Marco Belpoliti, Crolli, Einaudi, Torino 2005
Ultimamente leggere libri e libercoli d'argomento letterario usciti
dalle patrie accademie è un esercizio non privo di qualche
connotazione masochistica. Dalle cattedre che furono di Anceschi, di
Cases, di Contini, di Guglielmi (Guido, ovviamente) si levano alti lai
sulla morte acclarata o prossima ventura della letteratura e della
critica. Pare che i nostri chiarissimi professori siano in preda a una
sindrome millennaristica, apocalittica.
Può succedere però che, tra un Luperini dolente e un Lavagetto
sconsolato, càpiti tra le mani un breve e densissimo libretto di Marco
Belpoliti. Un libro dal titolo poco felice, Crolli, che a prima vista
sembrerebbe del tutto in linea con la corrente catastrofista
dominante, ma che in realtà se ne distacca decisamente.
Innanzitutto Belpoliti non entra neanche di striscio nell'annosa
questione della morte presunta di letteratura, critica, poesia, arte:
al contrario, per Belpoliti arte, letteratura e riflessione critica
sulle medesime e sul mondo non sono mai state tanto vitali, tanto che
proprio a loro dedica un intenso ragionamento che si protrae a ritmo
incalzante e sostenuto per centocinquanta pagine filate.
Il ragionamento in questione è semplicissimo, per nulla originale, ma
proprio per questo molto coinvolgente: ci sono due crolli
significativi nella storia recente dell'Occidente, quello del muro di
Berlino e quello delle Twin Towers si New York. Il primo fu una festa
globale diffusa a reti unificate in tutto il mondo, caratterizzata da
danze propriziatorie sui resti del muro, affratellamenti gioiosi fra
gli abitanti delle due sponde, commercio festoso delle macerie. Il
secondo fu una catastrofe globale, ugualmente amplificata e diffusa
dai media in tutti gli angoli della terra. Le macerie di quella
tragedia, a differenza di quelle del muro di Berlino, sono state
occultate in discariche remote, in segno di lutto e di vergogna.
Partendo dalla differenza simbolica di questi due eventi, Belpoliti
intavola un discorso serrato sul significato dei crolli nella cultura
occidentale del secondo dopoguerra. Discorso che parte dalla
cosiddetta "realtà" (Berlino, New York) per addentrarsi ben presto
nella sua rappresentazione ad opera dell'arte e della letteratura.
Belpoliti "rilegge" le opere dell'ultimo decennio del Novecento come
testimonianze di una percezione consapevole del ruolo del "crollo" e
delle macerie nella cultura occidentale, senza indulgere alla
tentazione di considerarle profezie del presente. Molto suggestiva, ad
esempio, la rilettura in questi termini dell'opera di Don DeLillo, e
in particolare di Underworld e di Mao II.
Quello di Belpoliti è un resoconto della vitalità artistica degli
ultimi anni e della capacità dell'arte di cogliere lo "spirito dei
tempi" e di anticiparne le mosse. Un resoconto redatto con piglio
annalistico, con l'intento di registrare eventi mirabili e degni di
nota limitando al minimo i commenti, più documentario d'autore che
saggio critico.
Questa assenza di derive gnomiche o didascaliche è un motivo in più
per apprezzare questo libretto, raro esempio di saggio dedicato a fare
il punto più che a trarre conclusioni, a fornire al lettore strumenti
interpretativi più che a consegnargli interpretazioni preconfezionate.
A fine lettura resta la sensazione difficilmente argomentabile di aver
letto un libro importante, un piccolo libretto che non potrà essere
dimenticato troppo in fretta.
Luca Tassinari