Patrizia Belli -Vaniglia - Edizioni Stella   2006

  « Non vi è nulla di male a sognare un buon giornalismo e un mondo pulito». Questo il lettore troverà scritto a pagina 12 di «Vaniglia», primo romanzo di Patrizia Belli, una vita giornalistica alle spalle e davanti, già all' Adige e ora direttore dell'Ufficio stampa del Comune di Rovereto e corrispondente dell'agenzia Ansa. Ma non si tratta che di uno dei contenuti di quest'opera, un giallo che non rispetta affatto le caratteristiche di genere. Anzi, pare che l'autrice abbia voluto, timidamente e a passo leggero com'è nel suo stile, entrare nell'agone della scrittura «impegnata» dalla porta di servizio ma, attraverso un genere minore proporre una serie di contenuti che «vanno aldilà». Romanzo autobiografico innanzitutto. E anche palestra di discussione sul modus operandi del giornalismo di oggi in Italia, ricerca attorno ai perché della vita, con risposta «assoluta» che vede nel rapporto madre-figlio la ragione prima del vivere, della civiltà, dell'umanità tutta. Oggi sarà presentato al pubblico «Vaniglia», il primo romanzo di Patrizia Belli (ore 18 Saletta del pianoforte, Scuola Musicale di Corso Rosmini, musica di Andrea Dossi), Edizioni Stella. Non un semplice «giallo» si diceva. Ma la voglia di mettere su pagina il mondo, quello caotico e suicida dei giorni nostri. Partendo da una finestra, quella del giornalismo, attraverso cui la società potrebbe essere indagata al meglio ma anche condizionata in positivo. Cosa che quasi sempre non succede. In questo senso la Belli rende un grande tributo d'amore ad una professione (una «missione»?), quella di redattrice di giornale, che l'ha vista protagonista per anni. Un amore grande il suo, e alla fine, anche una dichiarazione di fiducia: c'è del marcio in Danimarca ma quel paese, pur sempre, rappresenta il massimo della giustizia sociale al mondo d'oggi. La vicenda parte da due decessi: quello di un giovane a causa di un incidente stradale e quello di una donna morta per una strana malattia. Indagini da parte delle forze dell'ordine e poi di un magistrato (altri mondi che la Belli conosce bene e che, pure, mette in discussione) e della giornalista, la protagonista. Un intreccio che tiene, avvince, chiama in causa il mondo forsennato dell'industria farmaceutica, quello che dovrebbe essere purissimo della ricerca, e si risolve con... Ma c'è dell'altro, tanto altro nel romanzo di Patrizia Belli. In una delle prime pagine di un volume in cui si citano Shakespeare ed Auden, e tanti altri tra filosofi e poeti, si dice: «Ognuno dovrebbe avere il luogo del pensiero. Uno spazio dove riannodare i lacci perduti nella banalità». Per capire, da subito, che il volo letterario dell'autrice è dentro l'anima, la sua e del mondo, e non semplicemente dentro una vicenda di cronaca nera. Alcune della pagine più belle di «Vaniglia» (in copertina il ritratto di Patrizia Belli di Umberto Savoia) parlano del rapporto della giornalista (la protagonista ma anche l'autrice) con il figlio, unico filo intatto che salva ancora l'umanità, di amicizia vera e falsa, di amore maturo. Del rapporto con la madre, ormai persa nelle nebbie del'Aldilà. E il fatto che la Belli abbia scritto il romanzo mentre assisteva la sua di madre durante la malattia, dice quanto di autobiografico via sia nello scritto. No, Patrizia Belli non ha scritto un giallo. Ha versato se stessa sulle pagine di un libro. Con scrittura semplice, frasi brevi e curatissime, citazioni plurime. E fiori finti, accappatoi, la scuola del bambino, indagini, virus e poesie. Una scrittura «al femminile» la sua. Davanti ad un medico (crediamo di averlo riconosciuto, nella realtà), si chiede: «Ogni tanto mi domando com'era da bambino, se costruiva castelli di sabbia in riva al mare». Infine, il giornalismo. Per la giornalista Patrizia Belli: «Mi è stato insegnato che non si diventa giornalisti per il piacere di scrivere, o fare esperienza, o migliorare il mondo. Mi è stato spiegato che il nostro compito è divenire specialisti dell'informazione. Punto e basta».
Renzo M. Groselli

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La sofferenza, o la si nega o ci si tuffa e la si rimesta a gran bracciate, sperando di ritrovarvi ragioni. Magari scrivendo un libro. È uno scrigno dolce amaro questo «Vaniglia», prima creatura letteraria di Patrizia Belli, giornalista roveretana, anche se milanese di nascita, già cronista, ora responsabile dell’Ufficio stampa del Comune di Rovereto. A innescare la molla creativa, l’incontro con l’ineffabile: la morte della madre. Col dolore è meglio venire a patti, dargli un posto sul fondo e lì lasciarlo a muggire e ribollire, mentre si tenta di bucare il magma, alla ricerca d’una superficie.  «Non pensavo di scrivere un libro - dice, così, Belli - Ma più di due anni fa ho vissuto un momento di grande fragilità. Mia madre era ammalata e io la sera tornando a casa mi sentivo inquieta, persa, triste. Leggevo solo poesie della Merini e della Plath, che certo non mi aiutavano». La scrittura, quella “giusta”, l’ha sorpresa all’improvviso. Nasce così, «Vaniglia», romanzo dalla trama avvincente, di grande ritmo ed equilibrio, con qualche bella finezza linguistica, in cui emergono le vere passioni dell’autrice: quella per il giornalismo, ovviamente, e per la ricerca della verità, ma anche per i fiori e per la maternità.   Quanto è autobiografico «Vaniglia»?  «No, non lo è, o magari un po’ sì, in fondo emergono i temi che mi stanno più a cuore. Ma la verità è che mi faceva comodo che la protagonista fosse una giornalista, dal momento che questo è il mondo che meglio conosco».   Si scrive un romanzo perché si tentano strade nuove, per moltiplicare la vita...  «Per me è stato un modo per reagire al disorientamento, alla tristezza e alla rabbia davanti all’inesorabilità del destino. Ma dalle fragilità nascono forze e mi sono messa a scrivere. Poi ho gettato i fogli in un cassetto: sentivo che era tutto eccessivo. Li ho ritrovati e mi sono messa a tagliare, correggere, cancellare ogni traccia di retorica... Scrivere un libro è un lavoro, come un altro, ma... diventa un’esperienza straordinaria».   È vero quello che si dice che i personaggi del libro prendono vita autonoma, si muovono “da soli”?  «Posso solo dire che a un certo punto la protagonista ha influenzato la mia vita: mi sentivo più forte, più coraggiosa, proprio come era lei.   In «Vaniglia», in fondo, lei guarda con occhio critico il giornalismo, tratteggia con ironia la figura della Picardi: si è tolta qualche sassolino dalla scarpa?  «No, la Picardi è solo una caricatura, incarna i malanni del giornalismo femminile».   Veramente, nemmeno quello maschile fa una gran bella figura.  «Sì, alla fine salvo il giornalismo che è ricerca della verità, è non stare dalla parte degli amici degli amici, è svincolarsi dalla scrivania. Il giornalismo vero è cultura, non budino e il lettore deve imparare a scandalizzarsi di certi oltraggi alla logica che talvolta si leggono; sono oltraggi alla morale e all’umanità. Io questo lavoro l’ho amato moltissimo e sono stata anche fortunata: ho vissuto l’esperienza di una redazione che era un corpo unico, ci si sosteneva a vicenda e si lavorava in equipe. Una situazione che, mi dicono, oggi è sempre più raro trovare.   La protagonista di «Vaniglia» è una sorta di Moby Dick, ha anche lei la sua balena da rincorrere?  «Cosa sarebbe della vita se non avessimo squarci di sogni, balene da inseguire? Io sono sempre alla ricerca; studio, leggo, mi piace scrivere. Comunicare emozioni è il mio desiderio principale».   Oltre a quello d’essere una buona madre. La protagonista del romanzo nasconde segreti, sofferenze che accentuano il suo senso di maternità.  «Già, viviamo nell’epoca del collasso dei sentimenti, dell’apocalisse. Bisogna re-insegnarli, parlare... In quanto all’amore per i figli, non è un’opzione. Un figlio è il mistero che nasce dalla carne, c’è qualcosa di sconvolgente nell’atto della nascita e nel libro parlo della forza di essere madri che nel liquido amniotico sotterrano la ragione».   Già, perché la ragione forse suggerirebbe altro...  «Ma io sono convinta che ciò che completa la storia di un uomo nel mondo sia proprio l’amore per i figli».   Ma sua madre usava una crema alla vaniglia?  «No, era una donna sofisticata: solo profumi ricercati». 
Anna Maria Eccli
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Esempio 1
dal 7 aprile 2003


Protagonista di questo noir è una giornalista stanca della routine d'una professione. Da anni la donna è immersa nell'imbuto della routine, ha scordato il gusto del rischio, l'incanto di scrivere con passione, fino al giorno in cui un banale incidente stradale nel quale muore un giovane, la coinvolge. La ricerca della verità sarà anche un viaggio alla ricerca di se stessa. Un riscatto per ritrovare i valori nella loro interezza. Una trama densa di temi d'attualità: la potenza e i limiti della scienza, la lotta tra corruzione e onestà, l'ostinazione nell'inseguire una verità che nasce dall'istinto e, per questo, diventa fonte di sospetto e solitudine. Il romanzo ribadisce il prorompente bisogno di sogni. Ma è dai quadri d'interni che emerge la sincerità dei personaggi, il dettaglio umano. La protagonista si impone coi suoi tratti quotidiani. Un personaggio, portatore di passione pura, tratteggiato con l'intensità dei pensieri alti e della quotidianità. La passione per la verità, la lotta alle regole convenzionali, diventeranno il salvacondotto per una rinascita.
Patrizia Belli
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