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La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
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Senza un'elite competente e coraggiosa la politica muore. Ma questa spinta morale deve sapersi confrontare con la maggioranza degli uomini, misurarsi con la loro imperfezione, deve diventare politica. Come dimostra la figura del Grande Inquisitore, il male è un lucido conoscitore degli uomini e fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze. E sa adattarsi ai tempi, perché ha imparato a cambiare spalla alle sue armi: una volta esaltava la sottomissione, oggi offre con successo e su tutti i canali dosi crescenti di volgarità ed esibizionismo. Se vogliono far crollare questo potere, i migliori devono smettere di specchiarsi nella loro perfezione. Da sempre i Grandi inquisitori usano questo sentimento di superiorità per isolarli da tutti gli altri, per ridicolizzarne l'esempio e renderli innocui. Chi spera negli uomini deve inoltrarsi nella zona grigia dove abita la grande maggioranza di essi, e combattere lì, in questo territorio incerto, le strategie del male.
Franco Cassano - L’umiltà del male - Laterza – Bari 2011


C’è un rapporto tra il potere e la debolezza degli uomini? E qual è la dinamica di questo rapporto?

Le analisi di due riferimenti letterari sembrano fornire qualche indicazione.

Il primo è la "Leggenda del Grande Inquisitore", tratta dai Fratelli Karamazov di Dostoevskij: in una piazza della Siviglia del XVI secolo, in cui l’Inquisizione aveva messo al rogo un centinaio di eretici, Gesù decide di tornare sulla terra mescolandosi alla folla che lo riconosce. Ma lo riconosce anche il Grande Inquisitore, un vecchio novantenne, che lo fa subito arrestare e condurre in prigione, senza alcuna reazione da parte di una folla intimorita e abituata ad obbedire.

Nella notte il Grande Inquisitore visita il suo prigioniero, gli comunica che all’indomani sarà messo al rogo, ed espone le sue “buone” ragioni in una lunga, lucida e risentita spiegazione.

Egli rimprovera Cristo di aver proposto agli uomini un compito superiore alle loro forze, consegnando la fede ad un atto di libertà. Cristo aveva rifiutato tutte le tentazioni, indicando una via molto esigente verso la fede, sproporzionata alla reale capacità di quella “debole schiatta sediziosa”, che non è fatta per la libertà non essendone all’altezza. Solo una ristretta schiera di eletti, non più di “dodicimila per ogni generazione”, può seguire un percorso così difficile. Abbandonando così al loro destino la stragrande maggioranza degli uomini che non appartengono a quella ristretta élite aristocratica.

Invece noi, dice il vecchio, volendo intendere la Chiesa e l’Inquisizione, ci siamo occupati di quella totalità di esclusi: “Tu sei orgoglioso dei Tuoi eletti, ma con Te ci sono solo gli eletti, mentre noi diamo la pace a tutti”.

L’Inquisitore afferma che l’uomo ottiene dalla libertà solo incertezza, angoscia e smarrimento, mentre ha bisogno di sicurezze e certezze a cui aggrapparsi. Gli uomini vogliono “il miracolo, il mistero e l’autorità” e tutti quei beni terreni che Cristo ha rifiutato nel deserto.

Essendo deboli, incapaci di resistere alle tentazioni, gli uomini sono destinati a peccare. Ma:

“...noi permetteremo loro anche il peccato: sono così fragili e impotenti; e loro ci vorranno bene come bambini... [...] ogni peccato sarà rimesso, se compiuto col permesso nostro...”

E così facendo gli uomini saranno “... liberati dal grave affanno e dai tremendi tormenti che accompagnano ora la decisione libera e personale...”

Tutto ciò è un inganno. Ma è preferibile una concezione elitaria e irresponsabile nei confronti dei più deboli, come quella di Cristo, o questa gestione di controllo del potere, che consente agli uomini di restare bambini, cullati dalle menzogne, ma felici?

Nella concezione spietata e pessimistica del vecchio non è concessa alcuna speranza per l’emancipazione degli uomini. Tuttavia, il discorso dell’Inquisitore aiuta a mettere in luce il rischio a cui sono esposti gli spiriti più elevati: quello di essere talmente avanti e sopra gli altri tanto da restarne isolati. Lasciando un grande spazio all’iniziativa di un potere lucido e disincantato, interessato ad esaltare e assecondare le debolezze umane per il proprio consolidamento.

Semplificando: se gli uomini sono divisi tra “migliori”, minoranza più integra, e “deboli”, maggioranza più esposta ai bisogni terreni, allora la strategia del potere consiste nel lavorare alle spalle dei “migliori”, mirando ad interrompere la comunicazione tra questi e i “deboli”. E il circolo ‘vizioso’ è rinforzato dalla boria morale dei “migliori”, che lasciano le mani libere al cinismo di chi strumentalizza con efficacia la fragilità.

Pertanto la lotta contro il Grande Inquisitore non è condotta ad armi pari, avendo questi il vantaggio di essere alleato e complice con quella umana debolezza, usata come strumento per aumentare la distanza nei confronti dei “migliori”.

Ne I sommersi e i salvati di Primo Levi, il potere si esplica nella sua forma più estrema, quella del Lager. Producendo una sorta di selezione inversa: gli uomini più coraggiosi, che si ribellavano, erano eliminati subito. Pertanto:

“I ‘salvati’ del Lager non erano i migliori [...]. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della ‘zona grigia’, le spie.”

I rituali di ingresso nel campo, con la loro ferocia, distruggevano ogni forma di dignità, rompendo in modo sistematico e definitivo ogni forma di fraternità tra i deportati. Innescando reazioni simili alle lotte tra poveri, o al nonnismo degli ambienti militari. Nel campo ognuno poteva essere “il Caino di suo fratello” e i prigionieri anziani sfogavano la propria umiliazione sui nuovi arrivati, cercando un compenso a spese di un individuo di rango inferiore.

La ‘zona grigia’ di cui parla Levi si estendeva nel campo, con varie gradazione di collusione con il potere del Lager. Figure esemplari erano i Kapò, una classe di prigionieri-funzionari, che esercitavano un potere per conto e per delega del Lager nei confronti dei prigionieri semplici. E quando si imbattevano in un gesto di ribellione lo punivano con una ferocia inaudita. Come mai tanta spietatezza da parte di “poveri diavoli”, prigionieri anch’essi di un sistema spietato?

“Agli occhi di chi è diventato servo un gesto di ribellione appare insopportabile, perché riflette come in uno specchio l’abiezione in cui è caduto”.

Levi avverte che il potere ha bisogno della ‘zona grigia’, avendo la necessità di attingere i collaboratori al proprio esterno. Viene in mente un parallelo con 1984 di Orwell, dove la ristretta struttura di comando, il cosiddetto partito interno, si appoggiava alla assai più numerosa comunità dei membri del partito esterno, funzionari burocrati con alcuni piccoli privilegi, rispetto alla restante massa diseredata e indistinta dei prolet.

Del resto il potere non sta fermo, ma contagia e corrompe. E reclutando collaboratori tra le proprie vittime ne ferisce l’anima legandole ad una sorta di correità da cui è difficile uscire. Come nelle organizzazioni criminali: la solidarietà del male diventa irreversibile. Secondo Levi:

“quanto più è dura l’oppressione, tanto più è diffusa tra gli oppressi la disponibilità a collaborare col potere.”

La ‘zona grigia’ incarna la “banalità del male” di Hannah Arendt, in cui un uomo normale si trasforma in aguzzino di altri.

In condizioni assai meno estreme, ma caratterizzate da un potere centralizzato e poco incline alla discussione, come avviene in diverse realtà aziendali, si osservano fenomeni proporzionalmente simili, come il proliferare di un conformismo acritico e il venir meno di un senso di solidarietà tra lavoratori.

Il saggio prosegue nell’analisi di un famoso dibattito tra Gehlen, esponente di un pensiero conservatore, e Adorno, sostenitore di una possibile emancipazione degli uomini, aspirazione certamente progressista.

Per Gehlen ogni prospettiva di autonomia degli uomini comporta scenari catastrofici, mostrando la sua avversione all’aspirazione dell’Illuminismo di rendere maggiorenne l’uomo.

Per Adorno benessere e felicità in questo mondo sono pura apparenza. Tensioni e conflitti nella società moderna non sono stati risolti, ma spostati, dislocati. L’accettazione del potere della società dei consumi è una sorta di disperazione metafisica che induce gli uomini ad identificarsi con il proprio aggressore.

In chiave moderna il Grande Inquisitore di oggi è la società dei consumi, che indulge verso tutte le debolezze degli uomini, ne suscita desideri e sogni, li alimenta e li soddisfa. Essa vive bene nella sua mediocrità, guardando con timore quanti vorrebbero metterla a dieta secondo le tabelle della perfezione spirituale. Il mercato, suscitando e coltivando le tentazioni si rende estremamente popolare, irridendo le figure nobili e riempiendo i centri commerciali. Un realismo cinico e potente vince su un idealismo impotente.

Il Grande Inquisitore di oggi ha sostituito “miracolomistero e autorità” con “merciedonismoevasione”.

E nel passaggio alla ipermodernità sono esasperati l’esaltazione della soggettività, il bisogno di far valere la propria personalità e l’ambizione di essere qualcuno. Tutto ciò costituisce il nucleo del processo di spettacolarizzazione del sé, di vetrinizzazione sociale, che:

“segna la deformazione caricaturale e mercificata di quella democratizzazione che pretende di essere.”

L’autore, nell’evidenziare tutti i rischi di un circolo vizioso in cui si imbattono i sostenitori di una posizione progressista, prova a indicare degli spazi di agibilità tali da rendere popolare un messaggio di emancipazione senza ricorrere al populismo. La ‘zona grigia’ è una realtà con cui dover fare i conti, caratteristica degli uomini, che se abbandonata a sé stessa troverà sempre qualche Grande Inquisitore disposto a conquistarla con il suo fascino accattivante.

E i “migliori” non potranno compiacersi della propria presunta superiorità se si faranno mettere nel sacco così facilmente dall’ Inquisitore di turno, grande o piccolo che sia. Occorre pertanto identificare ed esplorare quelle aree di sovrapposizione tra utile e bene, dove è possibile giocare la propria partita senza compromissioni collusive e senza arroccamenti distaccati e impopolari.

Conclusione: i termini di uno scontro che si manifesta in chiave storica e planetaria sono esaminati con grande lucidità. Si può dire che Cassano nel suo saggio colpisca nel segno. Ed ogni lettore saprà leggervi quanto di pertinente alla situazione politica nazionale, dove da tempo sembra proprio che non vi siano prospettive di successo per l’affermazione di valori politici, sociali e culturali più elevati.

Un messaggio chiaro alle classi dirigenti progressiste. Ed anche a quei cittadini elettori che contribuiscono alla loro selezione.
Giovanni Bontempi