E' globale. Il suo umore ha un costante colore bigio, livido, cinerino, violaceo, penitenziale e spavaldo. Coerente fino allo spasimo nella confessione puntigliosa dei suoi odii, Cioran ha già previsto tutto il peggio e perciò, in materia di sventure, disillusioni e distruzioni, non corre rischi (...). Rappresentando
la quintessenza del pensiero negativo e antiprogressivo, impersonandolo senza incertezze e senza ironia, Cioran è molto prevedibile. La sua regola,
infatti, è questa: egli dirà, a proposito di qualunque argomento, la frase più pessimista che si possa concepire (...)".

Alfonso Berardinelli, Stili dell'estremismo, Editori Riuniti, 2001

<<< Vedi di Cioran la pagina web che questo sito gli ha dedicato:in francese.

Alfonso Berardinelli - Autoritratto Italiano - Donzelli 1998


Un pomeriggio di mutua più che piacevole con questa antologia curata da
Alfonso Berardinelli - che sto cominciando a considerare una garanzia di buon senso e chiarezza (ricordo con affetto una sua stroncatura di Cioran). (vedi box)
L'obiettivo è di fotografare l'evoluzione dell'Italia nel dopoguerra
attraverso una scelta di testi , breve, eclettica ed originale (e ovviamente a
tratti discutibile). Altrettanto importante è la discussione su cosa voglia
dire essere italiani: c'è poco ottimismo ma manca anche l'odio anti-italiano
alla Longanesi-Flaiano. Niente narrativa: saggistica, giornalismo, prefazioni, aforismi, elzeviri.

Prima Parte, sul passaggio dal fascismo alla repubblica. Una violenta pagina
di diario di Elsa Morante sulla morte di Mussolini; due brani su Carlo Levi,
terribile quello sulla piccola borghesia dei ministeri; tre smaglianti aforismi di Umberto Saba; lo splendido pezzo di Mario Praz sull'ubriaco di Piazza Giulia, conferma che quando vuole il vecchio collezionista di anticaglie è un narratore; una tirata di Savinio contro il dannunzianesimo; un grandioso saggio di Nicola Chiaromonte sul ruolo della Chiesa Cattolica, attraverso il ritratto di un suo amico di scuola gesuita.

Seconda Parte, sui cambiamenti degli anni 50 e 60. Un breve e bizzarro affondo di Antonio Delfini sulla possibilità di scrivere romanzi sugli italiani d'oggi; un lungo saggio di Carlo Emilio Gadda sulla crescita urbana, che arpeggia stilisticamente ma ci dice tutto il necessario; un elzeviro di Montale sulla scomparsa della conversazione sostituita dal dibattito; Giorgio Bocca descrive la Vigevano del Boom e Goffredo Fofi la Torino dell'immigrazione meridionale; infine un saggio di Ernesto Galli della Loggia sulle ideologie del dopoguerra.
Terza Parte, la mutazione genetica degli italiani, incentrata su Pasolini, presente con due violenti pezzi estremamente sessuali sulla degenerazione fisica e morale degli italiani; sullo stesso tema Raffaele La Capria, ma più lirico e incentrato sulla natura ed il mare di Napoli; una spaventata riflessione di Giulio Bollati sulla decadenza intellettuale del dopoguerra, ispirata da una conversazione con Calvino; un graffiante pezzo di Garboli su Tartufo come emblema dell'intellettuale italiano, ispirato dalla vicenda di Verdiglione; un elzeviro di Ceronetti sull'inesistenza della patria italiana; due brani apocalittico-satirici di Piergiorgio Bellocchio. Splendida sorpresa La Capria; Bocca e Fofi ci ricordano che un tempo non erano vecchi tromboni; rileggere Chiaromonte; dispiacere per il fatto che i gusti letterari di Garboli siano così lontani dai miei. Persino il saggio di Ernesto Galli della Loggia (che io disprezzo profondamente) è sorprendentemente sensato e moderato: soffre solo per la legnosità stilistica, crudelmente messa in risalto dai maestri del linguaggio che lo circondano.

Alcuni temi forti: dal saggio di Chiaromonte appare una Chiesa forte ed immutabile, che poi si rivela debole e secondaria nei successivi interventi di Galli della Loggia e Pasolini; molta enfasi sui mutamenti fisici dell'Italia, sia delle città che della campagna; la scomparsa del popolo italiano, della plebe, ancora vivissima in Praz, Levi e Gadda, in rapida trasformazione in Bocca e Fofi, morente in Pasolini e sterminata nell'apocalisse onirica di Bellocchio che chiude l'antologia.
Il rimpianto che Berardinelli abbia preferito l'intensità alla quantità: questo breve libro è quanto resta di un progetto molto più ampio, di centinaia di pagine. Una cosa del genere sono i tre volumi sui Luoghi della Memoria (Laterza) curati da Mario Isnenghi, che affrontano la storia d'Italia dal Risorgimento attraverso il ricordo degli avvenimenti cruciali.
Un ultima considerazione: una serie di scrittori più o meno grandi che
affrontano la realtà italiana, uscendone spesso vincitori. Oggi, l'impressione che ciò non accada più. Ma è vero o è solo un'impressione? Non sarà che il discorso o il racconto intelligente ha abbandonato i luoghi ovvi di un tempo, certi giornali o riviste (provato a leggere l'Espresso ultimame nte)? Oppure la difficoltà di riconoscere il talento se non il genio nei nostri contemporanei? Benchè alcuni degli autori siano ancora vivi ed attivi, sono tutti di una certa età e richiamano stagioni passate. Chi c'è oggi all'altezza?

Moritz Benedikt

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LA  FRASE
dal 26 sett. 2002
Esempio 1
recensioni di Deidier, R. L'Indice del 1999, n. 07


"Mi sono accorto tardi di essere italiano", scrive Berardinelli ad apertura di questo Autoritratto italiano, dove racchiude scritture eterogenee per forma e destinazione.E in realtà, oltre il facile alibi tematico, questo volume si configura come qualcosa di ben diverso da un’antologia ideale di scritti, lettere, diari, interventi sul tema dell’identità nazionale, a partire dal dopoguerra fino ai nostri giorni.Il solo filo rosso, in grado di legare tempi e posizioni così diversi (dalle riflessioni, in epoca post-fascista, di Carlo Levi, di Saba, di Nicola Chiaromonte, alla visione – ora ironica e disincantata, ora drammatica – dell’urbanesimo dilagante, fino allo stallo del processo di "mutazione antropologica" descritto da Pasolini, alla dispersione ideologica, all’individualismo carrieristico fine a se stesso), è, nell’ottica di Berardinelli, la latitanza del concetto e dell’immagine di "patria", oggetto definibile, qui da noi, solo in assenza.

Condizionato dal fenomeno Pasolini, che era riuscito a tracciare un disegno del paesaggio italiano più attendibile di quello offerto dalla sociologia e dalla statistica, l’antologista decide di fare la strada inversa rispetto a quelle scienze e pone il fare letterario come metro di conoscenza ugualmente valido, sotto la patina abusata dell’invenzione e della fantasia. La letteratura (una letteratura intesa forse in senso troppo ampio e sfumato, fino ad abbracciare la storiografia, la saggistica, il reportage, il giornalismo propriamente intesi, ben oltre qualsiasi ipotesi di mera creatività; basti ricordare, tra gli autori presenti, Galli della Loggia e Giorgio Bocca) si affranca dalla vulgata che la vuole terreno della mimesi e dell’occultamento.

Non più "rabdomanti ciechi", gli scrittori si offrono quali principali testimoni di un secondo Novecento molto critico, colto in tre momenti di svolta e di sviluppo particolarmente pregnanti per definire la possibilità – o l’impossibilità – di dedurne la presenza di una popolarità diffusa, intesa proprio come carattere, genus, peculiarità che si contiene entro determinati confini e informa di sé un intero territorio.L’immediato dopoguerra, con i suoi entusiasmi e con il conseguente ripensamento del regime e del suo avvento, è rappresentato dal giudizio severo di Elsa Morante ("un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo Mussolini"), per cui l’informità del "popolo" si sarebbe resa complice delle soppressioni delle libertà, nonché dalla sostanziale estraneità del concetto di Stato rispetto ai suoi luoghi più periferici (la Lucania di Carlo Levi).Non a caso questa appare la sezione più importante del libro, poiché contiene in sé i germi di quella futura mutazione e di quel futuro disfacimento del trasformismo postmoderno, nell’esasperato "tartufismo" (Garboli) di tutta una classe dirigente: per la costruzione di una società nuova non basta – scriveva Saba tra ironia e utopia – "l’amore intelligente del nostro paese", né la sola "volontà di potenza".Eil petto del Duce era, esemplarmente, "spinto troppo in fuori".

"Come reperto- rio di belle frasi tutte terribili Cioran non teme confronti. La sua maldicenza è inflessibile e soddisfatta.
Alfonso Berardinelli
"Questo estremismo pensa sempre un po' troppo in grande e non ci permette di vedere meglio dove è ambientato... Potrei anche definirlo un'enfasi del pensare, che sceglie per il pensiero scenari mitologici, dove si riceve il messaggio assoluto o si consumano le violenze decisive della storia e del fato." (Alfonso Berardinelli). 

Un pamphlet che si pone un obiettivo volutamente grandissimo, rischioso: cercare di dire "il punto in cui siamo", lo stato dell'arte del mondo contemporaneo. Berardinelli lo fa prendendo spunto da tre parole-chiave: Autonomia, Benessere, Catastrofe, che riassumono a suo avviso l'intera società attuale. Una critica del sociale che ha l'obiettivo di creare un ritratto del mondo contemporaneo - dall'11 settembre ai Simpson, dai fitness center all'urgenza di spiritualità, dall'avanzata della tecnologia alle degenerazioni delle "culture di bandiera" - che ne sottolinei complessità, promesse, limiti e contraddizioni. 
<<< Vedi anche dello stesso autore una lettura di Stili dell'estremismo
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