Vittorio Caratozzolo - La finestra sul deserto - a Oriente di Buzzati - Bonanno, Acireale- Roma 2006


Il volume di Caratozzolo contiene due illuminanti saggi sul Deserto dei Tartari, che colmano, in modo efficace ed esauriente, un vuoto lasciato dalla critica buzzatiana. Il Bertacchini, ad esempio, scriveva: “il mondo di Buzzati si serve di entrate e di uscite”, ma non riusciva a spiegare chiaramente la sua felice intuizione, soprattutto non chiariva quali fossero queste “uscite”. Tanta critica poi, dal Pullini al Volpini, ha notato l’influenza determinante di Kafka, certe analogie tra i due scrittori, ma è stata ben poco chiara nell’individuare le ragioni che segnano la distanza di Buzzati dalla visione senza scampo, assurda e nichilista, che è propria dello scrittore praghese.
Ora i due saggi di Caratozzolo rispondono a questi interrogativi. Ma per rispondere, lo studioso intraprende una strada mai battuta dalla critica buzzatiana, e si serve di originali strumenti di analisi, che gli derivano da una sorprendente conoscenza della cultura filosofica e del mondo orientale. Egli cioè sposta l’asse epistemologico dalla letteratura alla filosofia e, geograficamente, dal Nord (dove lo puntano di solito i critici) all’Oriente. Basta scorrere infatti la fittissima bibliografia e si scopre non solo che gli strumenti su cui poggiano le lucide analisi di Caratozzolo sono quasi esclusivamente opere filosofiche, psicologiche ed ermeneutiche, ma anche che abbondano gli studi sulle filosofie e sulle religiosità mistiche orientali.
Inoltre, i due saggi che compongono il volume, sono tra loro perfettamente complementari, a indicare quanto l’analisi dello studioso si evolva secondo precise direttive, seguendo cioè un discorso omogeneo che si amplia progressivamente e si giustifica sempre meglio
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Il primo saggio ─ “Le dolci ansie della nuova stagione”. Necessità della barbarie e coincidentia oppositorum nel Deserto dei tartari di Dino Buzzati ─ attraverso un esame semiotico del testo disegna quella che per il saggista è la struttura fondante del romanzo, cioè la “frontiera”, ovvero il limen che divide “noi” dagli “altri”, il confine che separa il nostro modello culturale dall’ “antimodello” rappresentato dal “nemico”, sul quale poi si fonda l’idea di un mondo bipolare, tipica della nostra cultura. La vita dei militari alla Fortezza Bastiani è appunto regolata secondo un “modello eroico militare” che si regge proprio sull’ipotesi “di un antimodello che ne minacci eternamente l’esistenza”. Infatti solo la persuasione che “un Altro” minaccioso – i barbari, i Tartari – prema ai confini può creare quel clima di “attesa” snervante di un ipotetico nemico – il grande tema del romanzo – e può altresì giustificare il sorgere e il consolidarsi di un’ideologia eroico-militare, atta a consolidare la “frontiera” della propria cultura. E qui il critico, implicitamente, amplia il discorso su Buzzati, mostrando quanto pregnante di atmosfere storiche e civili (pensiamo che il romanzo esce nel 1940) fosse in realtà la scrittura apparentemente asettica, cronachistica e giornalistica dello scrittore bellunese. In questo contesto Giovanni Drogo viene posto dal Caratozzolo come modello del moderno “antieroe”, come colui che riconosce “l’insensatezza dell’ideologia eroico-militare” e lentamente trasforma la sua iniziazione alla guerra e all’eroismo, in un “percorso iniziatico esistenziale avente come meta il sapere mistico”. La sua permanenza alla Fortezza gli ha procurato una particolare competenza semiotica, permettendogli di cogliere quello che gli altri non vedono: egli cioè perverrà a riconoscere l’assurdità delle frontiere e ad avvertire la coincidentia oppositorum, che è poi il senso di una unitaria totalità dell’Essere, in una visione ontologica fondata sull’idea che Esse est Uniri
Per Caratozzolo, dunque, il senso profondo del romanzo è la trasformazione interna di Drogo, che, estraniandosi dal mondo eroico della Fortezza, giunge alla fine ad una vera iniziazione mistica, grazie alla quale il mistero della vita e della morte si svela alla luce di un sapere nuovo, razionalmente inattingibile.

Nel secondo saggio ─ Miti, letterature e filosofie nel Deserto dei tartari ─, il critico compie una lettura “creativa” del romanzo buzzatiano alla luce dei miti e delle filosofie – dalla Grecia, all’Egitto, fino all’Oriente asiatico -, proprio per verificare oggettivamente, con attente analisi semantiche e strutturali, la verità della tesi del primo saggio, cioè come il percorso di Drogo verso un sapere mistico sia costituito, a livello testuale, come un’abile strategia narrativa, nella quale si può cogliere un rapporto non ostentato, ma nascosto nelle pieghe del racconto, con dottrine e filosofie misteriosofiche. Così, il testo di Buzzati, sottoposto ad un appassionante lavoro rabdomantico, rivela e documenta rapporti consanguinei con Platone, con le filosofie gnostiche, con testi egizi, con il buddismo, con gli studi di Frazer, di Schuré, di Eliade, di Tucci, con le intuizioni di Jung, con le religioni orientali, ovvero con tutto un retroterra culturale e religioso, dove la vita è intesa come continua esperienza del mistero, che deve preparare ed educare alla rivelazione conclusiva - la catarsi finale -, grazie alla quale l’individuo si immerge nella luce delle verità mistiche, distaccandosi completamente dalle credenze convenzionali, di cui percepisce la vacuità e la falsità.

Attraverso continui raccordi analogici – movimenti concettuali, immagini tematizzanti, simboli e sintagmi – Caratozzolo disegna per così dire l’ipotesto del romanzo buzzatiano, mostrandoci gli incunaboli culturali su cui esso poggia, e ricreando l’alone mistico alla cui atmosfera devono essere maturati l’idea e lo svolgimento l’opera. Il critico percorre una strada, anzi la costruisce, scavando una galleria capace di insinuarsi in territori finora inesplorati, in dimensioni sconosciute, per cui alla fine l’ago della bussola buzzatiana viene spostato ad Oriente, e ne esce non tanto uno scrittore legato al favolismo nordico, quanto piuttosto un intellettuale che sembra aspettare, ancora dall’Oriente, il suggerimento spirituale necessario ad un salutare rovesciamento dei valori.
Ma il grande merito di Caratozzolo è l’aver ricondotto quest’opera nell’alveo della grande tradizione italiana, che è allegorica – e si pensi innanzi tutto al disegno concettuale e figurativo della Divina Commedia -. Il deserto dei Tartari, infatti, secondo il nostro critico è tutto sotteso ad un disegno filosofico, riconducibile al “concetto tantrico di mandala”, che insieme alla Fortezza Bastiani è una delle icone portanti del testo. Il Mandala può figurativamente rappresentare la struttura del racconto – un labirintico insieme di simboli e di segni che l’iniziato deve interpretare per “pervenire alla cognizione delle verità mistiche, alla comprensione del significato della propria vita, alla percezione della propria luce interiore” –. e la Fortezza è uno spazio metaforico, il microcosmo in cui si condensa l’esperienza del mondo, una imago mundi, dove appunto Drogo invece di essere assorbito dalle convenzioni e dalle regole che scandiscono la vita, impara ad estraniarsi dagli altri e a leggere i segni in maniera tutta interiore. Pertanto, ricreato il romanzo secondo queste suggestive interpretazioni, nella storia di Drogo il Caratozzolo ci invita a leggere, allegoricamente, la storia di uno spirito che non si arrende all’invasiva mediocrità, ma impara a rispondere agli imprevedibili messaggeri del mistero e a misurarsi con le forze della trascendenza, finchè, uscito dalla Fortezza, potrà naufragare nella luce della verità intravista alla fine del suo percorso iniziatico. Un’opera quindi che non è solo letteratura, ma procede in altre dimensioni: frequenta e nutre la dimensione metafisica dell’alta letteratura.

Paolo Vanelli


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Il volume propone due saggi: il primo "Le dolci ansie della nuova stagione" affronta il tema della vicenda di Giovanni Drogo, scandagliando il testo in alcuni dei suoi passaggi più significativi, per porre in evidenza come il cammino del protagonista, nel gravoso intento di prepararsi ad affrontare il nemico, comporti a un tempo il raggiungimento della consapevolezza di sé e l'"omologazione degli opposti". Ne Il deserto dei Tartari gli opposti paiono all'autore del saggio rappresentati dal "nemico empirico", cioè i Soldati del nord, da quello mitico, i Tartari, dal "nemico interno" ovvero le proprie emozioni e passioni, dal "nemico biologico", la morte. In questa che si può considerare una moderna iniziazione al mistero della vita si percepisce l'eco di un approccio mistico al problema dell'autocoscienza, in cui convergono suggestioni derivanti dal pensiero della mistica medievale e di Cusano, ed altre provenienti dalla meditazione orientale, dalle Upanishad allo yoga. L'opera pare cogliere d'istinto echi e suggestioni di quella sensibilità artistica europea che è più attenta al travaglio del vivere, al pensiero della morte intesa come termine capace di dare senso alla vita.