Aldo Busi -  Seminario sulla gioventù - Adelphi, Milano

Qual è la forma di questo romanzo? E' un Bildungsroman forse? 
Il bildungsroman in Italia ha avuto poca fortuna (solo "Rubè" di Borgese in questo secolo), almeno nelle forme classiche consegnateci dalla narrativa europea. Il romanzo di formazione descrive il processo dialettico di socializzazione di un individuo - un giovane quasi sempre - che partito da una iniziale opposizione alle norme del vivere associati (ethos borghese) e passando attraverso fortune and misfortune finisce: 1) per sposarle ( e in genere il processo di formazione culmina proprio nel matrimonio) poiché,  hegelianamente, egli nel frattempo ha superato il "negativo" del mondo; 2) per rifiutarle definitivamente.
Ora, in questo romanzo  la giovinezza non è processo di formazione, è piuttosto estrinsecazione del proprio nucleo "negativo", destinato a rimanere tale, pura opposizione al mondo, dialetticamente inassimilabile perché "diversa". E' dunque una storia autobiografica, naturalmente con tutte le " reminiscenze contraffatte", "apocrifa", perché  solo cosi si scrivono le "vere" autobiografie. Dobbiamo però intenderci su tale termine.  C'è l'autobiografia à  la Rousseau in cui dopotutto  al di là delle intenzioni "sincere" dell'autore salta fuori un bellissime,@bgPattern,@backgroundTy#160;e c'è quella à  la Svevo dove da un personaggio  da romanzo ne scaturisce l'autobiografia "apocrifa" dell'autore. Sono due strade, una all'in giù, dall'Io al personaggio e l'altra all'in su, dal personaggio all'Io, entrambe plausibili, entrambe trafficate dalla tradizione nel dispiegare il proprio "Io" nel mondo lunare delle lettere.
Orbene, Busi ha scelto entrambe le forme e dunque in alcuni capitoli dice "Io" e in altri crea il personaggio/schermo Barbino. E noi siamo autorizzati a immaginare che c'è un uguale dosaggio di verità e contraffazione sia nella prima che nelle terza persona. (Dopotutto gli infingimenti letterari e gli artifici dei generi sono i siparietti più idonei dietro i quali nascondere o svelare sé  stessi). Per  cui il romanzo nel non scegliere una forma definita ne trova una sette/novecentesca felicemente appropriata.

Rispetto alla generazione degli scrittori più  o meno coevi, De Carlo,  Palandri,  ci  ha felicemente colpiti in Busi lo spessore letterario, cioè quella scoperta allusione alla "letterarietà"  della propria esistenza. Spieghiamoci meglio. Dopo la generazione del '68,  che come è notorio ha rinunciato a raccontarsi in letteratura preferendo forme espressive più immediate che mediate -  quali convegni, dibattiti, assemblee, spari e processi -, negli anni '80 si è ricominciato a fare della letteratura, ma ahimè in forme istantanee, immediate anch'esse, frammentarie, rinunciando - forse per carenza di know-how visto che la generazione precedente aveva dato forfait, allo specifico letterario, alla grande mediazione dei generi, del  romanzo-romanzo cioè. Si son fatti troppi concertini rock sui propri trip esistenziali, sul "come sono giovane bello e sfigato", e invece adesso, con Busi, sembra che si riprenda in mano la partitura d'antan, della sinfonia-romanzo.  Dunque, non più  istant book sugli scazzi generazionali, scritture automatiche, brade, terrorismi sintattici, stili "scrivi come parli", ma il-libro-che-è-tutto-una-vita, con la sua scrittura da tavolino, sorvegliata, con tutte le sue convenzioni rispettate e tutti gli sforzi redazionali ben evidenti, quasi esibiti, ma anche qualche tracimazione sapiente nel "parlato" (come unica concessione alla propria generazione).
Questo romanzo ha dunque tutte le sue 'robe' a posto dal punto di vista letterario, a dispetto della magmaticità della vita narrata. Esibisce ad esempio uno dei più  begli incipit degli ultimi decenni, quasi un ouverture che anticipa in modo accattivante e tremendamente "letterario" tutte le "fughe" e i temi melodico-discorsivi dell'opera. Piace riportarlo per intero perché è  una delle cose più  notevoli dell'intero romanzo: 

Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, nemmeno una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo a un risolino di stupore, stupore di essercela presa per così  poco, e anch'io ho creduto fatale quanto poi si è rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato".  E dopo uno spazio d'ellissi ecco iniziare il racconto:  Di venerdì, la madre di Barbino partiva con la bicicletta per andare al mercato da Vighizzolo  a Montichiari...

... cioè né  più  né  meno che il classico e tanto vituperato attacco narrativo tradizionale, tipo la marquise sortit à cinq heures  che tanto potere magico ha invece d'introdurci e "impaesarci" (se l'autore è bravo) nel mondo lunare, ma parallelo a quello terrestre, che è il mondo dei romanzi che aspirano ad essere ricordati.

I brani più  godibili e più  riusciti sono quelli italiani che trovano nel personaggio-schermo di Barbino e nella sua vita agra di adolescente il motorino dell'affabulazione. Memorabile il "Diario di un barista", mentre nelle scene francesi, soprattutto quelle in sottofinale, divaganti, senza nucleo, c'è qualche prolissità di troppo che tuttavia difficilmente si può rimproverare ad un autore che abilmente ha scelto misure e toni sterniani.
Alfio Squillaci
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dal 20 sett. 2001
Esempio 1
Esiste una disgrazia ironica della perfezione, che in quanto perfezione non avrebbe bisogno di specchi ustori e critici: si ustionerebbe a sufficienza da sola, autocriticamente, ringraziandosi della colpa e della pena, e liberandosene. Nel suo fondo più buio, chi ama pretende solo due cose, quasi simboliche: dall’amato, che esponga se stesso in una risposta contemporaneamente fisica e metafisica, di corpo-senza-corpo e di parole senza corpo, e poi di corpo donato e di silenzio, e poi il contrario del contrario (per il religioso l’amore è divino e in Dio; per l’ateo consapevole l’amore è l’unico Dio, insieme alla Morte – Leopardi docet) – in ogni caso sempre con una responsabilità assunta con abbandono e con intelligenza; dall’amico-confidente, come Menes-Menelao, una simpatia che vada oltre la barriere della formalità o dell’informalità: un sì pieno di no, e un no avvolgente come un sì, umanamente carico, pietoso nella laicità che lo dovrebbe ispirare. Invece anche il confidente è una maschera, e in questo caso Totò docet: Menelao perché me-ne-lao le mani, Filatterio perché si protegge. Subi perché subisce: «A che mi servo se non sarò mai reale, se sono o ciò che subisco o un nome storpiato o niente?» (p. 128). Mentre il Grosso Salumaio & Piccolo Porco è tale perché non c’è, non sa, non può e non vuole (ma, per convenienza, c’è, sa, può e vuole, come faccendiere e pater familias): quando chiede un ultimo appuntamento, per la prima volta sessuale, Subi si rifiuta (p. 103), e si vendica punendosi. Ed è ovvio che il rifiuto avvenga: accettare ora sarebbe troppo schematico, troppo conforme ad uno schema di azione-reazione e do-ut-des («un fra-di-noi omertoso»: p. 40), troppo fuori tempo. L’amore è più grande di queste imperfezioni, ma ne è sempre ferito. Alla fine, nemmeno i marroni raccolti da Aldo e Menes possono assomigliarsi. La perfezione e l’imperfezione che li segnano a prima vista sono anche il criterio che li differenzia per sempre.

Massimo Sannelli da iBS
Voto: 5 / 5
Il libro è la trascrizione delle lezioni impartite da Aldo Busi durante l'anno 2003/2004 ad "Amici", la scuola di canto, ballo e recitazione ideata da Maria De Filippi, nonché una fortunata trasmissione televisiva in onda tutti i giorni su Italia 1. Chiamato a interessare alla letteratura i giovani studenti della scuola, Busi li solletica, li provoca, li tramortisce, cercando di stanarli dai recessi della loro cultura di riferimento. 

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