Alain de Botton - Le consolazioni della filosofia - Guanda 2004 

   Un manuale di filosofia spicciola: quanti se ne trovano sugli scaffali delle nostre librerie, che strillano dalla copertina promesse di pronta felicità e profonda comprensione dell’umana insoddisfazione in appena duecento pagine ? Niente di tutto questo. Eppure scrivere di filosofia con poche parole - mentre  i media si profondono in mille informazioni -, è impresa assai ardua: uno stile colloquiale ci porta istintivamente a diffidare (vedi Luciano de Crescenzo) dei contenuti proposti come “seri”, e d’altra parte un gergo specifico o argomentazioni non sempre istantanee suscitano noia pressoché immediata, costringendoci a chiudere le pesanti ali del libro in questione. L’appena trentacinquenne autore, invece, è già abbastanza imbevuto di studi filosofici da poterne discutere con sufficiente autorità, ma ancora vicino alle difficoltà di cui tratta per parlarcene con toni fraterni, benevoli, accondiscendenti: perché lo scopo primo del testo è quello di cercare, fra la sterminata e autorevole letteratura filosofica, quegli autori che possono maggiormente aiutarci nelle tribolazioni quotidiane attraverso la focalizzazione di alcuni punti-chiave del loro pensiero.
La prima di queste consolazioni riguarda l’affanno causatoci dall’impopolarità. Sebbene sembri un problema tutto moderno, in realtà si è solo acuito per mezzo della sovraesposizione mediale cui siamo giornalmente esposti, allo stile di vita sempre più interconnesso con gli altri, al bisogno tutto umano di suscitare approvazione nell’altro per ritrovare, come in uno specchio, la propria identità: ma non addentriamoci in terreni troppo tecnici. Basti analizzare come nella storia delle società umane la percezione di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato (una distinzione che ci sembra tanto ovvia e netta) vari in modo impressionante di epoca in epoca, e addirittura di luogo in luogo nello stesso periodo: il filosofo che si propose di smascherare tale incongruenza fu Socrate, “tafano di Atene”. Nelle sue innocenti conversazioni incitava l’interlocutore a non dare per scontato il senso comune, immaginando per un attimo che fosse errato, e a pervenire ad una soluzione più logica per mezzo di sillogismi. Spesso si giungeva ad una definizione addirittura opposta del problema, una volta esaurite tutte le eccezioni, sicuramente più salda di quella intuitiva. Tale fermezza, basata sulla effettiva conoscenza, bastò al filosofo per sfidare, da solo, la giuria che lo condannò a morte per le sue idee e l’intera cittadinanza ateniese: per estensione, come può non bastarci nelle nostre piccole avversioni quotidiane?
Un’altra delle angosce tipicamente moderne è quella prodotta dalla mancanza di denaro. Ognuno di noi è portato naturalmente alla ricerca del piacere e della felicità: l’errore consiste nel pensare che la seconda sia l’esatta derivazione del primo, e nel confondere i due termini come sinonimi. Epicuro ci insegna invece che una volta soddisfatti i bisogni naturali e necessari (un po’ di cibo, un riparo, veri amici con cui vivere in libertà e uso del pensiero volto al lenimento dell’anima) una maggiore disponibilità economica non ci farà superare i livelli di felicità raggiungibili con questi pochi mezzi. Bisogna insomma smettere di considerare gli oggetti come simulacri della gioia che non riusciamo a raggiungere in noi stessi, dopo aver eliminato la vera sofferenza attiva (quale la fame), e non farci ingannare dalla pubblicità col suo enorme potere economico e (ancora una volta) dall’ingombrante senso comune.
Diretta emanazione della presunta mancanza di felicità è il senso di frustrazione che ci assale spesso senza un motivo certo e definibile. In questi casi possiamo abbandonarci alla saggezza del filosofo stoico Seneca, le cui vicende personali lo portano a buon titolo ad essere maestro di tale affanno. Ci insegna così che ogni frustrazione nasce dalla collisione tra un desiderio e una realtà ostile, causandoci emozioni (come ira, ansia, senso di ingiustizia, sensazione d’essere presi in giro, traumi) cento volte più dannose perché a noi stessi incomprensibili. Ovviamente non bisogna adagiarsi nella propria condizione presente, ma lo stimolo al progresso e al rinnovamento dev’essere sempre inquadrato nell’ottica onesta di ciò che è modificabile e di ciò che non lo è. Imparare ad accettare il mondo per quello che è, dunque, ma soprattutto imparare ad accettare se stessi per come si è, o si cadrà preda del senso di inadeguatezza. Corpo e mente non sono entità separate, spiega Montaigne, né l’attività intellettuale è da considerarsi più nobile delle legittime aspirazioni del corpo. Tantomeno (e qui ci ricolleghiamo all’impopolarità) dobbiamo sentirci frustrati per la nostra presunta mancanza di normalità: tale concetto è troppo variabile nel tempo e nello spazio per destarci alcuna preoccupazione, e inoltre gli amici sono disposti a soprassedere a molte delle nostre stranezze. Infine, la persona realmente intelligente può non avere una vasta erudizione, ma sa esprimersi con coraggiosa chiarezza, parla di cose utili alla vita, pensa e medita piuttosto che citare pedissequamente: è insomma un essere adeguato e semirazionale, con una vita normale e virtuosa, tesa alla saggezza ma mai troppo lontana dalla follia.
Ed eccoci giunti pian piano al più pungente e universale dei dolori: la sofferenza per le pene d’amore. E nonostante ciò è una delle tribolazioni storicamente meno affrontate nella filosofia, probabilmente perché solo in epoca moderna vediamo un’apertura alla parte meno razionale dell’uomo. Il filosofo che ci guida nell’esplorazione di tale sentimento ha avuto una vita certamente non facile, cosa che si riflette sulla sua filosofia rendendola cupa e pessimista. Eppure Schopenhauer, al pari del Leopardi della Ginestra, sembra invitarci non tanto ad una rassegnata accettazione della vita, quanto alla ferma consapevolezza della sua crudeltà mai mitigata da facili autoinganni. Noi, dice il pensatore, più che dall’intelletto siamo mossi dalla “Volontà di vivere”, un impulso innato di autoconservazione e riproduzione, per cui quello che chiamiamo amore è solo il fortissimo istinto della continuità della specie. Scegliamo insomma il nostro partner inconsciamente guidati da parametri di convenienza biologica che non si incontrano praticamente mai con l’idea che abbiamo di amore romantico (ciò perché la nostra felicità è ben al di sotto della potenza della volontà di vivere): attraverso l’arte, poi, scopriremo che il nostro caso è solo uno dei tanti. Molto consolatorio, anche se personalmente credo che il ragionamento sia viziato da una visione parziale, già sconfitta, del problema.
Infine, come in un climax ascendente, Nietzsche ci parla della difficoltà più ampia e naturale: l’ansia di vivere. Ma qui la sofferenza assume un connotato positivo: impegno sociale e grandezza d’animo non bastano da soli a rendere l’uomo tale, o meglio, “Übermensch” (poco felicemente tradotto come “Superuomo”). Occorre passare attraverso periodiche quanto inevitabili sofferenze, per avere l’esperienza e la motivazione necessaria a raggiungere la felicità. Questa infatti non è a portata di mano, ma non ci è neppure preclusa: per realizzarsi bisogna elevarsi al di sopra della mediocrità per mezzo del necessario dolore; cogliere la sfida, e non crogiolarsi in sollievi tanto effimeri quanto dannosi come alcool o religione.  Passando per i filosofi finora incontrati, e ricongiungendoci ad anello con Epicuro, possiamo quindi concludere che l’uomo deve vivere le proprie angosce con fiera determinazione e consapevolezza dei suoi limiti come della sua grandezza, conscio che l’unico valore salvifico concessoci in sorte in questa vita è quello della saggezza rinforzata dall’amicizia.
Ilario D'Amato
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Esempio 1
  Alain de Botton has set six of the finest minds in the history of philosophy to work on the problems of everyday life. Here then are Socrates, Epicurus, Seneca, Montaigne, Schopenhauer and Nietzsche on some of the things that bother us all: lack of money, the pain of love, inadequacy, anxiety, the fear of failure and the pressure to conform.







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Michel de Montaigne 
Saggi

 

"Libro consustanziale al suo autore. In questa definizione è contenuta la più profonda ragione d'essere degli 'Essais', la ragione del perché Montaigne sia lo scrittore di un solo libro, e, infine, della ""unicità"" di quel libro stesso. Consustanziale al suo autore, ossia nato con lui, e destinato, parrebbe, a non dover mai esser finito. Rifusa una volta l'edizione del 1580 in quella del 1588 aumentata d'un terzo libro inedito a di seicento addizioni ai due primi, l'edizione postuma del 1595, foltissima di variazioni, d'interpretazioni e d'aggiunte, ci dà veramente l'idea d'un'opera che cresce all'infinito per successive stratificazioni, di un vecchio tronco che rigeremoglia inesausto alle sue grandi stagionie inestricabilmente allaccia le nuove alle antiche fronde."" ""Che un tale uomo abbia scritto, ha accresciuto il nostro piacere di vivere su questa terra""  Friedrich Nietzsche" 

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