Nessuno alle prime pagine di questo fulminante racconto, come sempre in eccellente traduzione, sospetta che un incontro d'aeroporto, in attesa di un aereo in ritardo, fra due sconosciuti, entrambi quarantenni, uno brutto, gracile, dal curioso nome di Textor Texel, l'altro bello, ben vestito, un manager dal "colletto bianco" e dal significativo nome di Jérôme Angust (angusto e non augusto!), si spacchi come un guscio per rivelare il delitto (vero, supposto?) di un paranoico. Il paranoico è privo delle bizzarre incoerenze che caratterizzano lo schizofrenico, nel suo delirio ha una logica ferrea e fuori di esso può condurre per anni una vita normale e addirittura di eccellere in una professione. Ma è anche colui che fa sempre esattamente ciò di cui ha voglia, e le voglie umane si sa che sono insospettate e terribili.

La giovane scrittrice belga, al suo decimo libro, è un talento teatrale: il racconto è un dialogo fra i due. Male e dolore si superano per Nothomb nell'estasi estetica, e il significato - crudelmente estetico - della vicenda è sintetizzato in un'inedita identificazione di cosmo e cosmetica: "Agisco - dice l'uno - in base a una cosmetica rigorosa e giansenista". E l'altro: "Cosa c'entra adesso la cosmetica?" Risposta: "La cosmetica è la scienza dell'ordine universale, la morale suprema che determina il mondo". E cosa ne verrà? Nell'ultima pagina un ignoto, davanti agli occhi esterrefatti dei passeggeri in attesa, si fracassa la testa contro il muro.


  IL MONDO DI ELIZABETH BISHOP
di Nadia Agustoni

Mary McCarthy nella sua autobiografia smentì di essersi ispirata a Elizabeth Bishop per uno dei personaggi ritratti ne Il gruppo (1), il suo romanzo del 1963, ma la Bishop si riconobbe in Lakey, una delle ragazze descritte. Probabilmente la cosa non le piacque. L’America della caccia alle streghe non era troppo lontana e cominciavano appena a trapelare altre narrazioni e il suo nome fu accostato al libro della McCarthy in più occasioni. E’ noto che Il gruppo racconta gli anni al Vassar College della scrittrice e di alcune sue amiche, che negli anni Trenta vi fondarono anche una rivista letteraria “Con Spirito”, a cui collaborò anche la Bishop. Non ci interessa qui, ricostruire l’ambiente cui McCarthy prestò la voce, ma il libro a tre anni dalla pubblicazione ebbe una versione cinematografica (2). La regia di Sidney Lumet si sofferma sui rapporti di amicizia quasi congelandoli nelle forme di uno stile intellettuale, che fu invece trasgressivo e nella realtà diventò complicità e sostegno anche nella distanza dei decenni e dei cambi di continente. Il volto algido della Bergen in due delle scene del film, l’arrivo dall’Europa e le sequenze finali del funerale dell’amica suicida, è l’emblema di un certo tipo di donna che deve la sua fortuna al modernismo. Da H.D  a Bryher, da Nancy Cunard a Lee Miller, che fotografata nuda nella vasca da bagno di Hitler nel bunker in cui si è appena ucciso con i suoi intimi, pare sbeffeggi la pesantezza nazista con un impeto di vita (3), queste donne lasciano il segno e sconfinano con il corpo e l’arte in cerca di una verità personale, ma anche di una felicità che alcune troveranno, altre meno. In tal senso le parole che Elizabeth Bishop consegnerà all’amico poeta Lowell sono chiare: “ Quando scriverai il mio epitaffio, dì che sono stata la persona più sola al mondo”. (4) 

Fu libera nella propria arte la Bishop e come ci ricorda Nadia Fusini “ fu unica e sola” (5). Fin dall’inizio il suo carteggio con Marianne Moore svela le tracce di un’affinità di ricerca che non è mai però somiglianza. Elizabeth Bishop accetterà nei primi tempi i consigli e le revisioni suggerite dalla Moore e dalla madre di questa, poi seguirà il proprio intuito senza che il suo linguaggio perda precisione e profondità. Scrive Fusini “ Si capisce che le piace osservare spassionatamente quel che la circonda, non le piace abbellire alcunché a suon di metafore; vuole semmai raggiungere il paesaggio, o l’animale, o l’oggetto che ha di fronte, nel rispetto di una sola aura, quella del riserbo. Ma come si fa a toccare senza afferrare? A comprendere senza prendere? Lei lo sa fare. E’ la sua grandezza”(6). E se la sua grandezza è evidente nei testi poetici, il suo ragguardevole epistolario con Marianne Moore svela, dipanandosi come una sorta di diario poetico, l’autenticità dei giudizi d’ammirazione che molti intellettuali le hanno tributato. Come per Ralph Waldo Emerson il cui diario è uno zibaldone americano, così l’epistolario Bishop-Moore è una mappa della fedeltà poetica e di vita di due donne rare per misura, integrità e intensità.  Del resto un severo critico quale è Harold Bloom colloca l’opera di entrambe tra i risultati più alti raggiunti nell’ambito della letteratura americana.

L’opera della poeta americana è reperibile in traduzione italiana negli Adelphi con il titolo “ Miracolo a colazione” (7) e tre traduttori (Damiano Abeni, Riccardo Duranti, Ottavio Fatica) hanno lavorato sui testi e reso “il miracolo dell’incarnazione in italiano della lingua” di Elizabeth Bishop (8). Seguirò quindi la traccia di parole scritte alla Moore e mi riferirò ad alcune poesie per toccarne il mondo, per coglierne l’ideale. Una nota brevissima, come prima cosa, per fermare un gesto della Bishop, forse insospettabile. 
In “ One Art: Letters”(9) c’è una sua lettera a Marianne Moore del 5 gennaio 1937 da Keewaydin, Naples, Florida, in cui Elisabeth scrive che le invia a New York non soltanto il resoconto del suo soggiorno in Florida con Louise Crane, un’amica del Vassar che sembra presa dalla pesca in modo appassionato, ma le spedisce persino frammenti dei suoi vagabondaggi, in questo caso conchiglie e una noce di cocco. Gesti minuti, intimi quasi, che raccontano a lato quel “miracolo” che fu la Bishop. Miracolo che partecipò della vita con una curiosità e una intelligenza mai belligerante, anzi quasi mistica. Forse avrebbe apprezzato le anacorete del primo cristianesimo, una Alipiana o una Sara, nella loro povertà e fermezza di propositi (10). Eppure Elizabeth Bishop visse apertamente la sua vita fuori dai canoni e pur appartata seguì le correnti letterarie, tenne i contatti con molte personalità del tempo e insegnò. I suoi anni in Brasile con Lota de Macedo Soares non furono anni di dispersione ma di lavoro e progetti. Uscì proprio in quel periodo il suo secondo libro di poesie “ A Cold Spring ” (11) e incominciò la traduzione del diario ottocentesco di Helena Morely. Una terza raccolta è datata 1965. 
La depressione e l’alcolismo furono però un tormento per la Bishop. La pazzia della madre che morì in manicomio e l’affidamento di lei bambina prima ai nonni materni, poi paterni e quindi a una zia, la segnarono profondamente e forse spiegano quella sua capacità di immersione senza “toccare ”, senza “possedere” che Nadia Fusini ci ricordava. Le sue descrizioni della Florida  meritano questo passaggio dalla lettera già citata a Marianne Moore:
Dai pochi stati che ho visto, ora sceglierei subito la Florida come il mio preferito. Non so se lei c’è stata oppure no – è così selvaggia, e quello che esiste qui di coltivato sembra piuttosto in rovina e sul punto di ridiventare selvaggio. Lungo la strada abbiamo preso un treno molto lento da Jacksonville a qui. Per tutta la giornata è andato avanti attraverso paludi e campi trementina e foreste di palme e in una bella sera rosata ha cominciato a fermarsi in parecchie piccole stazioni (…)” (12)

Nella stessa lettera parlando di una poesia, Elizabeth Bishop riconoscerà il debito con la Moore, l’aiuto, l’ispirazione e il sostegno di questa:“Questa mattina ho lavorato a “The Sea & Its Shore” o piuttosto ho fatto uso del lavoro suo e di sua madre e all’improvviso ho paura che alla fine ho rubato qualcosa da “ The Frigate Pelican ”. (13)
Sulla porosità e permeabilità della scrittura, su quei margini mai netti e quegli sconfinamenti nell’altro, letto, ammirato, assimilato, Harold Bloom ha parlato diffusamente a proposito di molti poeti. Ralph Waldo Emerson sentiva così intensamente gli scritti di Montaigne da non staccarsene mai e a sua volta sarà egli stesso una presenza rimossa per Walt Whitman. Uno dei capitoli più interessanti di “ Poesia e rimozione” di Bloom è quello su Shelley, poeta debole per Bloom fino a che nell’inverno del 1814-15 “ lesse a fondo Wordsworth e Coleridge (…) e fu in grado di scrivere Alastor e le poderose poesie del 1816 (…)”(14).       
Ma anche per la Bishop arriva un momento critico nei rapporti con la Moore. A partire dalla pesante revisione della poesia Roosters che la Bishop non accettò. Da quel momento non sottopose più i suoi testi all’amica inviandoglieli solo pubblicati. Uno dei versi revisionati e poi ripristinato dalla Bishop è: “ Cries galore/ come from the water-closet door/ from the dropping-plastered henhouse floor…/ ” (15). L’uso della parola water-closet non era accettabile per Marianne Moore che nel linguaggio apprezzava un certo ritegno. Questo ci fa sorridere, ma ci dice quanto a lungo si è discusso su cosa dire e su come dirlo e su cosa si può o non si può dire.

Il Brasile significò per Bishop una vita appartata. La casa in cui per sedici anni visse con Lota a Ouro Preto fu dove scrisse la raccolta di poesie “ Interrogativi di viaggio” pubblicata nel 1965. In totale nell’arco di cinquant’anni completò quattro raccolte, circa ottanta poesie. 
“ Interrogativi di viaggio” contiene tra le altre “ Brasile” e “Arrivo a Santos”.
Brasile, 1 gennaio 1502” (16) inizia evocando un “loro” a cui segue una descrizione della natura da osservatore attento ad ogni particolare, come copiasse da un libro di botanica: “ In gennaio la natura si offre al nostro sguardo/ così come dev’essersi offerta allora al loro: / ogni centimetro quadrato fitto di fogliame…/ foglie grandi, foglie piccole e foglie gigantesche, / azzurro verdazzurro, verde oliva, / con venature o bordi un po’ più chiari, /o il lembo rovesciato di una foglia/ come raso; /”. Continua quindi a soffermarsi minuziosamente su felci e fiori visti come ninfee e i loro colori: “violacee, gialle, due tipi di giallo, rosa, / rosso ruggine e biancoverdolino;/”; e poi il simbolismo della seconda parte: “i grandi uccelli simbolici in silenzio/ che esibiscono solo una mezza pettorina (…)/ Ma in primo piano c’è sempre il peccato/ cinque draghi fuligginosi (…)”. 
Maliziosi in modo delicatissimo i versi in cui compaiono le lucertole: “Le lucertole respirano appena; tutti gli occhi/ sono puntati sulla più piccina, la femmina, di schiena, / la coda con malizia arricciolata in su/ rossa come un filo rovente/”. E il finale in cui il “ loro” dell’inizio, un po’ misterioso, si svela: “ Proprio così i cristiani, duri come chiodi, / come chiodi minuscoli e lucenti/ nel cigolio delle armature (…)/”; e proprio “loro” trovano un che di “famigliare“ all’arrivo, qualcosa che: “ rispondeva/ a un vecchio sogno di lusso e di ricchezza/ (…) ricchezza più un nuovissimo piacere/”. La poesia diventa quindi, nell’ultima strofa, in modo quasi impercettibile, uno specchio in cui i sogni d’esotismo e d’erotismo dell’Homme armé prendono corpo: “ Subito dopo la messa, magari canticchiando/ L’Homme armé o un’altra aria del genere, / si sono avventati a squarciare il tessuto appeso, / ognuno a caccia della propria indiana…/ (…) quelle donnine esasperanti che si lanciavano richiami/ (…) per poi ritirarsi sempre sempre più dietro l’arazzo/”. 
C’è nella precisione della Bishop una consapevolezza della vita che è partecipe. 
L’anglosassone, che ha in sé il vecchio mondo del nord, smitizza in “Brasile, 1 gennaio 1502”, non senza grande ironia, i miti della conquista e dell’armata, ma rendendo concreta la terra di cui parla, raccontandola come se la dipingesse e riportandoci al suo mistero, alla sua inafferrabilità. 
La sua ironia si coglie anche nell’altra poesia sul Brasile, “ Arrivo a Santos” (17), dove i versi: “ Oh, turista, / è tutta qui la risposta di questo paese/ alle tue smodate richieste di un mondo diverso(…)/ ”, possiamo farli nostri e associarli al moderno viaggiatore occidentale, alla sue finzioni e spoliazioni dell’esotico.

Ho sempre sentito di aver scritto poesia più non scrivendola che scrivendola”. (18)
In “Poesia”(19) i ricordi della Nuova Scozia sono vividi. I frammenti famigliari emergono con cauta eleganza. Dice, con poche parole, moltissimo. E l’ambiente descritto con cura appare ai nostri occhi come se si guardasse quel “quadretto fatto in un’ora” (20). C’è una nota dolente nelle sue poesie nordiche. Nostalgia o dolore per l’infanzia traumatica o magari solo il sentimento di essere andata troppo lontano senza che si cancellasse quel prima con cui i conti non devono essere stati facili. A un amico brasiliano che una volta la vide in lacrime disse che stava soltanto piangendo in inglese, come a schernirsi. Nel 1933 scriveva a Donald Stanford, studente di Harvard: “Cosa mai intendi quando dici che le mie percezioni sono quasi impossibili per una donna? … C’è qualche ragione ghiandolare che impedisce a una donna di avere delle buone percezioni, o che cosa? ”(21)  

Educata in uno dei migliori college degli Stati Uniti era andata oltre le premesse che l’avrebbero voluta intellettuale brillante ma poco incisiva nell’opera autentica. Il suo impossibile occhio, se fermò la forma delle cose in fedeltà completa, seppe trovare il cuneo con cui passare dietro le quinte e comprendere a quali schemi rancidi sottostanno i più e proprio per questo imparò a non farsi corrompere dai livellamenti ideologici. 
Tobias Wolff, nel un suo bel romanzo  Quell’anno a scuola  (22) , racconta la storia di un giovane uomo, studente in un prestigioso college, che trovando in una rivista un racconto che potrebbe aver scritto lui, tanto lo sente proprio, ma è invece scritto da una studentessa e narrato in prima persona femminile, non resiste e se ne appropria. Scoperto sarà espulso dalla scuola. Anni dopo vorrà incontrare l’autrice del racconto che ridendo e comprendendo il dramma del giovane gli farà presente che ha smontato col suo gesto l’impalcatura che soggiace al sistema della loro istruzione di lusso. Con il suo gesto, fatto nella totale identificazione, annulla la linea che vorrebbe uomini e donne stranieri l’uno all’altro. Come Flaubert avrebbe potuto dire: “Madame Bovary, c’est moi”. 

Nel 1978 Elizabeth scrive la poesia “North Haven“ (23) per l’amico Robert Lowell, in memoriam.    
“ So distinguere a un miglio il sartiame di uno schooner; / so contare le pigne nuove sull’abete: tutto è immoto/ (…)” ; e nei versi che seguono si dispiega la sua arte della descrizione, le isole, la baia, il vorticoso impeto della stagione: “ i cardellini sono di ritorno, o altri non dissimili/(…)”. E: “La natura ripete se stessa o quasi:/ ripeti, ripeti, ripeti, rivedi, rivedi, rivedi/.” 
Negli altri versi pare accostare la voce dell’amico evocandolo in un ricordo  e c’è infine la nota struggente, che si coglie nonostante sembri solo una constatazione dell’ineluttabile: “ Non puoi più ricomporre o ridisporre/ (…) le tue poesie./ Le parole non cambieranno più/.”

Da grande artista la Bishop sigilla la sua opera con un graffio finale che ne rivela la singolarità, il genio e la vena sotterranea di ironia e a tratti di allegria. E’ a un sonetto rovesciato (24) che affida, per l’ultima volta, le sue parole limpide e lucide in quello specchio rimasto vuoto:

In trappola: la bolla
nella livella,
creatura scissa;
e l’ago della bussola
che oscilla
indeciso, che barcolla.
Sprigionati: il mercurio 
del termometro rotto
che sguscia via;
e l’uccello-arcobaleno
che dallo smusso
dello specchio vuoto
piglia il volo e scorazza
dove vuole, in allegria!

Elizabeth Bishop, la “Callas della poesia del novecento”, come la definì Brodskij, muore a Boston il 6 ottobre 1979. 




Note

1)Mary McCarthy, Il gruppo, Einaudi 2005.
2)Sidney Lumet, Il gruppo, 1966.
3)Liana Borghi; in Scritture di frontieraIn differitaMartha Gellhorn (1908-1998), Lee Miller (1907-1977) e Janet Flanner (1892-1978), federazione di Cassandre; pag. 16 Workshop SIL fiorentina.
4)Nadia Fusini, Unica e sola,  La Repubblica 15 marzo 2006. 
5)Ibidem
6)Ibidem 
7)Elizabeth Bishop, Miracolo a colazione, Adelphi 2005 
8)Nadia Fusini, ibidem
9)Elizabeth Bishop, One art: letters, a cura di Robert Giroux, Farrar, Strass and Giroux, 1994.
10)Luca Martini, Sentinelle dei deserti, uomini e donne eremiti nei primi secoli del Cristianesimo, Il leone verde 2004
11)Elizabeth Bishop, A Cold Spring, 1955
12)Elizabeth Bishop, One art: letters, 1994 
13)Ibidem
14)Harold Bloom, Poesia e rimozione, p. 132. Spirali 1996 
15)Elizabeth Bishop, Miracolo a colazione, p. 78. Il testo in italiano: “Dalla latrina viene un gran baccano,/ e dal pollaio, coperto da una mano/ di spesso guano/.” pag. 79, Adelphi 2005
16)Elizabeth Bishop, Miracolo a colazione, pag. 161-163 
17)Elizabeth Bishop, Miracolo a colazione,  pag. 157-159
18)Elizabeth Bishop, One art: letters,1994  
19)Elizabeth Bishop; Miracolo a colazione; pag. 239
20)Ibidem
21)Elizabeth Bishop, One art: letters, 1994 
22)Tobias Wolff; Quell’anno a scuola; Einaudi 2003 
23)Elizabeth Bishop, Miracolo a colazione, pag. 271
24)Elizabeth Bishop, Miracolo a colazione, pag. 275     

 
 
  
                  


 

Esempio 1
dal 8 gennaio 2009
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Epistolari. L' America conquistata dalla passione tra due scrittori destinati a vincere il Pulitzer
«Scrivo poesie per vendicarmi»
Amore, alcol, follia: le vite tumultuose di Robert Lowell ed Elizabeth Bishop

Grazie al cielo esistono le infanzie infelici, altrimenti chissà di quanti scrittori e artisti avremmo dovuto fare a meno. Prendiamo due dei maggiori poeti americani del Ventesimo secolo, Robert Lowell ed Elizabeth Bishop. Lowell era il figlio non voluto di una coppia di bostoniani upper class, i cui interminabili litigi seguiti da una cappa di «calma isterica» segnarono la psiche del figlio in modo tragico e potentemente creativo. Bishop perse suo padre a otto mesi, e sua madre (che impazzì di dolore) a cinque anni, quando la donna fu ricoverata in un ospedale psichiatrico e non ne uscì mai più. Entrambi erano consapevoli che la solitudine patita da bambini aveva dilatato la loro immaginazione in modo abnorme e meraviglioso. Lei, pensando a Proust, si rammaricava solo di non aver «sfruttato meglio» l' asma e la bronchite cronica ereditata dal periodo passato con i nonni paterni in Nuova Scozia, che avevano trascurato la sua salute. Lui scriveva poesie che erano «vendette nei confronti dei genitori». Che Elizabeth Bishop (bruttina, timidissima, alcolizzata e lesbica) e Robert Lowell (bellissimo, mondano, appassionato di donne e pazzo) fossero destinati a comprendersi e a diventare amici, non stupisce. Che fossero destinati ad amarsi per trent' anni, seppure a distanza, e a diventare l' uno la musa dell' altro, è un' altra storia. Quella che racconta uno dei libri più ammirati in questo momento negli Stati Uniti: Words in air. The complete correspondence between Elizabeth Bishop and Robert Lowell (Farrar, Straus & Giroux, pp. 875, $ 45). Un libro unico nel suo genere: la corrispondenza completa tra due artisti di pari genio, le cui vite tumultuose sembrano vissute per essere descritte, analizzate e dileggiate in queste magnifiche lettere. Robert Lowell ed Elizabeth Bishop si conobbero nel 1947 a New York, a casa del critico Randall Jarrell, entrambi in un momento complicato della propria vita sentimentale. Lui aveva ventinove anni, era reduce dal disastroso matrimonio con la scrittrice Jean Stafford, sposata dopo che lei gli aveva fatto causa per averle sfigurato il volto in un incidente d' auto. Lei, Bishop, ne aveva quasi trentasei e si stava lasciando con la donna con cui viveva a Key West, Marjorie Stevens. Quella sera Lowell le apparve «di una bellezza poetica e all' antica». «Era la prima volta che parlavo con qualcuno di come si scrive poesia», raccontò, e le sembrò stranamente «facile come scambiarsi ricette per una torta». Poco più tardi Elizabeth Bishop scrive a Lowell la prima lettera, felicitandosi che la sua prima raccolta Lord Weary' s Castle abbia vinto il Pulitzer (che lei stessa avrebbe conquistato nel 1956). Lui le risponde senza giri di parole: «Lei è una scrittrice meravigliosa, e il suo biglietto è l' unico che abbia contato qualcosa per me». Poi le racconta di un vicino che con una sigaretta ha quasi incendiato il loro palazzo, la notte prima. Lowell stesso, una volta, si cacciò una sigaretta accesa in tasca per distrazione, dandosi quasi fuoco da solo. Non tutti gli episodi autodistruttivi della sua vita furono tragici, dopo tutto. E queste lettere dimostrano che una delle cose che lui e Bishop avevano in comune (oltre all' amore per la parola, la metrica, l' etimologia e la metafora) era la capacità di ridere, malgrado tutto, di se stessi. Come poeti, non potevano essere più diversi. Lui era prolifico, vigoroso, amato dal pubblico e determinato a «sporcare» la poesia con la vita quotidiana e la violenza. Lei era astratta e capace di scrivere anche solo due poesie in un intero anno, per pochissimi lettori (la sua popolarità crebbe poi con gli anni fino ad eguagliare oggi quella di Lowell). Lui gravitò quasi sempre intorno al New England e all' Inghilterra. Lei era affascinata dai luoghi esotici e visse a lungo a Key West e in Brasile. «Mi sembra di avere passato la mia vita a sentire la tua mancanza» le scriveva Lowell pochi anni prima di morire. Eppure sembrano quasi evitare gli incontri di persona. È la parola scritta ad attrarli irresistibilmente, l' una verso l' altro, non la seduzione fisica. «Mia cara» scrive Lowell che intanto collezionava una quantità di amanti e si sposava altre due volte, con le scrittrici Elizabeth Hardwick e Caroline Blackwood, «io scrivo soltanto per te». Fu nell' estate del ' 57 che Elizabeth Bishop, accompagnata dall' amante brasiliana Lota de Macedo Soares, decise di andare a trovare Lowell ed Elizabeth Hardwick in Maine, e fu un incontro infelice a cui seguirono anni ancora più infelici. Lowell era vittima di attacchi di depressione bipolare, e i suoi «entusiasmi», come li chiamava, lo rendevano così aggressivo che alle sue conferenze le università dovevano mettere in prima fila una barriera di studiosi col fisico da servizio d' ordine. E Bishop era capace di ubriacarsi fino a perdere i sensi. E dopo il suicidio di Lota de Macedo Soares, nel 1967, certamente non migliorò. Eppure, ricordando quell' estate nel Maine, un giorno Lowell le scrive: «C' è un pezzo di passato che vorrei togliermi dal cuore». E le ricorda una giornata di sole e mare alla fine della quale lei gli disse: «Quando scriverai il mio epitaffio, devi dire che ero la persona più sola che sia mai vissuta». «Ho creduto che fosse solo questione di tempo e ti avrei chiesto di sposarmi... Sposare te sarebbe stata la grande alternativa, l' altra vita che avrebbe potuto essere». Robert Lowell morì di un attacco di cuore nel 1977 in un taxi, mentre lasciava la terza moglie Caroline Blackwood per la seconda, Elizabeth Hardwick. E fu Elizabeth Bishop a dover scrivere il suo epitaffio. Lo fece con una poesia. S' intitola North Haven e parla di un «amico triste» che non potrà più «scomporre o ridisporre (come il loro canto i passeri)», le sue magnifiche poesie. 
Livia Manera 

Pagina 33
(5 gennaio 2009) - Corriere della Sera

 

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Elizabeth Bishop
Nata nel 1911 e scomparsa nel 1979, Elizabeth Bishop è considerata una delle grandi figure della poesia del Novecento. Questo volume comprende quasi tutta la sua produzione poetica (sono escluse soltanto alcune prove giovanili). Il suo mondo poetico, composto di parole familiari, domestiche, spoglie, illuminanti, crea un gioco di iridescenze, un prisma di lacrime, di squame, di chiazze di benzina, miracolo che si schiude dalla finestra della pagina, una delle tante "gabbie per l'infinità". 
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