinse o perse a turno. Gli italiani persero sempre». Per quasi tre secoli, dal sacco di Roma del  1527, o se si vuole scegliere un altro terminus a quo, dal trattato di Cateau-Cambrésis del 1559 che pose fine alle guerre d’Italia, fino al 1796 - anno della discesa di un altro francese, Napoleone,  che destando indirettamente  il sentimento nazionale diede vita al Risorgimento -, la storia d’Italia fu una storia di umiliazioni, assoggettamento a stranieri, povertà, miseria economica e morale.


Il libro di Barzini era uscito nel 1964 in America, direttamente scritto in inglese col titolo The Italians,   titolo   cui deve qualcosa la fortunata omonima rubrica di Beppe Severgnini e adesso (gennaio 2009) anche  un filmetto italiano di costume. Era un tentativo, molto intelligente e molto ben riuscito di spiegare gli italiani al mondo anglosassone in un’epoca in cui s’era svegliato presso gli angloamericani un certo interesse, anche turistico, per la nostra Italia. Certamente questo libro non è un baedeker, e se anche lo fosse sarebbe un formidabile baedeker antropologico. Tutti abbiamo bisogno di una guida accurata, informata e intelligente ogni qualvolta ci rechiamo in un paese straniero. Il fatto è che questo libro ha avuto il merito di spiegare gli italiani anche agli italiani. Se Barzini fosse un antropologo assommerebbe in sé magistralmente tutte e tre le figure messe in campo in tale settore  di studi: il teorico, l’osservatore e l’indigeno. Ne è venuto fuori perciò un libro straordinario, scritto in punta di penna, acuto, accorato, esatto e valido ad interpretare gli italiani fino a quando costoro abiteranno lo Stivale  con le consuete modalità antropologiche assunte almeno dall’Età dei Comuni e vive e attuali fino ad ora. 

Barzini punta l’attenzione, nella prefazione per l’edizione italiana,  sui «particolari distintivi (…) quelli che fanno di un certo paese ciò che è e nessun altro». Barzini crede al carattere nazionale italiano, ovviamente. Ogni nazione sembra contenere "istintivamente" un suo carattere, poiché, come egli scrive, «promuove ed onora quelli che più si avvicinano al modello nazionale (...)  umilia e punisce in molti modi quelli che se ne distaccano; riesce così insensibilmente a costringere la grande maggioranza a comportarsi secondo regole uniformi». 
Come è noto, Benedetto Croce fu un fiero avversario della nozione di “carattere nazionale”. Ho affrontato questo tema qui  e a questa pagina web   rimando il lettore che ne vuole  sapere di più. Voglio solo aggiungere sulla questione una chiosa di Aldo Schiavone (Italiani senza Italia – Storia e identità, Einaudi, Torino 1998, vedi soprattutto il capitolo “Come si forma un carattere e non si forma una nazione”), che scrive: « La vecchia polemica di Croce quando osservava come null’altro fosse il “carattere di un popolo” se non la sua storia, era giustificata nel senso che solo nella storia tali sedimentazioni vanno cercate,  e non fuori di essa, in fantomatici archetipi etnici o biologici; ma sbagliava nel trascurare che non tutta la storia è ugualmente significativa per questa costruzione. Vi sono periodi critici, in cui i caratteri si formano, ed epoche dove soltanto si continuano e si ripetono: questa sintassi di durate e di genesi è, nel percorso di un paese, quel che si dice il ritmo del suo tempo storico, il grafico della sua anima». (pp. 87-88). Queste osservazioni di Schiavone tornano al caso nostro. Per riprendere l’argomento iniziale: la battaglia di  Fornovo ( ma più che altro, aggiungiamo adesso, il fatto dirimente fu la scoperta dell’America che spostò il bacino economico del mondo dal versante mediterraneo a quello atlantico, fatto che certamente a Barzini  non sfugge) è proprio quel  periodo critico in cui il  «carattere nazionale» prende una diversa evoluzione.

D’altra parte gli italiani stessi hanno una concezione rudimentale e non circostanziata del proprio carattere, quando, non soddisfatti di se stessi vi alludono con la locuzione “all’italiana”  ogni qualvolta intendono designare, quasi per convenzione e semplificazione linguistica, quel modo di operare, spesso relativo all'organizzazione dei bisogni e delle necessità collettivi, affrontati con  improvvisazione,  provvisorietà, disordine e pressappochismo. Scrive sull’argomento Barzini: «La più gran parte di ciò che avviene da noi non è necessariamente 'all' italiana'. Tuttavia le cose 'all'italiana' non devono essere prese alla leggera.  Sono indizi preziosi.(...) mostrano che ancora oggi come nel passato certe imprese ci riescono senza sforzo e che altre sono per noi praticamente impossibili; hanno chiaramente determinato l'andamento degli eventi trascorsi;  senza alcun dubbio, determineranno il nostro avvenire. Forse per noi non c'è scampo. Ed è questa sensazione di essere in trappola entro i limiti inflessibili delle tendenze nazionali a far si che la vita italiana, sotto la sua superficie scintillante e vivace, abbia una qualità fondamentale di amarezza, disappunto, e infinita malinconia».

Questa “tendenza nazionale”, questo “grafico dell’anima italiana” per riprendere la formula di Schiavone, è esattamente il contenuto de Gli italiani di Luigi Barzini. Rimando il lettore alla necessaria compulsazione attenta di tutto il volume: vi troverà una narrazione antropologica completa ed esaustiva dei costumi nazionali italiani. Dalle espressioni facciali «più importanti ai fini della sopravvivenza della capacità di leggere i caratteri stampati»; alla pulsione ossessiva per tutte le dissimulazioni (iperboli, adulazioni, menzogne cortesi, lusinghe);  alla mania per la “facciata” e per la “bella figura”  che scambia volentieri  la cosa con la sua mera  rappresentazione «importante quanto la realtà, anzi molte volte più importante»,  poiché «gli ornamenti ci soddisfano più di quanto soddisfano gli altri, tanto da essere scontenti della vita quando essa si riduce alla disadorna verità». Questa fiducia nei simboli e nelle rappresentazioni è il tratto fondamentale del carattere nazionale. «Aiuta l’individuo a risolvere quasi tutte le sue difficoltà private. Domina la vita pubblica. Foggia la politica e i disegni politici. È, incidentalmente, una delle ragioni per le quali gli italiani hanno sempre primeggiato in tutte le attività nelle quali la forma è predominante». Questo privilegio dei simboli e delle rappresentazioni, della forma sulla sostanza, ha un risvolto che ci riporta ancora a Fornovo. La corazza rinascimentale italiana era giustamente considerata la più bella d’Europa: elegante, “vestiva bene”, ma era inadatta allo scopo, di strumento di difesa passiva. Quali corazze indossavano i francesi a Fornovo? Quali i mercenari svizzeri al servizio di Carlo VIII?

Pagine illuminanti Barzini scrive su ciò che si nasconde dietro questa Italia di rappresentanza,  scintillante, amabile, allegra. E cioè:  povertà, ignoranza, ingiustizia, paura. Ancora attuali le sue osservazioni sul familismo italiano: « L'Italia delle famiglie è indubbiamente l'Italia reale, l'Italia quintessenziale, distillato dell'esperienza dei secoli, mentre l'Italia delle leggi e delle istituzioni è in parte una finzione(... ) La lealtà degli italiani nei confronti della famiglia è il loro patriottismo più forte». Acute le pagine sulla furbizia; sul rapporto biunivoco tra morale di base italiana e cattolicesimo, in cui il secondo apparirebbe tributario della prima: «Il carattere italiano fu veramente guastato in modo irreparabile dalla Chiesa? Oppure la politica terrena della Chiesa non fu forse indebitamente influenzata dalle abitudini degli italiani?», ma anche: «La Chiesa compì la propria missione sacra, eterna e universale, utilizzando anche la prudenza italiana, l'arte italiana del vivere e la duttile intelligenza italiana».

Insomma, si legga il libro di Barzini e lo si mediti attentamente: vi si troverà l’italiano metastorico, quello di sempre, ancora in circolazione in mezzo a noi.

Se in Italia disponessimo del termine e del concetto francesi di «moraliste», ossia di studioso dei costumi, di chi si pone all’étude des passions et des moeurs degli individui come dei popoli ( giacché il termine italiano «moralista» invece ha accezione quasi negativa, nasconde spesso una chiamata implicita di correità o anche un’accusa d’ipocrisia velata verso chi non indulgerebbe, ma solo di facciata, al carattere  dei costumi nazionali, che sono cinici) potremmo dire che egli è il più grande « moraliste» dell’Italia moderna, secondo solo al Leopardi autore del «Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani».

Alfio Squillaci

 


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Madonna della vittoria, Andrea Mantegna, Parigi, Louvre, ex-voto di Francesco II Gonzaga per la cappella di Santa Maria della Vittoria a Mantova per commemorare la battaglia di Fornovo
Francesco II Gonzaga a capo delle truppe Collegiate italiane nella battaglia di Fornovo
Nelle dimensioni di un saggio breve, Schiavone si propone di tracciare un bilancio dell'Italia contemporanea dopo un secolo di vita unitaria. Tre i capitoli in cui è diviso il libro. Il primo affronta le grandi questioni nazionali, considerandole come l'esito di un lungo cammino, che può rimandare ad epoche lontane: l'identità collettiva, la modernizzazione, etc. Nel secondo capitolo si discutono tre tesi. Primo: esiste un "carattere" degli italiani. Secondo: lo Stato unitario si è costituito in una stagione culturalmente modesta. Terzo: lo scarto fra le stratificazioni millenarie del carattere e l'improvvisata fragilità delle istituzioni spiega la debolezza delle classi dirigenti. Il terzo capitolo capovolge la prospettiva. 

Titolo: Italiani senza Italia 
Autore: Aldo Schiavone  

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