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   Thomas Bernhard - Perturbamento - Adelphi, Milano 1995

 Perturbamento non é, come scrivono i compilatori sempre più stereotipati delle quarte di copertina, “un viaggio nel...” o un “viaggio attraverso...”; “viaggiare” lascia semanticamente spazio a un certo grado di libertà, di autodeterminazione, di escursionismo, mentre quello che Perturbamento presenta é, invece, un itinerario, un percorso preciso e lineare; un percorso lungo il quale però ci si può fermare solo brevemente (dunque soffermare) a contemplare i panorami e le viste offerte dall’ambiente, perché subito si é costretti a lasciarsi alle spalle il visto per prepararsi a quello che ancora c’é da vedere. 
Fin dalle prime righe si intuisce che quello preparato da Bernhard non é affatto un itinerario consueto: infatti coincide, o meglio, é rappresentato, da quello che il medico condotto, padre del ragazzo incaricato di fungere da voce narrante, propone al figlio allorché lo invita a seguirlo in un giro di visite nella Stiria, zona montuosa dell’Alta Austria. Il padre porta con sé il figlio con la consapevolezza di poterlo turbare, il figlio segue il padre consapevole di poterne uscire (per)turbato.

“Disse che per me era una tristezza continua, quando lo accompagnavo, e che per questo motivo il più delle volte lui esitava a portarmi con sé nelle sue visite agli ammalati, perché sempre e infallibilmente risultava che tutto quello che lui doveva visitare, toccare e curare era malato e triste; di quaunque cosa si trattasse, lui si muoveva continuamente in un mondo malato, fra persone e individui malati; anche se questo mondo pretendeva o fingeva di essere sano, era pur sempre un mondo malato e gli uomini, gli individui, anche quelli cosiddetti sani, erano malati. Lui ci era abituato, ma io forse potevo esserne turbato e indotto a riflessioni per me dannose. [...] Era un errore, tuttavia, osservò, chiudere gli occhi di fronte al fatto che tutto é malato e triste [...] e per questo motivo, a intervalli più o meno lunghi, era sempre di nuovo tentato di portare me o mia sorella con sé nelle sue visite ai malati.”

Questo lungo estratto contiene in sé le premesse e i motivi del romanzo: non si tratta di un romanzo di formazione del personaggio, perché sin dal principio questi afferma che non é la prima volta che accompagna il padre nel suo giro di visite, bensì di un romanzo di formazione del lettore: é il lettore che compie il percorso che padre e figlio hanno segnato prima di lui. 
Come Dante nella Divina Commedia, Bernhard affigge alle porte dell’inferno un’insegna che é monito e attrazione al tempo stesso: per chi prosegue la speranza é perduta, una volta superati i cancelli non é più possibile tornare indietro. Oltre questi cancelli si stende la Stiria, una terra immersa in una natura malefica, abitata da una popolazione di malati fisici e mentali, in cui la brutalità e la solitudine feroce ammantano la campagna come una densa coltre di nebbia. L’illusione di contingenza che si prova nel trovare concentrato in un preciso punto del globo la  malattia e la tristezza é fugata con fermezza, “anche se questo mondo pretendeva o fingeva di essere sano, era pur sempre un mondo malato”. 
Siamo perturbati anche perché le porte dell’inferno non si aprono, come in Dante, di fronte a un aldilà metafisico, bensì dinanzi alla realtà di ciascuno di noi; i pazzi e malati che popolano la zona battuta dal medico condotto e dal figlio sono persone comuni, che svolgono lavori comuni, e che vivono in un ambiente apparentemente tranquillo come lo é la campagna austriaca. In questa realtà tremenda si agitano le figure viventi della malattia e del dolore: la moglie dell’oste, picchiata a morte dagli avventori del locale senza alcun motivo; il professore, accusato ingiustamente per un crimine mai commesso e morto nel più totale isolamento; la vecchia maestra agonizzante a causa di una malattia incurabile; il bambino in fin di vita caduto nel mastello per maiali pieno di acqua bollente; il mugnaio e sua moglie, che strangolano uno dopo l’altro i propri uccelli esotici per via dei lamenti intollerabili e incessanti; l’artista storpio e pazzo che, quando non é legato al letto dai familiari, scarabocchia ingiurie sui ritratti dei grandi della musica classica; l’industriale, isolato in un padiglione da caccia assieme alla sorella-schiava, che si dispera per portare a termine un’impresa letteraria per lui impossibile.
Il percorso tracciato da Bernhard, e in parallelo il giro di visite del medico, si arresta con l’entrata del medico stesso e del figlio nel castello di Hochgobernitz, residenza del delirante principe Sarau.
Da questo momento in poi la narrazione sospende qualunque pretesa di farsi racconto per diventare pura trascrizione riportata dello sconvolgente soliloquio del principe; in questo soliloquio si alternano incessantemente i temi prediletti da Bernhard e figurati dai personaggi incontrati nel preparatorio giro di visite: la malattia, la morte, il dolore, l’incomunicabilità e la solitudine. Attraverso giudizi, aforismi e sentenze ripetuti e varianti impercettibilmente, come in una partitura minimalista, il principe Sarau non solo trascina il lettore in un perturbamento che qui, nella dissoluzione di ogni struttura di significato, raggiunge il massimo grado, ma arriva a contraddire e quasi negare la propria identità, smentendo le sue stesse affermazioni (esemplare é, come rileva Bernardi nel suo puntuale saggio “Dopo l’ultimo spettacolo” che completa l’edizione Adelphi, l’esempio della richiesta di giornali che il principe avanza dopo aver proclamato la falsità della stampa). Il linguaggio utilizzato dal principe nel suo soliloquio, un viluppo dal quale é impossibile estrapolare una qualsiasi consequenzialità, abbraccia tutto quello del mondo si può dire, e che in realtà é già stato detto, per farlo mulinare in un vortice in perpetuo movimento.
Andrea Gussago



Esempio 1
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"Un medico condotto della Stiria, accompagnato dal figlio, fa un giro di visite: insieme a loro, dalla prima frase fin oltre l'ultima, siamo presi in un 'Perturbamento' che avvolge tutto come uno scirocco metafisico. Una vibrazione di malattia e di tristezza emana dalla psiche e dalla natura. La campagna, qui, è il luogo prediletto della brutalità: dal caldo opprimente dei fienili, dove i bmbini hanno paura di morire soffocati, al gelo segregato di un castello, a picco su una gola ostile alla luce: ovunque si percepisce un invito alla distruzione, un incoraggiamento all'ansia suicida. Le porte si aprono ogni volta su qualcosa di atroce: la moglie di un oste malmenata a morte, senza ragione, dagli avventori del locale; una vecchia maestra in agonia, con ""il sorriso delle donne che si destano dal sonno sapendo di non avere più speranza""; una fila di uccelli esotici strangolati, perché i loro lamenti sono assordanti. In uno stile asciutto, protocollare, Bernhard elenca i relitti del dolore, finché la scansione inflessibile, martellante dei fatti lascia il posto all'immane delirio dell'ultimo infermo: il principe Saurau, raggelato da un eccesso di lucidità, scosso da un continuo frastuono nella testa, abbandonato ormai a una ""micidiale tendenza al soliloquio"". Nelle sue parole incessanti confluiscono e si dilatano i frammenti dell'orrore che già abbiamo traversato. Ma qui essi vengono scalzati dalla loro fissità e presi in un vortice, il moto perpetuo del 'perturbamento'." 

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Bernhard ci conduce in un terribile viaggio nella solitudine e nella malattia: il solipsista industriale alla ricerca dell’ispirazione filosofica, immerso in un’ermetica misantropia dalla quale non esclude però la sorella, che é costretta quindi a vivere il dramma con lui, e che porterà entrambi alla rovina; l’artista ragazzo che in preda alla follia scarabocchia i ritratti dei grandi della musica classica, quando non legato al letto dalla madre e dai parenti a causa delle convulsioni; la signora Ebenhoh, straziata da una malattia mortale in completa solitudine alleviata di tanto in tanto da qualche libro (La principessa di Cleves) e da Schubert; il maestro costretto alla solitudine da un malinteso su un presunto crimine e condotto alla follia e alla malattia nel più miserevole disonore: tutti queste variazioni sul tema della solitudine e della malattia, nonché della sofferenza, sono uno stampo, un formante plastico per i personaggi che popoleranno i lavori seguenti di Bernhard e sfociano nella già citata figura del principe Sarau che li riassume tutti e li trascina in un vortice, causando un perturbamento, per l’appunto.

Andrea Gussago

dal 6 febbraio 2004
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