Henri Bergson - Il riso (1900)
[Tra parentesi quadra il commento. NdR.]
È cosa serissima interrogarsi sul significato del riso, non foss'altro per capire che cos'è la serietà! Ne Il riso Bergson, volendo tentare una tale indagine, dice che il riso merita di essere compreso perché è una espressione della vita.
Interrogarsi sul riso è interrogarsi in verità su che cos'è la vita e in tutto il testo di Bergson andremo davvero a ritrovare ciò che aveva scritto fino a quel momento sul significato di "slancio vitale" e sull'interpretazione del fenomeno vivente, ossia il cuore della sua filosofia.
Bergson scrive nelle prime battute di questa dissertazione sul comico che nostro dovere è vedere in esso «prima di tutto qualcosa di vivente. Noi lo tratteremo, per quanto cosa leggera, con il rispetto dovuto alla vita». [Nel pensiero contemporaneo è spesso praticata un' opposizione: si dice che la vita è l'oggetto della biologia, perché è nella sua natura condurre un'indagine sulla materia vivente, come la fisica si occupa della materia inerte. La vita, in quanto coscienza, sentimento, prova di sé, è piuttosto una questione di fenomenologia. Ciò che è notevole in Bergson è che egli rifiuta questo dualismo. Vi è in tutto ciò che vive una coscienza latente, coscienza forse "addormentata" nelle specie vegetali, coscienza che si sveglia negli animali, ed esplode nell'uomo, coscienza in ogni cosa. Abbiamo tutto il diritto di evocare una sensibilità della pianta e il diritto di ritenere che questa sensibilità è identica alla nostra. Possiamo guardare a ciò che è vivente come cosciente e ciò che è cosciente come dato concreto del vivente. NdR].
La vita sembra darsi nel comico a una sorta di gioco con se stessa. La questione che pone allora Bergson è di sapere ciò che c'è di comune tra una buona battuta, una farsa, una buffoneria, un quiproquo da vaudeville (teatro leggero francese), una scena di commedia. Qual è “l'essenza” di base, sempre la stessa, alla quale tanti prodotti diversi traggono il loro discreto odore o il loro delicato profumo? Tuttavia Bergson rinuncia a dare del comico una definizione teorica: il suo obiettivo è piuttosto, attraverso un continuo contatto con l'esperienza del comico, acquisire «una conoscenza pratica e intima come quella che nasce da una lunga familiarità».
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1. Tre osservazioni preliminari
Bergson parte da tre osservazioni che ritiene assolutamente indispensabili per capire il comico:
a) Non vi è comico al di fuori di ciò che è veramente umano.
Questa proposizione deve essere intesa in modo preciso e accurato. Bergson scrive: «Un paesaggio può essere bello, grazioso, sublime, insignificante o brutto ma non sarà mai ridicolo. Si può ridere di un animale, ma perché lo abbiamo sorpreso in un atteggiamento umano, o una espressione umana». Bergson si concentra ben inteso sul riso dell' uomo, egli non solleva la questione se gli animali possano essere dotati di senso dell'umorismo. [Potremmo dire riportando la questione ai giorni e con i mezzi nostri che nel presentare un video amatoriale di un gatto che salta perché appeso al filo di un ventilatore, ridiamo, perché è tipicamente un caso di goffaggine, che fa ridere nei casi in cui capita all'uomo e che noi proiettiamo sull'animale, che allora diventa "ridicolo."NdR]. Non è molto esatto dire che l'uomo è un animale che sa ridere, o dire che il riso è il proprio dell'uomo; per essere più precisi, occorre dire che l'uomo è un animale che fa ridere, ed è proprio per somiglianza con l'umano, che tutto il resto fa ridere.
b) Il comico implica una qualche forma di insensibilità.
Il riso esplode facilmente in un'atmosfera tesa e raggelata. «L'indifferenza è il suo ambiente naturale. Il maggior nemico del riso è l'emozione». Si oppone naturalmente all'implicazione tragica della nostra anima rispetto a una situazione che ci viene dall'esperienza. In ogni caso, l'opposizione è netta. Bergson dice: «Non voglio dire che non possiamo ridere di una persona che ci ispira compassione, per esempio, o anche affetto: ma in tal caso sarà necessario che, per qualche istante, occorrerà dimenticare quell' affetto, far tacere la pietà». [È abbastanza singolare come si possa oscillare dalle vette del tragico al comico più esplosivo. È inoltre degno di nota che i più grandi artisti comici si riconoscono giustamente proprio da questo: la capacità di passare dal tragico, dal dramma, a questo scoppio di umorismo irresistibile. Buster Keaton non rideva mai. Charlie Chaplin rimaneva impassibile in viso mentre era alle prese con situazioni terribili, in estrema povertà, ad esempio ne La febbre dell'oro. Come se occorresse quasi piangere per ridere. NdR].
Bergson impiega nel testo la parola « sensibilità », e il suo contrario, in un significato patetico. Vuol dire che per ridere dobbiamo resistere all’identificazione (tipica del dramma), a quella identificazione che si produce con l'emozione e che rende lo spettacolo della vita un affare molto serio. L’identificazione fa sì che si venga presi dall’emozione e si finisca con il vedere « gli oggetti più leggeri prendere peso, e una tinta severa passare su tutte le cose». Il comico chiede questa “sdrammatizzazione”, appunto. « Il comico esige, per produrre il suo effetto, qualcosa che somigli ad una anestesia momentanea del cuore. Si rivolge alla pura intelligenza».
c) Il comico si sviluppa nell'ambito di una coscienza comune.
Conosciamo le matte risate che si propagano come per contagio. Bergson prende una posizione originale in tema sostenendo che il riso è una sorta di risonanza collettiva che implica in realtà «una complicità con altri che ridono, reali o immaginari». Il riso è “sociale” quanto “culturale”. Molti effetti comici sono intraducibili in un’altra lingua, perché «relativi ai costumi ed alle idee di una società particolare». XXXXXXXXXXXXXXXXXXX
Così Bergson perviene ad affermare che la più alta missione dell'arte è di farci scoprire la natura, di farci incontrare la realtà per mezzo della sensibilità. Se la nostra anima fosse completamente artista sarebbe in contatto con la realtà con tutti i sensi allo stesso tempo. Ciò vuole dire che la sensibilità estetica non si limiterebbe solo alle opere di arte. Potremmo percepire bellezza in qualsiasi cosa, se potessimo darci quest'apertura contemplativa della percezione.
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[Testo utilizzato: Henri Bergson, Il riso, SE, Milano 2002, a cura di Federica Sossi]
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