Benjamin Walter - Il dramma barocco tedesco - Einaudi, Torino, pp.300, £36.000 Trad. Flavio Cuniberto 

  
 È uscita da poco presso i tipi dell'editore Einaudi, nella collana "Biblioteca Einaudi", la ristampa, per la gioia dei numerosi benjaminiani della prima e ultima ora,  de "Il dramma barocco tedesco" di Walter Benjamin. Codesta nuova fatica editoriale della casa meneghino-torinese si fregia di offrire ai suddetti numerosi una nuova introduzione e una altrettanto inedita traduzione che si ritengono, a quanto pare,  senza dubbio urgenti e migliori di quelle gloriose che impegnarono rispettivamente Cases e Filippini oramai molti anni or sono, e che uscirono per l'altrettanto gloriosa collana "Piccola Biblioteca Einaudi" (rivoluzionata anch'essa da poco e rivestita di un colore argento metallizzato che, più che evocare la copertina di un libro  ah, il vecchio biancolatteo Einaudi!, ricorda il catalogo di una casa automobilistica). L'oneroso e onorevole compito di sostituire l'accoppiata Cases-Filippini veniva affidato a Schiavoni (di cui si ricorda Walter Benjamin. Sopravvivere alla cultura, pubblicato nell'80, pregevolissimo, va detto, nell'esposizione, e ricco di spunti e intuizioni) per quanto concerne l'introduzione, e a Flavio Cuniberto per la traduzione dell'ardita prosa benjaminiana (così recita, con la consueta sobrietà del genere, il retro di copertina: "La nuova traduzione del testo, presentata da questa edizione, consente al lettore di apprezzare ancora meglio l'arditezza speculativa e la ricchezza dei piani di lettura").
 Vediamo nella fattispecie in cosa consiste questa fatidica "Nuova Edizione".
L'introduzione di Schiavoni è divisa sommariamente in due parti. La prima tedia il lettore con aneddoti della vita di Benjamin risalenti agli anni '23 -'26 , quando il Nostro era in attesa di una risposta da parte dei professori dell'università di Francoforte che dovevano valutare il suo lavoro, presentato come tema per l'abilitazione accademica. Ora, presupposto che gli indizi biografici servano in qualche modo a spiegare l'opera -   approccio che, si sa, è a dir poco sviante - ci si chiede perché Schiavoni si concentri sulle lettere più noiose e insignificanti invece che prendere in considerazione quelle che potevano illuminare significativamente la genesi del libro. Mi riferisco ai carteggi con Hofmannstahl, con Schmitt e con Rang in particolare. L'unico risultato della fatica biografico-filologica dello Schiavoni è di averci brillantemente dimostrato che imbrogli e incompetenze da parte dei comitati accademici non sono una cosa nuova, ma una consuetudine già affermatasi nella Germania anni '20 .
La seconda parte dell'introduzione è, ahimè, ancora più deludente. Infatti Schiavoni  non solo riesce a dire molto meno rispetto al bel capitolo dedicato al "Dramma barocco" contenuto nel suo libro succitato del lontano '80, ma da buon reazionario di sinistra si prende delle precauzioni nei confronti delle ormai più pacifiche acquisizioni della critica benjaminiana. Voglio dire, gli sarebbe bastato leggere Jacob Taubes, da lui stesso citato, il quale nell'83 erano ormai anni che andava sostenendo l'intimo legame che univa Benjamin a Schmitt. Ma lasciando perdere il Taubes e altre critiche targate anni '80 , armate ancora di un linguaggio da guerra fredda, sarebbe ormai il tempo di un nuovo approccio critico al testo benjaminiano che mettesse bene in luce quale fosse l'influsso di uno dei più lucidi e discussi scienziati della politica del novecento su uno dei più originali e influenti filosofi del novecento. Non posso qui entrare nel merito della questione, allettante forse solo per gli specialisti  della materia; basti solo dire che un debito teorico ammesso senza problemi dallo stesso Benjamin nei confronti di Schmitt, che si sviluppa per buona parte del primo capitolo del "Dramma barocco", è liquidato da Schiavoni  con una nota a piè di pagina, dove timidamente si insinua che "non è da escludere che Benjamin abbia fatto ricorso alle teorie schmittiane  per una forma di captatio benevolentiae nei confronti del professor Schultz, del quale conosceva gli orientamenti conservatori".  
Per quanto riguarda il resto dell'introduzione, non c'è nulla di nuovo rispetto a quello che già si sapeva da molto tempo e che, a mio avviso, aveva già e meglio spiegato Cases nell'introduzione del '71 : dalla proverbiale difficoltà della premessa (al lettore non è risparmiato per la milionesima volta il famoso commento di Scholem), alla altrettanto proverbiale impossibilità di tradurre il termine "Trauerspiel" e di spiegare il concetto di "Ursprung". Dall'immancabile aforisma warburghiano al Kunstwollen riegliano. Dai dimenticati autori barocchi  non si dimentica mai di dimenticarli da trent'anni  , all'allegorica teoria dell'avanguardia  ma quale avanguardia? Si dica almeno che Benjamin aveva in forte antipatia l'espressionismo letterario!  Al lettore, insomma, non sono state risparmiate le "classiche" tappe dell'interpretazione benjaminiana che, Dio me ne scampi, non intendo confutare; ma allora non si capisce perché si sia mandato in pensione il buon Cases quando Schiavoni, pur avendo tutte le capacità di farlo, non sembra abbia avuto la voglia di superare le fatiche del predecessore.
Le cose non migliorano per nulla, anzi si imbruttiscono ulteriormente se, una volta superato lo scolio schiavoniano, ci si imbarca nella traduzione di Cuniberto.
Fra gravi errori, che un'ortodossa professoressa liceale definirebbe "di distrazione", fra discutibili scelte stilistiche e alcuni grossolani abbagli nell'interpretazione del testo originale, l'inutilità, o addirittura la nocività della sbandierata "nuova edizione" erompe in tutta la sua portata.  Per non lanciare vaghe accuse mi limiterò a segnalare due errori di interpretazione lasciando perdere le scelte formali  come quella di sciogliere i lunghi, contorti ma affascinanti periodi benjaminiani con un dueppunti a capo; oppure di introdurre terminologie latine assolutamente assenti  nel testo originale. 
Un passo dal tedesco suona: " wenn nicht die Anmaßung sich dazwischen legte,  in einem enzyklopädischen Umfassen der Erkenntnisse der Wahrheit, die sprunglose Einheit bleibt, habhaft zu werden.". Il Filippini traduceva giustamente: "se non si mettesse di mezzo la presunzione di impadronirsi della verità abbracciando il tutto enciclopedico delle conoscenze della verità, la quale rimane un'unità esente da salti". Il Cuniberto invece traduce: "se non si insinuasse la pretesa di impadronirsi della verità attraverso un panorama enciclopedico di conoscenze inteso come unità senza salti". E come se non bastasse: "Die Form selbst, deren Leben nicht identisch mit dem von ihr bestimmter Werke ist", che ovviamente il Filippini traduceva: "La forma stessa, la cui vita non si identifica con quella delle opere che essa determina", il Cuniberto invece combina: "La forma stessa, la cui vita si identifica con quella delle opere che essa determina".
Agli studiosi e agli studenti che  hanno dimestichezza con i concetti di verità, forma e contenuto, ma soprattutto agli studiosi benjaminiani che hanno sudato sette camice sui famosi termini di "verità come unità e unicità esente da salti" e "forma stessa" che mai in Benjamin si identifica con l'opera determinata, questa nuova traduzione non può che far venire i brividi. Scandalizza soprattutto il fatto che nella nuova traduzione il libro sul Trauerspiel risulti effettivamente più "abbordabile". Cioè che la scelta editoriale sia stata per una traduzione che, semplificando e smussando la preziosa cesellatura dell'originale tedesco, rendesse il libro più "leggibile" ossia, alla fine, più vendibile. La domanda che sorge spontanea ed è addirittura sciocca nella sua falsa ingenuità è: se l'originale tedesco è di un'arditezza linguistica rara per un testo di filosofia e rarissima per uno di critica letteraria, perché nella resa italiana dovrebbe risultare meno ardito, se non oscuro in molti suoi punti? Perché un testo dev'essere per forza "leggibile" e di facile comprensione?

Ma, al di là delle personali lance spezzate pro Filippini  invito vivamente gli interessati ad acquistare la vecchia gloriosa traduzione nella collana PBE Einaudi e lasciar perdere la nuova, per la quale ci si sarebbe almeno dovuti prendere la briga di rivedere il titolo scrivendo più semplicemente e correttamente "Origini del dramma tedesco" tutto ciò non può che spingere a riflettere su quanto discutibile sia il lavoro di aggiornamento per le "nuove edizioni", se questi cosiddetti aggiornamenti altro non sono che vulgate, e sul fatto che spesso e volentieri sotto questi specchietti per le allodole si nascondono proprio vecchie edizioni camuffate. Solitamente il camuffamento comincia denunciando che la vecchia edizione sia in qualche modo "datata". Ma che s'intende, propriamente con "datata"? Forse il fatto che un'edizione precedente ("datata", appunto), gelosa custode nel suo ostico linguaggio dell'aura del grande pensiero, necessiti di una revisione che la metta "al passo coi tempi" e cioè faccia dell'indigesto originale (forse anch'esso un po' "datato") un piatto da tavola calda, mordi e fuggi, appetitoso per ogni palato, digeribile per ogni stomaco  tanto meno "datata" sarà dunque quell'edizione che invece di appesantire la digestione con un antipasto troppo ricco di aggiornamenti della ricerca critica, ci presenti un'introduzione premasticata, un bolo alimentare, una vecchia premessa passata per il rumine della riscrittura. Oppure si fa riferimento alla data di scadenza apposta sul retro di copertina. In questo caso sarebbe auspicabile introdurre incentivi sulla rottamazione dei libri come ce ne sono su quella delle automobili (e dei motorini): vogliamo un mondo di libri catalizzati, depurati da ogni difficoltà di comprensione!
 Ulrico Veneziani
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dal 21 settembre 2001
Esempio 1
Ai funerali di Hannah Arendt, Hans Jonas diede un'immagine precisa di questa vecchia esule ebrea con una piccola frase: "Hannah aveva il genio dell'amicizia". E in effetti molti degli scritti della Arendt vivono di amicizia, del ricordo di amicizie spezzate o impedite dall'avanzare della barbarie. Così, tra ricordi e pensieri, aneddoti e ipotesi interpretative, in questo testo dedicato all'amico Walter Benjamm, si disegna la storia di un'intensa amicizia, in cui l'intimità degli affetti si ricompone con gli eventi della Storia, dando vita a una rinnovata unità tra la responsabilità che nasce dal testimoniare il passaggio di un'esistenza eccezionale e la necessità di dar conto dei segni vergati dagli eventi inesorabili del mondo. 

Nel discorso pronunciato a Francoforte in occasione del Premio Adorno, il 22 settembre 2001, Jacques Derrida prese spunto da un sogno che Walter Benjamin raccontò per lettera alla moglie di Adorno per affrontare l'antico problema dei rapporti tra il sogno e la veglia: è possibile parlare del sogno senza sottomettersi al dominio della veglia? Muovendo da questo problema gnoseologico Derrida si avvicina a questioni di scottante attualità politica: l'estraneità dell'esperienza onirica diventa quella dello straniero, e riconoscerne l'irriducibilità significa garantire i diritti dell'altro, compito fondamentale di un nuovo illuminismo che ammetta la possibilità di un discorso filosofico "marginale", "minoritario" e "sognatore". 

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