Violetta Bellocchio  –  Sono io che me ne vado - Mondadori, Milano 2009

Valutazione XX/5

Chi per professione o per diletto si appresta a scegliere un libro di autori italiani o stranieri tradotti in lingua italiana, in quest’ultimo caso pur con un’eventuale incertezza sulla reale capacità interpretativa del traduttore, dovendo selezionare un volume nell’enorme quantità di proposte potrebbe essere spinto a privilegiare l’uno o l’altro per ragioni diverse: per la stima verso un autore o per la curiosità suscitata dal rumour sorto intorno a un testo, ma anche a volte per l’originalità di un titolo e perfino per una copertina accattivante.
Qualche influenza può essere esercitata dalla fiducia in un editore, nella convinzione che i migliori accettino di dare alle stampe solo opere di elevata qualità, nonostante possa accadere di sentirsi traditi nelle proprie certezze.
Per alcune delle ragioni precedenti ho deciso di leggere il romanzo, pubblicato da Mondadori nel 2009, dell’esordiente trentaduenne Violetta Bellocchio, fino a quel momento nota per collaborazioni con riviste culturali, con Radio 2 e con la Mostra del Cinema di Venezia.
Anche l’ambigua copertina, in cui appare una ragazzetta dagli occhi adulti consapevoli di torbide esperienze, in atto d’impugnare una grossa forca esibita come possibile difesa, può avere sollecitato il mio interesse, accentuato dal contrasto tra la figura niente affatto angelica e l’innocente svolazzare circostante di farfalle multicolori.
Tuttavia, i periodi brevissimi sconnessi tra loro, un andamento della narrazione a singhiozzo, simile a un abbozzo da sviluppare in seguito o ad appunti telegrafici, e la conferma raggiunta dopo avere sfogliato le pagine successive che il romanzo sarebbe proseguito con lo stesso tono fino al termine, mi stavano spingendo a rinunciare alla lettura.
Eppure, nell’esame corretto di un’opera letteraria si dovrebbe prescindere dal proprio gusto personale, tralasciando inoltre eventuali confronti con i libri più amati: occorre invece accettare con mente aperta anche altre forme espressive, tentativi di manifestare in modo nuovo la realtà, e stili diversi volti a inventare mezzi di comunicazione inediti.
Tenuto conto di ciò ho ripreso a leggere, considerando che la storia di Layla ribelle arrabbiata, divenuta tale per reazione a malversazioni altrui, determinata a volersi staccare da tutto ciò che le stava attorno e l’aveva angosciata fino a quel momento, come già appariva nel titolo, avrebbe potuto presentare sviluppi interessanti.
Ho quindi seguìto le vicende della protagonista non ancora trentenne, che dopo anni in cui aveva accumulato una serie infinita di errori, per tagliare con il passato e seguire la propria aspirazione alla libertà si era trasferita in Versilia, dove possedeva una vecchia casa ereditata dal nonno, “La Bambola”, e lì, insieme con un ragazzo dai capelli rossi emarginato e strano come lei, si era adattata a diventare albergatrice sui generis ospitando estranei di passaggio, perché si deve pur vivere.
La narrazione è proseguita, ristretta ai due personaggi principali, ai piccoli fatti quotidiani e alle loro battute surreali, concentrata soprattutto su questa Layla scombinata e malmostosa, fastidiosa al pari del genere di scrittura che racconta di lei.
L’adeguamento della forma al contenuto, che secondo i canoni delle scuole di scrittura letteraria dovrebbe essere un pregio, non è in questo caso accettabile a causa di un irritante eccesso di anarchia narrativa, in grado di spingere il paziente lettore, presto disorientato, a chiedersi: che cosa m’importa di costei, antipatica e chiusa nella propria autocommiserazione sia pure apparentemente negata, e quale rapporto intellettuale posso instaurare con una strampalata fallita che rifiuta perfino la pietà altrui, e che merita di essere lasciata a cuocere nel suo brodo?
Decisa a una quasi stroncatura, dopo avere compreso che nonostante le speranze iniziali il miracolo del coinvolgimento non era avvenuto, ho voluto confrontarmi prima con i commenti dei lettori, ma ho trovato su Internet solo pochi cenni sbrigativi e contrastanti che non hanno offerto nulla di utile alla mia indagine. Accanto a insulti irriferibili, un tale ha scritto che il libro gli aveva -cambiato la vita-, con la solita frase stereotipata che non significa niente. Forse si è trattato di un giovane, che nell’opera della Bellocchio ha visto espressa la propria ribellione contro la società, responsabile di infinite colpe secondo chi finge d’ignorare che gli insuccessi e le situazioni negative dipendono di solito dall’inerzia personale, dalla pigrizia e dalla pretesa di ottenere dagli altri tutto e subito (affermazione personale con cui chiudo in fretta il generico moralismo di maniera).
Al libro della Bellocchio non si può tuttavia negare un’ottima padronanza della lingua, che potrebbe offrire buoni risultati se fosse utilizzata per testi meno urticanti.
A tale pregio vorrei aggiungerne un altro: nell’ultima pagina sono stati risparmiati i –ringraziamenti-, inutile aggiunta che pare diventata obbligatoria, per una specie di sindrome che ha colpito la quasi totalità degli autori moderni, desiderosi di segnalare quanti a parer loro hanno meritato gratitudine per l’aiuto offerto durante la stesura del libro.
Compatibile sarebbe la citazione di personaggi eminenti, com’è avvenuto nel passato, ma il fatto che un autore ringrazi l’amica Carolina, e Tilly e Giannantonio e la famiglia tal dei tali con l’elenco dei nomi di battesimo di ciascuno, prolungandosi addirittura per due pagine, diventa lezioso e antipatico.
                    
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Piccola postilla
Al termine della precedente analisi, quando stavo per spedirla all’editore, una specie d’intuizione sul lavoro della Bellocchio mi è parsa degna di riflessione. Trattandosi unicamente di un’ipotesi, la aggiungo a parte sottoponendola al giudizio del lettore: e se l’A. avesse avuto in mente di rinnovare con il suo romanzo il genere inaugurato da D.Salinger nel ’51 con “Il giovane Holden”?
L’adolescente in crisi esistenziale, che sembrava odiare il mondo in cui gli era capitato di vivere e gli esseri che lo popolavano, e che si arrovellava per capire le ragioni di tanta assurda stupidità intorno a sé, non potrebbe essere l’antenato consapevolmente riportato in ballo di questa Layla, ancora più ansiosa di lui di far saltare in aria l’intera società?
Come Salinger per il giovane Holden, anche la Bellocchio usa per Layla un linguaggio diretto assai poco letterario, quasi parlato, solo che Salinger aprì la strada a una forma insolita per il perbenismo del tempo, mentre la Nostra pesca in un modo espressivo ormai diffuso tra gli adolescenti, quindi si limita a riprodurre l’esistente.
Non si deve dimenticare, del resto, che nel caso dell’opera di Salinger, molta parte dell’innovazione linguistica appartiene alla traduttrice Adriana Motti, che ha saputo tradurre il gergo americano con modi di dire nuovi, subito accettati con entusiasmo dai giovani di quegli anni, per reazione al conformismo allora imperante.
Non è possibile che il ricordo dell’enorme successo tuttora perdurante dell’eroe dei giovani degli anni Cinquanta abbia influenzato l’esordiente romanziera? 
                                             

Armanda Capeder

Armanda Capeder è giornalista, specialista di Linguistica Italiana, settore per il quale redige da oltre quattro anni una serie di articoli sul mensile “Studi Cattolici” delle milanesi Edizioni Ares.
Sullo stesso argomento ha scritto, per l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano, un piccolo manuale che ha incontrato ampio successo, “L’anacoluto non è una parolaccia”, pubblicato nel 2004.
Per 10 anni ha tenuto Corsi di Scrittura Creativa presso un Ente pubblico collegato col Comune di Milano.
Ha pubblicato 5 romanzi, 2 libri di fiabe e numerosi testi di cultura generale editi da Fabbri, Rizzoli, Domus.
Leggi nel link in basso le sue letture raggruppate nella rubrica:  "Scegliere il libro giusto". Le sue valutazioni, espresse in X, variano da 1 a 5.


dal 13 dic 2011

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Il re dei camosci è un animale ormai stanco. Solitario e orgoglioso, da anni ha imposto al branco la sua supremazia. Forse è giunto il tempo che le sue corna si arrendano a quelle di un figlio più deciso. E novembre, tempo di duelli: è il tempo delle femmine. Dalla valle sale l'odore dell'uomo, dell'assassino di sua madre. Anche l'uomo, quell'uomo, era in là negli anni, e gran parte della sua vita era passata a cacciare di frodo le bestie in montagna. E anche quell'uomo porta, impropriamente, il nome di "re dei camosci" - per quanti ne aveva uccisi. Ha una Trecento magnum e una pallottola da undici grammi: non lasciava mai la bestia ferita, l'abbatteva con un solo colpo. Erri De Luca spia l'imminenza dello scontro, di un duello che sembra contenere tutti i duelli. Lo fa entrando in due solitudini diverse: quella del grande camoscio fermo sotto l'immensa e protettiva volta del cielo e quella del cacciatore, del ladro di bestiame, che non ha mai avuto una vera storia da raccontare per rapire l'attenzione delle donne, per vincere la sua battaglia con gli altri uomini. "In ogni specie sono i solitari a tentare esperienze nuove," dice De Luca. E qui si racconta, per l'appunto, di questi due animali che si fronteggiano da una distanza sempre meno sensibile, fino alla pietà di un abbraccio mortale..

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