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Roberto Bizzocchi – Cicisbei. Morale privata e identità nazionale in Italia – Laterza,  Bari 2008

L’Età dei Lumi coincise in Italia con la  diffusione della singolare pratica sociale presso la classe aristocratica dei cosiddetti “cicisbei”. Cicisbeo è un termine  attestato in Italia fin dalla fine del ‘600 col quale si designa quel   Cavalier servente pronto ad accompagnare in tutte le attività pubbliche la dama sposata con il consenso pacifico del di lei marito, e con la quale egli si intrattiene in fitti bisbigli, da dove forse trae origine onomatopeicamente  il termine stesso. Dall’immagine posta in copertina del libro (un dipinto di Giandomenico Tiepolo) si evince icasticamente la   consuetudine pubblicamente  accettata di questo singolare ménage à trois, abbastanza bizzarro per i nostri costumi di oggi.
 A dire il vero questo costume sociale fu indicato da osservatori arcigni, quali Sismonde de Sismondi,   come il punto più basso del rammollimento di una nazione intera.  Nel volume XVI della sua monumentale Histoire  des Républiques italiennes  Sismondi (con il quale polemizzò, com’è noto, il Manzoni delle Osservazioni sulla morale cattolica), indicò proprio nel  cicisbeismo il punto di approdo  di quel grande arco di civiltà italiana iniziatosi con i Comuni.
 Ma anche agli occhi dei viaggiatori stranieri dell’epoca (i primi antropologi avant la lettre dei costumi intra-europei) l’istituto del cicisbeismo destò curiosità,  ilarità, osservazioni puntute e malevole.  «Non vi ho parlato dei cicisbei. È la cosa più ridicola che un popolo stupido abbia potuto inventare: sono degli innamorati senza speranza, delle vittime che sacrificano la loro libertà alla dama che hanno scelto». Il popolo stupido sono gli italiani, l’estensore della nota è Montesquieu in viaggio in Italia nel 1728.

Il punto di vista scelto da Bizzocchi nel ricostruire, con pazienza, maestria e sagacia, questo particolare istituto sociale molto  italiano  è quello impassibile dello storico documentato. Il quale sembrerebbe agire sotto effetto della massima spinoziana:  davanti alle azioni umane non si irride, non si compiange, né si impreca, ma ci si preoccupa di capire. (Humanas actiones non ridere, non lugere neque detestari, sed intellegere curavi.  B. SpinozaTractatus politicus 1,4). Il che vuol dire, detto più terra terra: spiegare il ‘700 col ‘700. D’altra parte se è vero  che il cicisbeo fu oggetto di satira sociale di poeti civili come Parini o commediografi come Goldoni (entrambi non nobili)  è altrettanto vero che intellettuali di punta italiani come Pietro Verri o Vittorio Alfieri (entrambi nobili),  non solo non condannarono questo costume, ma vi aderirono personalmente, avendo praticato in gioventù essi stessi da … cicisbei. Stupidi anche loro?

Ora, in sei corposi capitoli (I. Introduzione. Chi erano i cicisbei? - II. Nel mondo dell’Illuminismo - III. Nella società del Settecento - IV. Una geopolitica dei cicisbei - V. Erotica - VI. I cicisbei al bando) e attingendo ad una vasta e succosa documentazione d’archivio perlopiù inedita Bizzocchi ricostruisce il fenomeno: ci dice che il costume del  Cavalier servente segna una tappa fondamentale dell’emancipazione della donna, fino ad allora ristretta nell’ambito domestico (domi mansit, casta vixit, lanam fecit), allorché   il cicisbeo ha invece la precisa funzione sociale di scortare la dama in uno spazio sociale pubblico (passeggiate, teatro, viaggi) fino ad allora a lei precluso; che il cicisbeo è figura centrale della “civiltà della conversazione”, termine questo che in origine non designa il dialogo tra parlanti ma proprio la sociabilité (la socievolezza, la “conversazione”) di cui discutono gli storici francesi; che il cicisbeo è una via d’uscita tutta italiana alle costrizioni feudali dell’istituto del maggiorasco e del fedecommesso, che assegnando i patrimoni al primogenito condannava al celibato anaffettivo  i cadetti, i quali da Cavalier serventi trovavano così ruoli, funzioni sociali e una parvenza di vita sentimentale. Bizzocchi aggiunge che il cicisbeo era la risposta di una società arretrata che concedeva  libertà alla donna, ma al contempo la limitava proprio con l’ accompagnatore ufficiale:  tutore sì, ma soprattutto custode rigido della ritrovata libertà femminile. Insomma, queste ed altre spiegazioni ci avvicinano e mettono a fuoco, credo in maniera definitiva, questa bizzarra figura che altrimenti resterebbe confinata in una di quelle pieghe della storia come un caso teratologico della società italiana.

 E tuttavia restano al lettore curioso alcuni quesiti che trovano però risposta, convincentemente, nelle ultimissime pagine. La nobiltà e il maggiorasco non c’erano forse in tutta Europa? e perché allora solo da noi i cicisbei? (In Francia in effetti venne tradotto solo il termine “sigisbéisme”, ma non importata la corrispondente usanza). Perché non ci fu cicisbeismo, come tutti abbiamo creduto finora, non dico nell’Europa fredda, in Francia, in Inghilterra, ma  in quella mediterranea, Spagna o   Portogallo? E in effetti, argomenta Bizzocchi, il cicisbeismo non fu solo un fenomeno italiano. Attraverso rapidi e conclusivi cenni accerta che tale pratica sociale fu presente  sia in Spagna, in Austria, come in… Inghilterra, e che il fenomeno per lungo tempo è stato indicato solo come italiano, quasi facente parte strettamente della sua identità nazionale, sol perché l’Italia era al centro del Grand Tour, quindi sotto particolare lente di osservazione, non sempre benevola. 

Aggiungo che il libro (un buon esemplare  della saggistica di qualità di cui tanto si ha bisogno nel nostro Paese) è di godibilissima lettura, e che, a fianco delle argomentazioni serrate e convincenti  e dei riferimenti puntuali alla letteratura specialistica, allega tutta una serie di diari privati (formidabile quello di Luisa Palma di Lucca), di lettere, di relazioni diplomatiche che fanno del libro una specie di “relazioni pericolose” del nostro Settecento. Certamente, se si vuole essere soddisfatti nella domanda sdrucciolevole che credo aleggi nell’aria: il cicisbeo accompagnava la damina anche di notte? La risposta, benché non documentabile nella totalità dei casi  trattandosi di spazi privatissimi, è che, di certo, il Cavalier servente, avendo  accesso finanche alla camera da letto di lei, non la impegnasse solo nella recita dei  padrenostri.
 Il Settecento è il secolo galante, degli amori senza domani. Un secolo in cui però, non lo scordiamo, sotto le parrucche,  i profumi e le ciprie pulsano le idee.

Alfio Squillaci
Questa recensione è apparsa sulle pagine culturali de "Il Riformista" del 23 dic. 2008

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Un mercante economo all'antica, un veccio zio saggio con un passato galante, una giovane sposa capricciosa, un intellettuale ironico e disincantato, un signorotto di campagna reazionario, un figlio oppresso che si ribella. Cinque uomini e una donna, appartenenti alla nobile famiglia Bracci Cambini di Pisa, fra inizio Settecento e metà Ottocento, raccontano la propria vita. Le loro passioni e i loro conflitti offrono un esempio vivo e concreto della storia della famiglia e della vita privata, attraverso la descrizione di caratteri individuali precisi. Ne emergono i grandi temi del confronto fra il modello familiare autoritario e corporativo d'Antico Regime e quello più modernamente fondato sui diritti e i sentimenti delle persone. 
"Cicisbeo: il cavalier servente al quale spettava di tenere compagnia alla dama, con l'assenso del marito, di seguirla e aiutarla in tutti i suoi atti." Questa la definizione tratta da uno dei principali dizionari della lingua italiana. Il temine "cicisbeo" sta dunque a indicare un uomo che, nel Settecento, viveva al fianco della moglie di un altro, in un triangolo ufficializzato dal riconoscimento pubblico della società. Se l'usanza è insolita e decisamente curiosa ai nostri occhi, abituati a considerare il matrimonio come un patto esclusivo fra due persone basato su amore e fedeltà, era però comunemente praticata nel corso della cosiddetta'età dei Lumi, tanto da essere stata rappresentata, interpretata o stigmatizzata da diversi artisti dell'epoca. Dal "giovin signore" di Parini alle commedie di Goldoni, dal diario giovanile dell'improbabile cicisbeo Vittorio Alfieri ai dipinti del Tiepolo, tutte le testimonianze - benché in disaccordo sul giudizio morale si trovano concordi nel descrivere il cicisbeo come il fedele e (soprattutto) onnipresente accompagnatore delle dame sposate della buona società italiana settecentesca. 
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