E' globale. Il suo umore ha un costante colore bigio, livido, cinerino, violaceo, penitenziale e spavaldo. Coerente fino allo spasimo nella confessione puntigliosa dei suoi odii, Cioran ha già previsto tutto il peggio e perciò, in materia di sventure, disillusioni e distruzioni, non corre rischi (...). Rappresentando
la quintessenza del pensiero negativo e antiprogressivo, impersonandolo senza incertezze e senza ironia, Cioran è molto prevedibile. La sua regola,
infatti, è questa: egli dirà, a proposito di qualunque argomento, la frase più pessimista che si possa concepire (...)".

Alfonso Berardinelli, Stili dell'estremismo, Editori Riuniti, 2001, pag,121

<<< Vedi di Cioran la pagina web che questo sito gli ha dedicato:in francese.

E' globale. Il suo umore ha un costante colore bigio, livido, cinerino, violaceo, penitenziale e spavaldo. Coerente fino allo spasimo nella confessione puntigliosa dei suoi odii, Cioran ha già previsto tutto il peggio e perciò, in materia di sventure, disillusioni e distruzioni, non corre rischi (...). Rappresentando
la quintessenza del pensiero negativo e antiprogressivo, impersonandolo senza incertezze e senza ironia, Cioran è molto prevedibile. La sua regola,
infatti, è questa: egli dirà, a proposito di qualunque argomento, la frase più pessimista che si possa concepire (...)".

Alfonso Berardinelli, Stili dell'estremismo, Editori Riuniti, 2001, pag,121

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Alfonso Berardinelli - Stili dell'estremismo - Editori Riuniti, Roma 2001
 
La critica è una delle forme in cui l'intelligenza ha scelto di abitare il mondo. Sarei tentato di dire che  è una delle forrme più alte perché venendo après coups, a cose fatte, spesso decide delle stesse cose  e dell'intelligenza medesima. Ma evidentemente non è così: quel "venire dopo"  denuncia anche la sua condizione di sussidiarierà, di saprofitismo direi quasi. Non di subalternità, però. Se insomma ha bisogno che le cose accadano perché essa stessa possa vivere, talora mostra  alle cose la loro vera essenza, che esse sconoscono evidentemente, e indica a tutti la direzione che esse avrebbero potuto prendere in un "mondo altro".
Questo essere intelligenza di secondo grado, non sorgiva, mediata e non immediata, nulla toglie però alla sua ragion d'essere. Anzi è il suo "proprio", la sua forza. Le tre "P" di Baudelaire sono poi i suoi attributi necessari. La critica deve essere: passionnéepartialepolitique. Lungi dal mostrarsi  imparziale o obiettiva essa si deve sporcare le mani, scambiarsi con le cose del mondo, di questo mondo. La parzialità è poi quel ristretto angolo visuale dal quale si scopre il maggior arco d'orizzonte.

Questi pensieri ruminavo  leggendo  il libro molto bello e molto vero di Alfonso Berardinelli dove quelle condizioni baudelairiane sono del tutto soddisfatte. Libro  che a pagine chiuse mi è sembrato una delle critiche più intelligenti dello stile intellettuale "profondista" ed estremo che ha afflitto il '900 e un abbozzo di catalogo  di molte intelligenze, cui certo molte altre si potrebbero aggiungere, che quello stile hanno adottato. 

Non farò pertanto un resconto in stile di recensione, perché qualsiasi  sinossi e   interpretazione non gioverebbe  alla comprensione piena del libro. Rimanderei piuttosto alla sua lettura, che mi sembra la cosa più necessaria da fare. Qui di seguito raccoglierò solo alcuni brani che ho sottolineato a matita sulla mia copia, letta con rapimento e piena soddisfazione intellettuale (evidentemente perché il libro di Berardinelli era in me ancora prima che venisse scritto).

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
 Darò in tondo  il testo prelevato dal libro, in carattere corsivo  le parafrasi e i raccordi.

Il titolo del libro non è un invito al pensiero conformista.  Quello che mi interessa è mostrare che l'estremismo più che essere audacia e coraggio intellettuale è diventato ad un certo punto del Novecento rigidità e cifra stilistica, forma estetica, linguaggio che paralizza e svuota il pensiero dei suoi oggetti e contenuti reali. Dagli anni Cinquanta in avanti lo stile estremista è diventato norma e moda accademica. Non si trattava più di un modo per scandalizzare il pubblico e sfidare la critica, un modo per essere coerentemente fedeli a se stessi o alla realtà rischiando l'ostracismo e l'insuccesso: si trattava ormai del modo più sicuro di attirare l'attenzione distratta dei mass media e farsi rapidamente accettare. [...]

 L'avanguardia è diventata tradizionalismo. Persino la teoria (o la terminologia ) marxista ha finito per subire questo trattamento, sopravvivendo più come autorità e dogma, coerenza stilistica, suggestione formale che forma di conoscenza. Certo lo stile estremista è richiesto da ogni arte o teoria davvero originali. E nel caso del Novecento è stato giustificato talora dalla crudezza della contesa intellettuale in atto. Tuttavia  a partire dal 1930  le avanguardie esauriscono  la loro carica inventiva [...] Si accentua la stilizzazione: che da nevrotica o drammatica diventa accademica. Gli stili dell'estremisco (retorica dell'oltranza, gergo dell'ontologia, coerenza teorica a scapito dei fatti ecc.) si sono diffusi creando fenomeni che fanno opensare ad una vera e propria patologia del linguaggio.

Berardinelli osserva tutto ciò su alcune personalità del nostro panorama intellettuale italiano, allargando l'angolo visuale su figure di spicco della cultura europea. A partire da alcuni "carotaggi" su delle specifiche opere degli autori "estremisti" tratteggiati e delle loro "metafore ossessive" (nozione di C. Mauron) ne vengono fuori i "medaglioni" dei seguenti intellettual: Franco Fortini, Elémire Zolla, Roberto Calasso, Mario Tronti, Martin Heidegger, Emanuele Severino, Jacques Derrida, Emile Cioran. Darò di seguito solo un abrégé del ritratto di Franco Fortini, perché è uno degli scritti di questo libro che più mi hanno impressionato.









 
 






 




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Su Emile Cioran
dal 26 sett. 2002
Esempio 1
"Come reperto- rio di belle frasi tutte terribili Cioran non teme confronti. La sua maldicenza è inflessibile e soddisfatta.
Alfonso Berardinelli
Un pamphlet che si pone un obiettivo volutamente grandissimo, rischioso: cercare di dire "il punto in cui siamo", lo stato dell'arte del mondo contemporaneo. Berardinelli lo fa prendendo spunto da tre parole-chiave: Autonomia, Benessere, Catastrofe, che riassumono a suo avviso l'intera società attuale. Una critica del sociale che ha l'obiettivo di creare un ritratto del mondo contemporaneo - dall'11 settembre ai Simpson, dai fitness center all'urgenza di spiritualità, dall'avanzata della tecnologia alle degenerazioni delle "culture di bandiera" - che ne sottolinei complessità, promesse, limiti e contraddizioni. 


Franco Fortini
Figura centrale dell'intellighenzia di sinistra italiana. Ha esercitato un'influenza varia e ramificata per circa un ventennio (fine anni 50- fine anni 70) sulla scena italiana costituendo il punto di riferimento e l'ispiratore della Nuova sinistra italiana. Coniugando Marx con Goethe e con Kafka ma collegandosi ai diversi tipi di eresia  marxista apparse in un Europa dopo Marx, il  cui magistero  resta centrale nella sua esperienza intellettuale, Fortini ha voluto essere il letterato dell'epoca 
delle rivoluzioni proletarie, che non scrive una riga e non pensa un pensiero senza ricordare il primato della politica e la sovranità della storia. Ancora nel 1989 Fortini ribadisce la sua idea di comunismo. Provocatorio nella su fedeltà a un'idea assai difficile, in quel momento, da giustificare e da spiegare, Fortini si impegna in uno dei suoi strenui esercizi dialettici, dove a forza di precisazioni scarnificanti l'oggetto da definire diventa perfetto e invisibile. Poeta di formazione ermetica Fortini ha elevato in tutta la sua opera un altare di lugubre e tormentosa devozione barocca alle idee di guerra, guerra di classe, antagonismo, conflitto, contraddizione. Il clima di tutta la sua saggistica è il clima di un duro inverno bellico.  [...] La riflessione politica di Fortini è la riflessione di un poeta lirico: di un uomo che non riesce a raccontarci una storia, ma torna a riproporrci con circolare ossessività le stesse idee e le stesse figure. Berardinelli sottopone a dura critica non già la nozione di comunismo ma quella che ne aveva Fortini e che aveva ribadito in Non solo oggi. Cinquantanove voci, Editori Riuniti, 1991.
Come ogni eretico, Fortini è, in rapporto alla tradizione marxista, un super-ortodosso. La sua aspirazione è sempre stata di mostrarsi, di fronte ai sacerdoti e ai tribunali dell'ortodossia marxista, più fedele ancora di loro, più inventivamente e culturalmente dotato per assolevere il compito, molto delicato e impegnativo, di tenere in vita la lettera e lo spirito della dottrina. [...] Fortini è uno degli ultimi esempi, credo, di una serie di intellettuali europei che hanno sacrificato tutto il loro fantasioso e geniale acume di critico al culto di una sostanziale ortodossia. [...] Direi che l'estremismo manieristico di Fortini è dovuto soprattutto alla sua diligente fedeltà. In un certo senso è tanto più tenace quanto più è indiretto e mediato. La ricerca. la verifica di una «giusta posizione politica marxista» viene sublimata e sollevata con ripetuti rituali retorici nel cielo dell'indiscutibile. [...] Ogni volta, le lente, affilatissime ruote dentate del raginamento di Fortini si mettono in moto per ridurre tutto a materia della rivoluzione che verrà. Ma la sua è davvero la connotazione culturale di una ideologia politica? Cos'è davvero il suo comunismo? La definizione che ci offre Fortini  è in realtà un gesto pseudo- discorsivo , il calco vuoto di un discorso impossibile, l'inarcatura retorica che aspetta l'avvento di un avvento reale.
[...] Lo stile di Fortini è uno stile che si regge e lavora sui presupposti. Di qui le sue contrazioni e oscurità, il suo carattere allusivo, ellittico. Viene presupposto anzitutto un lettore che condivida con l'autore un'interpretazione hegeliana e marxista della storia umana, della cultura moderna e del penseiro sociale e politico. Nel suo immaginario culturale sovreccitato, da studente in gara, che ragiona per epoche e per grandi strategie, dentro l'enciclopedismo diligentemente aggiornato del suo sistema di allusioni, Fortini è un pensatore settario.

Pagina a cura di Alfio Squillaci

 Il nazismo innominabile

Alfonso Berardinelli, da Stili dell'estremismo
Editori Riuniti, Roma 2001, pp.94-98

Ci deve essere qualcosa negli ex nazisti non pentiti che affascina tanto gli intellettuali di sinistra italiani. Questo qualcosa è lo Stile: la stilizzazione altamente parodistica dell'intelligenza, l'esibizione coerente, apatica, senza flessioni e senza ripensamenti del proprio pensiero come prodotto di una intelligenza superiore. Il kitsch della potenza teoretica condensata in formule inestricabili e tautologiche.
E' un fatto certo che uomini come Ernst Jünger, Carl Schmitt e Martin Heidegger offrono questo. E sembrano sempre un poco (o molto ) superiori a i fatti. Non si sentono mai pentiti, loro. Non ci hanno mai fornito nessun utile, trasparente resoconto delle loro convinzioni e vicende politiche. Nel '33, il nazismo come «fatto dominante» li ha tremendamente affascinati, attratti e mobilitati. Ma poi, dopo il '45, come «fatto perdente», li ha annoiati ed è parso indegno di considerazioni ulteriori. Provare vergogna era qualcosa che superava nettamente le possibilità espressive del loro stile. [...] 
Il nazismo di Hediegger non è stato molto concreto. Il linguaggio del discorso per l'assunzione del rettorato di Friburgo nel 1933 è un capolavoro di «doppio gioco» filosofico-politico. I colleghi che lo spinsero ad accettare quella carica dovevano averlo capito: pochi altri sarebbero stati capaci come lui di mentire dicendo la verità, di ingannare in piena buona fede. Una vera truffa sia nei confronti degli studenti sia del partito al potere, perché non si capisce mai se chi parla esorta all'essenza della verità o esorta al nazionalsocialismo. [...] 
Mentre Jünger, Schmitt e Gottfied Benn si rendevano certamente conto (e si capisce dali loro scritti) di quello che stava accadendo in Germania, con Heidegger la questione è sempre più «profonda» e sfuggente. Nel suo linguaggio si possono far capire infinite cose, non dicendone mai precisamente nessuna (e lo dimostra la varietà multicolore degli esiti che l'heideggerismo ha avuto nei suoi numerosi seguaci. In quel linguaggio, non si capisce più la differenza fra leggere un libro e sparare contro qualcuno, fra un progetto di ricerca e una dichiarazione di guerra. Rispetto alla propaganda e alla pubblicità, siamo senza dubbio al polo opposto. Ripetitività ipnotica e vuotaggine, però, sono curiosamente analoghe.
La controversi che si è riaperta dopo la pubblicazione del libro di Victor Farias (Heidegger e il nazismo Bollati Boringhieri 1998)  e dopo le polemiche di Habermas, potrà anche durare a lungo. Dubito fortemente, però, che almeno in Italia si possa arrivare a un vero chiarimento. Buona parte dei filosofi italiani che hanno oggi fra i quaranta e i cinquant'anni sono più o meno heideggeriani e scrivono sui giornali più o meno comunisti o demcoratici. Nonostante questo, sembrano vergognarsi di essere considerati culturalmente dei comunisti o dei semplici democratici, e non desiderano altro che di poter mostrare uno stile superiore, che non teme le idee di destra e anzi le preferisce, senza peraltro tenere conto del legame che le idee di destra possono avere o hanno avuto con una politica di destra.


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(12 maggio, 2007) Corriere della Sera
 
 
RILETTURE Un saggio-ritratto mette in discussione i «mostri sacri» e le scuole letterarie del Novecento
 
L' intruso
Berardinelli, un critico contro «Tutti i miei no dal ' 68 a Fortini»
    
C' erano una volta i maestri. Oggi sono rari sia l' esercizio di ammirazione dei potenziali discepoli sia l' assiduità del magistero da parte di eventuali fratelli maggiori. Il libro su Alfonso Berardinelli, Il critico come intruso (Le Lettere, pagg. 248, 19.50), a cura di Emanuele Zinato, ce lo ricorda opportunamente. È un libro pieno di sollecitazioni e di materiali: la biografia intellettuale di Berardinelli ricostruita da Zinato (già ottimo curatore delle opere di Paolo Volponi), una lunga intervista-confessione al critico, una antologia di saggi dello stesso Berardinelli. Il titolo la dice lunga sulla posizione di marginalità (se non di intenzionale estraneità) occupata da Berardinelli nella critica italiana, perché illustra bene quanto il mantenersi ai margini possa significare libertà intellettuale e cioè quanto l' autosottrazione sistematica, forse più caratteriale che programmaticamente perseguita, alle corporazioni e alle etichette possa potenziare l' energia polemica. Il desiderio di rinunciare a qualunque tipo di allineamento (culturale, politico, persino aziendale: il rifiuto prima dell' università e poi dell' editoria), appunto, è il filo rosso che percorre la biografia di Berardinelli. L' adesione al ' 68 e il successivo distacco per non dire pentimento: «Quando anni dopo scoprii che all' Università tutti erano comunisti pur essendo figli della borghesia fui sorpreso. Mi sembrò falso (...). Il mio ' 68 è stato infelice anche per questo. Non c' era un leader che mi piacesse e di cui mi fidassi». Ma il momento più sofferto (e forse più produttivo per lui) di questa tenace tentazione centrifuga si lega al nome di un maestro: Franco Fortini, la stretta amicizia e poi la frattura, su cui Zinato, giustamente, insiste per mettere a fuoco un nodo del percorso di Berardinelli. Il quale, trentenne, nel ' 73, dedica a Fortini una monografia e comincia a collaborare con «Quaderni piacentini», il laboratorio polemico della sinistra alternativa cui Fortini aveva aderito agendo, volente o nolente, come uno dei «guru» più ascoltati dalle generazioni più giovani (non solo Berardinelli ma Goffredo Fofi, Grazia Cherchi, Piergiorgio Bellocchio). Ora Berardinelli ripercorre lucidamente quel difficile rapporto. Lo avvicinarono a Fortini alcuni punti di vista sullo stato della cultura italiana: per esempio, il rifiuto di ogni ambizione scientifica della critica letteraria in tempi di strutturalismo trionfante, ma anche la presa di distanza polemica rispetto al «progressismo parricida e neoavanguardista». Zinato ricorda che fu Fortini a polemizzare fin dai primi anni Sessanta con la convinzione vittoriniana secondo cui la letteratura procedeva per fasi progressive di «autosuperamento formale». Ma Fortini, specie nei primi anni Sessanta, era anche maestro di «mediazione ideologica» attraverso la forma del saggio «acuminato», polemico, comunicativo, «dialettico tra saperi scientifici e sapere comune, astrazione teorica ed esperienza». Viceversa, quel che Berardinelli non sopporta è il primato della politica su tutto, letteratura compresa. E parlando del clima degli anni Sessanta, ricorda: «Avere a che fare seriamente con la letteratura sembrava una specie di tradimento, di vizio morale, di imperdonabile debolezza psicologica (...)». E non senza ironia prosegue: «Lo stesso Fortini, che pure faceva del tutto per essere e per mostrarsi consapevole dello stato di emergenza e della situazione di lotta internazionale contro l' Imperialismo e il Capitalismo, veniva accusato di non essere un vero e coerente marxista rivoluzionario, ma tutt' al più un letterato piccolo-borghese tormentosamente (e inutilmente) scisso fra culto della Cultura e coscienza politica (...)». Alla fine però ciò che, negli anni Settanta avanzati, Berardinelli imputerà al suo maestro Fortini sarà esattamente il contrario: «Nonostante fosse un iperletterato, Fortini accettava che la letteratura venisse giudicata attraverso il marxismo mentre la letteratura non poteva giudicare il marxismo». È, secondo Berardinelli, quella stessa «diffidenza per la letteratura» che esprimerebbero i critici freudiani (Francesco Orlando) per il primato che assegnano, nei confronti del testo letterario, alla psicoanalisi. Marxismo e freudismo sono, secondo Berardinelli, «culture molto limitate» rispetto alla letteratura e non meritano di soverchiarla. Insomma, lo stesso Fortini che censurava le letture ortodosse o scientiste degli altri e che veniva rimproverato di insufficiente fede marxista, finiva per essere, per Berardinelli, un critico ideologico. Stesso discorso per altre «ortodossie», come quella strutturalista: la polemica contro la scuola di Cesare Segre, contro il metodo e la terminologia semiotica e le griglie didattiche che ne sono derivate. Salvo poi ribaltare il tavolo considerando che oggi «il problema non sono i metodi», anzi «se ne parla persino troppo poco». «Circola un' idea di critico-scrittore che sta diventando caricaturale - dice Berardinelli -. Tutti vogliono essere creativi e sentirsi artisti (...). Quando ho visto, alla fine degli anni Ottanta, che il problema non erano più gli strutturalisti e i logotecnocrati ma i critici "creativi", allora mi sono messo a prendere di mira Pietro Citati (che vorrebbe riscrivere enfaticamente tutti i classici) e a difendere Cesare Garboli, che invece è stato inflessibile nella fedeltà ai propri limiti e nel parlare esclusivamente degli autori che ama, conosce e capisce: l' opposto del critico universale e del critico accademico». Su questa strada, è ovvio che Berardinelli alle «auscultazioni» di Contini fedeli alla materialità del testo preferisce nettamente l' antispecialismo di Giacomo Debenedetti, lui sì modello mai ripudiato di critico-artista: «non è mai un ideologo che giudichi la letteratura da dimensioni culturali esterne alla letteratura». Né il «sapore metallico» degli iperspecialisti e dei marxisti, né la «consistenza cremosa» di Citati. Il «critico senza mestiere» Berardinelli non poteva che imboccare decisamente la strada che già aveva individuato sin dagli inizi: quella di un individualismo scontroso e un po' rompiscatole (l' esperienza, con Piergiorgio Bellocchio, della rivista a due «Diario»). In un intenso autoritratto dei cinquant' anni, posta tra i testi che compongono le sue «carte d' identità», Berardinelli individua un tratto peculiare dello scrittore moderno nel cominciare sempre da un «no» anche per dire «sì». È questa la sua natura di eterno intruso che osserva tutti ma non sta con nessuno. A parte, ogni tanto, i pochi intrusi come lui.
    
Paolo Di Stefano 
(12 maggio, 2007) Corriere della Sera 
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