Saul Bellow, Le avventure di Augie March, Einaudi 1962
 

Avventura, dicono i dizionari, deriva da adventura, neutro plurale del participio futuro del verbo latino advenire, accadere. Avventura significa letteralmente “le cose che accadranno”. Le avventure di Augie March sono pertanto le cose che accadranno a Augie March, così come le avventure di Huckleberry Finn sono le cose che accadranno a..., e così via. Questo proemio etimologico e pedantesco mi serve per schivare a me l’onere di stilare - e allo sparuto pubblico la noia di sorbirsi - l’elenco dettagliato di detti futuri accadimenti. Basti qui sapere che se si apre questo libro con l’idea di trovarci la biografia di tal Augie March - con le dovute peripezie famigliari, intellettuali e amorose e la canonica progressione di infanzia, adolescenza e maturità - le aspettative non andranno deluse.

La struttura del romanzo non offre molto di più. Saul Bellow non inventa niente, non stupisce il lettore con trame intricate o espedienti narrativi rivoluzionari, ma segue alquanto pedissequamente schemi da buon vecchio romanzo picaresco. Ciò che tiene il lettore inchiodato alle pagine del libro non è tanto il desiderio di sapere come andrà a finire, quanto il piacere di leggere ciò che sta succedendo. Bellow è bravissimo sia come caratterista che come sceneggiatore, e ha il dono non comune di far collimare perfettamente personaggi e situazioni: non c’è un solo punto stridente in tutto il romanzo, che pure è piuttosto voluminoso; mai un eccesso di sentimentalismo, ad esempio, o cadute nel patetico, pur trattando ampiamente di questioni sentimentali e a tratti commoventi.

Bellow ha una cura del dettaglio di sapore manniano. Thomas Mann è capace di tenere il lettore su descrizioni minuziose di stanze e arredamenti, odori e sapori di pranzi e cene di ogni genere, colore delle tovaglie e disposizione dei posti a tavola, qualità dei cristalli e delle posate. Bellow non è da meno quando descrive la Chicago degli anni trenta o il viso di una donna illuminato attraverso i fori ornamentali del suo cappello a larghe tese. Niente di meno anche nella tornitura dei personaggi, dei loro caratteri e delle loro manie. La nonna Lausch delle avventure di Augie March non ha nulla da invidiare alla mamma di Tonio Kröger, e Einhorn compete ad armi pari col Settembrini della montagna incantata.

Non mi biasimate se chiamo in causa le sommità dela letteratura mondiale parlando di questo romanzone appena cinquantenne. Mi autorizza a farlo il protagonista-narratore, Augie March, grande lettore di classici bruciacchiati dal fuoco di un incendio doloso, nonché esperto ladro di libri pregiati. Non è difficile, ad esempio, stabilire un difendibilissimo parallelo fra i tre fratelli March - Augie, Simon e George - e i tre fratelli Karamazov - rispettivamente Dmitrij, Ivan e Aleksej. Con la differenza che Augie non ha bisogno di desiderare il parricidio, dato che il suo vecchio ha ben pensato di abbandonare per tempo la famiglia; Simon non ha bisogno di scrivere il Grande Inquisitore, preferendone l’applicazione pratica; e George ha su Aleksej l’enorme vantaggio di essere un autentico minorato mentale.

Se dunque amate i classici, affumicati o meno, e avete letto con piacere e profitto Mann e Dostoevskij, non tralasciate Augie March.

C’è spazio anche per una parentesi filosofica sulla libertà umana: 
Augie March combatte fin dall’infanzia contro la cattiva abitudine di amici, parenti e conoscenti di decidere in vece sua il suo destino, mediante ricatti, pressioni e blandizie di ogni genere. La nonna acquisita, i datori di lavoro, le fidanzate e i loro genitori, il fratello, perfino uno pseudo scienziato pazzo; tutti tentano in qualche modo di incatenarlo al loro carro, piegandolo alle proprie velleità di ricchezza, potere, gloria e piacere. Augie March è a suo modo l’icona di un’umanità refrattaria alle convenzioni sociali e all’inconfessabile desiderio che ogni uomo ha di sottomettere tutti gli altri alla propria volontà. Perennemente in fuga dagli altri; facile preda di utopie e sogni di improbabili falansteri; amante contraddittorio della libertà assoluta e dei favori femminili, Augie March è l’emblema dell’uomo che cerca sé stesso, privo di certezze filosofiche e materiali, convinto contro ogni evidenza di poter scegliere come vivere.

C’è un’enorme potenza vitale in questo romanzo, un’abbondanza di sentimenti e di erotismo, una sensualità talmente marcata da avere dell’incredibile. C’è per contro il difetto - letterariamente grave, a mio giudizio - di cedere al desiderio del bene e di rifiutarsi di prendere sul serio gli aspetti peggiori e più dolorosi della vita, liquidandoli con sapide caricature, non di rado affettuose. E non si tratta di un esercizio di ironia o di pietà, ma proprio di un rifiuto categorico di mostrare il male e il dolore così come sono. A fine lettura, insomma, resta in bocca il sapore dolciastro delle commedie americane anni cinquanta, un senso di consolazione un po’ fasullo, anche se psicologicamente gradevole. Tutto il contrario di Shakespeare, per dirne uno, o di Tolstoj, capacissimi di schernire il male, ma mai disposti a tacerlo.
A parte questo, comunque, resto convinto che ci siano più pro che contro in questa lettura. In fondo anche a Raskol’nikov non va poi malaccio, tutto sommato, senza che questo trasformi Delitto e castigo in un romanzetto d’appendice.
   
Luca Tassinari
Esempio 1
"Ci vorrà ancora tempo" scrisse E.L. Doctorow "per valutare la profonda influenza che Bellow ha esercitato sugli scrittori della mia generazione. Io credo che sia stato l'anello che ha collegato la letteratura della generazione di Faulkner, Hemingway e Fitzgerald con gli scrittori che si sono affermati dopo la seconda guerra mondiale".
Premio Nobel per la letteratura nel 1976, Saul Bellow ne "Il re della pioggia" racconta la vicenda di Eugene Henderson, un americano che, giunto a cinquantacinque anni pieno di donne, di figli e di denaro, fugge nel cuore dell'Africa alla ricerca di verità elementari sul mondo e su stesso: ne emerge un ritratto fortemente comico, ma insieme inedito e corrosivo, del tradizionale "innocente" americano, a formare un classico della letteratura di tutti i tempi. 

James Atlas, La vita di Saul Bellow,
Mondadori 2003



Premio Nobel nel 1976, l'autore di La vittima, Herzog e Il dono di Humbolt è sempre stato un personaggio controverso e affascinante, sebbene non facile per amici e famigliari, né, certo, per intellettuali e letterati, dei quali sì era pronto ad accettare gli elogi ma, quasi mai, le critiche.
James Atlas ci offre di Bellow uno stupefacente, aggiornatissimo ritratto. "Il mio soggetto," ha scritto nel 1999 "diffidente per natura, dopo anni di elaborati dico-e-non-dico mi permise alla fine di utilizzare le sue carte private e di citarne brani (dietro sua approvazione), e mi concesse alcune sporadiche interviste." 
Più giovane di una generazione, Atlas condivide con l'autore di cui racconta la vita il background culturale e sociale nonché l'origine ebraica. Indaga perciò con curiosità e passione il modo in cui il figlio di immigrati ebrei russi è diventato un autore di fama internazionale: racconta i primi anni a Montréal, il trasferimento a Chicago e l'infanzia passata a leggere libri, la relazione conflittuale con il padre autoritario e i fratelli più grandi, la morte prematura della madre. Descrive con piglio brillante la tempestosa e mobilissima vita sentimentale di Bellow: i suoi cinque matrimoni e i conseguenti costosi divorzi, gli amori con altre donne, gli intensi e fruttuosi rapporti con editori, intellettuali e amici, le prese di posizione nel campo dell'arte e della politica. Svela l'identità di molti personaggi che hanno avuto a che fare con Bellow sia nella vita pubblica che in quella privata e dei quali lo scrittore, il cui acume psicologico è pari a un esilarante senso dell'umorismo, ha creato ritratti memorabili che popolano i suoi romanzi, spesso fortemente autobiografici.
Bellow sosteneva di non essere ancora pronto per un bilancio della sua vita, atteggiamento comprensibile in un settantaquattrenne vigoroso. Alla fine il libro è stato, per dirla con le parole di Bellow, "né autorizzato né non autorizzato". 


Le avventure di Augie March rappresenta senza dubbio una delle vette della produzione romanzesca di Saul Bellow. In una indimenticabile Chicago anni Venti Augie, costretto ai margini della società, si ingegna in tutti i modi a sopravvivere passando da un mestiere all'altro. Con la partenza per il Messico inizia la sua picaresca avventura nel mondo; un viaggio rivelatore, fatto di mille avventure e inaspettati incontri, in cui anche le vicende belliche diventeranno un'occasione per scoprire le verità più riposte dell'esistenza umana. 


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