Jane Eyre s'è ispirata con una punta di  polemica la scrittrice anglo-caraibica Jean Rhys nel redigere il suo romanzo Il grande mare dei Sargassi (Wide Sargasso Sea). 
Infatti caraibica era la prima moglie di Rochester, Bertha Mason, segregata in soffitta. Il romanzo della Rhys mette in alternanza le voci di Rochester (seppur non nominato esplicitamente) e Antoinette Cosway moglie ripudiata e battezzata Bertha, e si pone come ipertesto rispetto al  testo originario di Charlotte nel tantivo di ricostruire gli antefatti che nell'ipotesto sono lasciati nell'ombra (è stato detto che è un tale of the telling piuttosto che un telling of the tale).  Il romanzo nella seconda parte prende vita propria, ma certo è un significativo esempio della forza che ha questo classico inglese nella narrativa anglosassone.  





















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   Charlotte  Brontë - Jane Eyre  -                                                                            Riassunto e analisi


Jane Eyre  è  un romanzo, parzialmente  autobiografico,  in cui attraverso  gli amori di una povera   governante e di un ricco gentiluomo viene svelato tutto un contesto storico e sociale. Un romanzo psicologico che si dilata nel romanzo sociale e un romanzo sociale che  si  focalizza nel microcosmo di una vicenda sentimentale anatomizzata nel dettaglio.   Il romanzesco vi viene messo al  servizio del reale, e l’impressione dominante rimane la veridicità: veridicità suprema dei personaggi, più reali di molti esseri viventi. Le osservazioni di Jane su Rochester, sulla società che la circonda e su se stessa, le descrizioni dei luoghi, della natura, della temperatura stessa, ogni cosa è elemento palese di verità. Brontë si stupiva, per bocca di  Jane Eyre, che ci sia gente incapace «di cogliere il carattere di una persona o di non sapere  osservare e descrivere gli aspetti essenziali delle persone o delle cose». Essa stessa possedeva una percezione eccezionale di questi aspetti rilevanti, una percezione che rende credibile un racconto di cui alcuni elementi (in particolare tutti gli eventi associati alla pazzia di uno dei personaggi), potrebbe generare incredulità.

Jane conosce da bambina  ogni tipo di traversia: rimasta orfana, è accolta dalla zia che la odia e la interna fino all’età di diciotto anni in un  collegio di una terrificante severità. Due persone si prendono cura di lei; una coetanea che diventa la sua sola amica e confidente ma sarà stroncata dalla tubercolosi e una istitutrice che le vuole bene e che intuisce la sua intelligenza ed i suoi talenti. Ecco tutto il bagaglio emozionale di Jane.  

Quando a diciotto anni Jane ottiene un’occupazione come  governante a Thorncliff, è una donna  già fatta,  razionale, con un pensiero personale già formato, schivante le convenzioni e  i pregiudizi. È scoprendo questa maturità stupefacente che Rochester inizia ad interessarsi a  lei.  Si è rimproverato alla Brontë il carattere idealistico delle conversazioni di Jane con Rochester. Occorre in effetti leggerle come dei dialoghi   platonici : «Credete dunque che per essere una giovane donna ordinaria, povera, piccola, oscura, sia priva  di cuore o di anima?  Siete in errore!  Io ho  cuore quanto voi ed infinitamente più anima  di voi(...) Non mi rivolgo  a voi secondo le abitudini e le convenzioni correnti o del pari come ad un semplice  essere mortale: è il mio spirito che parla al vostro; come se fossimo tutti nel mondo ultraterreno e ci  trovassimo inginocchiati dinanzi a Dio: uguali come in effetti siamo».  Ecco rivelata la profondità dell’amore di Jane per Rochester: è un amore che va oltre le convenzioni sociali (spietate  in  quell’epoca verso le mescolanze di classi sociali: basta rileggere  i romanzi dove due individui di ceto sociale differente hanno la sventura di amarsi: La Nuova Eloisa e Il Rosso e il Nero o per restare in ambito inglese Sense and Sensibility di Jane Austen  che mette questa tematica al centro della narrazione). Un amore, anche, che va oltre  le stesse costrizioni della natura umana: quello di due esseri liberi ed uguali, come se fossero già entrati nell’eternità. 
Dichiarazione stupefacente da parte di una donna così giovane. Ella esibisce fin dall’inizio ciò a cui  aspirano più o meno coscientemente tutti gli amanti: un sentimento incondizionato, fondato sull’armonia dei cuori più ancora che su quello dei corpi. Non bisogna fraintendere: non si tratta di un amore platonico. Jane Eyre ama Rochester con tutto l’ardore della sua giovane femminilità. Quanto a Rochester, è difficile vederlo come un essere privo di carnalità!
Ma cos’è che spinge tanto Jane verso  Rochester? La sua bellezza?  «Quest’uomo ha sopracciglia spesse, una fronte ampia e squadrata, un naso più pronunciato che armonioso, narici pronunciate, segno di un temperamento collerico, una bocca, un mento e mandibole rigorose, sì, indubbiamente rigorose ed anche minacciose e un corpo atletico ma tozzo e privo di grazia». Un aspetto esterno che come voleva la fisiognomica dell’epoca riflette il carattere di Rochester, uomo scettico, disincantato, collerico, imprevedibile: che può passare dalla cortesia più fine all’indifferenza più altera, se non alla crudeltà. Jane  non si lascia però sviare da questi atteggiamenti fastidiosi; percepisce sotto di essi un grumo di sofferenza, e che essi servono   a dissimulare e a nascondersi agli altri. 
E a chi somiglia Jane? Agli occhi di Rochester  ha l’aria di una bestiolina; placida, grave, dal fascino dimesso. Ma al lettore, al quale si rivolge costantemente, e che funziona da  specchio, rivela il suo essere profondo; la sua passione intensa e immutabile, la sua penetrante lucidità, la sua intelligenza delle situazioni, la sua ragione che interviene sempre per correggere gli accessi o gli eccessi della sua sensibilità, la sua capacità infinita di attendere  e di sopportare i rovesci  di fortuna. Tutte qualità che le serviranno per  penetrare nel carattere duro del suo padrone, a capirlo e  amarlo  gradatamente con tutto il suo essere, quindi, giunto  il momento della prova suprema, a sopportare le conseguenze penose della rottura. 
ttraverso un intrico di eventi causati da lui  o sopraggiunti in modo inaspettato, Rochester, infatti, per il quale  la presenza di Jane gli è diventata   necessaria come il respiro, riesce a indurla a dichiararsi.  












 
Tremendo è il colpo ricevuto da Jane:  si sente mancare, «senza volontà per alzarsi, senza forza per fuggire.  Quest’ora amara non può essere descritta; la piena invase  il mio cuore, affondai in un profondo abisso in cui non incontrai alcun appiglio, e ne fui sommersa».
Ma Rochester con parole toccanti tenterà di persuaderla che egli non aveva alcuna intenzione di ferirla e Jane non ha difficoltà a perdonarlo pur prendendo contestualmente l’amarissima decisione di separarsi dall’uomo che ama. Separarsi: perché? Per un principio di moralità molto lontano dai nostri tempi possibilisti e forse per questo a noi incomprensibile. Se è vero ciò che dice il filosofo Alain che un'anima esiste quando dice “no”   ai “si” del corpo, che esiste quando gli resiste, Jane  si dice che  «le leggi ed i principi non sono fatti per i momenti della vita quando non siamo tentati. Sono fatti per momenti come quello che vivevo, e allorché sia  il corpo che l’anima si ribellavano contro il loro rigore, il loro carattere implacabile li rendeva   ancora più inviolabili». Poiché, prosegue Jane : «se posso romperli a mio piacimento, quale sarà mai il loro valore?  Ho sempre creduto che tali leggi  ne avessero uno; e se adesso  non posso più rispettarlo è perché ho perso la testa, completamente». E quando, disperata, si batte contro la sua  decisione: «Ma  insomma  a chi farei mai del  male? Chi mai  nel mondo si preoccupa di me?»,  La sua risposta è: «Io. Io, mi occupo di me stessa. Più sono sola, priva  di amici, abbandonata, più devo avere   rispetto di me stessa». È il modo umile, netto e coraggioso con il quale Jane accetta di obbedire ad una voce interiore, altrettanto imperiosa dell’amore al quale rinuncia, che ci rende Jane così profondamente vicina: «Era un supplizio. Una mano di ferro scuoteva  la mia forza vitale. Momento terribile: quale essere umano sulla terra avrebbe potuto desiderare essere amata come me; e colui che mi amava così, io lo adoravo assolutamente. E purtuttavia occorreva rinunciare a quest’amore, a quest’idolo!»

«Assenza, il più crudele dei dolori!»  È su questo duro percorso che si incammina Jane. Un percorso che è un’avventura interiore, una purificazione. Prova fisica della povertà, del freddo, della fame, e, in ultimo, di un esaurimento, da cui uscirà, se non curata del suo mal  d’amore, sicuramente più  forte per sopportarlo. Ma soprattutto, prova morale per l’incontro col secondo uomo della storia   che è, rispetto a  Rochester, ciò che è il giorno rispetto alla notte.   Non soltanto St John Rivers è bello ma «è un uomo che ha grandezza e   bontà.  Soltanto che, nel  perseguimento dei suoi ideali, è senza pietà per le sensazioni ed i desideri della gente dappoco. È meglio dunque che gli esseri meschini  si tengano discosti da lui se temono di essere umiliati da lui nella sua progressione verso il bene».  
Rivers che è un clergyman  (ministro della chiesa anglicana) rappresenta l’ideale del missionario che rinuncia a tutto «per il servizio del Supremo Sovrano ».   Se propone a Jane di sposarlo, non è per amore, ma per convenienza, per farne la sua sodale. Brontë spinge quasi fino alla caricatura i contrasti tra questi due tipi d’uomo: il cupo Rochester che sfida le potenti leggi sociali e religiose per legare Jane alla propria vita; il solare  Rivers che assoggetta  Jane alle leggi del matrimonio per legarla alla sua opera.  «Io presentivo che se mai avessi sposato quest’uomo buono, puro come una fonte profonda non illuminata dal sole, avrebbe potuto farmi morire rapidamente senza farmi spandere  una sia pur minima goccia di sangue e senza che la sua chiara coscienza fosse rabbuiata dalla minima ombra  del suo crimine».  Sa che  se diventasse sua moglie  svilupperebbe «inevitabilmente una strana forma d’amore estremamente dolorosa, una tortura». Agisce sempre in Jane questo scabro  realismo che fa barriera  alle lusinghe  ed alle seduzioni.

Tutte le carte del gioco dell’amore sono ora distribuite: ecco Jane, sempre presa internamente dal suo amore per Rochester. Ecco Rivers, che ha tutte le qualità che dovrebbero renderlo piacevole, o, in ogni caso, esibisce tutte quelle  che fanno difetto in Rochester. Ma questi è lontano. Jane desidera ardentemente rivederlo dopo che ha udito la sua voce   chiamarla in circostanze strane. (Quando si rimproverò alla Brontë questo accadimento parapsicologico lei rispose semplicemente: è un fatto accaduto). Ed affronta coraggiosamente l’ultima prova, quella che per solito affronta  nelle fiabe il cavaliere alla ricerca dell’amata. Arrivando nei luoghi dove vive Rochester, scopre con orrore che il suo  maniero è andato completamente distrutto dalle fiamme.  Apprende tuttavia che Rochester, volendo salvare sua moglie, alfine morta nell’incendio, è diventato cieco ed infermo e vive recluso.
Ed è la scena dell’agnizione  degna dell’incontro di Oreste ed  Elettra nella trilogia greca di Euripide. Jane è appena giunta al cader del giorno nella proprietà dove ormai Rochester vive con la sola compagnia di  due servi. Si offre di dargli da bere, mentre egli si stringe in un angolo della stanza vicino ad un magro fuoco di camino.  Pilot, il vecchio cane, l’ha appena riconosciuta e Rochester aguzza l’orecchio all’eccitazione dell’animale che Jane calma con qualche parola.
Ed invero l’incontro tra i due oscilla fra il sublime e il lacrimevole. L’artista spinge allo zenith la situazione lirica e drammatica e non poche volte rischia di far collassare tutta la struttura narrativa nel romanzesco più puro e allarmante.
 Lungo e duro è stato il cammino di Jane verso l’amore. È passata dallo stupore dell’amore nascente alla tortura dell’amore tradito, quindi vietato; dall’amore tradito alla gioia ineffabile dell’amore ritrovato: tutti i piani dell’amore, tutte le tappe dell’amore, così come pochi esseri le conoscono nel corso di una vita sono qui riuniti e tutta la tastiera del sentimento amoroso è suonata, nel dramma della Brontë, dalle mani febbrili della scrittrice.  
Quanto a Rochester, le prove della vita,  gli hanno fatto perdere quella durezza che egli traeva dalla sua ricchezza e dalla sua condizione  sociale, mettendo a nudo il meglio di sé stesso. 
Tocchiamo il cuore, il nodo e l’essenza  di questo romanzo: la sua dimensione metafisica. Ciò che Brontë ha descritto attraverso le volute romantiche  della sua storia, è l’ascesa di due cuori, di due anime verso la verità dell’amore:  «come se fossimo tutti e due nel mondo ultraterreno e ci  trovassimo inginocchiati dinanzi a Dio: uguali come in effetti siamo».  Quest’uguaglianza è quella della nudità delle anime. In questo senso  v’ è in Brontë, nella sua concezione dell’amore e delle prove necessarie al suo sviluppo (poiché come in una combustione è necessario che si distruggano le scorie perché resti l’amore puro)  qualcosa che la collega, avuto riguardo dei tempi e dei luoghi, ai tragici greci ed ai mistici.
Alfio Squillaci
Esempio 1
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Molte delle esperienze dell'autrice ricorrono nei romanzi che scrisse, dei quali "Jane Eyre" è il più celebre. Jane, esplicito alter ego della scrittrice, dopo anni di stenti e di solitudine, diventa istitutrice presso la famiglia Rochester. Il padrone di casa, cinico, è conquistato dalla personalità della ragazza. Ma quando scopre che la moglie di Rochester, creduta morta, è ancora in vita, prigioniera della pazzia, Jane fugge abbandonando l'uomo che le aveva chiesto di sposarlo. Sarà un enigmatico presentimento a farla tornare indietro e a preparare lo sviluppo finale del romanzo. 

Il matrimonio deciso, ecco che nel momento in cui il pastore sta per  benedire le nozze, spunta  un testimone che rivela l’esistenza di un’unione precedente, e la presenza a Thornfield (il castello di Rochester) di una donna,  legittima consorte, che, colpita da una forma incurabile di pazzia, vi è segregata sotto buona guardia. 

Immagini tratte dal film omonimo diretto da Julian Amyes, con Timothy Dalton, Zelah Clarke, Judy Cornwell (1983)

dal 17 nov. 2003
<<< Scarica il testo originale in inglese di Jane Eyre preceduto da un breve riassunto.
"Il professore" è il primo romanzo scritto da Charlotte, la più famosa delle tre sorelle Bronte. A suo tempo non ebbe fortuna perché giudicato troppo realistico. Gli si preferiva "Jane Eyre", in cui l'elemento fantastico e romantico predominava, così venne pubblicato solo dopo la morte. Questo romanzo narra in prima persona la storia di un uomo sensibile e colto, che fugge da un lavoro pesante e competitivo nella zona industriale dello Yorkshire per andare a insegnare in una scuola in Belgio. Qui conosce Frances, una ragazza molto giovane e senza mezzi che da allieva diventa insegnante. Dopo alterne vicende, contrattempi e incomprensioni, la storia si conclude con un matrimonio. 

Pubblicato nel 1853, "Villette" è l'ultimo romanzo di Charlotte Brönte, l'unico che non si concluda con il matrimonio della protagonista, l'unico che abbia come titolo un luogo. Villette (immaginaria città del Continente in cui si adombra Bruxelles) rappresenta infatti un luogo fisico e una regione dell'anima: luogo della vita e della morte, della perdita e della speranza, ultima terra dove può realizzarsi l'amore. "Come sopportare la vita?", aveva chiesto Charlotte all'amato professor Héger: "Villette" è, in un certo senso, la risposta a questa domanda; per potersi riconoscere veri non si deve piacere al mondo, ma essere amati da chi si ama. 

Esempio di un modo nuovo di fare biografie, questa monografia delle Bronte che l'autrice scrive nel 1912 insegue e tesse un effetto: "un effetto di unità, di consonanza, di profonda e tragica armonia", che è dettato innanzitutto dal luogo biografico, un angolo dello Yorkshire, che agisce sulle Bronte con la fatalità di un destino poetico. May Sinclair coglie tutta la novità delle Bronte: la nascita di una mistica della passione femminile; la forte coscienza della diseguaglianza dei sessi presente con tutto il suo carico di dolore nei romanzi di Charlotte, ma che non manca neppure in quelli di Anne; la prosa superba di Emily rispetto alle insufficienze della vita. 

<<< Vedi anche Cime tempestose
di Emily Brontë 
<<< Vedi un profilo delle sorelle Brontë. In questo sito.
«Poco dopo Charlotte, l’innamorata, scrisse ma non pubblicò un romanzo, The Professor, che raccontava in modo appena velato le sue esperienze sentimentali a Bruxelles. È un’opera indubbiamente mancata, nella quale l’inesperta aquiletta si affanna a rompere con gli artigli le reti della propria ignoranza letteraria. Ma ad ogni rigo vi si sente un vergine vigore che è già più di una promessa. L’anno dopo , senza preamboli, ecco Jane Eyre, uno dei più singolari romanzi del tempo, nel quale l’inesperienza è diventata originalità, la vita oppressa e conculcata dell’autrice diviene origine del primo manifesto femminista, della prima proclamazione dei diritti della donna a non esser più, come Charlotte dice, “the male’s cattle”, il bestiame del maschio. Nel Jane Eyre l’autrice si rivela padrona della propria tecnica e produce un libro pieno di fuoco contenuto, uno dei romanzi più vitali e commoventi che siano stati scritti».

Giuseppe Tomasi di Lampedusa
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Vedi  su Charlotte  Brontë questo bel sito italiano QUI

 
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