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Kazimierz Brandys - Hotel d'Alsace e altri due indirizzi, Edizioni e/o, Roma 1993

Una certa idea della Francia me la sono fatta coi libri e coi film, e se
dovessi scrivere di un'immagine della Francia che mi viene in mente
adesso, ecco che mi appare Antoine Doinel ne "I quattrocento colpi",
quando è al luna park in quella specie di cilindro che ruota ad una
velocità tale che Antoine se ne sta sospeso e schiacciato/incollato alla
parete.

E in quel cilindro d'immagini e storie metto anche questo libro "francese"
scritto da un autore polacco. Il libro (della collana economica e/o)
s'intitola "Hotel d'Alsace e altri due indirizzi" e l'ha scritto un grande
scrittore di Lodz che si chiama Kazimierz Brandys. Brandys ha scritto
tanti libri (è nato nel 1916) tra i quali un romanzo veramente bellissimo
che mi sento di consigliare a tutti: "Rondò" (sempre stampato da e/o).
Compratelo, leggetelo, se vi capita. È un capolavoro.

Brandys è stato anche un uomo della democrazia dentro un regime non
democratico. La sua attività politica, non ultima la collaborazione con
Solidarnosc, gli è costata persecuzioni e impossibilità di pubblicare ciò
che veniva scrivendo. Per questo motivo ad un certo punto Brandys si è
trasferito a Parigi. Attraverso Parigi, da figlio della Polonia, terra, in
origine, di bufali e valvassori poi signorotti di campagna, si è calato
dentro la lingua e la cultura francese.

Questo "Hotel." è un libro di tre racconti, tre racconti che sono un po'
dei saggi letterari e un po' delle narrazioni patchwork tra le esperienze
di un lettore e le biografie di tre artisti. Tre luoghi da cui partire per
sbobinare tre relazioni dell'autore-lettore coi suoi scrittori-personaggi.

All'appuntamento presso l'Hotel d'Alsace si presenta Oscar Wilde, e si
presenta nella veste meno conosciuta, ovvero alla fine della sua vita, nel
periodo successivo alla scarcerazione dal carcere di Reading, dove fu
rinchiuso due anni a seguito di quell'incredibile vicenda nella quale
denunciò il Conte di Queensberry per calunnia, visto che questo, padre del
suo grande amore lord Alfred Douglas detto Bosie, l'aveva accusato
pubblicamente di essere un sodomita e un traviatore di giovani rampolli
della nobiltà (quest'ultima voce non è agli atti :-).

Secondo la scala dei tipi d'amore che si possono incontrare, scala redatta
da P.V. Tondelli in "Camere separate" , Bosie è uno Chez Maxim's. Cioè, scrive Tondelli: "Si vede un ragazzo aitante e abbronzato, solido, con un viso ben scolpito, un corpo lussuoso in muscoli e ossatura e subito lo si identifica con il proprio sogno e si dice che bello e che buono, ecco il boy della mia vita, il top". Immagino che questo deve aver pensato Oscar Wilde quando incontrò lord Alfred Douglas. Per lui, il boy della sua vita, il top, perse la reputazione, fu carcerato, e da carcerato gli scrisse una lettera d'amore lunga 200 pagine, il "De Profundis".

"Naturalmente mi sarei dovuto liberare di te, scrollarti dalla mia vita
come ci si scuote dal mantello qualcosa che ci ha punto" scrive Wilde
nella lettera d'amore lunga 200 pagine. Ma appena esce dal carcere parte
con Bosie per il Sud dell'Italia. Brandys racconta di una foto scattata in
una trattoria napoletana. Wilde ingrassato, con un cappello di paglia in
testa, sembra il Charlus della Recherche. Bosie invece pare aver perso la
sua bellezza di cherubino mentre accosta con aria tediata un bicchiere di
vino alle labbra.

Negli ultmi anni a Parigi Oscar Wilde alloggiava all'Hote de Alsace
nascosto dietro false generalità: era il cittadino inglese Sebastian
Melmoth. Melmoth quando rideva schermava la bocca con la mano per via dei denti guasti. Morì di meningite nel 1900, lo stesso giorno di Wilde.

In Rue Vaneau c'è invece Andrè Gide. Ma non è solo, insieme a lui c'è
l'amica di tutta una vita, la petite dame Marie van Rysselberghe. Come si
fa a dire....Gide ha vissuto tutta la vita con Marie (anche se ci sono gli
intervalli dei vari viaggi in URSS, in Africa ecc..), che era "solo" la
sua amica, perché un oggetto di concupiscenza ce l'aveva già: i
giovinetti. E aveva anche una moglie, Madeleine che viveva una vita pia
laggiù a Cuverville. La petite dame ha una figlia, Elisabeth, che avrà a
sua volta una figlia da Gide, Catherine. Ma Gide farà di più, le darà
anche un marito, Pierre Herbart, un suo ex amante. Famiglia allegramente
allargata dunque.

Marie era il picolo Eckermann (autore dei "Colloqui con Goethe negli
ultimi anni della sua vita") di Gide. Marie per 33 anni redasse un diario
fatto di tanti quadernetti nei quali scriveva ogni piccola cosa
riguardante la sua frequentazione con lo scrittore. Ogni cosa scritta con
acume, senz'indulgenza, scivolando dall'ammirazione dei primi anni alla
consuetudine un po' scettica degli ultimi. Sono quattro volumi a stampa
quei diari della piccola Eckermann...la storia dei viaggi, della
quotidianità, delle colazioni alla mattina e delle pipe fumate in poltrona.

Oltre che dei racconti del circolo della Rue Vaneau, circolo che
annoverava partecipanti che si chiamavano André Malraux, Roger Martin Du Gard (premio Nobel e autore di un'immane ciclo romanzesco di cui non si ricorda nessuno), Jean Schlumberger, Jean Paulhan, Charles Du Bos. Loro erano, in pratica, la leggendaria "Nouvelle Revue Francaise" e
decidevano cos'avrebbe pubblicato Gallimard. In quest'ultima veste si
lasciarono scappare la pubblicazione del Romanzo di Proust; nella veste di
cenacolo culturale invece si mettevano a leggere le opere di Etienne La
Boetie, il famoso amicone di Montaigne.

Ambiguo ma generoso, passato al microscopio per sapere cosa dice di
Hitler, degli ebrei e di Stalin, vecchio e seduto sotto la maschera
funebre di Leopardi appesa al muro, Gide era una celebrità che passava
mattinate intere nel disbrigo della corrispondenza e le serate in
partitine a carte con Marie. Poi andava al Circo Medrano con qualche nuova fiamma di sesso maschile. E poi scriveva i suoi libri, certo.
Scrive Marie.

"Era incredibile. Portava una camicia da notte lunga fino ai piedi,
stretta sul ventre da una cintura nera di lana arrotolata attorno al corpo
non so quante volte. Aveva l'aspetto di un sacerdote orientale, così
serio, asiatico...."

"Aveva un aspetto formidabile, da personaggio di Molière: con una papalina
di cotone piantata in capo e uno scialle verde sulle spalle, avvolto in un
grande burnus celeste, sembrava un terribile Padre Ubu".

A Fontenay infine c'é Paul Leautaud. Per trent'anni redattore e tuttofare
del "Mercure de France". Figlio di un suggeritore alla Comèdie Francaise e
di una personcina di nome Jeanne, che lo abbandona a cinque anni assieme
al padre. Quando, da adolescente, la incontrerà, avrà voglia d'andare a
letto con lei, visto che è discinta, con la camicia da notte abbastanza
trasparente.

Leautaud è uno che ha scritto un diario lungo 63 anni. Il manoscritto era
un metro cubo di carta. Niente altro, in fin dei conti. Sì, l'amicizia di
anni con Paul Valéry, il buffo abbigliamento un po' dandy un po'
stracciarolo, le missioni ai giardini del Lussemburgo a portare la pappa
ai gatti randagi, il giardino foresta di Fontenay, le bizze, gli strali,
le polemiche, ma in fondo io metterei tutto Leutaud (roba non difficile,
visto che aveva il fisico di un fantino) dentro questa autodiagnosi:

"Ho vissuto solo per scrivere. Ho sentito, ascoltato, guardato cose e
persone solo per scrivere. Ho preferito questo al benessere materiale e a
un facile consenso [...] Ne sono ancora profondamente felice"

Brandys naviga dentro queste tre vite dicendo in primo luogo d'essere
arrivato alla necessità di scriverne la storia a seguito di semplici
esperienze di lettore. Ha visto uomini dietro le opere che hanno scritto o
che sono state scritte su di loro. Li ha sentiti parlare come da dietro
una siepe. Sentendo le voci si è dato a scostare il fogliame per cogliere
i visi, le espressioni, le eventuali decadenze in corso.

Vedi che ha navigato la vite altrui dal ponte di comando del proprio
tavolo di lavoro, con le carte documentarie davanti, ma come un po'
disordinate. E lui, senza nessuna voglia di mettere ordine, le legge
secondo la sequenza che gli viene dall'istinto di narratore.

Come fare un saggio? Come raccontare una vita? Quale direzione prendere?
Brandys parte dai luoghi, traccia la riga della partenza dentro la
toponomastica parigina, poi s'incammina con un libro in mano, pensa alla
sua Polonia, ricorda i libri letti. Camminando si guarda intorno come se
non avesse nulla da fare, e invece sta raccogliendo (e forse non lo sa
nemmeno lui) le scintille e le aperture da cui far scaturire i suoi saggi
che paiono non pesare nulla e invece raccontano quasi tutto.

Un giorno un giovane sconosciuto fece recapitare un mazzetto di violette a
Paul Verlaine, il quale, manco a dirlo, era seduto al tavolino di un
caffè. Quel giovane, che non si manifestò, era Paul Leautaud....e così via.


Ultima cosa. Di sfuggita Brandys cita Boy (pseudonimo di Tadeusz
Zelènski), scrittore molto conosciuto nella Polonia letteraria del primo
scorcio del novecento. Ecco cosa disse Boy a un giovane e sconosciuto
Witold Gombrowicz, il quale timidamente(!) lo avvicinò.

"Navighiamo su questo battello polacco, navighiamo, ma la terraferma la
sentiremo solo quando affonderemo"
(W. Gombrowicz "Una giovinezza in Polonia" pag. 56)

Boy, morto nel '41, sapeva guardare lontano: la Polonia affondò davvero,
con un lieve tonfo centroeuropeo.
Damiano Zerneri
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dal 3 giugno 2002
Esempio 1
Brandys è uno scrittore che crea un universo romanzesco a partire dal caos dei banali fatti della vita quotidiana. Egli sa che sono banali, ma nascondono più e più strati di cose meravigliose, felici o tristi che siano. Sa che il romanzo è una favola per adulti, ma che questa favola deve necessariamente nutrirsi di realtà. Perciò quando racconta, come in questo romanzo, di un suo compagno di liceo ucciso oltre cinquant'anni fa dai nazisti, ricorda alcuni dettagli su di lui, in apparenza secondari, che conferiscono una patina di realismo alla realtà romanzesca. 

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