Gaetano Cappelli -  La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo- Marsilio 2008

Di Cappelli sto seguendo con piacere e ammirazione il nuovo percorso narrativo che, a partire dal precedente romanzo: “Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo”, uscito nel 2007, sempre con Marsilio, si sta arricchendo di titoli che sfrugoleano (passatemi il neologismo) la curiosità del lettore. Le prime domande che sorgono spontanee a proposito di quest’ultima sua opera sono, infatti: Che cosa è mai il Pacchero? E perché estremo?
Cappelli non è scrittore da prendere sottogamba; non dobbiamo dimenticare che è l’autore di quel romanzo cult “Parenti lontani” che, uscito per Mondadori nel 2000, passò quasi sotto silenzio fino a che non ci si rese conto che ci si trovava di fronte ad uno dei romanzi più belli degli ultimi anni. Oggi Cappelli, che fedelmente continua a vivere nella sua amata Potenza, è uno dei nostri scrittori più bravi e conosciuti.
Vera Gallo è una vedova che da ragazza aveva nutrito grandi speranze, essendo formosa e bella, ed infatti era riuscita a sposare Felice Amodei, un bell’uomo, di professione Avvocato, ma soprattutto ricchissimo proprietario terriero di un paesino del Sud, Irsina, in provincia di Matera. Con la testa piena di illusioni, deve presto fare i conti, però, con la realtà di quei luoghi, così diversi dalla sua nativa Busto Arsizio. Di trasferirsi al Nord nemmeno a parlarne, né con la suocera, Donniside, vera despota, né col marito. Finché entrambi muoiono a distanza di breve tempo l’una dall’altro: la suocera prima e il marito poi. Divenuta libera, può, dunque, tornare dalle sue parti.
Che Cappelli stia divertendosi con il suo personaggio è subito evidente, palpabile. Lo carica di ironia, e di una specie di divertita pietas. Lo stile brillante concorre ad allestire un’ambientazione che – lo si percepisce - ci darà molte occasioni di sorridere.
Finalmente Vera, prima snobbata dai cugini nordici, sbarca a Milano e sono proprio loro, Bubi e Betty, compromessi in vari intrallazzi, ad accogliere la ex cugina povera, ora ricchissima, e ad introdurla nel bel mondo: così “Vera Gallo coronò il suo sogno ed ebbe finalmente accesso allo straordinario mondo dei ricchi.”
Il bengodi dura però meno di tre anni. I due cugini, a cui ha affidato il patrimonio, ne fanno scempio, costringendola ad una vita assai più dimessa, punteggiata da notti insonni e da incubi. 
Siamo appena entrati nel mondo di quelli che nella mia città, Lucca, si chiamano i farfocchioni, coloro, cioè, che sanno abbindolare i creduloni per tirare a campare e magari anche ad arricchirsi. Lo psicanalista Aaron Kaminsky e il gallerista Dario Villalta sono tra questi. Vera Gallo, bionda e con gli occhi azzurri, appare – ma in realtà non lo è affatto - vittima dei due e fa da stimolo con la propria avvenenza alla loro ipertrofica fantasia (Villalta, che terrà a lungo la scena, è un donnaiolo accanito, con spiccata preferenza verso le vedove, di cui vanta una considerevole collezione). A cascata, da questi primi personaggi ne nascono altri, tutti dello stesso stampo, ossia, faccendieri, le cui fortune sono state sperperate e ora si adoperano  a cercare gonzi da spennare. Cappelli disegna un ambiente arruffone che potrebbe essere la parodia della società di oggi, in cui il crescente impoverimento costringe molti ad inoltrarsi su di una strada verso la quale non tutti sono portati, e coloro che invece vi riescono diventano veri e propri artisti dell’abbindolamento e dell’imbroglio. Personaggi come ectoplasmi, dunque, la cui consistenza sta nella facilità e nell’attitudine  al farsesco. Cappelli vi intinge con la consueta ironia, divertendosi e divertendoci.
Il sesso in tutte le salse è l’amalgama, il punto di congiunzione dei massimi espedienti per incastrare tra di loro una congerie di frustati e di insoddisfatti, sopravvissuti alla falcidia della modernità. Non si ha nessuna voglia di accontentarsi e tanto meno di farsi schiacciare dalla monotonia e piattezza della vita. Ci si adopera in tutte le maniere per sentirsi vivi e realizzati. E, ci fa capire Cappelli, in questa smodata smania, in questa frenetica corsa, si casca dalla padella nella brace, ridicolizzando in realtà la nostra esistenza. Una farsa che abilmente volge a poco a poco al grottesco.
Come accade alla bella vedova. Ad un certo punto vuole incontrare Dario Villalta per parlargli di una scultura in suo possesso, e, per una fatale coincidenza, si trova davanti il datore di lavoro di quest’ultimo (che ricorda un po’ il Diego Abatantuomo per l’uso del dialetto. Più avanti, nei sogni che Vera rivelerà a Kaminsky, avremo ancora un dialetto maccheronico che richiama alla mente quello voluto da Monicelli ne “L’armata Brancaleone”), un certo e spavaldo Carmine Palomino, finito sposato ad una ricca ereditiera, Françoise Tennevieve, e in cerca di un menage a tre. Crede che Vera sia lì per questo.
È un breve momento, quasi una maliziosa toccata e fuga, ma insinuante ed assai efficace. Poi ci se ne allontana per ritrovarci a Irsinia (un tempo chiamata Montepeloso), il paese di Vera, dove la studiosa d’arte Clara Gelao fa il suo incontro con don Nicolino Di Pasquale, l’erudito parroco della cattedrale di Santa Maria Assunta, e soprattutto con la statua ivi custodita di Sant’Eufemia, attribuita al Mantegna, di cui Vera Gallo ha sognato di essere la reincarnazione.
Eccoci così immersi all’improvviso in un lontano passato. Compaiono nuovi personaggi che hanno avuto un qualche rapporto con la statua e dal respiro di un’aria moderna, chiassosa, spregiudicata e un po’ blasfema, si passa alle consuetudini di un Rinascimento intriso del culto per l’arte e del fervore religioso, non disgiunto da una buona dose di superstizione (si veda il bel capitolo sulle reliquie). Cappelli muove vari registri narrativi, li sa svolgere sapientemente e con bella scrittura, adagiata su sfoglie temporali simili a quelle che permeano e stratificano nelle rocce le ere e i colori del tempo.
Tutto poi finirà per ricongiungersi: passato e presente; leggenda e storia; realtà e finzione, offrendo al lettore una esperienza che, mentre ci diverte, anche ci ammonisce.
Vera diventa così lo strumento per raggiungere l’obiettivo. La sua bellezza matura, la sua sensualità che sprizza da ogni poro sono il miele che attira intorno a lei, provocante e falsamente ingenua, gli abili truffaldini che mirano tanto al suo corpo che al suo denaro. Che, dopo il dissesto causato dai cugini e il conseguente pignoramento delle banche di tutte le sue proprietà, è stato appena sufficiente a pagare le prime sedute psicoanalitiche da Kaminsky, che poi, di contro alla sua bellezza, ha finito per ricevere la procace vedova nel suo studio gratuitamente; e ora quel poco denaro potrebbe trasformarsi in una montagna d’oro se, come sogna e spera il gallerista Villalta, una scultura, un San Vittore, custodita in una delle proprietà della donna pignorate e sigillate, si rivelasse una seconda opera del Mantegna finita in quel paesucolo quasi sperduto di Irsina.
Cappelli gioca molto sui contrasti. La sessualità passa dalla passione non ancora esplosa di Villalta per Vera alle orge degli scambisti nella casa di campagna di Irsina, alle quali assiste involontariamente Villalta; dalla scomposta e rozza educazione dei protagonisti, alla raffinatezza degli oggetti (dei vini e dei complicati menù, fra l’altro) e dei luoghi da essi frequentati, con il culmine di quell’auto Bizzarrini (“Dieci esemplari in tutto”) scoperta nella stessa casa di campagna di Irsina, dove è custodita la statua del Santo. L’ironia dell’autore (che si fa più pungente di fronte a scene di sessualità estrema) si muove tra tali contrasti con facilità e leggerezza, ed essa è tale che assume disinvoltamente gli umori quando del farsesco quando del grottesco, tutti sollecitati – si faccia attenzione - dalla presenza centrale, imprescindibile, di Vera Gallo. Anche quando non è direttamente presente sulla scena, è da lei che tutto discende: la stessa scrittura pare rispondere agli impulsi dei suoi sguardi, delle sue seduzioni, delle movenze del suo corpo, che sono sembrate, fino ad un certo punto della storia, il frutto di una sorprendente innocenza, mentre nascono sempre da una scaltra e consapevole femminilità.
Nessuno alla fine è risparmiato dall’ironia. Si credono abili, i personaggi, furbi, e invece sono marionette che uno scanzonato scrittore (si pensi al capitolo sulla “Grotta azzurra” artificiale) agita nel vuoto della vita, divertendosi a dissacrarne le mascherature dietro le quali si nascondono nella realtà.
Ci siamo domandati all’inizio che cosa fosse il Pacchero estremo. Per arrivarci dobbiamo passare attraverso Mariasofia una cuoca che, oltre che essere brava, è di una sensualità prorompente, e, in sovrappiù, sfacciata quel tanto da mandare in fregola il maschio e fargli soffrire le pene dell’inferno. Siamo a Capri, dove Villalta è riuscito ad organizzare un’asta esclusivissima riservata ai più ricchi paperoni del mondo, interessati ad accaparrarsi a suon di miliardi la statua di San Vittore. La competizione si terrà nell’hotel più in  di Capri, dove a cucinare per gli illustri ed esigenti ospiti c’è proprio Mariasofia. Villalta, messa da parte Vera Gallo, punta sia a fare il colpo della sua vita che a conquistare l’esuberante cuoca, che non aspetta altro, credendolo ricco sfondato.
L’asta è l’occasione per ritrovare, a mo’ di rimpatriata, alcuni personaggi che l’autore aveva, nel suo pellegrinare, messo in soffitta, e che ora tornano agguerriti più che mai, coi loro vizi e le loro frustrazioni, per prendersi la loro parte di denaro da cui il Villalta intende escluderli. Ad eccezione di Kaminsky, il quale, strampalato e sfortunato, resosi conto di amare alla follia la sua paziente, è venuto per fare a Vera la sua dichiarazione d’amore nella speranza di portarsela via.
Come si vede, il tono canzonatorio si accompagna ad una trama che disseziona, lascia e riprende i fili di situazioni che dell’umano hanno conservato la cupidigia, la sregolatezza, la lussuria, trasformando il tutto in un bestiario grottesco sulle cui nudità non resterebbe che gettare, per uscirsene anche noi in una grande risata, una secchia d’acqua bollente.
Alla fine delle rocambolesche avventure che si susseguono in occasione dell’asta nel lussuoso albergo di Capri, se taluni fili riescono a combinarsi e mettono a posto alcune situazioni, l’insieme della storia ci permette di concludere che, ingegnose e furbastre che siano le azioni dell’uomo, noi continuiamo a vivere nel caos più assoluto. Siamo marionette che girano a vuoto, divertendo chi si trovi a passarci accanto, anch’egli a sua volta trastullo di un altro osservatore. Il mondo non è, dunque, che una assurda e sconclusionata risata: ci diverte e ci confonde, e ci immalinconisce, giacché sappiamo che resterà sempre così.

Bartolomeo Di Monaco
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Un romanzo alla scoperta del "Nuovo Mondo", dagli anni Settanta della contestazione agli anni Ottanta degli Yuppies, ricco di personaggi e miti di due decenni di culture giovanili. Carlo, il protagonista, dopo un'infanzia e un'adolescenza vissute in un piccolo paese del Sud, tra le scorribande al seguito dell'idolatrato amico Pit e le soffocanti atmosfere della grande famiglia matriarcale retta con polso di ferro dalla tremenda Nonnilde, abbandona l'Italia per l'America. Dopo un training massacrante Carlo, che vuole emulare le imprese di suo padre, viene trasformato in uno spregiudicato uomo d'affari dal ricchissimo zio Richard.

Parenti lontani  racconta la storia di Carlino di Lontrone, un giovane orfano alla scoperta del mondo, dalle notti on the road nella lontana provincia lucana, alla New York degli anni Ottanta, dove s'imbatterà in tycoon arroganti, maghi guru e gangster, artiste d'avanguardia e miliardarie bizzose, barboni e snob squattrinati e in una ragazza che sembra una favolosa nullità e che è invece destinata a diventare un'icona del nostro tempo: Madonna. 
Gaetano Cappelli
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dal 9 luglio 2002
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Strana davvero la vita! Il brillante Riccardo Fusco sembrava destinato a grandi cose e ora trascina la sua esistenza schiacciato dal successo della moglie regista che lo ha ridotto al ruolo umiliante di baby-sitter delle quattro figlie, tradendolo inoltre col primo attore di passaggio. Graziantonio Dell'Arco, una vecchia conoscenza del liceo su cui nessuno avrebbe scommesso una lira, è invece divenuto uno degli uomini più ricchi e famosi d'Italia. Ma anche lui ha i suoi guai, insolentito com'è dall'inimitabile dandy Yarno Cantini che lo ha additato alla nazione intera come il principe dei neo-cafoni. L'incontro fortuito tra i due amici di un tempo sembrerà dare a Riccardo una via di fuga dalla sua piatta esistenza catapultandolo nel mondo dorato del jet set, e a Graziantonio l'occasione di vendicarsi di Yarno, attraverso una storia piena di colpi di scena, dove in un esilarante gioco d'incastro tra presente e passato s'incontrano personaggi come Chatryn Wally Triny, la sofisticata critica newyorkese cui spetta di stabilire qual è il vino migliore del mondo, e la ributtante strega Lia la Bavosa detentrice dei segreti della magia lucana; l'avido latifondista Michelantonio Dell'Arco che da improbabile re del gas metano si trasformerà in re della gassosa, e il subdolo giocatore di biliardo Carmine Addario suo complice; l'artista Mikail Nikolaevic Trepulov, costretto a dipingere ritratti di Stalin e lo sfortunato pittore italiano Ernesto Dell'Arco.
BIOGRAFIA 

Gaetano Cappelli vive a Potenza, dove è nato nel 1954. Si e' occupato di rock e minimal music, producendo saggi ormai introvabili come Minimal trance music ed elettronica incolta, (Sconcerto, 1982), firmato insieme a Tomangelo Cappelli, vero e proprio libro di culto per gli appassionati del genere.   Ha curato l'edizione degli scrittori del romanticismo tedesco Jean Paul e Adalbert von Chamisso.   Ha scritto un ritratto di Mario Schifano per le edizioni i Campi dell'oblio, stampato in venticinque copie e ripreso nel catalogo della mostra a Spoleto, curata da Achille Bonito Oliva (Charta, '98), dopo la morte dell'artista. Suoi racconti sono apparsi un po' dovunque su  riviste e antologie.

Ecco un elenco dei piu' importanti su antologia: "Qualcosa di blu" su Nero italiano (Mondadori, '90), "Tre mestieri sentimentali" su Italiana (Mondadori,'91), "Toccati" su Panta (Quadrimestrale '91, n.6, Bompiani), "Vero amore" su Crimine (Stampa alternativa, '95), "Due racconti di fine estate" su Raccontare Trieste 1998 (Trieste Carta & Grafica, '98), "Canzoni della giovinezza perduta" su Prefigurazioni (Avagliano Editore, '99), "Salvati", sull'antologia di scrittori del Sud Disertori (Einaudi, 2000). Ha curato, con Michele Trecca e Enzo Verrengia, l'antologia Sporco al sole, racconti del sud estremo (Besa, '98).  Ha pubblicato i romanzi: Floppy disk (Marsilio, '88), Febbre (Mondadori, '89), Mestieri sentimentali (Frassinelli, '91), I due fratelli (De Agostini, '94), Volare basso (Frassinelli,'94), Errori (Mondadori,'96), Parenti lontani (Mondadori,'00, Marsilio '08), Il primo (Marsilio,'05), Storia controversa dell'inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo (Marsilio '07)



Dario Villalta ha due grandi passioni nella vita: le vedove e i maestri del Rinascimento. Finito in una galleria d'arte milanese dov'è costretto a vendere opere contemporanee che disprezza incontrando inoltre grandi difficoltà nel reperire l'oggetto della sua stravagante passione amorosa, langue finché dal Sud arriva Vera Gallo, che è non solo una vedova devota, ma anche - parrebbe proprietaria di una inestimabile scultura di santo di Mantegna. Vera sembra dunque in grado di appagare al massimo grado entrambe le passioni del gallerista; ma non è tutto oro quel che luccica, e avremo modo di accertarcene nella girandola dì avvenimenti che si origina dalle ristrettezze in cui precipita la polputa vedova, ormai ridotta sul lastrico. Nel frattempo incontreremo una variopinta galleria di irresistibili personaggi, dal trance-psicanalista Aaron Kaminsky al padre di lui Shloime, mago e guaritore; dallo stravagante inventore Carmine Palomino alla languida pasticcerà Ritarosa Latella; dall'oligarca russo Viktor Aleksandrovic Dudorov all'esuberante Maria Sofia Madrasca, chef misconosciuta benché detentrice del segreto del pacchero estremo. 
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