Maurizio Braucci, Il mare guasto, edizioni e/o, Roma, 1999, pp. 115.


Quando, a 11 anni, finii il primo romanzo della mia vita, certo non immaginavo che il contratto di Lettore Infaticabile che avevo appena inconsapevolmente firmato, spesso mi avrebbe messo tra le mani alcuni libri per colpa dei quali le tentazioni di rescissione del contratto sarebbero diventate, a volte, difficilissime da respingere. Un giorno, qualche anno dopo, lessi su un settimanale una meravigliosa recensione di un tale Goffredo Fofi. La recensione era delicatamente distruttiva, faceva a pezzi il libro (o era un film?) con una grazia della prosa e dei contenuti che incantava, si snodava lungo le colonne della rivista attraverso un lungo serpentone fatto di incisi, interminabili costruzioni ipotattiche, termini aulici e parole comuni. Avevo finalmente scoperto l'esistenza della Critica. Da allora ho sempre avuto verso i critici- perlomeno in quelli in cui mi ritrovavo maggiormente- una fiducia talmente sfacciata che spesso sfiorava la creduloneria.
Tutto questo fino all'anno scorso quando, su "Panorama", lessi, sempre a firma di Fofi, una recensione assolutamente entusiasta (ed entusiasmante) al libro di Maurizio Braucci, "Il mare guasto".
Il libro era, se non ricordo male, definito "pieno di suggestioni cinematografiche mutuate dai film di Martin Scorsese", l'autore era "un talento acerbo ma vitale". Insomma, dieci minuti dopo ero davanti alla cassa di una libreria coi soldi in una mano e il libro nell'altra.
Lo sconforto e l'incredulità che mi assalirono subito dopo aver alzato gli occhi dall'ultima pagina del libro li ho rivissuti solo nei momenti che seguirono il gol di Trezeguet nella finale degli Europei di calcio tra Francia e Italia. Il romanzo era di una piattezza imbarazzante, con una scrittura confusa, senza identità, fatta di periodi spesso incomprensibili (cito il secondo capoverso della prima pagina, se qualcuno può spiegarmi cosa vuol dire gliene sarei grato per l'eternità: "Ma sulla terra accade la nostra storia, un guizzo di farfalla. Il tempo è una febbre limonata sui nostri giorni, caravan petrol nera che avanza e ci insegue ma, tutto essendo tondo, se acceleriamo troviamo davanti a noi la stessa carovana scura, ad aspettarci sulle sabbie a cui sempre si è ridotto ogni spazio che l'uomo potente aveva in precedenza detto "E' mio! E' solo mio!").
Cosa mai aveva spinto il mio ex Virgilio culturale a magnificare quel romanzo? In quale punto del libro aveva riconosciuto le "suggestioni cinematografiche" dei film di Scorsese? Perché io, se proprio c'era da tirare in ballo suggestioni cinematografiche, non andavo più in là dei film di Nino D'Angelo? Tutte le risposte le ho avute alle pagine 122 e 123 del libro di Braucci. Del catalogo della casa editrice e/o fanno infatti parte, tra gli altri: Collana Letteratura italiana. G. Fofi, La vera storia di Peter Pan. Collana Tascabili e/o. G. Fofi, Prima il pane; G. Fofi, Benché giovani; G. Fofi, Più stelle che in cielo; G. Fofi-G. Lerner-M. Serra, Maledetti giornalisti.
Il mio critico di fiducia adesso è il signor Rosario, della libreria internazionale Treves di via Roma, Napoli.

Piero Sorrentino.

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Esempio 1
Napoli. Le storie parallele di due giovani cresciuti per strada. Il primo, Raffaele, è un tossicodipendente che sopravvive con piccoli traffici e furti, orfano di padre e soffocato da una madre incapace di aiutarlo a uscire dall'autodistruzione. Il secondo, Renato, è deciso, intelligente, spietato, un vero astro nascente del suo clan. In un mondo dove valgono solo la forza e il cinismo, il primo è destinato a essere il perdente, tanto quanto l'altro si dimostra vincente. Ma la vita prende spesso forme imprevedibili, e così, attraverso alleanze, tradimenti e morti ammazzati, il destino dei due finisce per essere quello di tutti, in un mondo dove non c'è salvezza per nessuno.

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Piero Sorentino
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