Luciano Canfora, La natura del potere,  Laterza,  Bari 2009    


Antico e nuovo sembrano le facce di una sola medaglia per  l'autore barese, docente di Filologia classica, che ritorna da qualche tempo a definire il senso della politica e a scandagliare il fondo della democrazia, concepita idealmente come condizione preferenziale tra tutte le forme di governo, ma in realtà mai sostanzialmente praticata con il pieno consenso e l'appoggio popolare.
Il discorso su tale argomento si dipana lentamente, muove dal presupposto di indagini suffragate dai classici e giunge al tempo corrente in cui tutti i nodi sembrano venire al pettine: consenso, rappresentanza, suffragio universale appaiono svuotati del loro intrinseco significato e adoperati solo come mascherature di intendimenti opposti alla vera democrazia. È   come se si fosse invertito il senso delle usuali definizioni  e se ora la partita al potere si combattesse non più a viso aperto, con il concorso di schieramenti partitici e sfide trasparenti, ma dietro “quinte di teatro” mobili e suscettibili di qualunque sorpresa. Quello che un tempo era il contrasto di alternanza tra conservazione e cambiamento, ora appare sfocato e demotivato,   senza convincenti chances.     Ad esso si è sostituita una frenetica corsa alla delegittimazione come se ai novelli politici importasse di più apparire efficienti, dinamici, autorevoli, onnipresenti che essere responsabili, preparati, prudenti e determinati nelle giuste scelte. 
Si assiste ad una sorta di trasformismo nel quale viene a mancare proprio il convincimento di ciò che è bene per la comunità e di ciò che non lo è. Si procede alla cieca, scegliendo primieramente ciò che è utile al momento dai gruppuscoli  privati che sono quelli più attivi verso un qualunquismo di maniera nella politica del presente. Ma è stato sempre così? Nonostante le profonde differenze dei tempi storici, sulla scorta delle testimonianze delle fonti classiche, il disegno che il potere politico ha tracciato non è stato mai uniforme, ma altalenante, a seconda che protagonisti, circostanze, opportunismi vari abbiano di volta in volta influenzato l'opinione pubblica. La mediazione tentata dalla classe degli intellettuali ha spesso fallito il suo compito, si pensi a Seneca al tempo di Nerone, o a Gramsci, nel periodo del fascismo.  E poi si sa che le masse popolari sono sempre in balia di umori temporanei ed occasionali. A fare la differenza dovrebbe esserci una vera e propria scuola d'educazione alla politica, pura utopia, ancora più grande di qualunque altra che i filosofi potessero concepire. Alla scuola del realismo politico  d'un Tucidide per i Greci, d'un Polibio per i Romani, attinsero molti autorevoli esponenti del mondo passato, ma il loro pensiero,  lungi dal realizzare pratici effetti nel modo di condurre la cosa pubblica, fu più che altro lucido specchio di tentativi non sempre di facile soluzione. Nessuna età è esente da pecche nell'esercizio del potere, neppure quella dominata da personalità di spicco, a partire da Pericle fino a Cesare, Ottaviano, Napoleone, Lenin, comprendendo in questa rosa di nomi sia i potenti “armati” che “disarmati”. Ben a ragione Machiavelli poteva dire, nel suo celebre trattato, utilizzando la metafora plutarchea,   della  necessità per il politico  di essere “volpe e Lione”. Bisogna riconoscere, come ribadiva Max Weber,  nel 1919, in una sua celebre conferenza, La scienza come professione, la politica come professione che “ogni stato è fondato sulla forza”, nel senso che se accontenta una parte dei suoi sostenitori, scontenta altre parti,  più o meno numerose, perché altrimenti sarebbe anarchia.

Circola in tutto il saggio il profondo scetticismo di Canfora che spesso sottolinea, facendo riferimento ora ad Epicuro, ora a Lucrezio, la delusione dell'imperium, dal momento che il valore più alto per una comunità civile è la libertà di parola, di azione e di pensiero. Oggi più che mai tale libertà risulta impraticabile, minata com'è innanzi tutto da una difettosa consapevolezza e dalla mancata, necessaria, sua difesa e poi dall'abuso di messaggi contraddittori dei mass media  che spesso confondono la verità più che illustrarla e diffonderla. Non che la verità,  nella sua astrazione, possa essere assunta come fattore inderogabile in politica, ma almeno che sia la competenza ad assolvere questo ruolo di fondamentale consenso. Questo in ultima analisi il messaggio dell'ultimo lavoro di Canfora che mette in guardia dal facile pressappochismo diffuso nell'opinione pubblica e dall'inerte funzione cui è ridotto il Parlamento che in democrazia dovrebbe essere la sede preferenziale della discussione sulle norme e sulle intese. 

Gaetanina Sicari Ruffo 

"Qualcosa non ha funzionato. Il suffragio universale, alla fine conquistato (dove prima, dove poi, in Italia dopo quasi tutti) ha più e più volte deluso chi lo aveva propugnato, ha mancato i previsti effetti. Le urne sono divenute lo strumento di legittimazione di equilibri, di ceti, di personale politico quasi immutabile, non importa quanto diversificato e come diviso al proprio interno. E se il vero potere fosse altrove? Di questo, caro lettore, vorremmo discorrere nelle pagine che seguono." Canfora instilla più di un dubbio sui travestimenti del potere: un dominio di pochi - anche quando sembra essere di uno solo - che però non sussiste se non sa creare consenso, restando, beninteso, a tutti gli effetti dominio. 


 
Esempio 1
Luciano Canfora
Luciano Canfora, nato a Bari, è ordinario di Filologia greca e latina presso l'Università di Bari. Laureatosi in Storia romana, ha svolto il perfezionamento in Filologia classica alla Scuola Normale di Pisa. Assistente di Storia Antica, poi di Letteratura Greca, ha insegnato anche Papirologia, Letteratura latina, Storia greca e romana. Fa parte del Comitato scientifico della "Society of Classical Tradition" di Boston e della Fondazione Istituto Gramsci di Roma. Dirige la rivista Quaderni di Storia e la collana di testi "La città antica". Fa parte del comitato direttivo di Historia y critica (Santiago, Spagna), Journal of Classical Tradition (Boston), Limes (Roma). Ha studiato problemi di storia antica, letteratura greca e romana, storia della tradizione, storia degli studi classici, politica e cultura del XX secolo. Molti dei suoi libri sono stati tradotti in USA, Francia, Inghilterra, Germania, Grecia, Olanda, Brasile, Spagna, Repubblica Ceca.

dal 7 giu. 2009
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Luciano Canfora,  Il mondo di Atene,  Laterza,  Bari 2012    


L'autore, filologo e storico, espertissimo di testi classici e soprattutto appassionato studioso di storia e civiltà greca, offre qui una  lettura innovativa della politica di Atene, scoprendo una  dimensione retorica della sua  grandezza, da tempo legata al concetto della sua democrazia, trasmessa per secoli e divenuta un  mito,  ambigua rispetto a quella reale che i testi classici tramandano e che ora,  dopo un certosino lavoro di  raffronto,  aiutano a meglio identificare.  Oggi ancora persiste nell'immaginario collettivo l'idea che la democrazia ateniese  sia stata nell'antichità il modello politico più alto, mai  superato rispetto alla contingenza  di altre forme democratiche  che pure ad essa s'ispirarono.  
A chiarire la differenza che passa tra la democrazia perfetta ed ideale inesistente e quella mista,  elitaria e democratica  dell'Atene di Pericle, ci ha pensato il filologo barese che ormai ci ha abituati a non fermarci  alla superficie dei testi, ma a vagliarli ed approfondirli fin nelle sfumature per cogliere il fondo di verità che di solito  si annida nel confronto di pagine e pagine delle fonti a lungo meditate.
 Canfora l'aveva già detto nel testo dissacrante  Filologia e Libertà (Mondadori, Milano 2008), contenente la definizione di  filologia come: la più eversiva delle discipline  alla ricerca della verità. Questo suo nuovo saggio è la dimostrazione dell'iter che egli intende seguire per uno scandaglio più profondo ed intelligente della storia e dei documenti su cui si fonda. In questo saggio rivela infatti l'equivoco  su cui era stata costruita la teoria della democrazia ateniese, partendo da Tucidide e dal suo Epitafio per i caduti del primo anno della guerra del Peloponneso, pronunciato nel 431 a.C. Lì infatti è introdotto  Pericle a tessere  il grande elogio della democrazia fiorita sotto il suo governo. L'errore in cui tutti sono incorsi è stato quello di ritenere che la forma di governo fosse realmente così e che il pensiero  di Pericle rispecchiasse il vero giudizio di Tucidide. Niente di più falso. Sono numerosi i riferimenti in cui lo stesso storico lascia invece intendere che la democrazia ateniese del V sec.fu un governo  di élite  sostenuto dal popolo nelle assemblee, quindi ebbe  la  forma mista  di aristocrazia e democrazia, quest'ultima solo a parole quindi, non confortata da reali responsabilità. Non solo persisteva la schiavitù, ma la distribuzione della ricchezza  era regolata da un gruppo di cittadini ben abbienti che poi effettivamente comandavano, sorretti dalla volontà popolare. E Tucidide non è uno storico sprovveduto, anzi è l'unico che fece veramente esperienza di politica e che intese scrivere fatti che conosceva bene anche per la sua diretta partecipazione. Il discorso dell'elogio della democrazia dunque vuol  riflettere il pensiero e la personalità del  grande statista non il suo proprio, espediente retorico d'altronde  in quell'epoca in cui la storia non aveva ancora canoni d'assoluta obiettività, ma s'illustrava anche coin la retorica. Lo stesso Platone d'altronde, nel Menesseno, fa dire ad Aspasia in riferimento alla politica ateniese:  La chiamano democrazia, ma in realtà è un'oligarchia che comanda con l'appoggio della moltitudine. Simili attestazioni ricorrono pure in Senofonte che pensa che l'immagine della  democrazia, così come emerge nell'elogio pericleo,  vada rovesciata dal momento che essa era un sistema che emarginava i liberi ed i migliori di cui la condanna a morte di Socrate costituiva la prova,  insomma un cattivo governo dello spreco e del parassitismo e della corruzione,    fondato sullo sfruttamento degli schiavi e sul controllo dell'impiego della ricchezza per  fini imperialistici. Il governo della polis greca si adattò alla volontà popolare solo per guidarla, non in realtà perché ne condividesse le aspettative e la volontà. Tuttavia il suo mito durò e prevalse nei secoli fino a giungere noi che invano tentiamo di trovare e di concretizzare  l'idea prevalsa di democrazia come la più perfetta delle forme di governo. 
 Benjamin Constant nell'Ottocento intervenne a chiarire la differenza sulla libertà degli antichi  paragonata a quella dei moderni,  in un celebre suo discorso pronunziato nel 1814 e pubblicato l'anno successivo. La differenza egli dice rispetto ai moderni  l'aveva fatta la rivoluzione francese,  inalberando l'ideale della libertà non più restrittiva come nel  passato schiavistico, ma aperta e rivoluzionaria. Il mito quindi d'una democrazia ateniese  fortemente idealizzata  rientra così  nell'alveo d'una reale esperienza politica divisa da contrasti e brevi composizioni com'è anche oggi, solo per  tenere alto il potere di pochi sulle masse. Anche nella storia romana la parentesi del Cesarismo venne ad aprire le porte ad un principato idealizzato come l'età aurea per eccellenza, fondato sulla concordia solo apparente delle classi classi sociali e delle forze militari temporaneamente soggiogate e strumentali. La storia insomma si ripete anche se  in forme diverse,  il che  rivela l'eterna illusione di chi pensa di avere appreso la lezione e di potersi indirizzare a forme progressive di sviluppo.  Quello che appare una costante nella revisione necessaria del percorso storico  è invece il gioco altalenante del potere politico che tende a promuovere non il bene delle comunità, ma le istanze  dei più forti e dei più ricchi anche a costo d'usare mezzi  ingiusti e spregiudicati. Eppure l'età di Pericle fu detta aurea per la civiltà che espresse con la  fioritura di forme straordinarie di sapere  e pure quella augustea del tempo romano fu cantata da poeti come Virgilio come un autentico ritorno all'età dell'oro di cui si favoleggiava.   
Il lungo itinerario tracciato da Canfora in più di 500 pagine di analisi storica per  chiarire i nodi dell'interpretazione antica del termine democrazia tende anche, come accade  in tutte le sue opere,  a studiare il passato per meglio comprendere il presente. È quest'ultimo che lo fagocita, su cui frequentemente s'interroga con assillante urgenza per  capirne le strutture che stanno alla sua base  e per trovare vie d'uscita ad una crisi attuale  che appare vasta e diffusa come se i fondamenti della democrazia che credevamo solidi, anche se faticosamente costruiti, stessero all'improvviso per cedere. Al di là del timore d'un tragico fallimento,  tante volte ripetutosi in tempi drammatici e bui,  però, a mio parere,  si nasconde pure la speranza di rinvenire una via di convincimento razionale che possa appianare i conflitti e condurre ad esiti propizi, una sorta insomma d'intermediazione che indebolisca le forze retrive e distruttive a favore di quelle  sane e rigeneratrici per una tregua necessaria, la stessa che fece pensare che l'età di Pericle in Grecia e di Augusto a Roma avessero segnato  il ritorno all'età  aurea dell'umanità. 
Forse utopia, ma in fondo l' attesa di una soluzione positiva  aiuta a sopportare meglio le asprezze del corso storico e ad attenuare la presente  negatività.

Gaetanina Sicari Ruffo 


«Sì, noi lo guidammo quel sistema politico: perché ritenemmo nostro dovere tenere in piedi il regime. Però sia chiaro: noi, gente da senno, sapevamo bene cosa fosse la democrazia. Ma su questa forma di follia universalmente riconosciuta non c'è molto di nuovo da aggiungere. Abbatterla non potevamo ancora, mentre c'era la guerra e voi ci stavate addosso».
In questa sferzante diagnosi dell'erede di Pericle è racchiusa la spiegazione dell'enigma Atene: governo di popolo e dominio di signori.

Da oltre duemila anni, Atene rappresenta molto più che una città nell'immaginario occidentale. Il secolo compreso tra le riforme di Clistene (508) e la morte di Socrate (399) è diventato modello universale, insieme politico e culturale. Politico perché si ritiene che ad Atene sia stata inventata la democrazia, cioè il regime istituzionale e di governo oggi più diffuso nel mondo. Culturale perché ad Atene fiorirono filosofia, storia, teatro, letteratura, arte e architettura che ancora oggi consideriamo riferimenti obbligati. Il mondo di Atene riporta la città alla sua storia, incrinando la sua immagine idealizzata e restituendocela così come emerge dalla ricchezza delle fonti contemporanee. Luciano Canfora smonta la macchina retorica su Atene, dimostrando che i critici più radicali del sistema furono proprio gli intellettuali ateniesi. Eventi centrali dell'intera narrazione sono la parabola dell'impero marittimo ateniese sconfitto da Sparta, la lacerazione che esso determinò nel mondo greco fino a coinvolgere il regno di Persia, la rinascita dell'impero nella medesima area geo-politica, la sua crisi e l'esito inedito, rappresentato dal trionfo dell'ideale monarchico realizzato dall'egemonia macedone.
Vedi anche le recensioni di Gaetanina Sicari Ruffo:

<<< Luciano Canfora, La meravigliosa storia del falso Artemidoro, Sellerio, 2011.
 -  Il viaggio di Artemidoro, Rizzoli, 2009

<<< Luciano Canfora, Il mondo di Atene, Laterza 2012 

<<< Luciano Canfora,Gramsci in carcere e il fascismo, Salerno 2012 

<<< Luciano Canfora,  Spie, Urss, antifascismo. Gramsci 1926-1937


La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line

Luciano Canfora,  Gramsci nel carcere e il fascismo,  Salerno,  Roma 2012    


Il noto filologo barese ritorna a scrivere Su Gramsci,  dopo il saggio edito da Datanews nel 2007 e la premessa alla pubblicazione delle Lettere,  per i classici del pensiero libero del "Corriere della Sera",  nel 2010. Lo fa con insistenza e competenza culturale e storica su di un argomento che appare ancora lacerante: il rapporto tra il partito comunista  italiano di Togliatti,  il Comintern russo ed il fascismo,  uno snodo centrale della vicenda dell'intellettuale sardo che s'avvita ora intorno ad una lettera, riportata per la prima volta da Paolo Spriano,  nel 1968,  inviata a Gramsci da Ruggiero Grieco,  il 2 febbraio del '28,  che sembra abbia peggiorato la sua situazione di imputato,  definito capo responsabile del partito comunista ch'egli aveva fondato. In quest'ultimo saggio,  Canfora esplora non solo la spinosa e confusa situazione politica di quegli anni,  tra il '20 ed il '30,  nell'intreccio che  variamente li accostava e distingueva,  ma pure le trattative segrete,  gli spionaggi, le  ritrattazioni.  Fu allora che ci andò di mezzo,  nel senso che cadde vittima d'un duro attrito, per presunti crimini puramente ideologici,  Gramsci,  arrestato nel '26 e processato. La domanda che ritorna spesso è: se fosse stato libero avrebbe proseguito nella sua azione?  Siccome la storia non si fa con i se ed i ma,   non c'è nessuna certezza in questo senso, ma solo consequenziali deduzioni. L'intellettuale sardo fece capire  la sua disapprovazione al tempo della  svolta staliniana del '29,  quando non era pù libero, motivo per cui la parte politica opposta sostiene ch'egli tradì la sua prima linea di pensiero,  anzi che  la sua carcerazione fu procrastinata fino al limite della vita, perché della sua fedeltà non si fidarono più gli stessi compagni di partito,  oltre a quelli del Comintern. La discussione  ancora oggi si trascina in una sorta di contesa senza fine e  viene riproposta ad intervalli,  sempre in modo problematico,  come se la verità fosse stata nascosta: Gramsci, il più grande intellettuale dell'Italia di quel tempo, come testimoniano i suoi Quaderni e le sue Lettere,  continuò a sostenere il partito che aveva fondato e di cui dopo fu esponente di spicco Togliatti o mutò il suo pensiero in senso più liberale ed aperto, prendendo le distanze dai compagni di lotta ?  Egli non si espresse mai pubblicamente su questo punto,  né poteva,  essendo un recluso,  sottoposto a giudizio ed a sorveglianza,  ma sicuramente rimase sorpreso ed amareggiato dalla lettera di Ruggiero Grieco, dirigente del partito,  che sembrava volerlo colpevolizzare. Ma  quanto serve  a Luciano Canfora e ad altri studiosi,  che sono sulla sua linea,  ribadire che il Grieco  non interpretava il pensiero di tutto il suo partito,  ma solo il suo?   È dimostrato che  fu sconfessato e allontanato dalla stessa segreteria del partito ed interrogato, due anni dopo anche a Mosca. Accosto a tale particolare altri se ne trovano per introdurre dubbi e parlare di tradimento.  È il gioco allo sfascio,  anche a distanza di tanti anni,   tra sostenitori del fascismo  ed oppositori. I primi  si chiedono quale fosse il ruolo di Togliatti nella vicenda,  se sempre corretto e specchiato. Sembra accusarlo di falsità o per meglio dire di trascuratezza una lettera del 1940,   indirizzata a Stalin dalle due sorelle Eugenia e Julia Schucht,  rispettivamente cognata e vedova di Gramsci,  pubblicata di recente sul “Corriere della Sera” da Silvio Pons (direttore dell'Istituto Gramsci ), nella quale si coglie un evidente rancore verso Togliatti per avere ritardato la pressione per la scarcerazione dell'intellettuale sardo che morì poco dopo l'uscita dal carcere,  nel '37. Anche in questo caso interviene la spiegazione storica di Luciano Canfora,  affinata dall'impiego  della filologia,  che analizza i documenti, li raffronta,   li interpreta,  mettendo a nudo gelosie,  vendette,  umane debolezze nel cercare la verità. La carcerazione di Gramsci   e poi la sua morte,  a prescindere dal comportamento di quanti gli stavano attorno,  amici e nemici,  sono stati gravi delitti che devono ascriversi al sistema politico di quegli anni,  confuso e prevaricatore,  sia quello interno all'Italia, sia quello esterno d'opposizione. Anche il lascito intellettuale dello scrittore,  della cui importanza nessuno più dubita,   suscita interrogativi,  ad arte esasperati,  per creare disorientamento. Una recente dichiarazione  scandalistica ha messo in subbuglio la collettività degli storici: manca un quaderno dei 34 che Togliatti,  a Napoli, nel '45, aveva annunziato d'aver recuperato. La parte avversa ha subito pensato che mancasse presumibilmente uno degli ultimi quaderni  in cui Gramsci dichiarava il suo dissenso, l'altra,  invece,  a spiegare che doveva esserci stato un errore nel conteggio degli stessi,  affidati dapprima a Tatiana,  nel 37,  nell'Ambasciata sovietica, a Roma,  spediti per posta diplomatica a Mosca nel '38 e poi,  nel  '45, restituiti all'Italia. Il 34 sarebbe il quaderno compilato da Tatiana ed,  erroneamente inserito tra gli altri,  con l'indice delle note. Insomma,  tra uno scandalo e l'altro,  più che mai si scopre che l'Italia è il paese dei misteri che s'accende nel tentativo di risolverli dopo averli suscitati. Gramsci,  comunque,  si conferma  ideologo lucido e responsabile,  consapevole della sua esperienza e della sua scelta di vita. Si era infatti così espresso  in uno dei suoi scritti: Ero un combattente che non ha avuto fortuna nella lotta immediata, e i combattenti non possono e non devono essere compianti quando essi hanno lottato non perché costretti, ma perché così essi stessi hanno voluto consapevolmente. Gli fa onore il coraggio e la coerenza del pensiero che vanno ben oltre il sacrificio della vita. Volle capire con i suoi scritti il senso della sconfitta della rivoluzione proletaria in occidente e additare le strutture culturali necessarie per un profondo rinnovamento. Il suo È stato un marxismo critico, come lo intende Canfora,  attento non solo all'economia ed alla politica,  ma a tutta la società civile ed alle strutture ideologiche portanti . Da qui la sua attualità per la riflessione critica, che ha saputo formulare,  per la sua rivisitazione storica dialettica che lascia spazio  ad interrogativi,  le cui possibili risposte sono  in vista d'un cambiamento e d'un rinnovamento.
 È facile il raffronto con il tempo presente  e la grave crisi dei partiti che stentano ad interpretare i bisogni e le attese dei cittadini. Nel suo pensiero si avverte la necessità d'una più equa giustizia sociale  e d'una partecipazione politica più attiva e responsabile, per abbandonare il traballante, spezzare le resistenze che il nuovo incontra nello svilupparsi, per usare le stesse parole del Quaderno 7.

Gaetanina Sicari Ruffo 


Il fascismo sta al centro della riflessione, oltre che della azione politica, di Antonio Gramsci: dagli anni della lotta agli anni del carcere. Questo libro affronta il tema sotto diversi aspetti: lo sforzo di comprensione storica da parte di Gramsci, tanto più profonda quanto più svincolata dallo scontro immediato; l'infiltrazione fascista nelle file del Partito comunista; la persecuzione postuma da parte di Mussolini intesa ad annientare la memoria di Gramsci col supporto di stampa anarchica. Nel corso di questa indagine vengono sottoposti a verifica scenari che sembravano assodati, riconsiderate fonti (come la "famigerata" lettera di Grieco) già ampiamente esplorate, ricostruito il faticoso cammino attraverso cui il Partito comunista italiano ha fatto i conti con la propria storia.
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Luciano Canfora,  Spie, Urss, antifascismo. Gramsci 1926-1937,  Salerno,  Roma 2012    


Luciano Canfora sta trasformando la filologia, scienza di cui è riconosciuto maestro, in qualcosa di più d'una semplice conoscenza culturale, in un potentissimo mezzo d'indagine, una sorta di lente d'ingrandimento e pure di penetrazione del tessuto connettivo della scrittura di tutti i tempi, attraverso cui  itinerari impensabili, applicati  ad alcune verifiche, sono possibili. Ora è la volta d'un nuovo saggio su Gramsci, già oggetto da tempo di  rinnovellato studio. Dopo Gramsci in  carcere e il fascismo dell'editrice Salerno, nel 2012, vede la luce presso la stessa casa questo  Spie, Urss, antifascismo. Gramsci 1926-1937 (pp.349. Euro 15,00), un ulteriore  saggio dettato dall'istanza d'un confronto approfondito e d'uno studio dichiaratamente mirato  su documenti già editi sulle traversie di quegli anni, specie del decennio '26 al '37 che vide coinvolto l'intellettuale sardo. È un saggio molto denso e complesso nel quale l'autore interloquisce con altri studiosi, che si occupano della decifrazione dell'eredità  di Gramsci,  un po' per spiegarne ulteriormente la dottrina politica, ma soprattutto per  meglio intendere la sua drammatica vicenda, sia prima che dopo l'arresto. Senza risparmio di energie, con appassionato acume  arriva a rintracciare e consultare lettere pubbliche e private, interviste, dichiarazioni di illustri personalità, confidenze di compagni di partito, relazioni, documenti archivistici  e quanto altro esiste sull'argomento, allo scopo di svelare il vero Gramsci. Ne viene fuori una vera miniera di particolari illuminanti e di accostamenti incrociati, talvolta sorprendenti tanto da far risaltare l'attualità del pensiero di Gramsci   che ha fatto esperienza delle insidie del potere politico ed  ha espresso  la sua autonomia senza mai piegarsi a volontà esterne.

Il testo non è indirizzato ai soli  addetti ai lavori, ma è aperto a tutti  come un disvelamento che è esigenza di chiarezza dei rapporti intercorsi tra soggetto indagato ed istituzioni  italiane ed estere,  in un 'ampia e singolare ricostruzione . 
Si capirà meglio il passato, egli dice «se lo storico che si cimenta con tale materia avrà l'onestà intellettuale di “entrare” in quel passato anziché porsi di fronte ad esso qual Minosse che scevera i buoni da sempre (e per sempre) e i cattivi da sempre (e per sempre)».  Non si può essere indifferenti davanti ad un'operazione siffatta di analisi storica trasparente che coinvolge con il  passato il presente, togliendo la maschera alle ipocrisie protrattesi per lungo tempo, insomma un'operazione coraggiosa di ricerca della verità senza schermi che produrrà i suoi effetti ad ampio raggio.

Il libro di Canfora è concepito come un mosaico di tessere, con una pars diruens  iniziale ed una construens conclusiva, il tutto sorretto non da convinzioni arbitrarie, suggerite da impressioni soggettive, ma da una infinità di prove testuali, ben definite nelle appendici, nei sussidi, nelle note. Nella prima parte il lettore si trova di fronte all'arresto del deputato Gramsci che, come nell'apertura  d'un giallo, si svolge tra pedinamenti, accerchiamenti di spie dell'Ovra(1), disguidi, distrazioni ed errori dei compagni di partito, alcuni forse in parte complici come poi lentamente s'apprende dalle testimonianze che suonano in contrasto e dalle date che non tornano  e che inducono drammatici interrogativi.  
L'autore sottolinea l'illegittimità del suo arresto e del suo processo difronte al Tribunale speciale fascista, secondo le leggi eccezionali varate  dal Consiglio dei Ministri, il 5 novembre.  Gramsci infatti  fu arrestato  quando ancora vigeva la sua immunità parlamentare, nella notte dell' 8 novembre del '26, prima che venissero proclamati decaduti i parlamentari comunisti, il giorno dopo. Nelle varie dichiarazioni dei compagni, cui era stata raccomandata la tutela della sua incolumità (egli era il segretario generale del PCdI e fondatore dell'Unità) e che s'apprestavano a farlo espatriare, si scoprono  però  anomalie  e ritardi che fanno pensare ad un piano ben congegnato per la sua cattura a cui purtroppo non devono essere  stati estranei componenti della struttura politica  cui egli faceva capo.  Cosa si addebitava a Gramsci nel momento in cui era stato invitato a Valpolcevera (Genova) per una riunione clandestina del Comitato centrale del suo partito, riunione  a cui egli non giunse mai  perché  fuorviato? Si apprende che aveva scritto  qualche tempo prima una  lettera molto critica nei confronti  del Comintern (2di Mosca ed aveva creato una situazione di disagio anche tra i compagni stessi. In quella sede, dove doveva giungere da Roma, il 1 novembre del '26,  si sarebbe dovuto discutere se  confermare la sua lettera o no. Invece, essendo egli assente, la sua  lettera fu respinta ed egli esposto  al rischio  della cattura che certamente fu la sua rovina. A questa inquietante  circostanza si aggiunge, come conferma d'una volontà persecutoria  nei suoi confronti, la “strana e  famigerata” lettera di Ruggero Grieco, come la definisce Gramsci stesso, inviatagli dal compagno  durante il processo e giudicata, dallo stesso giudice Macis del Tribunale speciale, compromettente per lui, perché dichiarava la sua vera identità di capo del partito e quindi come tale responsabile  anche dei rivolgimenti e degli attentati che in quel periodo avvenivano. Si ricorda che il giorno stesso del suo arresto c'era stato l'attentato di Anteo Zamboni contro Mussolini, a Bologna. Gramsci e gli altri arrestati s'erano dichiarati naturalmente non responsabili ed estranei.
Particolare inquietante: la lettera di Grieco  aveva fatto un giro vizioso prima di pervenire al carcere: era stata inviata a Mosca e poi spedita da questa località  quasi per farla apparire testimonianza ancora più autorevole e inconfutabile. Gramsci rimase turbato  ed ebbe la netta percezione d'essere tradito. Discusse a lungo di essa con la cognata Tania Schucht, impiegata nell'ambasciata sovietica a Roma, suo nume tutelare, e insieme giunsero alla conclusione che forse qualcuno, che poi si scoprirà  essere  Tasca del partito stesso, successivamente espulso e transfuga, doveva aver suggerito questa strategia per tenerlo in carcere. Nonostante la bellissima arringa di Terracini, anche lui condannato al carcere, la partita fu così persa. Successivamente  i tasselli dei sospetti e dei sospettati si compongono in modo tale da  far luce su una serie di intrighi e di tradimenti di cui Gramsci fu vittima. Ma  molti dei compagni presero le distanze da lui, pensando che le sue fossero “ubbie” di carcerato e per giunta malato. In una lettera del 4 giugno del 1928, indirizzata alla cognata Tania  che lo assisteva in Italia, mentre la moglie e i due figli erano rimasti a Mosca, egli confessa di aver  molto riflettuto sulla condanna comminatagli dal Tribunale Speciale e d'essere arrivato a questa conclusione: Chi mi ha condannato  è un organismo molto più vasto, di cui il Tribunale Speciale  non è stato che l'indicazione esterna e materiale che ha compilato l'atto legale di condanna. Devo dire che tra questi “condannatori” c'è stata anche Iulca (leggi Iulia, la moglie, per dire forse la nazione cui lei apparteneva), credo, anzi sono fermamente persuaso, inconsciamente, e c'è una serie di altre persone meno inconsce. In un'altra lettera più esplicita del 19 maggio del 1930, sempre alla cognata : “Io sono sottoposto a vari regimi carcerari: c'è il regime carcerario costituito dalle quattro mura, dalla grata ecc.(...).Quello che da me non era stato preventivato era l'altro carcere, che si è aggiunto al primo”, espressione che va spiegata appunto  come abbandono se non condanna  della sua parte politica nei suoi confronti. L'atteggiamento dei compagni italiani era insomma sulla  linea di complicità con Mosca  da cui non intendevano discostarsi. Ed a Mosca non l'amavano certo. Proprio, a partire del '26, il partito comunista italiano fu tenuto sotto osservazione costante dalle autorità sovietiche e  il  leader Togliatti  definito doppiogiochista e inaffidabile. Egli  fece di tutto, dopo la morte di Gramsci, per pubblicare  i Quaderni, consapevole della straordinaria ricchezza di quel lascito. Ma fu costretto a censurarli  per non creare strappi con il partito russo  e per rendere accettabile ai suoi Gramsci, ritenuto “eretico”. Questi infatti  non si piegò mai, né a chiedere la grazia a Mussolini, né ad  attaccare i compagni. Dignitosamente sopportò  tutto il male che gli era stato fatto, fin quando, in occasione del decennale della marcia su Roma, il 14 novembre del '32, quando fu concessa l'amnistia  ai condannati che avessero tenuto buona condotta con pena superiore ai cinque anni, chiese, in base all'art. 176 del nuovo codice penale, attraverso la segreteria del partito comunista, la libertà condizionale e la ottenne  il 25 ottobre del 1934, a patto che non facesse più attività politica e si chiudesse nel silenzio. Così fece. Completò i Quaderni  che scrisse durante la degenza nelle cliniche di Formia e di Roma, in stato di sorvegliato, fino a raggiungere il n. 34. In  essi è compreso il suo messaggio di fede  “in una rivoluzione italiana e nel ruolo dei gruppi d'intellettuali esistenti” che  avrebbero dovuto fare tesoro degli errori del passato. Questa è l'ultima pars construens  del saggio di Canfora , attenta a rivelare la visione dell'Italia e del mondo  del condannato politico, la sua lungimirante perspicacia nel trattare i temi del  fascismo, antifascismo, ”hitlerismo” e derivarne una lezione valida per il futuro. Questo suo itinerario  è distinto in tre fasi. La prima adolescenziale con la simpatia  per Trockij, la seconda, dal '24 al '26, di delusione per la mancata rivoluzione proletaria in Italia, l'ultima fase di forte concentrazione sull'opera dei Quaderni, il suo più grande testamento culturale di grande sintesi storica, espressione dell'  autonomia del suo  pensiero e del  coraggio  di esternarlo fino all'ultimo.
                          
    
Gaetanina Sicari Ruffo 


1) Polizia politica e segreta fascista 

2) Termine con cui si indica la Terza Internazionale o Internazionale Comunista, ovvero l'organizzazione internazionale dei partiti comunisti esistita dal 1919 al 1943.
 
Nulla è più inedito dell'edito: neanche l'opera di Gramsci si è sottratta a questa specie di "legge'. Cosi ad esempio è ingenuo immaginare che, nella acuminata sua riflessione carceraria incentrata su genesi sviluppo ed efficacia del fascismo, Gramsci abbia relegato ai margini il macroscopico fenomeno della marcia trionfale del nazionalsocialismo tedesco. Questo libro mostra appunto quanto infondata sia, e provinciale, una tale veduta. Via via che la crisi del modello liberale si viene rivelando nella sua dimensione non più solo italiana e la torsione autoritaria dell'URSS si compie, le note gramsciane ruotano sempre più, direttamente o indirettamente, intorno all'irriconoscibile volto del "mondo grande e terribile". Diversamente che per le "anime belle", però, per lui tutto l'"umano", dal tradimento al doppiogiochismo, allo spionaggio, alla politica di potenza, fa parte del terribile gioco. Lo sapeva sin dal principio e ha giocato la sua partita nelle condizioni più sfavorevoli. L'intreccio dei documenti,come il lettore vedrà, rischiara aspetti centrali della sua vicenda: dall'arresto, agli effetti devastanti della "famigerata lettera" di Grieco, al silenzio degli ultimi anni di vita.