Ida Boni   –  La vita altrove - Albatros, 2011

Valutazione XXXXX/5

Esiste una scrittura –femminile-? Certo, anche se non tutte le autrici sono individuabili nel loro essere donna, manifestato da una trattazione degli argomenti e da una presentazione dei caratteri ripresi da angolazioni particolari, attraverso una specie di filtro che ammorbidisce le luci in modo sconosciuto ai maschi. Lo stesso accade in fotografia, quando un’immagine volta a trasmettere emozioni può permettere in certi casi di riconoscere il sesso di chi ha scattato quella inquadratura.
Ovviamente non tutte le scrittrici appartengono a tale categoria specifica, e specialmente nei decenni recenti si è evidenziata in molte una mascolinità decisa, perfino spudorata, che potrebbe sembrare una scelta di ribellione a un ruolo standardizzato, e una ricerca di uguaglianza sempre cercata e mai raggiunta in passato. Tuttavia, quando da parte maschile si ammette valore a una scrittura in cui la femminilità è riconoscibile, raramente il giudizio sa cancellare una punta di sia pur lieve tono di sufficienza, per la presenza ritenuta inevitabile di un fondo di romanticismo stucchevole.
L’ultimo libro scritto da Ida Boni (attenzione: Ida e non Ada, come potrebbe accadere a causa di una facile confusione con il celebre nome dell’autrice de “Il Talismano della Felicità”, che per decenni fu per molte famiglie il breviario della buona cucina), è un magnifico esempio di scrittura -di donna- che, essendo libera dal difetto di un tono ambiguamente lezioso, sa catturare con sensibilità acuta lo spirito dei personaggi, le reazioni, l’evoluzione graduale dei comportamenti, il bagliore delle emozioni.
L’autrice è nota per alcune precedenti opere vincitrici di premi letterari, che ne hanno segnalato l’eleganza raffinata della scrittura e la capacità di dare vita a storie di un tempo che non c’è più, in cui i protagonisti vivono i loro anni nell’inesausta ricerca di qualcosa impossibile da raggiungere, che potrebbe rappresentare la felicità.
Lo stesso tema è sviluppato nell’ultimo romanzo, -La vita altrove-in cui conosciamo Anna, diligentissima studentessa universitaria ventenne in una Firenze da poco uscita dalla guerra; l’autrice non indica date, ma possiamo ugualmente indovinare l’epoca in cui la storia si svolge, attraverso dati sparsi qua e là con apparente noncuranza, e osservando gli atteggiamenti dei protagonisti, tanto diversi nel modo di essere, di agire, di pensare da quanti vivono oggi.
Anna è bella, eppure scialba nelle scelte, nelle aspirazioni, nelle azioni, nel carattere; è fidanzata con un coetaneo collega squattrinato, un tipo qualunque momentaneamente lontano per seguire un master all’estero, e con lui si sta preparando a costruire una vita priva di emozioni secondo un percorso già tracciato, che nonostante voglia differenziarsi dal non felice esempio dei propri genitori gretti e insoddisfatti, già pare destinato a esserne la riproduzione.
Desiderosa di liberarsi almeno in parte dalla totale dipendenza economica della famiglia che la mantiene negli studi, Anna cerca un piccolo lavoro e scopre su un giornale un’inserzione interessante: si presenta, e incontra Andrea Venturini, ricco e affascinante quasi cinquantenne, appassionato di teatro con l’ambizione di scrivere un dramma per le scene, alla ricerca di una segretaria-collaboratrice di cultura adeguata.
L’uomo non assomiglia a nessuno di quelli che Anna ha conosciuto prima, non solo per l’ambiente in cui vive e per l’esperienza del signore abituato a muoversi in un universo lontano dal suo, quindi in un primo momento prova un moto di timore dinanzi al passo che si appresta a compiere finché, nonostante qualche incertezza, accetta la proposta e il compenso adeguato, subito coinvolta nell’inattesa avventura culturale. Inizia così a occuparsi di trascrivere e ordinare gli appunti che lui le passa, ma presto arriva a collaborare alla stesura del testo, quando l’altro scopre le notevoli qualità della sua intelligenza.
Nessuno le aveva mai espresso un apprezzamento tanto profondo per le capacità creative che neppure immaginava di possedere, nessuno le aveva mostrato un genere di esistenza tanto insolita in cui la sta trascinando Andrea, autentico pigmalione in grado di svegliare nella ragazza interessi prima inesistenti.
Anna, -alba chiara- davvero nella sua ingenua ammirazione per l’uomo e per il mondo che gravita intorno a lui, si rende conto a un tratto del cambiamento dei propri sentimenti quando l’uomo insiste per portarla con sé a un ricevimento elegante, dove la presenta nella qualità di nuova collaboratrice, tra i sorrisetti ambigui dei conoscenti.
Infagottata in un vestituccio modesto, che pur contrastando con l’abbigliamento costoso delle altre non mortifica la sua grazia, Anna attraversa velocemente le fasi di una metamorfosi da cui trae però, oltre l’esaltazione momentanea, i dubbi che l’avevano  turbata all’inizio, accresciuti da inquietanti interrogativi.
Il quieto evolversi iniziale dei pensieri che si riflettono nelle parole, nei gesti, negli atteggiamenti, è disegnato con delicatezza dall’autrice che segue la trasformazione di Anna, finché la ragazza ne prende atto, con sorpresa e preoccupazione. Nel ritratto preciso che si disegna gradualmente, il lettore sente Anna vicina, quasi familiare, viva, autentica, ed è questo uno dei pregi del romanzo, che non è soltanto un insieme di parole stampate.
Certo è scrittura –femminile- quella di Ida Boni, per la sensibilità con cui arriva con indagine chirurgica al nucleo della personalità della protagonista, ma ugualmente –femminile- anche quando ritrae Andrea, come se di lui sapesse tutto, delle sue angosce e delle sue incertezze, diviso com’è tra ambizioni e desideri e frustrazioni, attratto dalla bellezza in ogni forma non solo esteriore, eppure insoddisfatto di ciò che ha raggiunto, ricercatore instancabile di qualcosa che sta sempre più in là.
Si sforza di accettare la delusione di una moglie che sta precocemente sfiorendo, ricoverata in una clinica di lusso per malattie mentali a causa di tendenze suicide, probabilmente dovute ai tradimenti del marito. Tuttavia, pur consapevole delle sue colpe, tenta di liberarsi la coscienza dalla presenza incombente di lei, attraverso la smania creativa con cui aspira a esprimere ciò che gli balugina dentro.
Prima di Anna ci sono state altre ragazze che avrebbero dovuto aiutarlo nel suo lavoro, raggiunte attraverso la stessa inserzione, ma nessuna gli era parsa giusta finché, dinanzi alla nuova aspirante segretaria, scatta in lui qualcosa di speciale: gli pare di avere scoperto -la donna-, quella che ogni uomo cerca, anche se ciascuno ha dentro di sé un ideale diverso.
Nasce in Andrea un sentimento nuovo, o forse già provato e poi dimenticato, che all’inizio tiene golosamente a bada perché, da raffinato qual è, sa che il maggiore godimento deriva dall’attesa, dalle sensazioni gustate mentre nascono e offrono prospettive squisite.
Non sono molti i romanzieri che, al pari di Flaubert, sono riusciti a comprendere le donne in ogni piega del loro carattere, come l’hanno saputo e lo sanno fare certe scrittrici, ovviamente facilitate dalla -sorellanza- con le loro simili, e aiutate in tale operazione dalla capacità istintiva di entrare nei personaggi e di trasferirsi totalmente in essi. Per riuscire in questo, occorre utilizzare il dono della metamorfosi che alcune hanno e che Ida Boni ha, dote naturale che le ha permesso di trasmettere al lettore la storia di un’esperienza sentimentale, sconvolgente soprattutto per Anna, che nel momento in cui il rapporto con Andrea sta trasformandosi, nella sera della festa, da brava ragazza trova il coraggio di ritrarsi e di tornare alla realtà precedente con la continua ripetizione di un:
-“no..no..”, e non sapeva a chi si stesse rivolgendo, se a se stessa o ai tanti incerti e difficili giorni che, se ne rendeva conto, erano lì ad attenderla.-
Con questa frase si chiude “La vita altrove” di Ida Boni, che ci porta un profumo di cose lontane colte con sensibilità dolente. Lontane come potrebbero sembrare oggi, perché tanto diverse dalla realtà odierna, con un’operazione di ricerca e di scavo da cui ha saputo trarre una realtà autentica, per riportarla alla luce.    


Armanda Capeder


Armanda Capeder è giornalista, specialista di Linguistica Italiana, settore per il quale redige da oltre quattro anni una serie di articoli sul mensile “Studi Cattolici” delle milanesi Edizioni Ares.
Sullo stesso argomento ha scritto, per l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano, un piccolo manuale che ha incontrato ampio successo, “L’anacoluto non è una parolaccia”, pubblicato nel 2004.
Per 10 anni ha tenuto Corsi di Scrittura Creativa presso un Ente pubblico collegato col Comune di Milano.
Ha pubblicato 5 romanzi, 2 libri di fiabe e numerosi testi di cultura generale editi da Fabbri, Rizzoli, Domus.
Leggi nel link in basso le sue letture raggruppate nella rubrica:  "Scegliere il libro giusto". Le sue valutazioni, espresse in X, variano da 1 a 5.


dal 12 nov 2011

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Andrea Venturini, un consulente di alcune ditte chimiche, ma in realtà appassionato di teatro; Anna, studentessa universitaria di circa vent'anni in cerca di un lavoretto. Questi due personaggi intersecheranno le proprie vite grazie a un annuncio sul giornale. Una relazione, inizialmente, di lavoro, che ben presto si trasformerà in qualcosa di più... tra i due nascerà un legame di profonda stima, amicizia, rispetto... qualcosa che porta con sé un vago profumo di amore... un amore impossibile, non voluto, non cercato, che li spaventa entrambi... un amore che solo un profondo strato di neve può coprire e far dimenticare, in modo che ognuno possa continuare la propria esistenza come se nulla fosse mai successo, ma con addosso solo un lieve ricordo di qualcosa che poteva essere...

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