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  La caduta di Albert Camus

 


«Si accomodi, la prego. Lei guarda questa camera. Nuda, è vero, 
ma pulita. Un Vermeer senza mobili e casseruole. Senza libri, 
anche, da tempo ho smesso di leggere. In passato, casa mia 
era piena di libri letti a metà. È disgustoso, come quelli che 
tagliano un pezzetto di un pasticcio di fegato e fan buttar via il 
resto. D'altronde, a me ormai piacciono solo le confessioni, e gi autori di confessioni ne scrivono soprattutto per non confessarsi, per non dire niente di quello che sanno. Quando pretendono di far confessioni, è il momento di diffidare, ci si prepara ad imbellettare il cadavere. Mi creda, io sono del mestiere. Perciò ho tagliato corto. Niente più libri, niente più vani oggetti, lo stretto necessario, pulito e lucido come una bara».

Pubblicato nel '56, un anno prima del Nobel e 4 prima della morte,  La chute  è un notevolissimo monologo (o meglio: dialogo con una voce sola) di 90 pagine circa. Il protagonista racconta la propria vicenda all'avventore di un bar che lo ascolta con molto interesse, e torna varie volte nel locale per sentirla tutta, la storia dell'ex avvocato di successo che ha votato la sua esistenza a raccontare a sconosciuti appunto della presa di consapevolezza del proprio vuoto egoismo (fatto di grandi gesti altruistici), con lo scopo di far specchio di sé e mostrare a questi interlocutori occasionali, attraverso la descrizione di ciò che il protagonista è stato, ciò che anche loro sono.

L'apologo cinico di Camus va molto oltre all'indifferenza epocale di  Lo straniero e descrive un'introspezione e una crisi - quella dell'avvocato Clamence, appunto - che si manifesta come un'accusa e una sarcastica risata (risata che il protagonista sente davvero, alle sue spalle, dal niente)
verso un modello sociale forse più attuale oggi che all'epoca in cui Camus scrisse  La caduta

La particolarità e l'attualità della denuncia di Camus (di per sé mica così originale, in effetti) stanno nella forma del monologo (che per altro è una confessione: a tal proposito ho riportato il brano succitato) in cui c'è un interlocutore invisibile (il lettore, volendo) e accondiscendente, ignaro
fino alla fine del fatto che è di lui che si sta parlando; e poi, altro aspetto particolarmente incisivo, c'è il fatto che la parabola dell'avvocato Clamence pare una redenzione quando invece è, appunto, una caduta: l'altruismo peloso ed esteriore con cui il protagonista aveva condotto la propria esistenza prima della "caduta" è fatto solo di vanità e ricerca di stima sociale; ma è il solo valore socialmente positivo a cui si possa credere, e riconoscerne l'ipocrisia è appunto una caduta, dato che su tale ipocrisia sta in piedi la struttura sociale - non solo quella reale ma anche quella predicata, per esempio, dalle sinistre (la rottura di Camus con Sartre è del '51).
Paolo Beneforti



  
 

  
 

 

 

 


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Descrizione:
"Nella vasta attività teatrale di Albert Camus, solo quattro sono le opere originali dello scrittore e vennero messe in scena per la prima volta, a Parigi, negli anni che vanno dal 1944 al 1949. La scrittura drammatica di Camus si configura come ricerca continua e si alimenta dei modelli più diversi: la tragedia classica per 'Il malinteso', l'assurdo per 'Caligola', la pura sperimentazione per 'Lo stato d'assedio', il rispetto della tradizione e della verità per 'I giusti'. Eppure in ogni protagonista di queste opere è sottinteso lo stesso dramma: quello dell'individuo che sceglie la difficile strada della rivolta 'senza per questo attingere alla privilegiata soglia della libertà'". (G. Davico Bonino) 

<<<Vedi anche un profilo di Albert Camus e  il riassunto de Lo straniero e de La Peste
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