Cristina Campo - Sotto falso nome - Adelphi, Milano, 1998, pp.243.

Omettiamo a beneficio del lettore tutto l'avantesto che circola attorno a questo libro e alla sua autrice (1923 - 1977): il fatto che scrivesse sotto svariati pseudonimi, anche maschili, che fosse amica di questo o quell'intellettuale di grido, che sia stata ripescata da un editore molto sfizioso ( il cui catalogo però  sembra inseguire sempre più una letteratura da malati terminali dello spirito).  Concentriamoci sul testo. Si tratta di una raccolta di scritti di varia umanità, come si diceva una volta, a prevalenza letterari, ma anche filosofici ed intimi. Com'è lo stile della  Campo? Va detto subito: la sua pagina è aristocratica. Il riferimento ipercolto vi è d'obbligo sia come rimando alla pagina dello scrittore ultradefunto sia come citazione del quadro del pittore più periferico. Insomma si sospetta un calligrafismo tanto esornativo quanto minaccioso, e tutta la cultura che vi si profonde appare, benché solida, borghese, ma nel senso di salottiera, un po' snob e autoreferenziale.  Proprio come il classico   "filo di perle" attorno al collo della Gran Dama. Quanto ai contenuti, siamo in pieno spiritualismo sia d'ispirazione occidentale che orientale (trave portante, il primo, di molta cultura istituzionale italiana e sostegno di molta paccottiglia midcult il secondo ). 
Ora, le ispirate e  ieratiche pagine spiritualiste qui dispiegate possono sembrare a chi  ha nutrito la mente in tutt'altro modo,  poniamo illuministicamente,  come discorsi su brodini vegetariani alle orecchie di voraci ( e poco eleganti, lo ammetto) carnivori. De gustibus... facciamo spallucce e proseguiamo nella lettura. Sennonché le allusioni polemiche della Campo ai "miti consunti della ragione", alle "terroristiche teologie del progresso"  che da almeno due secoli avrebbero paralizzato o distorto " le più elementari operazioni di conoscenza", ci appaiono particolarmente urticanti proprio perché invadono la nostra sfera  di sensibilità. Sottolineo perciò tutta l'irritazione che desta la stupefacente introduzione a Simone Weil  Attesa di Dio  dove la Nostra, con toni da  puntuta suorina spiritualista, avvia  una perfida competizione con la prefata sul campo del misticismo più spinto, insomma  sul chi-crede-di-più-in-Dio (gara assente nel versante degli increduli, giacché un non credente non si preoccupa di  misurare gli scetticismi e agnosticismi altrui). E dove rimprovera alla Weil  sedimenti secolari e retaggi inguaribilmente illuministici, ma anche di non essersi voluta separare del tutto dalla massa degli increduli, di non essere stata meglio orientata intellettualmente (sic!) e infine di non aver fatto le letture giuste, come lei, soprattutto quelle liturgiche: Messale, Breviario, Rituale, Pontificale. Mai visto uno scritto introduttivo siffatto dove il prefatore si interpone  fra il lettore e  il libro ( e l'autore) prefati. Possibile? Leggere per credere.
Alfio Squillaci

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