Nessuno alle prime pagine di questo fulminante racconto, come sempre in eccellente traduzione, sospetta che un incontro d'aeroporto, in attesa di un aereo in ritardo, fra due sconosciuti, entrambi quarantenni, uno brutto, gracile, dal curioso nome di Textor Texel, l'altro bello, ben vestito, un manager dal "colletto bianco" e dal significativo nome di Jérôme Angust (angusto e non augusto!), si spacchi come un guscio per rivelare il delitto (vero, supposto?) di un paranoico. Il paranoico è privo delle bizzarre incoerenze che caratterizzano lo schizofrenico, nel suo delirio ha una logica ferrea e fuori di esso può condurre per anni una vita normale e addirittura di eccellere in una professione. Ma è anche colui che fa sempre esattamente ciò di cui ha voglia, e le voglie umane si sa che sono insospettate e terribili.

La giovane scrittrice belga, al suo decimo libro, è un talento teatrale: il racconto è un dialogo fra i due. Male e dolore si superano per Nothomb nell'estasi estetica, e il significato - crudelmente estetico - della vicenda è sintetizzato in un'inedita identificazione di cosmo e cosmetica: "Agisco - dice l'uno - in base a una cosmetica rigorosa e giansenista". E l'altro: "Cosa c'entra adesso la cosmetica?" Risposta: "La cosmetica è la scienza dell'ordine universale, la morale suprema che determina il mondo". E cosa ne verrà? Nell'ultima pagina un ignoto, davanti agli occhi esterrefatti dei passeggeri in attesa, si fracassa la testa contro il muro.


  GLI IDIOTI
di Nadia Agustoni

Amare i libri e amare un libro. Questa storia potrebbe iniziare così. Incomincia però negli anni Ottanta quando era difficile vivere in provincia con grandi ideali e con poche prospettive. In parte mi salvò la ricerca interiore a base di letture, camminate in collina, amicizie lontane. Dimenticavo: c’era anche la bicicletta. Dalle mie parti, nei paesi intorno a Bergamo, ci sono state subito ragazze nel ciclismo agonistico. Uno dei miei fratelli seguì da tifoso un giro d’Italia femminile a cui partecipava la figlia di un suo amico. Mi teneva aggiornata. La bicicletta era evasione. Non sognavo gare. Sognavo però delle storie. Invariabilmente scappavo. Erano le fughe di chi cerca un nuovo respiro. E i personaggi dei libri potevano rimanere distanti o essere sentiti come una pelle, quasi li vivessi col corpo più che con la mente. Tuttavia la simbiosi completa la trovai solo nella lettura casuale di Rondò, un romanzo di Kazimierz Brandys del 1986 (1). Lo sfogliai nella libreria dove ogni sabato pomeriggio investivo una piccola parte del mio stipendio. Era una gita tra i libri, complice l’amicizia con la libraia, che mi lasciava tranquillamente sfogliare, leggere ed eventualmente non comprare. Le grandi librerie erano ancora lontane. Questo rituale lo avrei ripetuto, negli anni, in ogni città in cui sono capitata ed è ancora un’abitudine. Le edizioni e/o con le copertine rosa e quello strano formato mi incuriosirono. Il romanzo di Brandys l’ho letto e riletto, e ad ogni crisi esistenziale lo prendo in mano come se fosse un oracolo. Perché c’è una condensazione di eroismo in quel libro che mi infonde una certa tenerezza e vi riconosco il coraggio che la vita, in certi casi, ci costringe ad avere. Potrei dire che Rondò parla dei miracoli di gente normale. Tanto normale che, come Tom  il protagonista, non smette di amare mai e lo fa nel modo più semplice: prendersi cura. 

La storia di Tom e Tola è quella dell’amore non corrisposto. Una commedia degli equivoci e delle illusioni. L’attesa, forse, occupa la scena quanto gli avvenimenti. Vediamo i personaggi principali e i comprimari, che non sono mai del tutto tali come è sempre in verità, rincorrersi e cercare di arrivare a qualcosa. E’ il teatro a farsi  realtà e c’è un che di irriverente in quel continuo mancarsi. 
Rondò è anche un romanzo sulla resistenza civile e umana Una resistenza che ha due estremi: il buon senso comune e il fantasma di Myskin (2).  
Nella trama del libro due dei personaggi minori, il padre di Tom,  insegnante e la signora Lala, suggeritrice in teatro, incarnano più di ogni altro quel che rimane di un senso comune, che non è fatto di luoghi comuni, ma di lavoro e serietà e di una bontà nelle cose minime e nei gesti senza cui si muore. Un eroismo quotidiano di cui di solito ci si accorge solo se manca.   C’è una sapienza nelle parole del padre di Tom, che costringe a una profonda riflessione, quando dice al figlio: « Chi ha mai detto che il bene lotta con il male? Con il male lotta solo il male. Il bene non sa lottare, è forse solo l’orma di una protocultura che ha perduto la sua lotta milioni di anni fa…» (3). Il male può essere combattuto solo dal male. Il bene non può combattere. C’è una certa corruzione nell’atto di opporsi al male. E’ come se ci venisse detto che lo combattiamo perché lo conosciamo. Non so se sia solo così. La vita stessa porta al discernimento. Essere innocenti può voler dire ridiventarlo. Inevitabilmente si cade. Si sbaglia. Credo che non ci sia solo l’errore, ma quel che ne facciamo. I Tom ci sono per tutto quello che viene dopo l’errore. Non importa di chi sia l’errore. E se importa non è per accusare, ma per riuscire ad avere un senso della vita più ampio. 
La parola pudore è l’unica che trovo adatta a chi può guardare l’altro/a senza compiere la violenza di definirlo/a. E il pudore è prima ancora che negli occhi, nella parola. Una parola che tiene conto di quel che nomina e lo nomina soltanto a nome proprio. 

Dentro ogni Tom c’è un pò dell’idiota Myskin. È un idiota che porta il peso del dito puntato di chi dice: “è colpa tua!” Ma, sapendo di non aver commesso questa colpa, Tom non risponde. Non può rispondere. Un banale “no, non io” non serve a niente. È il fare concreto che disfa la trama della menzogna. 
È possibile che in un mondo che urla ci si senta meno soli se si è un Tom e al raggiro e alla falsità di chi il male lo pensa, alla crudele omertà di chi lo giustifica, all’imbecillità di chi lo pratica con gli atti, la risposta è lasciarli soli. Ricordo una storia raccontata da Iosif Brodskij in  Il canto del pendolo (4), dove c’è un giovane prigioniero, in un carcere della Russia settentrionale, che risponde con dodici ore di fila di lavoro massacrante a una sfida delle guardie che obbliga i detenuti a spaccare legna al freddo nel cortile. Gli intimano di smettere e lui continua. Brodskij ipotizza che tra le ragioni di un comportamento che pare autolesionista vi possa essere un non soccombere all’irrisione delle guardie con la lezione pratica tratta dal Discorso della Montagna: «Ma se uno ti percuote sulla guancia destra, porgi a lui anche l’altra» e quindi « se uno vuole chiamarti in giudizio e toglierti la tunica, cedigli anche il tuo mantello. E se uno ti forza a fare un miglio, va’ con lui per due miglia.» (5)
L’essere derisi da chi ha più potere di noi è un’esperienza che difficilmente possiamo evitare, ma nei versetti del Discorso della Montagna, ci ricorda Brodskij, c’è «implicita l’idea che il male può essere reso assurdo per eccesso; vi è implicito il suggerimento di rendere assurdo il male sminuendone le pretese con una condiscendenza pressoché illimitata che svaluta il danno.» (6)  Da anni queste parole e questo racconto mi seguono e non smetto di ascoltarle dentro di me e le ripeto nella rabbia e nel disorientamento delle sconfitte, che si sommano a una vita che è andata al contrario di quello che forse indicava. Se non c’è la possibilità di un combattimento leale, ci dice Brodskij, che qualcosa ne sapeva, si può mettere in pratica quei tre versetti uno dopo l’altro, in modo consapevole e deliberato, sapendo che non basta porgere l’altra guancia a chi fa del male, ma bisogna renderlo insignificante questo male con la resistenza attiva che indicano gli altri due versetti. Si parla ovviamente di situazioni in cui non c’è scelta e in cui la costrizione impegna a una forma del resistere, che se da un lato assume la  non violenza, dall’altro è rivelazione di un’etica dei margini o meglio degli ultimi.

« Provava una sensazione intensa di potere sapendo che con un solo atto di consenso, in un lampo di pensiero, avrebbe potuto disfare tutto quel che aveva fatto». (7

Del misterioso Simon Mago dei Vangeli gnostici che inquietava il Dedalus di Joyce,  quanto lo stesso Stephen Dedalus inquietava me con i suoi affondi nella coscienza, leggevo con interesse e controluce le vicende. La dedizione alla ricerca, la costanza nel forgiarsi per vedere oltre noi stessi mi è sempre sembrata di estrema utilità. Se il tentativo di librarsi nell’aria sia poi da intendere come peccato intellettuale o arroganza non saprei, ma mi pare possibile. A tal proposito un giorno ricevetti una lezione significativa. Un maestro Sufi con cui studiavo mi vide aprire un libro e scorrerlo mentre mi parlava. Smise subito di spiegare. Richiamò la mia attenzione su quel che aveva detto e siccome lo stavo comunque seguendo mi fece notare che volevo troppo tutto insieme. La rapidità intellettuale può essere una forma di avidità. Noi possiamo sorriderne, ma  per i sufi è un difetto. Può impedire la profondità e nel caso sopra menzionato ero rea di maleducazione. Non mi venne detto, ma lo capii benissimo e non l’ho scordato. Quindi un bene certo qual  è il voler conoscere e conoscersi può diventare un male. Non è stato difficile scorgere l’ambivalenza della situazione. Forse perché un altro libro mi segue come l’ombra, quel Martin Eden che scoperto a dodici anni, mi ha fatto pensare al significato del vivere proprio quando sembra che nulla abbia più senso e bisogna trarne le conseguenze.  Da allora è stato come scoprire ogni volta che siamo solo umani e che ci vuole la stessa dose di coraggio per partire come per restare, per cambiare tutto come per sobbarcarsi la stessa fatica ogni giorno. 

«La biografia di uno scrittore sta nella sua ginnastica col linguaggio». (8)

In Rondò tutti, meno Tola, parlano la lingua del loro tempo o al limite la lingua della burocrazia. Kazimierz Brandys, scrittore finissimo, rende alle voci le loro passioni o la pacatezza. Quando tutti i protagonisti del libro sono ormai dispersi in diversi paesi, è la voce di Tola, attrice che fin dall’inizio rompe i canoni della recitazione accademica, a raggiungerli a tratti dalla radio. Non sempre riescono a sentirla, ma quando accade è come se questa voce, nella sua intermittenza, ripristinasse l’intimità della memoria, come se li riagguantasse dal passato con la sua cadenza e il suo disprezzo simile all’implacabilità di un grido. Un grido che aveva però reso obsoleto quel passato o meglio quel tempo di prima, cancellandolo con l’evento della sua modernità. Perché lei è tanto attuale quanto i suoi deliri, le sue crisi e la sua paura. La sua voce consegna ogni volta la vita che racchiude, ma è come cenere, la cenere di ognuno, che pare irriderla e che lascia muti gli amici lontani. Lei non è un’idiota ed è totalmente sola. La sua solitudine è di chi ha degli incontri, ma non può stabilire una prossimità umana. È in perdita. Il suo dare è impulsivo, ma è sempre e solo la sua voce che la afferma, il teatro interiore senza cui è incapace di vivere e che la rende meno consapevole di Tom, di Lala e della figlia che solo alla fine incontra. 

L’esilio è non somigliare alla vita e magari capirlo, ma è anche un altro tempo e dirsi la fragilità e le contraddizioni che siamo. Quel che siamo è meno di quel che possiamo essere o almeno può essere necessario crederlo. E del resto il grido di Tola coglie nel segno tanto quanto quel “ Ah, Bartleby!, ah umanità!” che sfugge al narratore del racconto di Melville alla fine di Bartleby lo scrivano. (9) Entrambi sono vividi quanto la quiete amara della Szymborska in questi versi :” Tiro la vita per una foglia: /  si è fermata? Se n’è accorta?/ Si è scordata dove corre,/ almeno per una volta?” (10)

    
Note

1) Kazimierz Brandys, Rondò,  e/o, Roma 1987

2) Fedor Dostoevskij,  L’idiota.

3) Kazimierz Brandys, Rondò, pag. 159,  e/o, Roma 1987

4) Iosif Brodskij, Il canto del pendolo,  Adelphi, Milano 1987

5ibidem; pag. 16 

6ibidem pag. 16 e17 

7) Iosif Brodskij, Fuga da Bisanzio, pag. 13, Adelphi, Milano 1987


8) James Joyce, Dedalus.

9) Herman Melville,Bartleby lo scrivano.

10) Wislawa Szymborska, Vista con granello di sabbia, dalla poesia Allegro ma non troppo, pag. 96 e 97, Adelphi, Milano 1998

     
   

 

Esempio 1
dal 8 gennaio 2009
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(scheda pubblicata per l'edizione del 1986)
scheda di Rastello, L., L'Indice 1986, n. 8

Un gioco d'impronta faustiana, il rifiuto della contingenza storica travestita da necessità, il tentativo di ridisegnare sorti nazionali e personali secondo un progetto governato dall'acquisita capacità di "pensare secondo fatti immaginari"; una sfida teatrale e pericolosa in nome di una ragione individuale; un confronto ambiguo con la secolare propensione polacca al miracolo e all'impossibile; le vicende della Varsavia occupata dalle truppe naziste, la resistenza, l'insurrezione, l'incontrarsi di sorti e personaggi ad un crocevia (rondò) che a distanza di tempo si rivela una soglia dell'immaginario; la parabola di un pettegolezzo nato in un liceo di provincia e destinato ad influire sulla storia patria. Tom, protagonista del romanzo, partigiano durante l'invasione, innamorato di una giovane attrice, asseconda la sua bizzarra vocazione teatrale e la passione che lo lega a lei creando una fittizia organizzazione clandestina -Rondò- in cui l'amata, pur credendosi parte attiva della lotta al nazismo, non debba correre alcun rischio; il gioco della fantasia è uno strano gioco e la creatura sfugge al creatore: Rondò diviene una forza politica e militare influente e Tom dopo la guerra si trova addosso un'accusa di deviazionismo che lo porterà nelle carceri socialiste ; una vecchia diceria che lo vuole figlio naturale del maresciallo Pisudski, eroe e capo di stato, lo accompagna lungo tutta la vicenda determinandone singolarmente gli esiti. Tom divide la sua biografia in tre epoche: meccanica la prima, in cui la vita gli scorre addosso per inerzia, naturale la seconda, dominata dagli istinti, dalla paura, dalla lotta, metaforica la terza in cui la memoria svela l'artificiosità delle condizioni in cui si sono svolte le due precedenti, circostanze immaginarie che "finiscono per costituire una sorta di metafora": è l'epoca delle soluzioni immaginarie in cui Tom, normalmente geniale, contraddittorio e segnato da un grano di follia, per confutare un saggio apparso su una rivista storica ingaggia battaglia con la memoria e racconta la sua avventura, alla vigilia di una svolta importante, ultimo dei tanti colpi di scena che il libro riserva. Con un artificio affascinante e simile a quelli del suo personaggio, Brandys (noto e premiato in Occidente) lascia che la trama, serrata e complessa, affiori tra le incongruenze e i salti di una memoria personale che "non si attiene al susseguirsi dei fatti, ma si concentra attorno a punti sparsi formando grumi, come agglomerati di civiltà in mezzo a cui si stende una terra di nessuno" e si insinui per vie insolite nella coscienza e nella memoria del suo lettore. Si attende ora con qualche impazienza la pubblicazione del suo 
" Irrealtà ", opera per molti, sorprendenti versi parallela a " Rondò ". 


 

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