“Conservatorio di Santa Teresa”
lettura di Bartolomeo Di Monaco

Chi ha la fortuna di avere intorno a sé la meraviglia delle colline e di frequentarle, può entrare dentro e comprendere i moti segreti dell’animo del piccolo Sergio, che vive in una villa circondata da colline “dietro le quali si consumava il tramonto.” L’avvio di questo romanzo di Romano Bilenchi ha la tenacia e il respiro dei vasti orizzonti con i quali può accadere che il nostro spirito si accompagni alla natura. Frammenti di essa, come le colline, il fiume, e così via, diventano veri e propri personaggi del romanzo, al pari di Sergio e la sua famiglia, e sicuramente sono personaggi vivi per il ragazzo, che all’inizio di questa storia ha nove anni, le cui scoperte non mancano di avere come transfert inconsapevole ma forte, decisivo, la madre, Marta - come continua a chiamarla l’autore significativamente -, mai divenuta vera e propria madre, che ha i capricci, le gioie, gli entusiasmi, gli slanci di un’età per lei rimasta ancora bambina. Si dice di questo romanzo che abbia come unico protagonista Sergio, ma Sergio non sarebbe nulla senza il riflesso costante, presente come un’ombra, di Marta: “Sergio la sentiva assorta, estranea a tutto, uguale a certe foglie del giardino quando, nel bel mezzo di una giornata purissima, noncuranti del sole, dei fiori e delle farfalle, si chiudevano d’un tratto per rimanere così lunghissime ore.” Il capitolo XXIII mostra ampiamente questo carattere dolce ed infantile di Marta. Anche la zia Vera, salda e volitiva al contrario della mamma, giocherà un ruolo fondamentale, incontrandosi e scontrandosi con le fugaci, improvvise, gelose, ansie e apprensioni del ragazzo. Ma è Marta, e non Vera, che lo conosce bene: “Con codesto carattere ti rovinerai tutta la vita”.

La famiglia in cui vive il piccolo Sergio è di quelle che esistevano una volta, prima della guerra, in cui la nonna Giovanna, nonostante l’età, ha ancora voce in capitolo, e tratta Bruno, il padre di Sergio e fratello di Vera, alla stregua di un ragazzino. E forse lo è rimasto, impulsivo e diverso da lei che tratta i contadini da padrona, mentre Bruno ha dentro una sensibilità che gli rivela le ingiustizie sociali e gliele fa ripudiare. Non mancano le liti, in una famiglia che vive e mostra il passaggio di un’epoca che la guerra non farà altro che accelerare.

La guerra incombe. Come un fantasma la sua cupa attesa turba la serenità della famiglia. Bruno ha idee socialiste, è contrario ad arruolarsi, come stanno facendo altri, molti dei quali volontari: “Io sono contrario alla guerra. Prima per le mie idee politiche poi perché ne ho paura; paura di venire schiacciato come un topo.”

Sergio vive la sua età sminuzzando ogni azione e ogni pensiero, propri e degli altri. I suoi nove anni trascorrono in un ambiente tanto chiuso quanto fertile alla sua maturazione. Siano persone, siano oggetti, sia la natura con tutta la sua variegata e multiforme ricchezza ad essere sottoposti al suo esame di adolescente, egli vi si immedesima alla ricerca di una loro eco che sta crescendo in lui, pur in presenza di incertezze, idiosincrasie, instabilità e reversibilità degli affetti. Come la guerra per gli altri, su Sergio incombe il suo avvenire: la città e soprattutto la scuola presso il Conservatorio di Santa Teresa: “un mondo nuovo che lo stringeva con le sue incognite”. Sono al momento entità impalpabili, che ogni tanto si inframettono, e il ragazzo sa che questa conoscenza che lo attende è voluta dagli altri, e da lui forse nemmeno desiderata, ma ritenuta necessaria e inevitabile. “Un velo era caduto tra lui e la natura” chioserà l’autore. Al lento procedere delle azioni, tutte minute e analizzate, fa da contrasto il passaggio veloce delle stagioni, come se esse sostassero e transitassero meglio, con maggior agio e adeguatezza, impalpabili, nei moti dell’animo dei personaggi.

Quando si troverà nel Conservatorio, la sua indole sussulterà ad ogni sensazione nuova, ad ogni scoperta, e soprattutto il valore dell’amicizia coi compagni comincerà a scuotere, ad interrogare e ad orientare la sua sensibilità, al punto che in lui si avvierà il primo lento distacco dal bozzolo familiare in cui era stato avvolto. L’esperienza del Conservatorio, che nel romanzo non occupa poi quella gran parte di scrittura che si poteva immaginare, si pone in realtà come profondo spartiacque di una conoscenza che più che modificare l’inclinazione all’analisi di Sergio, che rimane intatta, intensa e al contempo mutevole nella stessa misura di prima, prepara la sua mente ad affrontare orizzonti più ampi di quelli condivisi ed intuiti alla villa. Da questa nuova e più approfondita ed ampia conoscenza perfino i caratteri di Marta e di Vera resteranno segnati. E il ruolo delle due donne a poco a poco sbiadirà per far posto ad una ragazzina, Nide, che avvierà Sergio alla scoperta di un sentimento diverso dagli altri, pruriginoso e doloroso ad un tempo, invasivo e fin allora sconosciuto. Attraverso di lei, il Conservatorio di Santa Teresa assume così questo significato soprattutto: il luogo ove una tale scoperta coinvolge tutti indistintamente, alla stregua di un dono che viene fatto alla vita di ciascuno, così come nel passato deve aver coinvolto anche la mamma e la zia, e coinvolgerà altri nel futuro. È il passaggio che tutti attraversiamo di un tempo della nostra vita. Quando Vera, Marta e Sergio si siederanno, a conclusione del romanzo, sulla riva del loro fiume, si avverte, tutta trepida ed incantata, la malinconia di una stagione che non c’è più.

La scrittura di Bilenchi, lucida e limpida, ha in sé, piacevolmente evidenti, le sensibilità, inquiete e rarefatte, che racconta.

Bartolomeo Di Monaco

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Romano Bilenchi - Amici - Rizzoli, Milano 2002
 
Romano Bilenchi o della riscoperta. Come parecchi scrittori italiani di questo secolo anche Romano Bilenchi (nato a Colle Val D'Elsa, provincia di Siena, nel 1909 e morto a Firenze nel 1989) è stato dimenticato per lungo tempo. Venne  dissotterrato (dalle terre incolte della dimenticanza letteraria) negli anni ottanta, quando cominciò a circolare la voce che fosse un classico "sommerso" (sotterrato?) del nostro Novecento. E dire
che fino a quel punto Bilenchi non mancava di essere presente nel panorama editoriale, in quanto non solo usciva con libri molto interessanti come "Il bottone di Stalingrado" del 1972 e "Il gelo" del 1982, ma anche con la riscrittura, nel 1973, di quello che fu il suo capolavoro, "Conservatorio di Santa Teresa" originariamente pubblicato da Vallecchi nel 1940, o la
nuova edizione di "Anna e Bruno" nel 1989. Tutti libri consigliati
vivamente, perché Bilenchi è davvero un grande scrittore.

Ad accrescere la rinnovata fama di Romano-senese contribuì l'uscita a partire dalla seconda metà degli anni settanta di una serie di "Ricordi" della sua vita. Questi ricordi nella penna dell'autore sono andati piano piano accrescendosi di nuovi contributi autobiografici fino ad arrivare all'edizione del 1988 intitolata "Amici", e uscita con prefazione di Gianfranco Contini.

A cosa si riferiscono questi ricordi di Bilenchi? A tante cose. Ci sono volti e gesta di amici che si chiamano Elio Vittorini, Ottone Rosai, Mino Maccari, Mario Luzi, Leone Traverso, Ezra Pound, Eugenio Montale ed altri meno noti ma pur sempre amici veri.

C'è poi la rappresentazione della Firenze intellettuale e artistica degli anni trenta, col fiorire di riviste letterarie che resteranno nella storia della cultura italiana, dalla "Solaria" di Carocci (cui è dedicato un breve e fanciullesco ritratto), a "Letteratura" di Bonsanti (nella quale uscirono i "tratti" della "Cognizione" gaddiana), a "Campo di Marte" (fucina dell'ermetismo), alla
rivista promossa da Bilenchi, "Società," organo culturale della cellula fiorentina del Partito Comunista formatasi dopo lo scioglimento del Comitato Toscano di liberazione nazionale. Rivista, sia detto di sfuggita, di grande apertura, tesa com'era a travalicare certe logiche chiuse del PCI togliattiano, per cercare interlocutori anche all'interno delle frange riformiste della sinistra cattolica.

C'è infine l'esperienza dell'autodidatta di talento che si forma una coscienza di classe attraverso la frequentazione della classe operaia della sua Colle Val D'Elsa, l'iscrizione al partito fascista, guardato sempre e comunque da un punto di vista eccentrico, secondo le modalità di quel fascismo di sinistra che ebbe quali organi di diffusione riviste genialmente strapaesane quali "Il Selvaggio" di Mino Maccari (che fu praticamente il pigmalione di Bilenchi) o "istituzionali", come "Primato", diretta da Giuseppe Bottai e il "Bargello", organo ufficiale del Partito
fascista fiorentino (su cui scriveva anche Vittorini).

Bilenchi fascista di sinistra, si guadagnò, nel 1934, l'ingresso come redattore alla Nazione di Firenze grazie all'interessamento di Galeazzo Ciano. Lì, in un ambiente relativamente favorevole maturò una posizione sempre più critica nei confronti del fascismo, posizione che lo portò ad un'uscita semiufficiale dal partito all'epoca della Guerra di Spagna (venne espulso ufficialmente nel 1940).

Da lì in poi Bilenchi diventò un comunista a tutti gli effetti, prima
attivo nella lotta clandestina contro l'occupazione tedesca, esperienza resa nel libro attraverso prose molto belle come "I due ucraini", "La pistola di Salò", "Un comunista", poi un uomo di partito aperto alle influenze più disparate. Ampiamente critico nei confronti dello stalinismo (ed è difficile ora capire fino in fondo quanto fosse il credito che il massacratore osseto riscuoteva in quegli anni di dopoguerra nelle sezioni
del partito), "apriva" ai cattolici dell'allora sindaco DC Giorgio La
Pira, da lui convinto ad organizzare in Firenze un confronto tra i sindaci delle città del Patto di Varsavia e quelle americane. Ed erano anni di guerra fredda, anzi freddissima.

Infine l'esperienza del "Nuovo Corriere", quotidiano comunista fiorentino di cui Bilenchi fu direttore e che in otto anni di vita rappresentò una voce di non-allineamento intelligente alle principali correnti del comunismo italiano. L'esperienza si concluse con i fatti d'Ungheria, nel 1956, dopo un duro editoriale nel quale Bilenchi stigmatizzava la repressione
sovietica, e al quale seguivano le dimissioni dal PCI. Anche per questo periodo della sua vita, l'autore ha bei racconti di redazione, ritratti vivi.

Ma la cosa più bella di questo libro sono i ritratti degli amici di
sempre, in particolare quelli di Elio Vittorini, Ottone Rosai e Mino Maccari.

Di lui e Vittorini Bilenchi racconta lo sbocciare dell'amicizia tra due giovani praticamente coetanei, ognuno impegnato nella ricerca di se stesso all'interno di una militanza politica e letteraria che faceva percepire loro quanto fossero angusti i confini di una cultura italiana dominata dalle veline del Ministero della cultura popolare. Amicizia tempestosa e fraterna che attraversa la vita di entrambi, anche dopo il trasferimento
di Vittorini a Milano e il suo diventare importante funzionario
editoriale, con tensioni come quella risalente al rifiuto di Bilenchi
d'assumere la direzione del "Politecnico" che Vittorini gli offriva.

Su Rosai, pittore di strade e di povera gente, secondo la vulgata più diffusa, Bilenchi scrive un ampio testo che è nel suo genere un piccolo capolavoro. Sarebbe lungo raccontare della vita di Rosai, quest'uomo complesso, solitario ma nel contempo capace di grande generosità. Mi limito a sottolineare la bellezza delle descrizioni dei sobborghi fiorentini alla fine degli anni venti. Via San Leonardo, Via Toscanella o le estati in Via di Villamagna, dove Rosai abitava nel casotto del dazio ormai abbandonato. I furti di frutta dei suoi giovani allievi, il mugnaio
che invita a pranzo la compagnia degli amici, il ponte che reca alla casa con due statue di leone sulle colonne, i quadri ammucchiati al piano di sopra, le fascine di legna per l'inverno. Ma tutto il pezzo è bellissimo.
S'intitola: "I silenzi di Rosai" e già da solo vale l'acquisto.

Infine Mino Maccari, gloria di Colle Val D'Elsa. Scrittore acre/satirico, inventore di motti e strambotti e soprattutto pittore e litografo e xilografo di valore. Maccari stampava a Colle Val D'elsa "Il selvaggio", giornalino di fascismo strapaesano con vampate irriverenti. Da Colle andò a Torino a fare il  caporedattore a "La Stampa". Lì, insieme al direttore Curzio Malaparte riunirono la redazione e diramarono il loro  rogramma. Malaparte, che era alto, in piedi dietro la scrivania, Maccari, che era basso, anche lui dietro la scrivania ma in piedi su una seggiola. Molto belli, in questo, i ricordi di "Torino 1931" e "Gli amici romani di Maccari", quest'ultimo elegiaco e ripiegato a fine libro.

Ma tanti sono i ritratti, anche tratteggiati di sfuggita, come Enrico Pea che in un inverno viareggino s'interessa ai casi di tutti e viene definito dalla moglie di Bilenchi "gran civettone". Oppure un giovane Erich Linder, futuro agente letterario nella Milano del dopoguerra, che si nasconde, lui ebreo, in casa di Bilenchi e lascia, per animo fanciullo ed ingannamento di tempo, dappertutto degli elefantini disegnati col dito intriso di
marmellata.

Infine per dire della lingua, che è piana e solo lievemente venata di toscanità. Una lingua dalla quale si evince che l'autore ha letto la prosa di Machiavelli, di Guicciardini, di Compagni e altri prosatori dei secoli aurei
Un libro, questo,  che insegna qualcosa sulla nostra storia recente, sia dal punto di vista culturale che politico che umano. Uno di quei libri che pilotano ad altri libri.
Storia interiore dell'infanzia di Sergio tra campagna e città, "Conservatorio di Santa Teresa", primo romanzo "definitivo e confesso" di Bilenchi e suo capolavoro, indaga e racconta la formazione impossibile del protagonista stretto fra gli affetti familiari e la scoperta prima del paesaggio e poi di una più complessa e controversa alterità.
Damiano Zerneri

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Esempio 1
Una pagina di Eugenio Montale
Uomo di parte «selvaggia» (e alludiamo non solo alla rivista di Mino Maccari, ma a tutta una fazione della nostra vita letteraria intorno al '30) Romano Bilenchi pare subito, a chi lo conobbe, uno strano impasto di contrastanti qualità; come se in lui la nascita e l'istinto del sangue, che lo indirizzavano verso il fauvisme artistico e politico allora in auge in certi ambienti regionali, fossero corretti e persino contraddetti da una natura più lucida e diciamo pure più aristocratica.
Non abbiamo presenti i suoi scritti del Selvaggio, ma  a partire dal suo primo e finora unico romanzo: Conservatorio di Santa Teresa (1940) e più ancora dal successivo : Dino e altri racconti (1942) fu chiaro che una voce nuova era entrata nella letteratura toscana così ricca di calore, di colore e di facile, immediata schiettezza; una voce che poteva suonare afona ma aveva indubbiamente un'intonazione diversa. Strani racconti quelli di Dino e i successivi: Il capofabbricaMio cugino AndreaAnna e Bruno, fino al dittico de La siccità e La miseria (1944), a tutt'oggi la sua cosa più perfetta. Vi sono presenti tutti i motivi della tradizione narrativa toscana, e leggendoli è impossibile non pensare a Tozzi e a Pea come ai più probabili vicini di casa; e tuttavia il raffronto si ferma agli argomenti, ai casi, al1e situazioni, non certo al timbro.
Laddove la musa di quei maestri era (almeno nelle loro prove più alte: Con gli occhi chiusiMoscardino) una prorompente, nativa felicità di espressione, un senso panico e un naturalismo che facevano cantare anche la materia bruta, in Bilenchi l'espressione è senza gioia, la sensualità  espressiva è assente (o meglio sembra assente) e la natura, anche quando è descritta, è una semplice quinta che incornicia la narrazione ma non vi partecipa. Non meno aspro è il processo riduttivo che subiscono i personaggi. Dino, Andrea, Marco, Giovanni sono nomi che entrano in ogni racconto e ne escono in fretta; talora sono le stesse figure che ritornano, talaltra sembrano personaggi nuovi.
Leggendo si è dapprima tentati di tracciare un albero genealogico per poterli seguire senza confondersi nelle loro intricate questioni di famiglia, ma poi ci si convince ch'essi non sono persone ma personae, esseri che possono scambiarsi la maschera tanto scarsa è la loro individualità fisica e psicologica. Che resta di questi primi e più vivi racconti, prima che Bilenchi raggiungesse la felicità un po' convenzionale di Anna e Bruno e del Capitano, le cose tradizionalmente più mature da lui scritte prima del dittico a cui abbiamo accennato? Resta forse la nuda forza poetica delle situazioni, la capacità di trattare quasi in astratto, quasi fossero forze naturali, e perciò senza indulgere alla comune analisi psicologica il tema di una angosciosa e delusa e spesso inconsapevole ricerca di armonia fra l'individuo e il mondo.
Gelosie infantili, contrasti di interesse, cupi risentimenti che possono portare fino al delitto, una fondamentale refrattarietà alla luce dell'intelligenza non sono che l'indizio e la conseguenza di un inadattamento alla vita che Bilenchi studia, non più negli esseri superiori, ma soprattutto nelle zone inferiori dell'umanità, il che è oggi nelle regole di ogni verismo e realismo. Ma di suo Bilenchi ha portato nel racconto quel «partire da zero» che più tardi i critici studieranno nel Cassola e in altri giovani e che consiste nel comporre come se non fosse mai esistita un'arte narrativa, partendo da una sorta di raffinata e premeditata tabula rasa mentale. Di qui la presenza di un personaggio unico - l'autore - più sensibile nei primi e più scomposti racconti che in composizioni (Anna e Bruno) apparentemente più perfette.
Ma il Bilenchi per ora definitivo è, in questo volume (Racconti, Vallecchi), nelle due composizioni finali: La siccità e La miseria, da tempo accolte da unanime consenso di critici e lettori. In questi racconti, che formano due capitoli di una medesima narrazione, i temi della «Siccità», e della conseguente «miseria» incombente in  una famiglia di modestissima agiatezza, affiorano come macchie  d'umido da un intonaco verbale che non si concede un solo spiraglio, una sola battuta di dialogo, ma lascia tuttavia filtrare quel sentimento di umana pietà che il primo Bilenchi si era sempre rigorosamente inibito. I due racconti sono del '40 e concludono e giustificano una lunga esperienza. Da allora Bilenchi assorbito dalle cure del giornalismo politico non ha pubblicato altro. Se il volume d'oggi è, come speriamo, l'inizio di una sua nuova attività letteraria, ci è grato di potergli dire che i suoi vecchi lettori lo attendono con immutata simpatia.

Eugenio Montale 
Corriere della Sera  20 marzo 1959
Ora in  Il secondo mestiere. Prose, 1920-1979, vol. II,  pp. 2180-2183

dal 22 ott. 2002
Romano Bilenchi
Dall'esuberanza di Mino Maccari ai silenzi di Ottone Rosai, da un problematico Elio Vittorini al "fascista" Ezra Pound, da Mario Luzi a Leone Traverso... Una serie appassionata di ricordi di "amici" e di grandi intellettuali in una galleria di ritratti indimenticabili. 

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