Tatiana Carelli,  Discocaine. Viaggio nella notte di una cubista, Milano, Oscar Mondadori, 2004.

“Un’altra notte ‘… nella quale, come si suol dire, tutte le vacche sono nere’.” E’ una citazione illustre, dalla Fenomenologia dello spirito di Hegel, quella che apre Discocaine, romanzo d’esordio di Tatiana Carelli, trentaquattrenne milanese laureata in filosofia, per necessità cubista e per passione scrittrice.
Discocaine racconta quattro settimane di vita notturna di Eleonora, o meglio Ely, alter-ego dell’autrice che narra in prima persona gli eccessi delle notti milanesi, - notti in cui “tutte le vacche sono nere”, nonostante le luci psichedeliche che illuminano a intermittenza quell’universo illusorio, caduco, spietato che Ely osserva e descrive, con distacco e disincanto, dall’alto del suo cubo.
La citazione di Hegel che apre il romanzo non è casuale: in Discocaine si dipana infatti una serie di opposizioni dialettiche che mettono a nudo l’ingannevole artificiosità non solo della realtà “estrema” in cui si trova immersa, ma non sommersa, la protagonista, ma anche di quel microcosmo di ostentate apparenze, di ricchezze materiali e di miserie psichiche, che fa da sfondo e base alla vita notturna in cui Ely-Tatiana viaggia, come un novello Ulisse joyciano al femminile. E’ così che la narrazione, emergendo dalla pseudo-realtà allucinata in cui si muove la protagonista, assume toni lucidi, disingannati, disillusi, che illustrano l’inconsistenza di una dimensione artefatta, esaltante e al contempo avvilente: la dimensione della notte, delle droghe da discoteca, delle orge di alcool e sesso, dello sballo ricercato con parossismo esasperato, -una dimensione che in modo subdolo, strisciante, sotterraneo, viene a sostituire la presunta realtà “vera” (la realtà del giorno, monotona, noiosa, eppure rassicurante nella sua ineluttabile ripetitività), e avvolge Ely-Tatiana in un vortice da cui uscire diventa sempre più difficile. Ed è così che l’allucinata lucidità della narrazione stigmatizza lo squallore di tanti personaggi “regolari”, che di notte si trasformano in ridicoli fantocci alla ricerca di trasgressione: imprenditori di provincia in cerca di ménages a trois con bellezze in apparenza irraggiungibili, ma sempre a portata di portafoglio; sedicenti festaioli di ritorno da Amsterdam; ballerini fanfaroni che millantano rapporti plurimi consumati in una sola notte; cinici benestanti della Milano bene, che amano mostrare le proprie piscine al coperto a ingenue e procaci ragazze-immagine, denudate, drogate e infine possedute nel nome del denaro; agenti e talent scouts senza scrupoli, che ingaggiano e mettono sul mercato prosperose ragazze, “naturali” o “rifatte” che siano, cedendole al miglior offerente, e non solo perché ballino su un cubo… E a questo squallore fanno da antitesi fuggevoli sprazzi di umanità, che si rivelano non nei dialoghi stereotipati fra ragazze allo sbando, bensì nei loro sguardi, nelle descrizioni della loro ingenuità o del loro disincanto, nei tentativi di comprendersi a vicenda, per non annegare in un mondo creato ad uso e consumo di chi voglia visitarlo per poche ore e poi uscirne, indenne o segnato per sempre da irripetibili esperienze o inattese sventure: un mondo che, col tempo, può finire col sopraffare chi voglia rendersene protagonista e invece finisce per esserne schiavo, soccombendo senza scampo.
E’ un mondo difficile e senza pietà, quello descritto dalla Carelli, un mondo in cui i tramonti sono albe, e in cui le albe rappresentano la fine di un’altra asfissiante nottata. E’ un mondo in cui Ely-Tatiana compie il proprio personale, amaro eppure appassionante “viaggio al termine della notte”. E’ un mondo percorso dalla dialettica fra allucinazione e lucidità, fra il nulla che incombe e il freddo distacco dal decorso sempre uguale degli eventi, fra l’annichilente morsa dello squallore e la ricerca di una dolcezza che è sempre un passo al di là della notte. E in questa dialettica, l’unica sintesi è rappresentata dall’evasione verso il giorno, dal sogno di una vita più libera, dalla possibilità di fuggire che alla fine si prospetta alla disingannata Ely, offrendole nuova speranza.

Discocaine rappresenta pressoché un unicum nel panorama, edulcorato ed edulcorante, della letteratura italiana al femminile. Opera in apparenza nichilistica, il romanzo della Carelli lascia sempre aperta la porta alla speranza di un’esistenza migliore, fuori dal turbine monocorde di una vita di eccessi che, col tempo, finisce per produrre indifferenza e tedio. E lo stile di Tatiana Carelli, dotato di una singolare intensità, riesce a realizzare la netta separazione fra l’ingannevole superficie delle cose e la loro essenza, sia essa deludente, sorprendente o inaspettata, rendendo il romanzo ancor più seducente e meritevole di essere non solo letto, ma assorbito fino in fondo, -come la “droga” più invitante che uno dei personaggi confessa di assumere senza tregua, affermando candidamente, nell’ultima pagina del romanzo, “io mi faccio di vita”, mentre Ely si riscuote da quella “deficienza artificiale” che la investe dopo l’ennesima, nebbiosa, liberatoria alba.

Diego Lucci


Esempio 1
Tatiana Carelli (Milano, 1970), cresciuta a San Colombano nei dintorni di Milano, si è laureata in Filosofia teoretica. Durante gli studi ha lavorato come cubista nelle discoteche. Attualmente collabora con una galleria milanese di arte contemporanea, oltre a occuparsi di sceneggiature e videoclip. Per Mondadori ha pubblicato Discocaine (2004). 
Una generazione trasversale fatta di immagine. Senza un passato e senza voglia di futuro. È quella raccontata nel romanzo. Uno sguardo dall'alto (il cubo) sul mondo luccicante e ingannevole delle discoteche trendy del Nord Italia nella seconda metà degli anni Novanta. Sesso, droghe e musica house. Un nuovo nichilismo tutto al femminile reso seducente dal voyeurismo di una prosa lucida e allucinata. 

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