Molti anni dopo, davanti alla Torre panoramica di Natàca, Vitaliano Brancati si sarebbe ricordato di quel pomeriggio in cui suo nonno lo aveva portato a vedere il vento: nella piazza grande di Pachino s'era incantato a guardargli la barbetta grigia volgere a destra e a manca sotto la sferza dello scirocco, che - lo sanno tutti in paese - ha il potere di trasfigurare il mondo. E a quel vento Brancati leverà invocazioni per tre giorni perché disperda la chimera di una comitale baldanza facendo del sogno di un fandango il segno degli "anni perduti" di una generazione ipotecata dal fascismo, priva di "piaceri" e spinta a vagheggiare progetti sciocchi e impossibili. E il vento, cui Brancati dirà legata "in un modo molto intimo" la sua infanzia, diventerà una ventata che con la forza della novità abbatterà la superfetazione del regime, nata sulla coscienza morale e civile dell'Italia. Di Pachino, "posta su di un'altura battuta dal vento di due mari, che spazza continuamente il paese e fa brillare i ciottoli come diamanti", Brancati ricorderà il fanciullino che dal "tondo", tenendo stretta la mano del nonno, guardava in mare l'Isola delle Correnti dove le acque turbinavano sfrangiandosi come due fiumi contrari mentre uguali correnti aeree mulinavano attorno accendendogli il volto e dando al paesaggio "l'aspetto liscio, il colore rosso, che hanno i luoghi battuti senza posa dal vento".

Nel paese il cui etimo fenicio designa appunto una "quantità di vento" il tramontano e lo scirocco colorano le facce di gente nata per offrire alle spire chi una guancia chi un'altra, a misura che il proprio credo inclini a nord o a sud: gente riunita all'incrocio di Europa e Africa, dove i venti "si azzuffano e rincorrono"; gente che Brancati ricorda di "sogni gravi e felici" grazie all'aria "vinosa e densa" che il mosto affida alle spore del "selvaggio Simun, il vento che ha suggerito agli uomini le più belle poesie e i più bei pensieri del mondo" e che rallenta la vita, una ragione in più per amarlo; gente che ha due volti quanti sono i venti, freddo e caldo, ed è fatta dunque per la scena. Sicché teatro non a caso diventa alla fine Pachino perché ha innervato in Brancati la sua prima vena comica.

L'unificazione nei due volumi dei "Meridiani" Mondadori dell'opera completa di Brancati dà conto di una visione d'insieme regolata su una linea di crescenza che si dipana proprio da Pachino e che segue uno svolgimento di lucida coerenza. Qui nel 1904 lo zio Marino deve procurarsi una ferita per ottenere dalla moglie il permesso di rientrare a casa: talché lei lo aspetta reduce vittorioso da un duello rusticano che lui ineffabilmente però ha risolto con una conciliazione uguale a una resa. Qui torna vincitore davvero, da "dietro le nubi di tramontana" di "una città chiamata Napoli", il nonno Vitaliano gonfio dell'orgoglio di avere sconfitto "in una gara di canto un tenore troppo vanitoso". Qui negli anni dannunziani i pachinesi rivelano "una grande vocazione all'arte". Dalla spezialìa del prozio Corrado il vento sperde nell'aria le note vespertine di concerti per chitarra e violino tenuti da farmacisti e barbieri orchestrali che i clienti sono costretti ad ascoltare fino alla fine a meno di rinunciare alle loro medicine; e con le note il vento porta alle orecchie del piccolo Vitaliano gli echi di tragedie recitate in sussiego e di barzellette raccontate in sollucchero del tipo "Sai perché si è suicidato Marconi? Perché non ha saputo inventare il jò-jò senza fili".

A Brancati rimarrà il ricordo di una festa in omaggio del nonno Vitaliano e del prozio Corrado perché incidessero un disco, parole dell'uno e musica dell'altro: due fratelli campioni di goliardia e bons mots. Ma gli si imprimerà nella memoria soprattutto il suono degli archi e del vento: "Qui avevo lanciato il mio grido di bambino; di questa polvere si erano riempite le mie scarpette". Il grido e la polvere posti a suggello di un'età felice: il grido che è l'intonazione di voce comune ai pachinesi "che non sanno dire nulla a voce bassa", ma che è anche la gioia di chi non vuole che il mondo incantato svanisca e che diventa disperazione quando non c'è più; la polvere che il vento alza nella piazza grande, dove il nonno e il papà levano lo sguardo all'orologio dal quadrante rosso della chiesa madre per regolare la loro dieta.

Maria Brancati, cugina di secondo grado, ricorda oggi la volta in cui lo scrittore ormai affermato venne a Pachino, lei bambinetta, in visita alla tomba dell'amatissimo nonno paterno dal bel pizzo grigio: "Non lo vidi ridere una sola volta. Sentivamo alla radio 'La signora di trenta anni fa' e lui disse che era la canzone di uno smemorato".

Quel giorno Brancati andò a Pachino anche per un'altra ragione: la cisti che gli si era ingrossata nel torace s'era fatta visibile anche con la giacca e parlare con il padre di Maria che era medico poteva giovare a prendere decisioni. Rosario Brancati lo rassicurò circa la natura benigna della tumefazione e gli suggerì di farsi vedere anche da un altro lontano cugino, Raffaele Brancati, un oncologo che a Marzamemi aveva messo su un centro di ricerca sul cancro. Gli fu consigliata da entrambi un'asportazione parziale perché la cisti pesava sul cuore e avrebbe potuto determinarne scompensi durante l'intervento. Ma Vitaliano volle ascoltare l'amico chirurgo Dogliotti e si mise nelle sue mani. Non disse nulla alla famiglia perché era convinto che delle malattie non bisogna parlare dal momento che, come i bambini, se si vedono osservati si ringalluzziscono. Però volle fare testamento. Il fratello Corrado, appresa la data dell'operazione, lo raggiunse a Torino dicendogli di essere venuto per vedere la Juventus. Prima di entrare in sala operatoria Brancati vede da un balcone passare il tram numero 12 e pensa a un segno augurale. Solo la moglie, Anna Proclemer, affacciata accanto a lui, legge che è diretto al cimitero.

È il 25 settembre del '54: cinquant'anni fa esatti. Proclemer, oggi ottantenne, non è mai andata una sola volta a Pachino e, nei sette anni di effimero matrimonio, lasciò che fosse lui a partire da solo sull'eco di lettere in cui si dichiarava perdutamente siciliano: "Al Sud appartengo interamente e ne sono il più pazzo e avvelenato figliolo"; oppure: "Domani parto per Pachino a bere la medicina che i libri consigliano: il cosiddetto bicchiere di aria natia".

La figlia Antonia, per sua stessa ammissione, si è invece legata a Pachino perché è più una Brancati che una Proclemer e c'è tornata molte volte per incontrare anche i parenti del padre. Recentemente ci è andata solo per assistere a una rappresentazione amatoriale della Governante, la commedia scritta da Brancati per la moglie. Antonia non ha più trovato però la casa di via Lincoln dove la nonna paterna "diventò pallida per i primi atroci dolori" del parto una sera di luglio del 1907. Al suo posto è sorta una banca. E in via Garibaldi la farmacia del prozio Corrado è sparita per fare posto a una boutique. Della sua tragedia in versi, letta a un cugino corso nottetempo da lui per un anodino e caduto in un sonno profondo a sentire declamare endecasillabi per un'ora, non si è trovato un solo frammento. Né è mai stato visto l'architetto che Brancati aspettava perché facesse di Pachino "il più bel paese del Sud".

Ma nelle notti di vento si vede ancora oggi in cielo un enorme fantasma levato in alto dalla polvere che poi si dirada lasciando uno scintillio uguale a quello che guardava Nuzzu con la mano tenuta dal nonno. Vedendo soffiare il vento impetuoso e imperioso di Pachino, come un aruspice leggeva in esso i segni del destino. E un giorno ne farà l'elemento attivo della propria dottrina morale: "Sugli uomini soffia quello stesso vento che fa correre le nuvole; tu non lo senti mai, tranne che nei momenti in cui esso cerca di strapparti, come una foglia, dal ramo dell'onestà, della tranquillità, della famiglia, della vita; e tu capisci che il vento batte solo su di te, e non sul ramo, e che già fai la ruota sul grembo, e fra poco l'albero rimarrà dietro di te, e Dio sa fino a quando, e tu solo volerai chissà dove col vento".


Gianni Bonina
 
Giovane di rara bellezza, nella Catania fascista e conformista degli anni Trenta, Antonio Magnano gode fama di impareggiabile seduttore, concupito dalle donne e invidiato dagli uomini. Ma dopo tre anni di nozze con la bellissima e candida figlia di un facoltoso notaio, Antonio vede la sua reputazione offuscarsi lasciando il posto ad un’infamante verità. Il presunto e focoso amante di tante donne, il 'bell'Antonio', si macchia di un'onta impossibile da lavare, in una società in cui un uomo, se non è capace di ”farsi onore con una donna, diventa “meno utile di uno straccio da piedi”. E alla stregua di uno straccio da piedi egli verrà trattato quando confesserà la sua impotenza, un difetto fisiologico e psicologico che nella parabola di Vitaliano Brancati diventa una disperata reazione di dissenso nei confronti di una mentalità che erige la virilità a valore assoluto. Amaro e sarcastico, comico e drammatico insieme, Il bell'Antonio può essere letto come l'allegoria dell'infelicità di vivere in una società che nasconde sotto l'ossessione per il sesso un vuoto profondo.

Vitaliano Brancati -  Don Giovanni in Sicilia
                                      Il bell’Antonio
                                      Paolo il caldo



“Don Giovanni in Sicilia”
Mondadori, pagg. 156. Euro 6,80

Giovanni Percolla viene otto anni prima di Antonio Magnano, il protagonista de “Il bell’Antonio”, ma gli somiglia, come gli somiglia l’ambiente in cui vive, fatto di silenzio e di rispetto per il maschio, venerato quasi.

In questo romanzo, sono le tre sorelle Rosa, Barbara, e Lucia, zitelle, a stravedere per lui, che è l’unico lavoratore della casa e porta in famiglia duemila lire ogni fine mese.

A pranzo, non cominciano se prima non si siede anche lui che: “trovava le sorelle già sedute, con gli occhi alla porta, dalla quale egli doveva apparire, e il cucchiaio ancora asciutto nella mano destra.” Non lo incontrano mai, invece, all’ora di cena, giacché “egli rincasava nel cuore della notte” e, per non svegliare le sorelle, faceva così piano che ciò accresceva il rispetto che nutrivano per lui.

Non sapevano, di fronte a quella apparente innocenza, che in realtà il fratello, quando si trovava nel negozio di stoffe dello zio Giuseppe, non faceva altro che pensare alle donne. Era un’abitudine che lo accompagnava sin da ragazzo, allorché con gli amici Ciccio Muscarà e Saretto Scannapieco andava in cerca di sottane, profittando anche della guerra che aveva lasciate molte mogli che “rimaste sole nei loro letti grandi, sentivano freddo.”

Don Procopio Belgiorno è il ruffiano più conosciuto di Catania, che vanta di avere sotto mano ragazze molto belle, che alla fine si rivelano, però, attempate e con qualche ruga. Ma è talmente bravo nel suo lavoro, e desta simpatia per il modo eloquente di lodare le proprie donne, che continua, nonostante che qualche volta i giovanotti delusi gliene suonino di santa ragione, ad esercitare con profitto il suo mestiere.

Brancati ha già tracciato le linee di una società frivola, grottesca e ipocrita. Il suo modo di raccontare scorre leggero come la sua storia e ad essa si attaglia e si misura, con un passo più vicino al racconto che al romanzo: una prosa linda e pulita come il personaggio che descrive, la quale nasconde e alimenta una carica amabile, ma ben affilata, di denuncia sociale, pur sotto l’apparenza di un macchiettismo compiaciuto e divertito. Vi è un piacere nel descrivere i suoi conterranei, infatti, tale che Brancati si sente esattamente eguale ad uno qualsiasi di essi, sia che si tratti di Giovannino che dell’amico Muscarà, che del professore che fa visita alla “parigina”, come è chiamata la bambola acquistata da Muscarà a Parigi, “della grandezza di una donna, e fatta d’una materia che, al tatto, somigliava alla carne in modo impressionante.” Le stesse sorelle di Giovannino scorrono nelle vene dell’autore che, divertendosi e amandole, mostra, per il loro tramite, molte facce (e sarebbe meglio dire molti “sguardi”) della sua Sicilia, e meglio ancora sarebbe dire dei suoi “catanesi”.

La scena in cui Giovanni, seduto al caffè con gli amici, viene fatto oggetto degli sguardi di Ninetta, e la reazione sua e degli altri nell’accertarsi che quello sguardo è proprio rivolto a lui, è emblematica di una visione burlesca e tuttavia amabile della sua gente. Per aver conferma che la ragazza guardava proprio lui: “Fu fatta una terza prova. Giovanni s’alzò dal tavolino, e s’avviò lentamente verso il laghetto coi cigni. Ormai gran parte della folla, seduta al caffè, lo seguiva con gli occhi.”

Da quel momento, con una tale certezza in corpo, Giovanni provò le pene dell’amore. Della donna aveva sempre parlato oscenamente, ma ora sognava la Ninetta affacciata ad “un balcone sospeso nel lume di luna, ed egli giù, con le ginocchia per terra e gli occhi al sorriso di lei.”

Tutta la spocchia di maschio si è squagliata nell’accensione e vibrazione di uno sguardo di donna. È questo, tenero e indifeso, palpitante e misterioso, il maschio siciliano, il don Giovanni in Sicilia che, trovatosi, infine, davanti alla ragazza, non riesce a spiccicare parola. Tuttavia, il fatto solo di averla incontrata viso a viso lo rende felice e lo trasforma; si sente diverso dai suoi amici, che ora considera volgari, giacché “non parlavano mai in lingua”, come ora faceva lui (all’amico Muscarà, dice: “Parli come un facchino di porto!…”), attento a rendere piacevole ogni aspetto della sua persona.

La donna sottomessa, spesso umiliata nella sua terra, fa di questi scherzi, ha in realtà questa forza, e Brancati ne sorride. È bastato così poco per mettere sottosopra le abitudini di Giovannino!

Che non sopporta più nemmeno le sorelle, così diverse e goffe, e insulse, rispetto alla sua Ninetta. E così lascia la sua casa, facendo piangere le tre zitelle: “Ho quarant’anni, e voglio sentire l’odore e la puzza che mi piacciono, non quelli che mi fanno vomitare!”

Dunque, le donne restano ancora umiliate nella Sicilia di Brancati, ma posseggono una carica nascosta nella loro femminilità che, quando esplode nell’animo del maschio, lo rende schiavo timido e meschino.

Separatosi dalle sorelle, va a vivere a Cibali, un sobborgo di Catania, ma il pensiero di Ninetta non gli dà pace. Smania continuamente e deve recarsi spesso a Catania per poterla rivedere e tornare a Cibali con la sua immagine riflessa negli occhi. Nemmeno la sua nomina da parte del “Governo del Re” a “cavaliere della Corona d’Italia” riesce a stornarlo dalla delirante passione.

Brancati si diverte a calcare la mano con coloriture vignettistiche, grottesche e deformanti (si veda la descrizione del Parco dei Divertimenti), come di istantanee prese stando seduto ad un caffè nella piazza principale di Catania (”tra mille tavoli di caffè a roteare duemila occhi cupidi”) ad osservare i passanti con l’occhio indagatore di chi sa scoprirne i segreti in uno sguardo, in un gesto, nell’incedere, nel modo di salutare. È a Catania che il cavaliere Giovannino si forma una cerchia di nuovi amici. Va a scovarli tra gli innamorati di antica data, coloro ossia che da decenni amano la stessa donna “e non avevan mai rivolto la parola all’oggetto dei loro sogni.” Prova simpatia per costoro e con alcuni l’amicizia diviene molto stretta, come nel caso del cavaliere di Malta Panarini Galed e del signor Laurenti, innamorato senza speranza della “ricca ereditiera Merlo”. È Panarini, innamorato a sua volta di una donna con cui non ha mai parlato, che insiste perché Giovanni si decida a frequentare Ninetta; ciò che il nostro personaggio fa, ma ancora una volta senza riuscire a spiccicare parola di fronte alla ragazza, così che quando ritorna deluso e umiliato a casa non gli resta che sbattere “la testa contro le porte e mordendosi le mani.”

Sarà nel Parco dei Divertimenti, dentro “la casa degli Spettri” che, non tanto per iniziativa di lui quanto di Ninetta, si combinerà qualcosa tra i due, una sciocchezza, ma tale da aprire le porte ad un fidanzamento.

Panarini, l’amico che aveva tentato di tutto per metterlo in contatto con la ragazza, esulta più di lui per la felicità maliziosa che lo pervade, non a torto, giacché Ninetta non farà altro che dimostrare la forza persuasiva della donna nei confronti dell’illuso e fantasioso maschio siciliano. Con il sorriso sulle labbra e la dolcezza nello sguardo, Ninetta, infatti, si farà promettere molte libertà, tante quanto le dieci dita delle mani. Ogni dito avrà la promessa da parte di Giovanni di una libertà concessa al suo amore.

Brancati, dopo averci mostrato la società catanese alle prese con l’eterno femminino, ora avvicina la sua lente indagatrice al rapporto più intimo tra una bella ragazza e il suo spasimante, già istupidito dalle sue grazie, dai suoi capricci e dalle sue moine.

Ninetta lo sovrasta, dunque. Sposatisi, gli impone di andare a vivere a Milano, e Giovanni accondiscende. Là, la gente che frequenta lo considera una rarità per il suo modo di parlare e la sua riservatezza. Le donne lo avvicinano sedendosi accanto a lui e lodano la sua complessione: “Davvero, che forte! Sembra un sasso, un martello, un manubrio di ferro!” È una marionetta nelle loro mani e diventa preda della loro lussuria.

Dunque, non solo in Sicilia il maschio si apprezza da solo più di quanto vale, ma uscito dall’isola facilmente si perde come un bambino, e svilisce ancora di più la sua mascolinità. Le diverse abitudini trovate al nord, gli uomini e le donne più liberi e disinvolti nelle faccende di sesso, lo stupiscono, infatti, fino a raffreddare i suoi antichi istinti. Anzi, ad un certo punto, la facilità di questi contatti gli procura fastidio e nausea: “una sensazione sgradevole di freddo e mal di mare”. A poco a poco, contrariamente a quanto Giovanni faceva in Sicilia, dove perfino con le tre sorelle parlava la lingua del continente, ora che vive in Lombardia, a tanti chilometri dalla sua terra, “gli capitava ogni momento di ficcare nel suo italiano modi di dire catanesi.” È il richiamo della sua terra e della sua antica vocazione che si ridesta in lui, e così, quando ritornerà a Catania, convinto di farvi una breve sosta, si accorgerà che è lì che può ritrovare ciò che era stato e che si è perduto in una forzata trasformazione della sua vita voluta da Ninetta. Entrato nella sua casa, infatti, ritrovate le vecchie emozioni, anche la sua passione di Don Giovanni si risveglia e con la mente ritrova le donne sognate nel suo passato, e gli paiono affascinanti e desiderabili perfino quelle che lo avevano stancato lassù al nord.

Appisolatosi nel suo antico letto, dove trascorreva i pomeriggi giovanili, nel momento in cui la sorella Barbara viene a svegliarlo e gli dice che Ninetta intanto è andata a trovare suo padre, gli sorge dal cuore questa esclamazione rivelatrice: “Nel tempo che staremo a Catania, credo che sia meglio che lei dorma a casa sua, e io qui, a casa mia!”

Che è l’imprimatur ad una mascolinità tutta risibile e speciale, che affiora e si manifesta, rinvigorisce e si alimenta, solo con la lontananza dalla donna.

Se Brancati ha disegnato la mascolinità della sua terra, noi, tuttavia, scopriamo che il suo obiettivo è andato ben oltre, giacché di Don Giovanni in tutto simili al cavalier Giovanni Percolla è pieno il mondo.



“Il bell’Antonio”
Bompiani, pagg. 262. Euro 6,97

Comincia con un soffio di poesia la prosa di Brancati allorché, svelato che il personaggio di cui vuole parlarci, Antonio Magnano, “era bellissimo”, sparge intorno a lui il dolce profumo della seduzione rivelandoci che tutte le donne “accanto a lui, bruciavano dolcissimamente, e soffrivano, e impazzivano con una soavità sì profonda” eccetera eccetera. Perfino gli amici “brutti” erano “innamorati di lui”. Questo fascino è un po’ come l’ago della bussola che calamita su di sé e concentra tutti i rivoli della narrazione, e riesce a convertire in un plus perfino la umbratilità del personaggio.

Uno stile che, avvalendosi anche dell’esperienza teatrale dell’autore, non manca di approfittare di ogni occasione offerta per fare una capatina nel burlesco, specialmente quando la penna di Brancati incontra personaggi che debbono illuminare quella leggera malinconia, e infine quella fosca tragedia, che stanno intorno ad Antonio. Tali sono, infatti, il pomposo ed innocuo avvocato Ardizzone, con la figlia Elena, zitella, che vorrebbe, rendendosi sempre di più ridicola, destare le attenzioni di Antonio, così il nonno di Barbara Puglisi, un vecchio barone, che ha la mania di suonare il tamburo e deve allontanarsi dalla città per sfogare nei boschi la sua passione; come pure il padre Alfio che cerca di ottenere dal figlio confidenze amorose, vantando d’essere ancora “un uomo” e gloriandosi della fama di seduttore del figlio, e nella pensione Eros (una casa di tolleranza che dà l’occasione di un bozzetto delizioso, come l’altro più avanti relativo alla conversazione di Alfio con il mezzadro Nunzio), il gerarca fascista che fa lo smargiasso mettendosi a paragone del bell’Antonio, e ora si ritira con una ragazza, ora con un’altra, destando meraviglia e compiacimento nei suoi adulatori. Pennellate che evidenziano una propensione attenta a cogliere, in mezzo agli umori tragici incombenti, quelli che già li costellano con la loro esagerazione e, in realtà, sono i più tristi. L’atmosfera, soprattutto quella iniziale, di un fascismo spaccone e inconcludente, che tutto ha contaminato fino al punto di rendere imbarazzante e tremebonda agli uomini la libertà che si conquisteranno, si respira a pieni polmoni e Mussolini diventa il bersaglio più ghiotto dell’ironia di Brancati. Il cugino di Antonio, Edoardo Lentini, attraverso il quale sempre più si esprime questa sensazione di attesa e di tremore per la libertà - specialmente nell’ultimo capitolo -, griderà al colmo dell’ironia: “Gli altri avranno la libertà, ma l’Italia ha le donne!”

Il dialogo, dunque, è il più elevato punto di forza di questo scrittore, che ne trae sempre risultati di efficacia e gusto compiuti, e il capitolo V è uno degli esempi migliori, con il colloquio tra il padre di Antonio, Alfio - personaggio dall’idioma simpaticamente colorito che meriterebbe un’attenzione tutta a lui dedicata - e quello di Barbara, insieme con l’altro, il VII, del colloquio tra Barbara e la madre di Antonio, Rosaria, che si svolge in sagrestia. Ma il lettore lo vedrà e apprezzerà da sé, ricoprendo la scrittura dialogica gran parte nel racconto e offrendo corollari e sfumature molto più incisivi di quelli che sarebbero potuti manifestarsi altrimenti. Compreso il punto allorché Alfio, che non si rassegnerà mai alla sventura del figlio, avrà quello sbotto finale, nel penultimo capitolo, quando confesserà alla moglie gli innumerevoli suoi amori con una vanteria di dolorosa fierezza, e lascerà senza fiato la povera moglie che ha solo la forza di ribattere: “Ma Alfio, le dici a me queste cose, a me che…?”.

L’idea centrale del racconto, anzi più che centrale: esclusiva, poiché tutto gravita su di essa, è l’analisi (che qui è resa con intento tragicomico) delle conseguenze di un matrimonio che per colpa dello sposo non si consuma, resa in una Sicilia ancora impregnata ovunque della sua mascolinità. Direi che la contrapposizione - che c’è e si vede ed è l’esercizio a cui si accinge lo scrittore - tra il vecchio e il nuovo (che spunta ancora debole ed insicuro: si veda il pianto conclusivo del cugino Edoardo) si mette in luce al meglio se raffrontiamo il collerico ed orgoglioso Alfio, figura che non si deve esitare a definire il vero protagonista del libro ed emblema della sua tragedia, con la bella ma fredda e determinata Barbara Puglisi. In lei la devozione per il marito, così stretta alla tradizione dell’isola, viene subordinata ed annullata dall’interesse e, diciamo pure, dal benessere personale: “in quella testa tutto era regolato come un orologio”, di cui, tuttavia, farà le spese, almeno sulla bocca della gente.

Una storia che, divertendo per certi, e non pochi, bozzetti incomparabili, è intrisa del profondo e convinto amore che Brancati nutre per la sua terra, compresi i costumi e le tradizioni che mette a fuoco e su cui ironizza, e che è racchiuso nelle parole di un personaggio pressoché defilato, lo zio Ermenegildo Fasanaro: “Ecco la palma con cui avrei cambiato tutti i giardini di Versaglia” e poco dopo, parlando della terra su cui sta camminando, dice ad Antonio: “alla quale un giorno o l’altro voglio dare un bacio così in fondo da lasciarvi dentro il mio cadavere!”. E suo sarà il grido di disperazione che rivolge, non agli uomini, come fa Alfio, ma a Dio.






“Paolo il caldo”
Mondadori, pagg. 286. Euro 7,23

Con questo romanzo, rimasto incompiuto ma per il quale Brancati, già malato, volle scrivere l’epilogo, e che uscirà postumo lo stesso anno della sua morte avvenuta, a quarantasette anni, il 25 settembre 1954, ripercorre (”questo mio nuovo tentativo”) il tema della sensualità caro allo scrittore siciliano, che abbiamo incontrato nei due romanzi “Don Giovanni in Sicilia” e “Il bell’Antonio” e che troviamo anche nel testo teatrale “La governante”, che è del 1952.

La storia di Paolo Castorini, il protagonista, nasce dal cuore stesso dell’autore che ne fa affiorare il ricordo nel momento in cui, seduto in una terrazza di Firenze nell’estate del 1952, si sente coinvolto e avviluppato nella propria sicilianità, nonostante che, confessa, dal 1946, l’anno del suo matrimonio con l’attrice Anna Proclemer, “vivo continuamente fuori dalla Sicilia”. L’uso della prima persona lo lega indissolubilmente, più che negli altri lavori, al personaggio che, pur nella sua autonomia, assume il valore di una specie di testimonianza e resa dei conti con la sua vita. Meglio ancora: una sorta di confessione e di testamento.

L’amore per la Sicilia è esplicito e dichiarato. Chi conosce la parte più meridionale dell’Italia, quella più profonda e legata alle remote civiltà, sa che la luce e la morte di cui parla Brancati hanno la forza degli antichi dèi: onnipotenti e onnipresenti.

Qui, immersi in questa luce che riverbera a tratti il buio e le tenebre della morte, facciamo la conoscenza con Paolo il caldo.

Non vi è descrizione più vivida di quella che apre il romanzo vero e proprio, allorché l’avvocato Calatabiano, che aveva la mania di inviare lettere anonime, affacciato alla finestra, sorprende una fila di ragazzini, tra cui Paolo, intenti a gareggiare nel tipico atto impuro che contraddistingue la loro età. Imbracciato il fucile, e trattenuto dalla moglie, grida: “Maiali! delinquenti!… sotto casa mia?… Andatelo a fare dalla troia di vostra madre… Li sparo, per quanto è vero Dio, li sparo…”

Brancati parte davvero alla grande e la sua voglia di ridere e di scherzare con le ipocrisie della vita - alla maniera del barone Edmondo Castorini, zio di Paolo, nei confronti del quale, tra i due, “correva una simpatia animale” legata alla sensualità che era propria di “tutti i Castorini” - arma uno stile dovizioso di stimoli e di sottintesi. Vien da rammaricarci che un’opera di una cotale forza espressiva sia rimasta incompleta, giacché essa si sarebbe posta, e comunque si pone, come epilogo altissimo di quella compatta trilogia iniziata con il “Don Giovanni in Sicilia”.

L’ironia e il divertimento traggono la loro linfa dall’eccesso e dal grottesco. Quell’eccesso è ciò che ci contagia e fa del personaggio un punto di irradiazione degli umori vitali che appartengono anche a tutti noi e ci accomunano in un’ansia legata al mistero della vita e di ciò che siamo. Quando Paolo va in cerca della serva Giovanna, sottratta alle sue voglie dal nonno geloso e “si torse le mani” davanti ai genitori e ai fratelli di lei che gli nascondono dove il nonno l’ha nascosta, ed è preso da una febbre da cui non sa liberarsi, noi abbiamo davanti il labirinto della nostra esistenza ignoto e perturbatore.

Siamo intorno agli anni venti del secolo scorso, il 1900. Il nonno di Paolo, il capostipite che porta lo stesso nome del protagonista, è un barone “vecchio” di sessant’anni, lo zio Edmondo è suo figlio e Paolo il nipote. È il ritratto di una famiglia in cui solo i maschi vengono alla ribalta, mentre le donne o se ne stanno nascoste o sono oggetto della loro lussuria, come accade alla serva Giovanna.

Sono dotati di un’aggressività che manca sia in Antonio Magnano (e perfino nel padre di lui) che in Giovanni Percolla. Timidezza, irresolutezza e aggressività, sono i timbri, le sonorità, i caratteri che distinguono tra loro i tre romanzi.

Paolo percorre ogni giorno in bicicletta un cammino in salita di tre ore per giungere al paese di Zafferana Etnea dove Giovanna è stata mandata dal nonno e quando vi giunge getta a terra la bicicletta, entra nella stalla e si butta senza un attimo di tregua sul corpo della contadina che “lo aspettava stesa sulla paglia secondo i suoi ordini”. Poi la ragazza prende sei uova, rubate alla zia presso la quale vive, “e, rompendole colla sua mano abile di serva, gliele faceva bere a intervalli di un’ora.”

Paolo vive solo per sfogare questa sua aggressività sensuale, e della ragazza non gli importano i patimenti, che non vuole conoscere per non caricarli su di sé: “La ragazza deperiva sotto gli occhi di Paolo che passavano dai veli del desiderio a quelli della stanchezza senza mai guardarla attentamente.”

Di Giovanna, di questa ragazza analfabeta che Paolo ricompensa con tre lire al mese, che si consuma in questa estenuante passione dei sensi, Brancati fa un ritratto di una mirabile dignità nel momento in cui ella si accorge che gli sfinimenti l’hanno resa brutta e dice al suo amante troppo “fine, delicato, forte, istruito, bello” per una donna come lei: “Noi non possiamo vederci più”.

Manca negli altri due romanzi una vivida e intensa luce come quella che sprigiona da Giovanna che, con l’addio a Paolo, in realtà si accomiata dalla vita come simbolo di tante sconfitte, di tanti soprusi, di tante delusioni, di tanti dolorosi silenzi.

Come pure mancano descrizioni di grande effetto e letterariamente perfette, tali da emanare mille sfaccettature e mille segnali di suggestione, come quella, presente in questo romanzo, di Marietta, “straordinariamente bella e turbante da giovane”, la madre di Paolo; o del pranzo in casa Castorini, così ricco e caldo di situazioni e di brio. Vi è una maturità nella scrittura di Brancati che supera e stravolge completamente il macchiettismo per esempio del “Don Giovanni in Sicilia”, caricando la sua ironia di un significato che scende molto di più in profondità e suscita compiaciuto stupore. Si veda come sorge dalla bellezza dei dialoghi, la maestosa e simpatica figura del vecchio barone (suonatore di chitarra e amante incallito delle donne), più che da una descrizione in senso stretto; o, nella conversazione che ha con il figlio, quella del padre di Paolo, Michele che, piccolo e magro, pallido e malaticcio, non ha ereditato il vigore e la sensualità dei Castorini. Lo stesso zio Edmondo acquista una personalità ben definita, e somigliante molto a quella del padre, il vecchio barone, dalla scrittura dialogica. Ciò non toglie che la bravura di Brancati si manifesti anche in compiute e felicissime descrizioni come quella del fratello di Paolo, Luigi (”un uomo la cui faccia non esprime nulla.”), che appare nel capitolo quarto della seconda parte, descrizione che è una delle migliori del libro.

Ci sono sensazioni così nitide e così legate al pensiero, alla riflessione, da risultare originali per il singolare intreccio: “Il corpo: ecco qualcosa che durerà più di me e che sarà oggetto di sguardi mentre io non vedrò mai nulla. Immagino il silenzio nel petto; l’immobilità del sangue in tutte le arterie e le vene; il fegato che non lavora; i milioni di cellule del cervello vuote di pensiero come le celle di un alveare deserto.” E subito dopo questa frase: “La mia vita, questa luce accesa sul mondo che altrimenti sarebbe tutto al buio e invisibile…”, che nella sua semplicità racchiude il valore immenso che ha la vita di ciascuno di noi, la quale ci consegna il miracolo di una partecipazione alle meraviglie della creazione.

Tutto, in questo romanzo, è odoroso di sicilianità, nel rigoglio e nella forza della vita, come nella consunzione marcescente della morte. Perfino le vertiginose e nevrotiche risate del romano Giovanni Jacomini, nascondono una sicilianità contagiosa e una eco di morte dolorosa e putrida: “Questo doloroso modo di ridere suscitò la simpatia di Paolo, che si sovvenne dello zio Edmondo e delle vecchie strade di Catania.” Rispetto agli altri due romanzi, tutto ciò ha una penetrazione assai più ampia e profonda (come del resto gli aspetti sociali e politici qui delineati con maggior risolutezza), tale da scavare anche dentro di noi: “venire punti da odori acuti, storditi da odori intensissimi, inteneriti da odori delicati, e perfino eccitati da odori ripugnanti; restringere le pupille sotto la frustata della luce e dilatarle nell’ampiezza accogliente della notte; […] La sensualità arrivava d’un tratto come una vampata di rossore al risorgere di un ricordo felice rimasto per un certo tempo nella parte incosciente della memoria”. Questo vibrare tra luce e tenebra, tra vita e morte, si compenetra dentro una immobilità trascendente, che lo riveste e lo tramuta in un bagliore di eternità: “Chissà quale goccia di sangue asiatico ha generato in Sicilia uomini disposti a una simile affascinata immobilità?”

Tale maggiore profondità di analisi e questa scrittura diventata il bisturi di un artista emergono un po’ dovunque e soprattutto nei particolari minimi, come il seguente, ad esempio, allorché Paolo si è trasferito a Roma per studiare legge: “Su un cipresso della pendice sottostante, un usignolo pieno di malumore si voltava in gola un motivo di tre note senza risolversi a iniziare il canto.”, anche se la seconda parte del romanzo sembra appesantirsi in una specie di ossessione dell’analisi (un esempio tipico può essere dato dalla descrizione della farmacista Caterina, che diverrà poi sua moglie) e non mantiene, con qualche eccezione, naturalmente, come quella, già detta, che riguarda la figura di Luigi, la grazia e la squisita leggibilità della prima, e un qualche ritocco, che la prematura morte dell’autore ha reso impossibile, avrebbe restituito alla storia il risalto e lo splendore che merita.

La sensualità che permea la vita di Paolo, di cui intuisce la violenza e nella quale si sente irrimediabilmente invischiato, si riverbera negli altri, nelle donne specialmente, in una condizione di effimero e di vacuo, così che, nonostante la compagnia nel vizio dell’amico Vincenzo Torrisi, Paolo il caldo è sostanzialmente un uomo solo, e lo sarà ancora di più dopo la morte del padre Michele, e soprattutto dopo l’infermità della madre Marietta, che lo costringeranno ad una più attenta riflessione sulla sua vita: “Invero una singolare capacità d’intuire e di comprendere si era impadronita di lui”.

Le donne che partecipano della sua sensualità non ne assorbono mai, infatti, l’irrequietezza, la sofferenza e la morbosità, tutte descritte come sono nella cornice di una femminilità animale ma gaia e soddisfatta, da Rodriga a Lilia, a Beatrice, Mariella, Loredana, Eleonora, Carla.

Così che il romanzo, alla fine, non è che lo sforzo del protagonista di compiere quel difficile cammino che lo dovrebbe condurre a poco a poco dall’istinto alla ragione. Arriverà a dire il “maturo Paolo”: “La felicità è la ragione.”, e la sua solitudine si volgerà in desiderio di conoscenza di sé: “Oh, soli, che parola menzognera!… Dentro la camera, c’è il mio corpo, i miei pensieri, e la Vita… la Vita che lavora dentro di me. […]; nel silenzio della casa deserta, mi metto alla posta di me stesso.” Paradossalmente la sua trasformazione, che ha preso le mosse dalla Sicilia, dove la madre ora vive ridotta all’infermità, esplode a Roma, lontano dalla sua terra, nel corso di un viaggio in auto con la sua giovane sposa Caterina, dominato dalla cupola di San Pietro, un viaggio che ricorda quello dell’inizio del film di Federico Fellini: “Roma”. Paolo, così come accade spesso a coloro nei quali si risvegliano sensi di doglianza e di delusione (”il rimorso e il disgusto e il dolore”), è colto da una spiritualità quasi tolstoiana, se non fosse che la supera nettamente, sconfinando in una religiosità nella quale “Cristo non è più la moralità che inibisce gli istinti, ma un istinto esso stesso, il più forte di tutti.”, una nuova religiosità, dunque, (”nuove categorie spirituali”), non repentina, bensì nascostamente e inconsciamente alimentata, come un germoglio e un fiore (”Io mi devo salvare da solo”) che nascono da una vecchia radice recisa: per esempio, le tante prostitute nelle quali riversa tanto l’incomprensione di Caterina quanto la rabbia di non riuscire a liberarsi della propria libidine, e soprattutto “la donna vestita di rosso”. O la lezione della comunista Ester Salimbene che, aspra e indomita nei suoi riguardi, gli consente alla fine di percepire di nuovo “quell’alto sentimento della donna” che già Caterina gli aveva in qualche modo consegnato, ma che egli non riuscirà mai a trattenere del tutto per sé. Un tale sforzo di vincere la propria natura lo condurrà, purtroppo, allo sfinimento e alla sconfitta della ragione: ciò che fa di questo libro un commovente testamento.


Bartolomeo Di Monaco
Visita il sito di Bartolomeo Di Monaco >>>

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°


Cerca in questo Sito o nel web Servizio fornito da FreeFind

La Frusta! Cerca nel Web

Esempio 1
dal 22 ott. 2002
Vitaliano Brancati
Prima paginaFili di fumoEnferRecensioniRivistaProfili di autori
ContattaciAtlante Letterario Bacheca pubblicaCompiti

Due volumi dedicati allo scrittore siciliano presentati nella collana dei Meridiani. Il primo volume è dedicato ai romanzi: oltre ai grandi successi (Don Giovanni in Sicilia, Il bell'Antonio e Paolo il caldo), anche quelli meno noti al grande pubblico (Singolare avventura di viaggio, Sogno di un valzer e Gli anni perduti), compresi due abbozzi. Il secondo volume contiene tutti i racconti (suddivisi in una prima sezione di raccolte d'autore e una seconda di racconti dispersi), i testi teatrali (salvo quelli fascisti) e una serie di scritti giornalistici apparsi su vari periodici e mai raccolti dall'autore. 
Tweet
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line