Pubblicato per la prima volta nell'almanacco "Nedra (Mosca, 1925), il romanzo breve "Uova fatali", narra le vicende di Vladimir Ipat'evic Pérsikov, uno geniale scienziato che scopre un raggio misterioso in grado di moltiplicare l'attività della sostanza vivente, ma che rimane vittima della propria scoperta, lanciata in un mondo oppresso da una burocrazia asfissiante e disumana, nella quale non è difficile riconoscere l'apparato statale dell'ancor giovane Russia sovietica. Il romanzo, insieme al famoso "Cuore di cane", costituisce una prima messa a fuoco dell'ambiente da cui doveva scaturire, in una lunga gestazione iniziata pochi anni più tardi, il romanzo "Il maestro e Margherita". 

Accusato di essere un antiproletario al soldo dei "nuovi borghesi", e sottoposto a un fuoco concentrato di critiche e umiliazioni (erano gli anni cupi dello stalinismo), Bulgakov dedicò gli ultimi anni della sua vita alla stesura di questo grottesco, ferocemente satirico, metafisico, esilarante capolavoro. La riscoperta de "Il Maestro e Margherita" avvenne solo intorno al 1960, ma il successo, sia in Unione Sovietica sia in Occidente, fu immediato e sbalorditivo. Era nato uno dei miti letterari del nostro tempo. 

Dieci drammi teatrali che esprimono il tormento dell'anima russa nei cupi anni dello stalinismo. Se da un lato Bulgakov fu in un certo qual modo "protetto" da Stalin, dall'altro lottò vanamente perché le sue opere teatrali venissero rappresentate. Delle dieci contenute in questo volume soltanto quattro poterono essere messe in scena, le altre vennero implacabilmente respinte dalla censura. I giorni drammatici della Rivoluzione, la farsa tragica dell'esistenza quotidiana, il "realismo socialista", personaggi come Puskin e Molière: ecco soltanto alcuni degli argomenti di queste dieci gemme teatrali. Con un'introduzione di Anatolij Smeljanskij, l'edizione completa dell'opera drammaturgica dell'autore russo. 

"Un miracolo che ognuno deve salutare con commozione". Così Eugenio Montale accoglieva nel 1967 il romanzo postumo che consacrava di colpo Bulgakov, fino ad allora sconosciuto, tra i grandi scrittori russi del Novecento, e forniva un quadro indimenticabile della Russia di Stalin. Nella Mosca degli anni '30 arriva Satana in persona e sotto le spoglie di un esperto di magia nera, accende una girandola di eventi tragicomici. 

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Michail Afanas'evic Bulgakov - Il Maestro e Margherita   - (scritto nel 1935 ma edito nel 1967)

Ci sono due occhi con cui guardare ad un’opera postuma di un cosiddetto autore eminente: quello destro, sgranato e luccicante di gioia ingenua, e quello sinistro, socchiuso e tipicamente circospetto. Quello destro non coglie altro che l’ebbrezza della scoperta di un’ultima appendice che lega il defunto scrittore al suo mondo, accettando di conseguenza qualunque cosa gli scorra sulla retina. Quello sinistro invece offre alle pagine postume solo una piccola porzione della stessa retina, ed é pronto persino a negargli questa ridotta parte di attenzione non appena intravede della muffa nelle parole relegate da troppo nei cassetti della scrivania.
Fortunatamente tutti i lettori, o perlomeno la maggior parte, possiedono entrambi gli occhi. E altrettanto fortunatamente ciascuna opera postuma ha dato ragione ora a uno e ora all’altro. Così, mentre tutti gli occhi destri hanno potuto trionfare quando, alla morte di Kafka, l’amico editore Max Brod ha dato il via alle pubblicazioni di tutte le sue opere, l’occhio sinistro ha potuto, a ragione, esplicitare la propria connaturata diffidenza all’uscita delle opere postume di Hemingway.
Avendo allenato entrambi gli occhi, il lettore può quindi accingersi ad affrontare Il Maestro e Margherita di Bulgakov senza timore di lasciarsi sopraffare dalle ragioni di uno piuttosto che dell’altro. 
Il romanzo, riportano gli storici, fu scritto e riscritto infinite volte da Bulgakov tra il 1928 e il 1940 (anno in cui lo scrittore morì a soli 49 anni), e pubblicato per la prima volta dalla casa editrice italiana De Donato nel 1967, edizione che precede di quattro mesi la pubblicazione della ben più prestigiosa Einaudi. Il grido “Capolavoro!” istantaneamente si leva dalla schiera dei lettori italiani, i primi al mondo a potersi gustare le gesta del Diavolo e della sua banda balzana. Una voce su tutte é quella di Montale, che dalle righe del “Corriere della Sera” fa riconiungere Bulgakov, fino ad allora pressoché sconosciuto, alla “profonda tradizione letteraria della sua terra”, e arriva a parlare di “vera scoperta di un libro vero”. 
Gli occhi destri sono più splendenti che mai, hanno l’urlo di vittoria in gola, e non hanno paura di eruttarlo ora che dalla loro hanno nientemeno che il premio Nobel. Gli occhi sinistri, dal canto loro, non si scompongono più di tanto e muovono un obiezione che strozza il grido agli avversari. Essi dicono “Scusate, ma Montale non é lo stesso che sosteneva che Nabokov, dopotutto, era “uno a cui mancava il fondo”, ovvero, nella terminologia sportiva, uno che quando gli si presentano le grandi occasioni fallisce puntualmente? E’ attendibile un critico che boccia in questi termini quello che é stato riconosciuto il più grande romanziere russo del Novecento? Insomma, ci possiamo davvero fidare di Montale nei panni del critico?”. Bulgakov sì e Nabokov no, una tesi che non si può evidentemente reggere solo sulla debole argomentazione (anche se é più corretto parlare di opinione) che al secondo “manca il fondo”. Siamo di nuovo in parità.
Per fare chiarezza andiamo sul testo, lasciando da parte le scaramucce da caffé letterario.
In un giorno particolarmente caldo due uomini discutono sull’esistenza di Dio: il primo, direttore di una rivista letteraria e presidente dell’associazione letteraria MASSOLIT, sostiene di fronte all’altro, un giovane poeta collaboratore della sua rivista, che Gesù non é mai esistito e che nemmeno Dio esiste. Durante la conversazione, improvvisamente compare uno strano personaggio “La bocca storta. Ben rasato. Bruno. L’occhio destro nero, quello sinistro, stranamente verde. Sopracciglia nere, ma una più alta dell’altra”. Si intromette nella conversazione con frasi strampalate, afferma di essere stato a colazione con Kant e di conoscere Ponzio Pilato, ma soprattutto di essere certo che Gesù é esistito. Di fronte alle insistenze del direttore della rivista, che cerca di convincerlo della validità dell’ateismo e della falsità della predestinazione dell’uomo, il nuovo personaggio preannuncia al suo interlocutore che morirà quella stessa sera schiacciato da un tram. Quando la profezia si avvera, il giovane poeta, sconvolto, si getta al suo inseguimento, non sapendo di rincorrere il Diavolo in persona. E infatti finirà al manicomio. Qui il poeta conosce il Maestro che gli racconta la sua tormentata relazione con la bellissima Margherita e la vicenda del romanzo che egli ha scritto su Ponzio Pilato, la cui stroncatura da parte della critica gli é valsa l’ingresso al manicomio. Nel frattempo il Diavolo, dichiaratosi esperto di magia nera dal nome Woland, tiene, assieme al suo seguito, ovvero Azazello e il gattone nero parlante Behemoth, uno spettacolo che getta Mosca nello scompiglio, mettendo a nudo le malefatte e le ipocrisie dell’alta società russa radunatasi a teatro. Molte altre persone andranno a fare compagnia al poeta e al Maestro. 
Margherita, che nel libro secondo assume i panni della protagonista, incontra Azazello e fa un patto con  lui: in cambio della sua presenza al gran ballo di Satana otterrà la liberazione dell’amante, il Maestro, e il ripristino della loro vita antecedente la stesura del fatidico romanzo. Il Diavolo esaudirà la sua richiesta, prima uccidendo entrambi con il veleno e poi, su ordine di Dio, concedendo loro un eterno rifugio (una sorta di limbo) in cui vivere insieme per sempre.
Sullo scheletro di questa trama compaiono e scompaiono decine e decine di personaggi eterogenei tra loro, consentendo al critico di attribuire al romanzo l’appellativo di “affresco della società”. La società affrescata é quella della Russia stalinista, popolata perlopiù da individui meschini, opportunisti e doppiogiochisti, i cui intrighi vengono smascherati dallo spettacolo del mago Woland. Il Diavolo dunque non é un essere terribile e crudele, bensì un giustiziere, uno scompigliatore dell’ordine, un rivouzionario. Le gesta sua e del suo seguito sono forse la parte più divertente del romanzo, anche perché dalle loro azioni non traspare alcuna cattiveria gratuita, ma solo una consapevole malizia. Come previsto dalla gerarchia biblica, però, il Diavolo non può disporre del tutto a piacimento delle persone che incontra: la sua subordinazione a Dio si palesa nel finale quando riceve l’ordine da Levi Matteo, messaggero divino, di mandare nell’eterno riposo il Maestro e Margherita.  
Se da una parte Bulgakov si attiene alla Bibbia per quello che riguarda la gerarchia Dio-Satana, dall’altra stravolge interamente la storia della Passione di Gesù, riscrivendo prima attraverso Woland e poi attraverso i capitoli scritti dal Maestro su Ponzio Pilato gli ultimi momenti della vita di Cristo. La vicenda della Passione rinarrata da Bulgakov aggiunge spessore umano alle figure trascurate dal testo biblico: si vede Ponzio Pilato, malaticcio e insoddisfatto del lavoro, che si rode dai rimorsi per aver lasciato condannare a morte il filosofo curatore Jeshua, il quale l’aveva liberato durante il colloquio da un atroce mal di testa; Jeshua, ovvero Gesù stesso, che rinnega le parole scritte sulla sua vita da Levi Matteo, e che, restituito a una dimensione più umana che divina, suscita una empatia più forte del Gesù narrato dai Vangeli; e infine il bellissimo Giuda di Kiriat, traditore di Gesù, che viene ucciso dal capo dei servizi segreti romani a dispetto dell’ordine di Pilato di salvarlo. Sullo sfondo la città di Jerushalajim, con le sue case dai tetti di marzapane, riarsa dal clima torrido che rende l’atmosfera appiccicosa e maleodorante.
Da un lato attinenza alla Bibbia e dall’altro riscrittura infedele dei Vangeli, da una parte la Russia comunista e atea di Stalin e dall’altra la Chiesa cattolica: si può forse spiegare in questo modo la travagliata pubblicazione del romanzo, uscito ben 27 anni dopo la morte del suo autore; l’equilibrio precario tra teologia ed eresia ha probabilmente reso invisa l’opera ai sostenitori di una e dell’altra fazione. 
Ritornando a ben altre parti in causa, vale a dire gli occhi destri e gli occhi sinistri con i quali avevamo aperto l’analisi, si é obbligati a rivolgere l’attenzione alla forma e qui, a dispetto degli occhi destri che fino ad ora sembravano prevalere, sono gli occhi sinistri a trarre le argomentazioni più persuasive. Infatti, nonostante l’ambizione e l’indubbia capacità con la quale Bulgakov affronta temi di assoluta importanza come la vita di Gesù, il conflitto tra Bene e Male, l’amore, la morte e l’aldilà, non si può fare a meno di rilevare una diluizione delle figure di questi temi nel mälström confuso e barocco dell’opera: alcuni capitoli, come “Il volo” o “Il gran ballo da Satana”, sfociano nel più aperto onirismo popolato da gracchi autisti di automobili volanti, spazzole che permettono il volo, la crema dell’invisibilità, cambi repentini e ingiustificati di scenario, ecc... Il surrealismo di queste scene appare fuori luogo soprattutto se si considera che il Diavolo stesso, per la gran parte del romanzo, adopera sì espedienti inverosimili, ma del tutto funzionali alla trama, come il proiettamento del direttore del Varietà a migliaia di chilometri di distanza per assumere il controllo del Varietà stesso o la decapitazione senza conseguenze dello sciocco e inopportuno presentatore durante lo spettacolo. La conseguenza più immediata é la domanda “perché?” che qualunque lettore avveduto si pone durante la lettura faticosa di tali capitoli, peraltro molto lunghi e ricchi di fronzoli e svolazzi. Ancora una volta l’occhio sinistro, che nella parola “opera postuma” legge in controluce “opera incompleta”, suggerisce non a torto che se l’autore fosse sopravvissuto all’opera stessa avrebbe, probabilmente, eliminato o accorciato queste zone d’ombra del testo. L’occhio destro, stavolta, non può che battere ciglia e accordare una parità definitiva.

Andrea Gussago
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