Elias Canetti - Auto da fè - Adelphi, Milano, Trad. Bianca e Luciano Zagari
 
Die Blendung ( questo è il titolo tedesco originale) uscì nel 1935 (la genesi del romanzo è coeva all'elaborazione di Massa e potere),  per i tipi dell'Herbert Reichner Verlag di Vienna, dopo che per quattro anni il giovane studente di chimica Canetti si era visto rifiutato il manoscritto da tutti i numerosi editori ai quali l'aveva proposto. Come confessa lo stesso scrittore in quel piccolo saggio, la prima cosa che fece dopo la rilegatura (in tre volumi) dei manoscritti, fu di inviare l'opera a Thomas Mann, (che aveva da poco pubblicato Der Zauberberg - La montagna incantata), il quale dopo qualche giorno li rispedì al mittente sostenendo che "le sue forze non erano sufficienti all'impresa". Non si può certamente dare torto a Mann (che quattro anni dopo lesse il romanzo e scrisse una lusinghiera lettera a Canetti): Auto da fé è un libro complesso, dal quale si rimane inevitabilmente irretiti, intrappolati dalla sua struttura asfittica e ossessiva, che trova il suo scioglimento nel fumo e nelle fiamme del pirico finale. Il fuoco è concretamente la cifra stilistica dell'opera: come metafora di quella "Blendung" (abbagliamento) che attecchisce tutti i personaggi, e come destino finale, della vicenda dell'erudito sinologo Peter Kien. Il lettore è risucchiato prepotentemente nella spirale individualistica di ogni personaggio, la rozza governante Therese, il fratello di Peter Kien, lo psicanalista junghiano Georges, il rude e marziale portinaio Benedikt Pfaff, il nano e scacchista fallito Fischerle. Assieme a queste figure si agitano individui di varia umanità, che vivono ugualmente e nello stesso tempo piccoli microcosmi, composti dalla stessa alienazione di ogni forma di comunicazione, sintomi reali di un "mondo andato a pezzi". La stessa divisione interna dei capitoli indica i termini in cui si esprime quell'incessante dialettica (che da il ritmo ad una narrazione che in realtà sembra ristagnare in un'impasse senza uscita) fra "testa" e "mondo", per cui dopo aver espresso la vicendevole mancanza dell'uno rispetto all'altra, l'ultima parte del romanzo, intitolata "Il mondo nella testa", incarna la loro finale comunione, dove la scissione fra L'Io e la realtà, si fonde in una perpetua, abbacinante, allucinazione. Esistono effettivamente dei "luoghi geometrici" dove vivono le "teste", e dai quali queste non trovano alcuna via di fuga. Ecco dunque che Kien combacia perfettamente con la sua biblioteca, Pfaff con la sua minuscola stanzetta della portineria, Fischerle con il "Paradiso ideale", il nome di quella bettola  bordello, nella quale si alimenta il suo sogno fatto di scacchi e di grandi sfide, Therese con la sua gonna blu inamidata, altra espressione di quella maniacale "claustrofilia" (termine assai felice utilizzato da alcuni critici) che caratterizza questa rassegna di monadi "senza porte e senza finestre". Questi luoghi geometrici sono composti a loro volta di "parole": i vari protagonisti ripetono in modo meccanico e automatico, con un procedimento che ricorda il leit-motiv manniano, sempre i medesimi stereotipi, dentro i quali le "teste" sono barricate . Canetti, attraverso una scrittura mimetica, ai limiti del grottesco e del surreale, riproduce quello stato di frammentazione dato da un mondo che non esiste più e che dunque non può più essere adeguatamente rappresentato: "Un giorno mi venne in mente che il mondo non si può più raffigurare come nei romanzi di un tempo, per così dire dal punto di vista di un unico scrittore, il mondo era andato in pezzi, e solo se si aveva il coraggio di mostrarlo nella sua frammentazione era ancora possibile dare ad esso un'immagine veritiera [...] bisognava escogitare con grandissimo rigore dei personaggi estremi, come quelli di cui in effetti il mondo era fatto, e questi individui bisognava rappresentarli in tutti i loro eccessi, uno accanto all'altro e ognuno separato dall'altro". Ogni individuo raffigura perciò, patologicamente, l'esito di questa parcellizzazione della realtà, che di per sé non esiste più: ciò che rimane sono solamente brandelli che tentano di imporre la propria parzialità come assoluta e totalizzante.
Se il fuoco, come si diceva, è la cifra stilistica fondamentale dell'opera, Kien è la materia reale di cui questo fuoco si alimenta. Nella stessa concezione del romanzo Canetti pose inizialmente questa figura del bibliofilo separato dal mondo, topos letterario discretamente diffuso fra la fine dell'ottocento e inizio novecento, e che ha fra i suoi illustri antenati il Wagner goethiano, come il nucleo originario dell'opera. Inizialmente negli appunti di Canetti veniva designato con Der Büchermensch (l'uomo dei libri), per poi divenire Brand (incendio) e infine (dopo scartato il titolo provvisorio di Kant prende fuoco), su suggerimento dell'amico Hermann Broch, Kien, che in tedesco significa "legno resinoso", a sottolineare nuovamente l'endemico legame con il fuoco.
Dedichiamo la chiusura di questo piccola celebrazione alla singolare vicenda, peraltro sufficientemente nota,  del titolo del romanzo, anch'essa mimeticamente indicativa delle dinamiche che abbiamo abbozzato. Il titolo tedesco Die Blendung provocò imbarazzi nei traduttori e nei recensori, al punto che, sotto la supervisione dell'autore, furono scelti dei titoli differenti per le varie traduzioni: le tre soluzioni adottate appaiono sintomaticamente rappresentative di quell'accecamento che Canetti intese inscenare: il tema del fuoco e del sacrificio (Auto da fé, in Italia, Francia e Inghilterra), dell'immolazione della vittima (Het martyrium, in Olanda) e quello dell'arresto e della labilità della comunicazione ( The Tower of Babel, negli Stati Uniti). La summa finale di queste istanze si condensa nelle sconcertanti ultime pagine caratterizzate dal colore rosso delle fiamme incipienti (e dallo strano ritorno del numero sei: il numero di mesi della lontananza di Therese, le volte in cui legge una pagina, il piano del Theresianum e il gradino della scala della biblioteca) e  dominate dal delirio di Kien, di cui rimane un'ultima, blendende, immagine.
Ulrico Veneziani











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Elias Canetti (1905 - 1994) 
Esempio 1
Nel 1922, a Francoforte, lo studente diciassettenne Elias Canetti si trovò ad assistere ad una manifestazione contro l'assassinio di Rathenau. Quel giorno egli sentì che la massa esercita un'attrazione enigmatica, qualcosa di paragonabile al fenomeno della gravitazione. Nel 1927, a Vienna, compiva un ulteriore passo: l'esperienza di essere nella massa, partecipando al grande corteo del 15 luglio, quando fu incendiato il Palazzo di Giustizia. La polizia sparò: novanta morti. Nelle sue memorie Canetti scriverà: "E' un enigma che mi ha perseguitato per tutta la parte migliore della mia vita e, seppure sono arrivato a qualcosa, l'enigma nondimeno è restato tale". Il 'qualcosa' a cui qui si allude è "Massa e potere", che apparve nel 1960, dopo trentotto anni di elaborazione. Già questi elementi, queste date fanno capire quale immensa energia, concentrazione, furia si sia depositata in queste pagine.
Alla lunghissima genesi dell'opera corrisponde l'estrema singolarità della sua forma. Qui non ci viene semplicemente offerta una nuova teoria da allineare alle tante già esistenti su queste due ossessive parole: massa, potere. Profondamente avverso alla coazione a spiegare, che opprime la nostra cultura, Canetti è qui riuscito nell'impresa di pensare con il massimo della precisione, ma tenendosi sempre "al margine del mondo dei concetti". Questo libro, che si presenta come una severa trattazione scientifica, è ben più di un racconto frastagliato e sanguinoso: è un vasto mito costellato di tanti altri miti, spesso dissepolti con passione da libri dimenticati nell'oscurità delle biblioteche.
Prima di diventare una vistosa caratteristica delle società moderne, la massa è stata, la massa continua ad essere molte altre cose. Per avvicinarci a capirla, bisogna innanzitutto ricordare - come dice un antico testo ebraico - "che non esiste spazio vuoto fra cielo e terra, bensì tutto è pieno di schiere e moltitudini". La massa è qualcosa di esterno, ma può anche essere interna; [...] 

Nato a Rustschuk, nell' attuale Bulgaria, Canetti  visse in diverse città europee. Si  laureò a Londra nel 1929, in chimica, ma il suo vero interesse fu sempre  la letteratura: è autore di saggi, testi teatrali e autobiografici.   Nel 1935 pubblica il romanzo «Die Blendung» (in italiano «Auto da fé»). Nel 1938, emigra definitivamente a Londra. Lì lavora a «Massa e potere», che vedrà la luce nel 1960. Premiato nel 1981 con il Nobel per la letteratura, muore a Zurigo il 14 agosto del 1994 
(...) Auto da fé, il romanzo uscito nel 1935, una gelida e inesorabile parabola della malattia mortale contemporanea, del delirio che sconvolge la ragione del secolo o meglio della ragione divenuta essa stessa delirio. Auto da fé è la grottesca odissea dell' intelligenza che, per paura della vita, si trincera contro di essa, si costruisce una corazza e infine si distrugge perché si è trasformata tutta in una corazza, che schiaccia l' esistenza. Il romanzo ritrae, con perfetta coerenza stilistica e straordinaria potenza poetica, un mondo follemente caotico e prosciugato di ogni desiderio, in cui la paranoia impedisce agli uomini di proiettare i loro affetti sulle cose. L' io, l' autore scompare; è come se nessuno guardasse e ordinasse le cose, che assumono una stravolta disumanità, in una disperata mancanza d' amore che fa sentire, per contrasto, la necessità dell' amore. La fine o abolizione del soggetto, tante volte proclamata dalle avanguardie letterarie, raramente è stata realizzata con altrettanta radicalità come in quest' opera, da cui irradia il gelo della follia o meglio di una realtà non più contemplata e percepita dall' uomo, nella quale l' umano è quasi sparito. Vienna, la Vienna quale basso ventre della storia e la Vienna dei furori morali di Karl Kraus, è stata per Canetti il teatro del mondo di quell' apocalisse. Auto da fé ha la sgradevolezza dei grandi libri, che non concedono nulla, non ammorbidiscono l' angoscia e la morte, non smussano alcuno spigolo e colpiscono come un pugno; è uno dei più grandi libri scritti sulla demonia del Novecento e della vita, da un autore che deve essersi trovato sul ciglio di quell' abisso, prossimo al gorgo di quel delirio. (...)

Claudio Magris
Il Corriere della Sera
19 luglio 2005
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